Intervista a Maura Chiulli autrice di "Nel nostro fuoco", Hacca edizioni, 2018.

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15 giugno, 2019 - 07:31
Tutti così social, così di tendenza.
 
Gianluca Garrapa: Nel nostro fuoco è un romanzo classico di Maura Chiulli, scrittrice e mangiafuoco di Pescara, che riesce a parlare della contemporaneità evitando le derive conformistiche della narrazione, sfuggendo accuratamente, infatti, al registro immaginario e egocentrico della realtà. È un romanzo la cui trama è sì semplice e lineare, ma a quale profondità riesce a scendere, con leggerezza e precisione l’autrice! Il viso contratto in una smorfia: la bocca è socchiusa, un filo teso che ogni tanto si storce: è uno dei passaggi, qui si parla di Tommaso, dove la descrizione del corpo, del viso, è proprio un taglio sulla carne, uno sguardo che presenta la carne dell’attore, la sua esistenza è tutta, anche, qui.
Ambientato nelle calde terre del Sud Italia, il paesaggio non manca di farsi protagonista e estensione della visione esistenziale dei personaggi. Tommaso e Elena si incontrano in una località balneare del Salento, a Torre dell’Orso, durante una performance della stessa Elena che è una mangiafuoco. S’innamorano, si sposano, mettono al mondo Nina. Nina è affetta da autismo. La vita di Tommaso e di Elena ha trascorsi molto diversi. Tommaso, professore universitario, solo, schiacciato, in dovere di guadagnarsi ogni giorno la stima dei suoi genitori. Incapace di cercare se stesso, votato solo al sacrificio, alla lotta, alla ricerca esasperata di uno sguardo materno, si era ritrovato uomo, senza mai essere stato un bambino; a Elena, laureata in psicologia clinica era toccata la fortuna di crescere libera, in una famiglia di persone di successo e illuminate, senza aspettative, senza fardelli da portare, senza fiumi di regole da guadare, con un’unica responsabilità: restare fedele a se stessa. Come sono nati i tuoi personaggi, la loro genesi, che rapporto hanno con il mondo fuori dalla pagina?
 
 
Maura Chiulli: Tommaso è nato molti anni fa. Lui è il protagonista di Dieci Giorni (Hacca ed.), romanzo uscito nel 2014. All’epoca avevo molta paura, temevo ancora che le fragilità umane non potessero che essere curate, che la rabbia fosse un sentimento anzi un risentimento da nascondere, che la libertà e i sogni si trovassero in consapevolezze impossibili, troppo faticose. Tommaso nasce dalla mia rassegnazione e dalla mia rabbia tenuta a bada malamente e rinasce, in questo romanzo, insieme alla poesia che ho scoperto in tutti gli angoli del mondo e di me. Lui è capace di urlare senza voce, di non scegliere per dire, di abdicare per restare. Elena, invece, è figlia del mio fuoco. Volevo una protagonista femminile capace di resistere con il suo corpo e di liberare mondi interi con la sua tenerezza. E Nina l’ho vista in fondo a tutti i miei silenzi, preludio di straordinarie e talvolta dolorose aperture.
 
«Ma della storia che abitava dentro di me, la Cosa,
questa colonna del mio essere,
ermeticamente chiusa,
piena di buio in movimento,
come facevo a parlarne?»
 
M. Cardinal
 
G.G.: Il romanzo è un vero è proprio nastro di Moebius, una linea continua collega episodi del presente a quelli del passato, dentro e fuori si confrontano, la psiche e la pelle si combaciano. Soprattutto nel caso di Tommaso il passato familiare, la madre fredda e ingombrante, non danno tregua all’uomo che è chiaramente affetto da una forte nevrosi ossessiva. Elena, invece, incoraggiata fin da piccola a seguire il proprio desiderio, amerà giocare con il fuoco, il fuoco che richiama lo sfolgorio della Cosa, del vortice del godimento materno che, se non saputo tenere a dovuta distanza, può annichilire. Elena sa giocare con la Cosa e ama l’Altro, gli altri: A Elena piacevano le vite degli altri e anche la sua, si interessava di ogni cosa intorno, leggeva i giornali, conosceva il nome di tutti quelli che dividevano il campeggio con lei, voleva sapere le storie di tutti, faceva sempre tante domande e ascoltava, dava retta all’istinto e si prendeva cura anche del silenzio, Tommaso no: Lui non conosceva il vocabolario dell’imprevedibilità, non aveva nessuna dimestichezza con l’ignoto, con il buio. Per lui ogni cosa andava progettata, saputa, descritta, vissuta con misura e premeditazione. Tommaso ha detto sempre di sì all’Altro materno, Elena ha avuto la fortuna di non dover obbedire per piacere agli altri, all’Altro familiare, soprattutto. In questo romanzo sembra declinata la lezione lacaniana dell’arte come contorno della Cosa, del bello come limite che ci permette di guardare la morte negli occhi senza esserne sopraffatti. Nonostante tutto, riesci a rimanere nel limite della narrazione, a raccontare il disagio, a commuovere senza mai lasciarti andare al sintomo e al giudizio. Tommaso e Elena, insieme a Nina, alla madre di Tommaso, e alla sorella di Elena restano dei personaggi a tutto tondo: come sei riuscita  a mediare tra oggettività clinica e bellezza artistica?
 
M.C.: Sono molto attratta dalle dinamiche della nostra mente, dalle chiusure del cuore, dal dolore che a volte arriva per salvarci. Credo fortemente che diventiamo disumani quando separiamo le nostre vite dai desideri, quando viviamo per dover essere e non per sentire, quando nascondiamo le nostre verità per non sentirci soli, rifiutati, diversi. Senza desideri la vita si ammala, si richiude su se stessa, resta bozzolo per non trasformarsi mai. Volevo raccontare tutto questo, dimenticando le colpe e le giustificazioni, la clemenza e il giudizio. Mi interessa molto la relazione che l’arte ha con il reale, ancor più che con il simbolico e trovo estremamente interessante in Lacan, la tesi dell’arte come organizzazione del vuoto. Scrivere per me non vuol dire riempire o evitare il vuoto, ma camminarci intorno, bordarlo, circoscriverlo, raccontarlo. Scrivo per illuminare, per accendere fuochi accanto agli abissi, che finalmente si vedono, esistono, ci spaventano, ma non ci possono inghiottire.
 
Nina le afferrò l’indice e scrisse, lentamente, t-e-l-e-v-i-s-io- n-e r-a-d-i-o-1-0-5.
Elena fu incontenibile. Tommaso immobile, accennò un sorriso quando Elena afferrò il suo viso per baciarlo. Sapeva che niente sarebbe cambiato, che non c’era via d’uscita, e che quella lotta avrebbe continuato a dividerli.
 
G.G.: Nina è affetta da autismo, ma innanzitutto, la figlia di Tommaso e Elena, è una bambina con cui il padre e la madre si relazionano in modo diverso. Ho sempre ipotizzato che le persone affette da autismo abbiano una necessità fondamentale: quella di un padre magico, non reale, o simbolico o immaginario, ma un padre magico. Magia è una parola che ritorna spesso nelle atmosfere e in molte situazioni del romanzo, posizionava il box di fronte a lei, metteva Nina a sedere e cominciava quella magia; Elena si stupisce per ogni minimo segnale di vita proveniente dal pianeta Nina, Tommaso, invece, non riesce a gioire di nulla, e anzi, quando arriva il momento in cui Nina sembra aprirsi all’altro, Tommaso scappa. Il tema dell’autismo è davvero molto delicato e difficile. Come mai hai deciso di parlarne?
 
M.C.: Da bambina ho scelto di scrivere per raccontare quello che sentivo e che non sapevo dire con la voce. Ho dovuto faticare molto per fidarmi del mondo e dei sentimenti, per non temere il rifiuto più della morte. In questo romanzo, ho tentato di raccontare che esiste un altro modo di stare al mondo e che si può comunicare anche senza parlare, che le chiusure talvolta servono per custodire, per preservare e che, dentro ogni silenzio può nascondersi una pratica, un respiro, un modo nuovo di venire al mondo. Nina mi ha concesso di fermarmi e di ascoltare. Ci rassicura raggruppare le stelle, allinearle, trovare schemi regolari, ma Nina è il viaggio interstellare che ci confonde, che ci dice che a ogni prospettiva nuova possiamo scoprire una stella nuova, che non si allinea, che si fa più vicina.
 
 
Sara che diventava il fantasma di se stessa con il suo colore plumbeo, le occhiaie che le rimpicciolivano ancora di più il viso. Più dimagriva, più si calmava: aveva delegato al suo corpo la lotta.
 
G.G.: la nascita di Sara, la sorella di Elena, sconvolgerà gli assetti familiari: Sara arrivò che lei aveva quattro anni, destabilizzando il suo universo, ma Elena imparò ad amarla e da grande anche a capirla. Eppure, proprio Sara, sembra soffrire del complesso dell’intruso: il suo continuo ribelle rifiuto la condurrà a rinunciare al cibo. Il cibo non è solo sostanza nutriente ma anche la risposta di amore, rifiutare il cibo è rifiutare l’amore perché se ne ha un bisogno infinito, rifiutare il mondo, l’altro. Il personaggio di Sara evidenzia chiaramente il ruolo del corpo nel suo farsi metafora del malessere: il sintomo come metafora. Sara odia l’Altro da cui si sente esclusa, sente frantumata la sua perfezione immaginaria; l’invidia, il non poter sopportare la vista della felicità di Elena, la porta a sottrarsi allo sguardo dell’altro e dell’Altro, per punirlo. Davanti al primo incontro con il mangiafuoco, le due sorelle si comportano in maniera differente: Sara si coprì gli occhi con le mani, ma Elena no, resistette, si avvicinò. Se il vuoto da riempire affascina Elena, per Sara, invece, è terrorizzante come quel vuoto incolmabile di cui lei nell’immaginario si sente avviluppata. Il vuoto, Aveva vinto un regno di vuoto, è un tema centrale nel romanzo. Vuoto come propulsione desiderante, come mancanza che genera movimento, e vuoto come blocco, come aridità. Lentamente, la sua incapacità di adattarsi al mondo prende un’altra china e infine Sara torna a accettarsi, accettare, a accogliere l’amore dell’altro. Anche Tommaso compie un viaggio simile verso il cambiamento, il passaggio liberatorio che permette a due adulti imbozzolati nel miraggio narcisistico e rassicurante dell’Altro familiare, di crescere e prendersi la responsabilità, e assumersene la gioia, del proprio desiderio, laddove prima, Tommaso, pensava che per colpa dei suoi desideri aveva ucciso tutti. Come riesce la scrittura a raccontare e, magari, ‘guarire’? Può farlo, secondo te, rimanendo nel suo ambito artistico?
 
M.C.: La scrittura, come ogni scelta di libera espressione di sé, può guarire ogni ferita. Troppe vite si consumano nell’adesione a un modello, nel compiacimento dell’altro, nel mercimonio di sentimenti, nell’appartenenza sfiancante alla maggioranza che affascina e mortifica, rafforza e sottrae. Se la scrittura, l’arte, il fuoco arrivano per gridare al mondo che ci siamo svelati, che sappiamo chi siamo, che siamo disposti a rinunciare alle catene che pure ci rassicurano, che non aderiamo a nessun modello in cambio di una carezza, che lasciamo il male e la rabbia che si nascondono nel dover essere e saltiamo fuori, fragili e ammaccati, ma liberi e pieni di paure, allora, credo che più che di guarigione, possiamo parlare di venuta al mondo.
 
G.G.: Leggendo il tuo romanzo, sono rimasto molto affascinato dal rapporto stretto che la scrittura intrattiene con il corpo, con il reale. L’interiorità io la definisco il rovescio interno della pelle, e sua questo interno tu lavori con maestria. «Per me l’arte è una cosa molto seria. Per te non userei la parola artista: sei una mangiafuoco». Ci racconti che rapporto c’è tra l’arte performativa e la tua scrittura?
 
M.C.: All’inizio le vivevo come momenti molto diversi. Quando studiavo body art, mi concentravo sull’esibizione del reale tremendo, osceno, addolorato, sporco della Cosa. Il corpo come incarnazione svelata e purissima del reale, un corpo talvolta stancato dal sangue, ferito, denudato, alterato. Gina Pane, Orlan, Ron Athey, Petr Pavlensky e il corpo che diventa un tutt’uno (psicotico) con la realtà. Poi è arrivato per me un altro ragionamento e ho iniziato a tracciare la distanza necessaria tra me, la mia pelle, la mia interiorità e il mondo. Il fuoco è venuto (lui mi ha cercata) per aiutarmi a raccontare una storia di emancipazione e di separazione sempre possibile, anzi necessaria. Nasciamo per diventare solo quelli che siamo: simbolicamente accadrà che per essere noi dovremo uccidere la madre e il padre. Essere liberi vuol dire domare le fiamme dell’inferno, la colpa, l’angoscia che nasce nella rivolta. Arte performativa e scrittura sono connesse, mi attraversano, mi concedono trasformazioni necessarie e spaventose, mi permettono di sondare il dionisiaco e di non ammantarlo mai. Semmai di svelarlo, di illuminarlo.
 
 
G.G.: Il paesaggio, l’ambiente stesso è spesso caratterizzato dal fuoco estivo, dall’asfalto che inghiotte, dal caldo, dalla delusione cocente, ma anche dalla vivacità della fiamma, dal suo essere latrice di rigenerazione. La forma della Piazza di Torre dell’Orso effettivamente accoglie il primo passo di una trasformazione, l’incontro tra Elena e Tommaso andrà a approfondirsi: Torre dell’Orso s’era aperta, la piazza una voragine e loro due scesero al centro della terra, a diventare la realizzazione definitiva dell’una e  la salvezza dell’altro; ma il paesaggio è pure il rifugio, il luogo dove deporre le armi: l’estate lui si rifugia in Salento da almeno vent’anni. È il suo unico modo per sopportare quella stagione infame.
Pescara d’estate peggiora: il traffico, le spiagge affollate, il lungomare con le bancarelle, i ragazzini ubriachi, le discoteche sul mare. Un caos insopportabile.
Ecco come la sintonia, o la distonia, tra personaggi e ambiente, concede al romanzo anche la possibilità di farsi scenografia. Il mondo fuori è, per te, una dilatazione dell’ambiente psichico o, al contrario, le forme della natura modellano il mondo interno?
 
M.C.: Entrambe le cose, credo. Per Tommaso Pescara è la proiezione del suo mondo interno, fatto di solitudini e di frustrazioni, di dolori mai elaborati e di delusioni annichilenti. E la città è una latrina a cielo aperto, un posto arido. Un cuore di pietra e una città che muore.
Elena, che ha strutturato il suo microcosmo interno, riesce, invece, a trasformare la città, ad abbracciare i luoghi e a contaminarli di sé, a offrire luce, carezza, vita vera e, nello stesso tempo lei riesce ad accogliere la città, a lasciarsi conquistare, scoprendo desideri e piaceri che neppure aveva mai sperimentato.
 
G.G.: Il corpo per lei era uno strumento, soggetto e oggetto insieme, e il fuoco il momento della gratitudine. La sua lunghissima poesia.: che rapporto hai con la poesia e come ha influenzato la tua scrittura in prosa? E con Elena? Possiamo dire che in Elena hai sublimato la tua esistenza reale?
 
M.C.: Elena, forse, è tutte le straordinarie evoluzioni che non ho ancora saputo cominciare. Di sicuro è un sogno bellissimo che ho fatto di me o per me.
La poesia è il nutrimento. Nel viaggio quotidiano, la poesia mi accompagna per ricordarmi la dignità e i significati dei silenzi. La paura resta, ma vivere è meno sfiancate se ci si accosta alla poesia. Per esempio, quando mi chiedo chi sono, cosa so del mondo, cosa voglio scrivere ancora, arriva un tremore che quasi mi paralizza. Ma bastano alcuni versi di Jean-Claude Izzo perché io scelga di proseguire domandandomi cose spaventose. La poesia è abbastanza per vivere.
«Cosa sappiamo dei cammini del sangue sotto la pelle? Del regno del verticale che cerca la chiusa? (…) Che cosa sappiamo di quello che portiamo in noi? Dell’amore, della paura, dell’odio? Del bambino che nasce sulle creste sconosciute dei nostri piaceri carnali e che insegue la nostra morte nelle sue pieghe segrete?».

 
 

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