Guida per riconoscere i tuoi santi - Regia di Robert Downey Junior (2006)

Share this
2 ottobre, 2012 - 18:15

"io ho abbandonato tutti, ma nessuno mi ha abbandonato…": il passato rimosso/annullato rivive nella opera letteraria….

 

La vicenda è ambientata a Queens negli anni ottanta. I "santi" di cui si parla nel titolo sono gli amici di Dito, il protagonista, la cui "guida" è al tempo stesso romanzo di successo e manuale di sopravvivenza, per chi Manhattan è costretto a vederla dietro i finestrini lerci della metropolitana.

Opera prima del regista Dito Montiel, tratta dall' omonimo romanzo autobiografico, fortunatamente capitato nelle mani di Robert Downey jr., che ha partecipato alla realizzazione del film, interpretandone un ruolo primario con nervosa evidenza. Accanto a lui c'è Chazz Palminteri, che esce dagli abiti del "mafioso" e indossa i panni di un padre malato e timidamente feroce, conferendo al personaggio una vibrazione ambigua e costante. E alle spalle la presenza, non ingombrante, di un produttore di eccezione ovvero Sting. Grande successo al Sundance e al festival di Venezia.

Il film adotta un linguaggio secco, brusco, veloce, alternando la macchina a mano, specie nelle scene di interni, dialettiche e conflittuali, a steadycam che seguono la banda in giro per il quartiere, strizzando l'occhio al video clip, a piani più distesi, morbidi, ad altezza d'occhio, corrispondenti alla visione del personaggio, specie nelle sequenze descrittive, in cui il piacere dello sguardo sottende una volontà di fuga da quel mondo chiuso, grigio e sordido che non lascia scampo.

La narrazione, piuttosto classica, nel senso di un moderno Bildungsroman , è incentrata sull'alternanza di due piani temporali, passato e presente, e procede a ritmo sostenuto, senza falsi moralismi e/o patetismi facili. Il plot è apparentemente semplice : un uomo, sulla quarantina, racconta alla radio il suo percorso esistenziale. Risse, scontri, affetti, amore, vendette a cui ha assistito e in cui è vissuto in età adolescenziale sono il tessuto emotivo del suo romanzo e il tracciato della vita trascorsa. Domande insolute e risposte mai trovate sono il tormento sottile della vita attuale. Le esperienze passate sono confluite nel libro cult "A Guide to recognizing Your Saints", ma sembrano sepolte in un fondo scuro, in un tempo remoto, che appartiene ad altri.

Una telefonata della madre per il padre malato, in procinto di morire, danno al protagonista la possibilità di tornare in quel luogo da cui è fuggito, senza mai tornare, per 15 anni.

Si mettono in moto i ricordi, si riaprono le ferite e siccome nessuno può scappare da se stesso, anche Dito ritorna a se stesso e al suo passato. Un passato che prende corpo sotto forma di flashbacks.

Ecco che sullo schermo appaiono le strade sporche di Queens, quartiere degradato, ai margini di Manhattan. Ci sono quattro giovani che ingannano il tempo, trascinandosi per strada, cercando rivali e rovesciando bidoni, al suono frizzante e scivoloso del pop degli anni ottanta. Le varie etnie, Italiani, Portoricani, Greci si sfiorano, entrano in collisione, ma non si integrano. Affiorano voci, scontri, risse, liti e violenze all'ordine del giorno, pestaggi fuori e dentro le mura domestiche, il tutto ben rappresentato da personaggi insolenti, cinici, rassegnati, duri, sfrontati che non lesinano di parlare in macchina o di insultare se stessi e il mondo. Ma se Dito non ricorda con rabbia, tutti gli altri la rabbia se la portano dentro, come una bomba implosa che scintilla a tratti e cerca sfogo. Tutti i suoi amici viaggiano sul crinale sottile di una disperazione a corrente alternata e una rabbia urlata, che ne alimenta la sopravvivenza in un mondo così opprimente. 
Il fatto è che Dito progetta con un amico di andarsene, coglie al volo l'opportunità di migliorare la propria vita, andare in un altrove immaginario in cui sperimentare la possibilità di essere diversi, forse migliori. Andare via dal quartiere che da una parte espone alle violenze e dall'altra protegge; via dalla famiglia, da un padre mai manesco nei gesti, sottilmente violento negli affetti e da una madre depressa, che consola e incarna lo stereotipo della donna pietosa, pacificatrice, incline ai compromessi, per prima con se stessa; via dalla ragazza, che vorrebbe seguirlo,che dapprima, bella e innamorata, lo costringe a reagire, ad opporsi ad un quotidianità fitta di violenze e di coazioni a ripetere, e poi gli appare tristemente rassegnata ad un destino di passività. E non è un caso che quando Dito torni nei luoghi di origine, la ritrovi alla medesima finestra, nel medesimo atteggiamento, proprio lì dove era solito raggiungerla da ragazzo per fare l'amore.

Dito parte da solo, senza di lei, per un'altra vita, destinazione West coast, dietro al clima mite della California, da sempre terra ideale della narrativa americana e di certo cinema on the road,e non porta con sé nessuno: la ragazza resta ad aspettarlo in finestra, il padre seduto sul divano, la madre in cucina, il suo amico, Giuseppe va in galera, condannato all'ergastolo per aver assassinato a colpi di mazza da baseball chi aveva pestato a sangue Dito. Non parte neanche l'amico irlandese, che con il protagonista aveva condiviso sogni e speranze, ucciso per un banale errore.

Dito, testa premuta sul sedile di un pullman, si allontana da tutti, fugge, dimentica, scompare dalle vite altrui. E' una separazione, ma è anche qualcos'altro. Dito annulla gli affetti, trancia di netto ogni filo con la sua vita precedente, cancella volti e persone. Passano 15 anni e Dito ritorna. La causa apparente è la malattia del padre. La motivazione più profonda è che il lungo viaggio nel buio dei ricordi è terminato ed è arrivato il momento di riannodare i fili. Il movimento verso casa riaccende il passato, ma la dinamica di recupero dei ricordi non è un semplice puzzle mnemonico, non si tratta di rimettere a posto le tessere della vita con meccanicistica congruenza e logica continuità, è qualcosa di più, è una comprensione profonda e sincera di ciò che si è stati e non si è più, delle dinamiche relazionali in cui è vissuto, delle angosce che pungolano. La salvezza materiale non sempre si lega alla salvezza psichica. Materialmente Dito è riuscito a salvarsi, ha ottenuto il consenso, il successo, la faccia in copertina, ma il risultato non si accompagna al benessere psicologico, all'armonia del pensiero, allo star bene con se stessi, nascondendo un'insidiosa fragilità interiore.
Spesso gli artisti rappresentano condizioni e stati psichici, meglio di quanto facciano le parole. Il quesito interessante è come sopravvive il protagonista al distacco che lui stesso ha maturato dal suo mondo? Che significa abbandonare insieme agli altri, anche la ragazza, splendida immagine femminile nelle braccia della quale egli lenisce l'angoscia?
Come mai questo vuoto degli affetti trova una sua collocazione nella concretezza di un'opera d'arte? Perché riaffiorano i sensi di colpa solo quando torna dal padre? Perché ha rifiutato così a lungo di tornare a casa? Nell'incontro con il padre, il protagonista, ormai adulto, rischia di spezzarsi completamente, annaspa, fugge ancora. In fondo non è lui il figlio desiderato, fantasticato, idealizzato, ma Giuseppe, l'altro, l'assassino, che segue le regole della strada e agisce seguendo il mito effimero dell'onore. Seguono gli incontri con la madre e con la ragazza. Un incontro struggente il primo, amarissimo il secondo. Non è più la stessa donna o forse è sempre stata così, non lo sapremo, fatto è che gli scaraventa addosso fiumi di parole in difesa dell'unità familiare, accusandolo di essere egoista, cinico, di non aver difeso il valore dell'unità familiare, l'unica realtà importante nella vita. Forse il vortice di parole in cui si dibatte, il tono astioso con cui le pronuncia, la fisicità aggressiva della ragazza nascondono il rimpianto di non avercela fatta, la mancanza di coraggio nel non aver fatto una scelta analoga a quella di Dito, accettando passivamente il ruolo che la vita di quartiere le ha da sempre imposto/proposto. La ragazza non capisce che Dito doveva andar via per non morire, per non fallire, per non restare prigioniero o forse inconsciamente ha capito. Succede spesso nei gruppi consolidati che una persona "devii", vada oltre e gli altri lo accusino…

Diverso il comportamento dell'amico Giuseppe, rinchiuso in galera, per averlo vendicato, raccontato per tutto il film come un giovane violento, ottuso, costretto a subire continui pestaggi da parte del genitore alcolizzato, ecco che ci appare nella stanza dei colloqui della prigione come un uomo adulto, segnato dalla vita, profondamente cambiato. Nonostante Dito non si sia fatto sentire per 15 anni, Giuseppe lo accoglie con un sorriso, lo stringe in un abbraccio sincero, in fondo lo aspettava. E questo incontro è la più toccante sorpresa di questo film apparentemente lineare, perché l'affetto altrui induce il protagonista a ricostruire ciò che era incrinato, ma anche a recuperare un rapporto creduto perduto per sempre. La visione dell'amico lo aiuta a capire quanto lui stesso sia stato violento nell'andarsene in quel modo chiuso, privo di spiragli, netto, cancellando tutto ciò che gli apparteneva, facendo intorno a sé un vuoto che poi si trasforma in vuoto psichico. La scrittura non è il mezzo per recuperare il passato, come ci racconta Proust con le intermittenze del cuore o tanti altri narratori contemporanei, la scrittura non è la panacea di alcun male: quando si è spezzati dall'angoscia, sono i rapporti umani, la comunicazione immediata e profonda degli affetti a costituire il nucleo principale per riaffacciarsi alla vita. Andando ad incontrare Giuseppe, Dito ritrova il fratello mancato, il figlio idealizzato da suo padre, ritrova se stesso, risolvendo quel conflitto edipico che si staglia in nuce lungo l'intero arco narrativo del film.

> Lascia un commento


Totale visualizzazioni: 817