SI-TAV, NO-TAV: lo spirito di Fantozzi e la leggenda dell’arte del governare

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25 luglio, 2019 - 07:25
Il ragionier Ugo Fantozzi può essere l’incarnazione di uno stereotipo, con buona pace dei ragionieri, di un certo modo di stare al mondo: fatto di bilancini, misure da prendere, spese e spesucce da contabilizzare, piccoli trucchi per risparmiare, molti rospi da ingoiare per tenere assieme tanta roba che spesso assieme non vuole stare.
Un buon ragioniere deve saper misurare e fare i conti: se c’è spazio bene, altrimenti nulla. Si guadagna, si va in pareggio, o si perde. Sicuramente anche qualche altra cosa, ma la sostanza è questa.

Cosa distingue - dunque - un ragioniere, un buon ragioniere, da un politico?
Se per il Presidente del Consiglio (improvvisamente diventato Si-TAV) la TAV s’ha da fare perché «non realizzarla costerebbe di più che completarla», in che modo possiamo dire che - in questo caso - la scelta sia attribuibile giammai a una risoluzione fantozziana, bensì nientepopodimeno che all’”arte di governare”?
Per carità, non di diverso tenore appaiono le repliche dei No-TAV, secondo i quali «questi calcoli sono errati o non dimostrati» e costerebbe, invece, molto di più non realizzarla, la TAV. 
La pratica della ragioneria: bilancini, misure da prendere, calcoletti e calcoloni, partite doppie, guadagno, pareggio, perdo.
Più o meno alla stessa stregua si decide per ciò che riguarda la salute pubblica, la conservazione (conservazione, perché di “sviluppo” mica si può parlare eh!) del patrimonio artistico e culturale, l’istruzione e la formazione. Se costa di meno, va bene, se costa di più, non va bene: questa è la logica, l’unica evidentemente pensabile da chi amministra la cosa pubblica.
Non è necessaria un’aquila per far notare che questa pseudo-logica del “costo”, funziona per comparare due oggetti identici, ma non due servizi, o due progetti di sviluppo: sociale, politico, culturale che siano.
Intanto, ci si vede, ad esempio parlando di anoressia e bulimia, spesso rifiutare un ricovero in strutture sanitarie d’eccellenza perché «le strutture presenti in regione costano meno».  Anche se quelle strutture presenti in regione sono strutture senza storia ed esperienza clinica, con operatori - per lo più precari - formatisi Dio solo sa dove, con tante carte di accreditamento prive di sostanza e un progetto terapeutico-riabilitativo presente solo su carta. Però costano meno, vuoi mettere?
E inoltre, perché mai affidare un progetto formativo pubblico a esperti di formazione veri? Quelli costano troppo, meglio un bel bando al ribasso.
Tutto funziona un po’ come nel caso dei navigator precari che devono stabilizzare i disoccupati senza essere stati capaci di stabilizzare sé stessi.
La questione che fa resuscitare Fantozzi, non è se la TAV si debba fare, o non si debba fare: ma i processi decisionali che portano all’una, o all’altra scelta. Processi decisionali in realtà molto scarsi, direi poveri: come povera è una società che riduce le scelte a cui è chiamata, a diatribe ragionieristiche.
L’asfissia del calcolo, del ribasso, sta non lentamente scappando di mano e contagiando così tanto l’opinione pubblica, che ormai a molti interessa più che i politici costino poco, anziché facciano davvero politica. Una politica ormai incapace di indicare percorsi, di avere e progettare una visione del mondo, di disegni politici e di scelte politiche: e che si chiama a fare ancora “politica” allora?
Meglio allora sarebbe giocarsela al pallone: da una parte i Si-TAV capitanati dallo spirito del geometra Filini e dall’altra i No-TAV capitanati dallo spirito del Ragionier Fantozzi.
Eh, sì caro Paolo Villaggio, ci avevi visto lungo, molto lungo. Speriamo almeno in una nuvoletta arrabbiata e cattiva proprio al centro del campetto da gioco, che interrompa questa tragicomica partita. 

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