Achilleo presente, plantare in flessione. Neurofenomenologia della presenza. Epicedio a Lorenzo Calvi (1930-2017).

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27 aprile, 2020 - 14:34

Lui folgorante in solio

vide il mio genio e tacque;

...

di mille voci al sonito

mista la sua non ha:

vergin di servo encomio

e di codardo oltraggio,

...

Manzoni Il 5 maggio

 

 

Al mese di maggio 2020 di questa infelice e luttuosa primavera non sarà certamente cessato l’incubo del Covid 19, capriccioso, bizzarro, multiforme, ma saranno trascorsi tre anni dalla scomparsa di Lorenzo Calvi, indimenticabile e raffinato maestro di psicopatologia fenomenologica. Ho così pensato di scrivere un breve epicedio, per ricordare la sua figura, rammentarne la reciproca stima, la profonda e difficile amicizia. Mi limiterò a citare qualche lettera tra noi intercorsa agli inizi della nostra burrascosa conoscenza per tratteggiarne i rispettivi caratteri. Il nostro primo incontro è stato un lontano misunderstanding. Un piccolo malinteso perchè io conoscevo lui mentre lui non conosceva me. Lui faceva della psicopatologia “pura”, se non proprio riluttante alla psicoterapia almeno “guardinga”, nei confronti della cura e della presa in carico. Talvolta aveva polemizzato perfino con Arnaldo Ballerini, di tutt’altro avviso rispetto al problema “assistenza”, e dunque più aperto e pronto a correre i rischi necessari sul versante “terapeutico”, ben sapendo come dicono i francesi che per fare le frittate il faut casser les oeufs. Io, invece, mi distinguevo da entrambi e da Bruno Callieri, in quanto adoperavo il linguaggio dell’esser-ci per studiare le culture della salute, i disordini culturalmente ordinati e le vicende psicopatologiche di quegli esseri che per necessità disperate, cambiano orizzonte di vita, in quanto migrano. Per questo cimento particolare avevo ricevuto lodi, non di circostanza, e particolari attenzioni da parte di Eugenio Borgna.

 

Ci fu anche un lieve infortunio editoriale di cui ne pagò le decime l’incolpevole Gilberto Di Petta allora appena incaricato della direzione della rivista “Comprendre”, il gioiello prezioso di Calvi. Se qualche lettore affezionato di POL.it Psychiatry on line Italia, fosse interessato ai dettagli storici. posso ricordare che la prima collaborazione di chi scrive, con la rivista telematica di Francesco Bollorino, avvenne il 24 giugno, 2018, quando fu pubblicato l’articolo “Un ricordo di Lorenzo Calvi (1930-2017). Lo psichiatra che imparava ad entrare dentro i sassi di Flaubert con l’aiuto di Cargnello”, sostanzialmente quello a cui Lorenzo Calvi oppose il suo veto perchè troppo encomiastico, ancorché lo avesse «sorpreso e stupefatto» ... rivelandogli la «scoperta di un amico sconosciuto, tanto lontano fisicamente quanto vicino nella coscienza intenzionale».

Lierna 15 marzo 2010

 

Caro prof. Mellina

Il comune amico Gilberto mi ha usato la grande cortesia di farmi leggere in anteprima il Suo articolo dedicato alla mia produzione scientifica ed alla mia persona. Non sto a dirLe quanto sia rimasto sorpreso e stupefatto nello scoprire che era possibile tratteggiare il mio ritratto con tanta evidenza e tanta ricchezza linguistica.

La Sua fatica dimostra una grande attenzione ed una grandissima pazienza nello scoprire i miei scritti più brevi e più dispersi, ricavandone i passaggi più significativi e componendoli in un mosaico godibilissimo.

Avrei pochissimo da cambiare sul piano biografico solo che io non ho mai lavorato in un ospedale psichiatrico. Tuttavia questo appunto è poca cosa rispetto alla mia insuperabile idiosincrasia (mi perdoni!) nei confronti d’uno stile eccessivamente encomiastico! Gilberto Le potrà confermare che io ho a cuore lo stile di Comprendre dove sono sicuro che stonerebbe un articolo assai più narrativo che argomentativo, assai più laudativo che meditatamente critico. Temo di darLe un grande dispiacere, ma pregherò Gilberto di non pubblicare il Suo articolo, mentre Le assicuro che me lo terrò carissimo come una testimonianza inattesa e preziosa.

Mi dispiacerebbe però che andasse sprecata tanta attenzione al mio lavoro. Un articolo, che affrontasse con spirito critico ed obbiettività scientifica un qualche aspetto preciso del mio contributo, sarà molto gradito.

Non vado oltre se non per esternarLe la commozione, che mi ha suscitato la scoperta di un amico sconosciuto, tanto lontano fisicamente quanto vicino nella coscienza intenzionale.

Suo

Lorenzo Calvi 

 

 

Questa la risposta

 

Roma 18 marzo 2010

Caro Prof. Calvi

Mi ha fatto molto piacere ricevere la sua lettera autografa. Nella sua cortese essenzialità, lo scritto conferma la persona riservata e severa, esattamente così come l’avevo immaginata. Il ritegno, la discrezione e la prudenza, negli studiosi (generosi), celano spesso, una sorta di pudicizia per i propri sentimenti. Le bourru bienfaisant disegnato da Goldoni nel 1771 potrebbe esserne la dimostrazione più evidente.

Mi duole, invece, che il pezzo sia risultato di stile eccessivamente encomiastico, almeno oltre le intenzioni del giusto riconoscimento a chi ha dedicato una vita alla ricerca e allo studio dell’antropofenomenologia. Non è una sorpresa, però.

Dovevo star sull’avviso conoscendo le sue affinità con Georges Lantéri-Laura: anch’egli del 1930, anch’egli notoriamente di carattere riservato e del pari idiosincratico agli elogi. Ma il fatto che mi faccia trascinare dall’entusiasmo per le persone che trovo (e riconosco per) autentiche, non deve essere scambiato per piaggeria, né per adulazione. Alla mia età al massimo si può essere pindarici.

Trovo giustificata la critica di scarsa intonazione  allo “stile di Comprendre” del mio lavoro di ricostruzione storica, così lungo e rievocativo di un’epoca ormai trascolorata, senza circoscrivere un concreto argomento psicopatologico.

Il vero tema fenomenologico che volevo sviluppare - lo spazio della prossimità fisica della cura, della custodia del corpo malato dove si affrontano il curante e il curato - è saltato in coda. Ma a questo punto le 20 pagine narratologiche precedenti avrebbero potuto anche risultare superflue.

Il fatto è che ho iniziato la mia produzione scientifica, su sollecitazione di Mario Gozzano, con attitudini trattatistiche di cui non mi sono mai completamente liberato. Ma la sproporzione narrativa può dipendere anche dall’uso del computer al quale mi lega sempre più la mia artrite alle mani, per cui solo alla fine, stampando, ho una visione d’insieme di quanto ho scritto.

Mi conforta sapere che - pur non dando il consenso per la pubblicazione su “Comprendre” - terrà questa mia fatica come testimonianza inattesa e preziosa di un amico sconosciuto. Mi auguro, nel senso in cui Binswanger intende l’amicizia, e tanto mi basta. Le ricordo infine che, in occasione della scomparsa di Lantéri-Laura, concludeva il suo editoriale con un significativo “Per amore degli happy few, qualunque fatica è giustificata”. (L. Calvi, Comprendre 3 agosto 2004).

Suo Sergio Mellina

 

Era il 2010 e coglievo l’occasione dell’ottantesimo compleanno di Lorenzo Calvi (1930-2017),  grande maestro italiano della psicopatologia fenomenologica, per farne un ritratto a tutto tondo dell’opera, della personalità, delle ricerche e dell’insegnamento. Prendevo spunto dalla rievocazione di un convegno di psichiatria “conciliare” del 1993, organizzato, al Castello Farnese di Caprarola (VT), dal Centro Studi e Ricerche “La Bussola” - Psichiatria Democratica, allo scopo di far incontrare le varie correnti di psichiatria riformata e senza manicomio a 15 anni dalla riforma. Il testo che avevo faticosamente preparato presentava, un interesse storico particolare per il duplice motivo di rievocare il quarantennale della cosiddetta “Legge Basaglia” e di aprire uno spaccato sulle diverse correnti e sulle varie modalità di praticare e dibattere la salute mentale in Italia, dopo l’abolizione dei manicomi, negli anni Novanta del secolo scorso. Infatti, nell’ultimo mezzo secolo, la psichiatria mondiale era cambiata, ma erano cambiati (e profondamente) anche gli operatori della salute mentale e perfino i “soggetti”, “oggetto” di trattamento, presa in carico e prevenzione del disturbo mentale. Il lavoro di revisione e in un certo senso di bilancio sulla psichiatria italiana riformata e sulla figura di Lorenzo Calvi, giunse inatteso, forse anche perchè prodotto da un autore di patologie migratorie, di area etnopsichiatrica e di antropologia medica e dunque come detto, non fu riconosciuto come legittimo. Inutile dire la delusione, perchè un lavoro può essere bello o brutto, accurato o sciatto, ma quando viene rifiutato come “lavoro” (fermo restando il sacrosanto diritto dell’editore) chi ha prodotto quel lavoro, resta interdetto. So che gli capitava di farlo, non infrequentemente, ma coi giovani, per stimolarli. Fra i Colleghi che stimo, credo di ricordare, qualcosa del genere sia incorso a Giuseppe Ceparano, per esempio.

 

Non a caso, in esergo ho richiamato i celebri versi di due personaggi tanto diversi che non si potevano ignorare. Posso paragonare Lorenzo Calvi a Napoleone e io raffigurarmi nelle sembianze di Manzoni? Certamente no. Giuro che non lo farei mai, se non altro, per decenza e pudore. Nondimeno confesso di averci pensato su, spesso. M’è affiorata alle labbra - e non una volta sola - la rima incalzante di quest’ode che il sublime prosatore lombardo - non certamente tra gli ammiratori sfegatati del condottiero corso - scrisse in soli tre giorni. Anche perché, l’imperial regia censura austro-ungarica - seppure più benevola, sibbene meno occhiuta di quella di “Comprendre” - era in agguato, implacabile. Naturalmente non facevo parte del gruppo antiaustriaco dei politici romantici, le “mille voci al sonito”, per restar nella metafora manzoniana, dei vari patrioti, come il pistoiese di monsummano Giusti, il forlivese Maroncelli, il milanese Berchet, il cuneese di Saluzzo Silvio Pellico, il veneziano di Zacinto Ugo Foscolo, insomma tipo gli adepti che si riunivano al Paszkowski di Firenze per la psicopatologia fenomenologica.

 

In seguito, le nebbie furono diradate, ogni diffidenza rimossa, e non poteva essere altrimenti. Come autore, ed avevo all’attivo un discreto numero di lavori, 4-5 libri e voci trattatistiche, non potevo augurarmi di ottenere recensione migliore. Mi aveva soppesato da competente e valutato da persona libera, non ideologicizzata e ciò che maggiormente lo onora immune da partigianerie correntizie. Basterebbe sottolineare quelle sue sincere ed effettivamente riconosciute «grande attenzione e [...] grandissima pazienza nello scoprire i miei scritti più brevi e più dispersi, ricavandone i passaggi più significativi e componendoli in un mosaico godibilissimo», aveva capito benissimo che avevo colto quella piccola anomalia «io non ho mai lavorato in un ospedale psichiatrico», mi lusingava inoltre quel giudizio «articolo assai più narrativo che argomentativo», perchè quella era proprio la mia intenzione. Mi confortava quel «me lo terrò carissimo come una testimonianza inattesa e preziosa», rifiutavo sdegnosamente il ruolo di scolaretto rimandato a settembre nel non tanto malcelato invito a ripetere la “prova Comprendre” con “altro articolo”. Ho invece cercato un altro editore (Francesco Bollorino), proprio perchè non «andasse sprecata tanta attenzione al mio lavoro». La stima e l’affetto reciproci erano infine sanciti da quella garbatissima «Non vado oltre se non per esternarLe la commozione, che mi ha suscitato la scoperta di un amico sconosciuto, tanto lontano fisicamente quanto vicino nella coscienza intenzionale».

Naturalmente l’imprimatur per pubblicare su “Comprendre”, divenne superfluo perchè ormai il direttore era Gilberto Di Petta che mi conosceva da tempo, inoltre, la confiance tra noi due, gradualmente era divenuta totale, come si può leggere nelle due lettere successive, tanto da chiedermi notizie di Francesco Bollorino e dell’amicizia tra Callieri e de Martino.

 

 

26 aprile 2012

 

Caro Mellina

Ho letto con interesse e commozione il tuo ricordo di Bruno Callieri; che sarà pubblicato sul numero speciale di Comprendre dedicato al nostro caro amico.

Vorrei chiederti, per favore, se sai qualcosa di più sul Suo incontro (mancato) con De  Martino, se Lui ha scritto qualcosa in merito, eccetera.

E anche, se è possibile, l’intervista di Bollorino (a proposito, chi è?).

Spero di non darti troppo disturbo e ti ringrazio anticipatamente.

Saluti cordialissimi dal tuo

Lorenzo Calvi

 

 

22 maggio 2012

 

Caro Mellina

La tua lettera del 9 maggio mi regala notizie interessanti. Il capitolo del “Trattato ecc.” è assolutamente prezioso. Ti ringrazio di cuore.

Se non lo conosci già, ti suggerisco di procurarti questi volumetto: Mario Rossi Monti e Francesca Cangiotti: Maestri senza cattedra. Antigone Edizioni, 2012 (00141 Torino, Via Osasco 87b). vi troverai una quantità di notizie di tuo gusto.

Ti devo segnalare però anche un fraintendimento ivi contenuto. Vi è riferita una mia affermazione che la fenomenologia dovrebbe avere una struttura più “apostolare” che “ecclesiale”. A parte l’inverosimiglianza che io abbia potuto coniare un neologismo orribile come “apostolare” (ricordo benissimo di aver detto “apostolica”), è erronea l’interpretazione che se ne fa rovesciando il senso del mio discorso. Per me, e per chiunque credo, gli apostoli non sono soltanto gli eletti, ma coloro che hanno il compito di diffondere il verbo: e non risulta che partissero da una chiesa organizzata, anzi, agirono isolati. Tutto ciò quando si discusse l’opportunità di fondare una scuola d’ispirazione fenomenologica ed io espressi i miei dubbi.

Buona lettura e cordialissimi saluti dal tuo

Lorenzo Calvi

 

Dicevo delle assonanze e delle dissonanze. Lui amava «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi ... » che da Mandello Lario, per Lecco, e la prediletta Lierna, conduce fino a scorgere la cima del Resegone. Di queste frequentazioni e di queste visite lacustri ne parlava incantato, fascinato, stregato Paolo Colavero coautore di un splendido e luminoso testo La luce delle cose. Mimesis, Milano, 2019.

Io, invece, ho amato il mare e tuttora lo amo. Prediligo la pesca, in qualsiasi modo, purché legale. La prosaica “paranza” terracinese dove per anni sono stato ospite di pescatori professionisti fin quando è stato possibile. Mi sono perfino concesso il lusso di vincere un concorso nazionale al manicomio provinciale di Cagliari con destinazione Dolianova, per praticare smodatamente la pesca: da riva col surf-casting, col rezzaglio, la sciabica, dai moli con la canna da punta, il muriddu la pastura il bigattino, la barchetta il bolentino ... sfrondata di tutto era però una tenacissima passione di rapporto col mare, i suoi infiniti rumori, linguaggi, silenzi, occasione breve di ascesi, di essere in relazione con l’universo intero, con te stesso, nei tuoi abissi più profondi.

Lui ha amato in origine l’Inghilterra dove giovanissimo ha fatto una straordinaria esperienza infermieristica di pratiche sul corpo per poi approdare alla Francia di L'Évolution Psychiatrique, cahiers toujour fidèle à sa mission d'ouverture de la psychiatrie à tous les courants de pensée scientifique et philosophique, la recherche... fino a inventare “Comprendre”.

Io, invece, francofono, per aver fatto ininterrottamente 8 anni di francese alle superiori. Per il tedesco, ero a posto avendo noi sempre avuto “tate” carinziane o sudtirolesi. Non ebbi certo l’assillo di Eugenio Borgna per volere del padre, come peraltro lo ebbe anche Aldo, il mio fratello maggiore (1927) costretto a mandare a memoria i celebri versi di Johann Wolfgang von Goethe Kennst du das Land ... allora andava di gran moda. No, mi furono sufficienti i suoni appresi della lingua madre delle “tate”, altrimenti non avrei saputo come fare con Husserl, Jaspers, Binswanger, Heidegger ... Invece il francese scolastico mi era familiare. Cinque anni degli otto alle superiori ero riuscito a farli con la signora Boneo di Cuneo, lingua madre piemontese, dalla quale avevo appreso una sorta di marsigliese bastardo come mi dicevano puntualmente i miei interlocutori ogni volta che andavo in Francia, specialmente in occasione di Convegni e Congressi con “Nino” Lo Cascio nel lungo periodo della rivolta antimanicomiale, m’imbattei casualmente nella cultura anglosassone e ne restai affascinato. Quando ancora ero alla corte di Mario Gozzano, fui chiamato dal capo per ricondurre in Inghilterra la giovane paziente Moira, una maltese, perchè il padre si era stancato di spendere denaro in Italia per curarla. Dopo un volo accidentato ed un atterraggio complicato a Heathrow attesi da ambulanza e quelli di Scotland Yard, perchè il certificato di follia, in Inghilterra, dà sempre un po’ da pensare, giungemmo al Mabledon Hospital a Dartford nel Kent dove ci aspettava un cordialissimo Prof. G. Bram. Uno psichiatra di origine polacca, amico di Gozzano che riparò abbondantemente alle bricconerie della “giovane paziente Moira”, la quale approfittando della mia colpevole ignoranza della lingua di Amleto, mi aveva terrorizzato (vendicandosi così anche del padre) traducendomi perfidamente tutto il contrario di quanto realmente avveniva durante il viaggio.

Era il novembre 1969. Mi trattenni per qualche tempo a lavorare nella terapia occupazionale e. anch’io come Calvi, finito il mio turno, andavo a Londra per visitarla. Fu così che la scoprii infinitamente più bella e più moderna (per i miei gusti) della Ville Lumière. Non solo, ma imparai anche molte altre cose al punto da cambiare totalmente orizzonte, rispetto al punto di partenza. E questo malgrado i londinesi ai quali mi rivolgevo per avere informazioni elementari e banali come “Trafalgar Square, please?” - tutti, dico proprio tutti - fossero così bastardi da rimanere con gli occhi spalancati, stupiti e interrogativi finché spazientito non avessi tirato fuori penna e taccuino per scrivere la domanda affinché loro potessero dirmi velenosamente, riaccendendosi all’improvviso “Oh yes! Trafalgar Square ...” e continuando con quell’english che a me sembrava (ingenuamente) tanto simile al mio, mentre non lo era affatto. E dire che avevo studiato teatro e avevo visto numerose versioni di Amleto, anche quelle del “London Theatre” di Lawrence Oliver. Si, questo mi faceva arrabbiare e mi rimandava all’Alberto Sordi di Un americano a Roma (1954) sbracciante, in canotta, che manda l’ambasciatore americano con l’automobile dentro la marrana dicendogli compulsivamente «Nun annà a destra perché c'è er burone daa Maranella, orrait? orrait!», che non è tutto bene. Poi, addentrandomi negli anni, ho capito che questo “razzismo dialettale benigno” è da raffinati come quando ti trovi a Napoli e senti dire: «Ah! Ma ... Napoli, Napoli ... ooo ...». I miei suoceri, per esempio, smettevano di parlare tra loro in genovese quando entravano le loro figlie. Mia madre valsuganotta era contenta di essere scambiata per bolognese e mi guardava compassionevolmente quando azzardavo appena un timido «Me son sentà là, su ‘a carega».

 

Insomma, alla fine dei miei bilanci coi “cugini” d’oltralpe, tirato quasi per i capelli a fare una gara un po’ acerba, velleitaria e ingenua, come quelle che si fanno da liceali, mi son trovato a pensare (sommessamente) che si, certamente, gli Inglesi non avranno avuto un Napoleone, ma rispetto ai Francesi, non avevano mai perso una guerra, avevano fatto una “rivoluzione” prima di quella “francese” ed erano stati i primi a decapitare un re, Carlo I Stuart (30 gennaio 1649) per mano di Oliver Cromwell esattamente 144 anni prima di Luigi XVI (i Francesi li avevano solo preceduti di 8 giorni nel mese di gennaio: il 21 anziché il 30), erano riusciti a precedere Philippe Pinel nel liberare i matti dalle catene e senza neppure sprecare un alienista, ma semplicemente il benefattore quacchero William Tuke che lo aveva fatto allo York Retreat (1796), al massimo con la collaborazione di un farmacista (Thomas Fowler), inoltre erano già abolite le contenzioni (no restraint). Successivamente ho smesso di fare questo paragone inutile quando mi sono accorto che nelle nefandezze i sudditi di Sua Maestà non erano secondi a nessun altro popolo europeo, solo che riuscivano a mettere sempre davanti qualcuno per mantenere una buona nomea. Quasi mai ebbero la peggio nelle complicate questioni commerciali con le varie “Compagnie delle Indie Orientali”, mentre per quelle “Occidentali” con cui gli USA iniziarono la loro bella rivoluzione (la deflagrazione del "Tea Act" nel 1773), si dovette fare buon viso a cattivo gioco accontentandosi di avervi già spedito quei “puritani” dei “Pilgrim Fathers” col May Flowers (1620). Invece riuscirono a far dimenticare che furono i primi ad inventare i campi di concentramento, come quella volta che durante la seconda guerra anglo-boera, ebbero la meglio sulle due repubbliche boere per merito del cinico comportamento Cecil Rhodes, per giunta misogino. Non scriverò di più, ma è dai tempi della mia amicizia con Lorenzo Calvi, che tengo un quadernetto con la croce di S. Andrea sulla copertina (allo stesso tempo la bandiera genovese e la Union Jack che ai sudditi di Sua Maestà, si dice i zeneisi vendettero nel 1606, per annotare queste mie lunatiche fantasie.  

 

Così affini, eppure così profondamente io e Calvi differenti. Due che, in differenti contesti - lui due anni avanti (era nato il 30 maggio 1930), io due dietro (ero nato il 13 settembre 1932) - avevano mosso i primi passi nelle rispettive Cliniche delle Malattie Nervose e Mentali di Milano e di Roma. Ma mentre qui a Roma, in ordine alla specializzazione, era tutto più semplice e lineare, per la sede della cattedra neuropsichiatrica, e per la netta distinzione accademica tra la neurologia universitaria e quella ospedaliera (Santo Spirito, San Camillo, San Filippo, ecc.). Lassù, al Policlinico meneghino tutto era molto più complicato (Eugenio Borgna docet) per via del fatto che ancora pesava la situazione neuropsichiatrica post prima guerra mondiale, affidata in emergenza alla gloria nazionale valtellinese, Carlo Besta (1876-1940). Egli aveva allestito in tutta fretta l’“Istituto pro feriti cerebrali Vittorio Emanuele III”. Poi, progressivamente, a partire dal 1924, anno fondativo dell’università milanese, fino alla trasformazione solenne in “Istituto nazionale neurologico Carlo Besta” di Milano, era toccato attendere ancora un bel po’ per giungere infine [02] tra le braccia accademiche di Giuseppe Carlo Riquier (1886-1982), l’elegante professore pavese di Voghera.

A questo punto, però, poiché tutte codeste strutture ospedaliere (famose “eccellenze” sanitarie) del Policlinico milanese, comprese nella vasta area storica della “Ca’ Granda”, sono IRCCS, è doverosa una considerazione preliminare: sapere cosa è pubblico e casa è privato. Per me, che sono un convinto assertore della assoluta priorità della istruzione statale su tutte le altre, per ogni ordine e grado di studi, ho sempre tradotto e interrogato gli acronimi complessi nel campo della sanità. IRCCS significa letteralmente Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico. Sono particolari aziende ospedaliere con natura giuridica diversa, pubblica o privata. In Italia Gli IRCCS pubblici sono in tutto 21, mentre gli IRCCS privati sono 30. Allo stato, debbo riconoscere che l’INMI romano intitolato a “Lazzaro Spallanzani” (una IRCCS con personalità giuridica di diritto pubblico), si è guadagnata gli onori delle prime pagine per i successi conseguiti nella lotta contro il Covid 19. Tuttavia non sempre è stato così. Per restare nella capitale, basterebbe rammentare le non tanto lontane difficoltà, ora completamente superate, dell’IDI ovvero l’Istituto Dermopatico dell’Immacolata di Via Monti di Creta (IRCCS privato e accreditato SSN) per convincersi che in politica sanitaria non bisogna mai distrarsi.

Dunque, il Riquier, era stato chiamato a succedere ufficialmente a Carlo Besta nell’insegnamento della Clinica delle malattie nervose e mentali, come titolare della cattedra di Via Celoria. Si può dunque ben comprendere come subito dopo la specializzazione (1957), Lorenzo Calvi fosse fuggito precipitosamente a per andare a Birmingham, a lavorare come infermiere presso un celebre e antico ospedale psichiatrico per “lunatici”, costruito nel 1852, il “Central Hospital” di Hatton, nello Warwickshire, poco distante da Londra, forse per un’attesa delusa. Nessuno può sapere quali fossero le prospettive che gli si aprivano nell’immediato, ma alla corte di Riquier e dintorni, s’incrociavano parecchie presenze e molte ambizioni, tutte legittime, per carità, ma carrieristiche e dunque non conformi, posso supporre, a quelle dell’amico che s’incamminava per quella strada di osservazioni fenomenologiche di psicopatologia che successivamente ci avrebbe insegnato e descritto.

 

Per dare un’idea della difficoltà di orientarsi e di fare scelte consone alle proprie inclinazioni, in quel crocicchio di studi e di esperienze dell’immediato secondo dopoguerra milanese, si suggeriscono, non tanto le letture dei bellissimi libri di Eugenio Borgna, sempre godibilissime, quanto piuttosto le interviste in video di Francesco Bollorino su Pol.It - che in quel clima e proprio in quell’epoca, all’Istituto di Via Celoria si trovò completamente immerso da specializzando in Clinica delle malattie nervose e mentali [03]. Dal canto mio, posso tentare di aggiungere qualcosa, io, che indirettamente ebbi informazioni da Ambrogio Donati (1918-1988), legato da rapporti di parentela oltre che di amicizia e collegialità, perchè mi tornava cugino per parte di moglie. Due erano gli Aiuti di ruolo: Carlo Lorenzo Cazzullo il primo, Cesare Ambrosetto il secondo, poi finito in cattedra a Bologna ma ve n’era un terzo: Virginio Porta un torinese laureato a Milano nel 1928 subentrato provvisoriamente nella direzione alla morte di Besta, nel 1940 e, come aiuto era giunto in eredità fino a Riquier. Una volta, detto per inciso, si poteva restare “Aiuto” senza “andare in Cattedra” fino alla pensione, come capitò a Roma al maestro di neurologia di Bruno Callieri e mio, il prof. Vittorio Challiol, che fu “Aiuto di ruolo” di Ugo Cerletti.

Arricchivano la corte accademica di Riquier, gli Assistenti di ruolo Ambrogio Donati, di cui s’è detto, che finì a dirigere l’O.P. di Mombello, il triestino Gaddo Treves primario neurologo a Ville Turro, ma anche splendido attore cinematografico e musicofilo, Edoardo Sanguinetti, finito primario di Neurologia al San Gerardo di Monza, che si giocò la carriera perchè diceva schiettamente ciò che pensava sulla spedalità privata di Regione Lombardia e sul ricco giro di proventi della medicina convenzionata, in tempi non sospetti [04], e molti altri personaggi vivaci di primissimo piano. Quello che invece si sovrapponeva in neurologia (o non era ben distinguibile) era l’ambito universitario e quello ospedaliero dove l’ “Istituto neurologico nazionale «Carlo Besta»” coi suoi primari importanti: Virginio Porta richiamato sopra e Renato Boeri che ne fu direttore dal 1967 al 1987 esercitava tutta la sua influenza.

 

Qui da noi, nella capitale, dicevo, per riprendere il filo della narrazione storica intorno alla neuropsichiatria, alla clinica delle malattie nervose e mentali, dove si approdava dopo lunghi giri per svariate cattedre italiane, in quanto la selezione scremava tra i migliori in assoluto, per sostituire Guido Cerletti, l’aveva spuntata, infine, Mario Gozzano il 1 novembre 1951,  dopo un tenacissimo testa a testa con Vito Maria Buscaino e vi rimase fino al pensionamento avvenuto nel 1968. Raffaello Vizioli tenne un fugace interregno e consegnò la cattedra a Cornelio Fazio nel 1969. Lo ricordo benissimo perchè ero di guardia proprio il giorno della consegna delle chiavi. Il fatto incontrovertibile che Roma fosse la meta finale - ambita e premiante il numero uno in Italia della cattedra in parola - lo testimonia il fatto che Cornelio Fazio (1910-1997), succeduto a Gozzano 18 anni dopo, fu l’ultimo esempio di questo cerimoniale poiché la cattedra “bicipite” - come l’aquila absburgica - si separò in due insegnamenti: psichiatria e neurologia il 27 aprile 1976.  Anch’esso restò fino alla pensione (1980). La vera innovazione apportata dai “Genovesi di Fazio” fu quella di aprire ai neurologi, che fra i Colleghi godevano fama di “sapere tutto e non fare niente”, praticamente i “compagni della buona morte”, di aprire gli sterminati orizzonti del “vascolare” dell’encefalo. Fra gli altri, Fazio, ebbe con se a Roma, Cesare Fieschi e Corrado Argentino che impiantarono le terapie neurovascolari d’urgenza, il trattamento degli ictus e l’UTN al Policlinico Umberto I, oggi affidato a Danilo Toni [05], dove lavora, come figlio d’arte e responsabilità dirigenziali anche Vittorio Mellina.

 

Tornando a Calvi, mentre io ero passato per la carica obbligatoria di “Assistente Volontario” (di nomina rettorale), sul lavoro gratuito dei quali si reggevano le Cliniche universitarie. Noi di Roma avevamo la misera cifra dei dividendi delle guardie psichiatriche, corrisposte dall’Amministrazione Provinciale per la ricezione dei rastrellamenti notturni del “pattuglione” [06]. Lui, invece, dopo Birmingham, era stato convinto da Cargnello a rientrare in Italia e ad appartarsi, come Assistente di Ruolo nell’Ospedale Generale di Sondrio, dove il maestro di Castelfranco dirigeva il manicomio provinciale. Quivi, Lorenzo Calvi, tra il 1969-70 riusciva a organizzare e dirigere un “repartino” per pazienti neurologici, che curava con attenzioni psicologiche. Intanto affinava le sue qualità di studioso della corporeità e della psicopatologia fenomenologica coltivando i suoi interessi attraverso Eugène Minkowski, Ludwig Binswanger, Viktor Emil von Gebsattel, Ervin Straus, Husserl, Maldiney e tutti gli altri autori fondamentali, per i quali erano transitati gli appassionati dell’epoca, ben trincerati dietro quella sorta di “donna dello schermo” che era monna neurologia. Fuor di metafora Calvi era passato dalla clinica delle malattie nervose e mentali della Ca’ Granda, via Birmingham, al “repartino” neurologico dell’Ospedale civile di Sondrio, sedotto, e in parte protegé comme un ange gardienne, dalla figura di Danilo Cargnello. Si vedeva con lui, standone però lontano, indipendente. Nondimeno lo seguiva ai convegni, congressi, riunioni. Si era recato col maestro a Tours (1959), al passo della Mendola (1960). Fu comunque uno splendido periodo di formazione quello trascorso in Valtellina in compagnia di Cargnello a 307 m s.l.m. con affaccio sulla Valmalenco e sotto il massiccio della Corna Mara. Si separeranno perchè Cargnello scenderà nel 1964 a dirigere il manicomio di Brescia fino al 1975, mentre Calvi scenderà al lago al Lago di Como nel 1971 per allestire e dirigere il reparto di neurologia dell’Ospedale civile di Lecco.

 

Dunque, eravamo approdati, entrambi, alla psicopatologia fenomenologica per vie indirette e assolutamente differenti ma con eguale passione. Anch’io, ero salito di altitudine (come livello sul mare), fuggendo dopo 10 anni di carriera universitaria, dalla pianura della clinica neuro di viale dell’Università per approdare a Sant’Onofrio in Campagna, al manicomio romano di Monte Mario, in forza all’amministrazione provinciale di Roma, il 13 maggio 1969 come Assistente medico interino avventizio. Questo tentativo (ambizioso) di scrivere un epicedio, l’antico componimento greco in onore della morte di un personaggio popolare, sfrondato delle lamentazioni degli uomini e delle prefiche seguiti dal coro con tanto di accompagnamento coreutico-musicale, vuole essere un tributo non frettoloso, nè inelegante ad un amico esigente, riservato, schivo e ritroso a 3 anni dalla morte. Un conato di consolatio elegiaca all’uso dell’età alessandrina e romana. Anche un modo affettuoso di rammentare, con affetto sincero, quei due anni che, nel declinarsi dell’esistenza, hanno separato il mio Dasein dal suo. Chi scrive, rammenta - confrontandosi - che era fuggito dal clima accademico, dove aveva conosciuto tre grandi maestri (nell’accezione di una volta) in successione Cerletti, Gozzano Fazio, ma la dura esperienza manicomiale di recluso sorvegliante di reclusi l’aveva voluta provare per davvero, per porvi fine con determinazione convinta. Anche sulle suggestioni di Erving Goffman, il molto letto autore, al tempo, di Asylum. Il sociologo canadese illustrava il suo “anno di lavoro” (1955-56) nel manicomio di St. Elizabeth a Washington.

Caro amico Lorenzo Calvi, concludo questo mio epicedio, “breve” nelle intenzioni, poi divenuto lunghissimo perchè molte erano le cose che volevo dirti ma anche perchè molti sono i ricordi che affiorano da queste forzose cattività per coronavirus. Si, questo Covid 19, tristo nipote di quello da “spagnola” di giusto un secolo fa che mieté più vittime che la “Grande guerra”, quella dei miei nonni e dei miei genitori. Strano e indesiderato, ospite fastidioso questo virus, che va rivelandosi sempre più briccone e inafferrabile. Più piccolo di un batterio, più grande di un prione, ma spietato come un guastatore invisibile di sequenziamenti, appostato tra i nastri del RNA, i filamenti del DNA pronto a stirarli, a ritorcerli, a manometterne le basi azotate, così, a caso, per farci dispetto. O forse per la nostra insensibilità verso il pianeta terra, Gaia, per come la sfruttiamo, per come indegnamente la abitiamo, per come lo lasciamo sporco, oggi lordato di cotton fioc, mascherine, guanti e plastiche di ogni genere. Mi auguro che tu abbia incontrato il comune amico Bruno Callieri e con lui tu faccia le ore piccole in conversazioni interessanti. Penso che tu ormai sia sulle tracce di quello che mi chiedevi su Ernesto de Martino. Se i luoghi di soggiorno non sono quelli pensati dal padre Dante, coloro che hai frequentato, ascoltato, studiato, letto in terra, ti saranno d’attorno. Voglio augurarmi che siano raggiungibili, in tutta tranquillità, in una atmosfera pulita, rarefatta, esente da virus. L’empireo forse? Il tempo non manca, gli anni non contano più, amico caro.

 

Note.

01. Si fa qui riferimento a una polemica antica (e ormai superata), nota solo ai più appassionati e anziani cultori della psicopatologia fenomenologica italiana. Quella intercorsa tra Ballerini e Calvi. Il primo aveva inviato una lettera ufficiale alla direzione di “Comprendre” [Lettera alla redazione di Arnaldo Ballerini a Comprendre n. 14/2004, p. 32-35], prendendo spunto dalla morte di Lanteri-Laura (1930-2004) per rilanciare una vecchia questione - riproposta da Luciano Del Pistoia - circa un presunto dogmatismo anacoretico (“fumisterie”), imputabile alla psicopatologia fenomenologica (o almeno ad alcuni dei suoi cultori più ortodossi), di talché essa si rivelava esitante nel distendersi verso le pratiche cliniche e terapeutiche. Nelle note conclusive - parlando dell’indispensabilità del materiale clinico e della semeiologia psichiatrica, non meno importanti del riferimento filosofico, per poter conferire a questa hyle della follia umana un effetto di senso - Ballerini osservava «… il rischio che la fenomenologia psicopatologica ha corso, è di chiudersi in una sorta di turris eburnea e di essere vista da psichiatrie che si richiamano esclusivamente all’“oggettivo” e “oggettivabile” quale una fumisteria pseudo-filosofica». Il rischio, a suo dire, era ancora presente, per cui valeva la pena di meditare sul compito della psicopatologia fenomenologica che «… deve tenere assieme le due superfici della riflessione filosofica e della percezione clinica, come due facce di una stessa moneta». Lorenzo Calvi ci mette quattro anni a rispondere e se ne scusa con l’amico Arnaldo «… sono da tempo in debito con te d’una risposta alla tua lettera indirizzata alla Redazione di Comprendre … », ma lo fa in maniera scarna e limpidissima: praticamente un manifesto ancora attuale di psicopatologia antropologica e fenomenologica. Scrive, il direttore di Comprendre, che partirà da due passaggi della  lettera, ripresi tali e quali: «Il rischio che la fenomenologia psicopatologica ha corso è di chiudersi in una sorta di turris eburnea e di essere vista da psichiatrie, che si richiamano esclusivamente all’“oggettivo” e “oggettivabile”, quale una fumisteria pseudo-filosofica» [Risposta ad una lettera di Arnaldo Ballerini alla redazione di Comprendre, di Lorenzo Calvi Comprendre 16, 17, 18, pp. 63-66 (28/9/2008)], ma per brevità si rimanda il lettore alla indicazione bibliografica o al sopramenzionato articolo dello scrivente su POL.it Psychiatry on line Italia.

02. Per una storia dettagliata della clinica delle malattie nervose e mentali dell’università di Milano può essere utile leggere il bellissimo articolo di Elisa Montanari La Clinica delle malattie nervose e mentali di Milano tra neurologia e psichiatria. Aspi Archivio storico della psicologia italiana. Le scienze della mente on-line. Percorsi 30/10/2015. Qui di seguito se ne dà solo una breve traccia per sommi capi. Le radici di quella che sarebbe diventata la clinica universitaria delle malattie nervose e mentali, affondano nel reparto nevrologico di un ospedale militare cittadino. Carlo Besta presso l’ospedale militare della Guastalla, contiguo all’area della Ca’ Granda, apri un centro neurochirurgico dedicato al trattamento operatorio e rieducativo dei feriti cerebrali della “Grande guerra”. A guerra finita, il centro fu spostato in Viale Zara, presso Villa Marelli e nel 1924 (anno i fondazione dell’università degli studi di Milano), con la denominazione “Istituto nevrobiologico pro feriti cerebrali” divenne sede della Clinica delle malattie nervose e mentali. A Besta, che già dirigeva l’istituto, fu affidata anche la cattedra universitaria, che sarà poi ratificata, inverata e confermata, in anni successivi mediante una complessa operazione burocratica della direzione amministrativa universitaria. Nel 1932 venne inaugurata la nuova sede di Via Celoria, del trasferito “Istituto nevrologico Vittorio Emanuele III”. In quegli anni, lavoravano insieme al Besta nomi prestigiosi come, Cesare Clivio, Virginio Porta, Rinaldo Grisoni, Davide Alessi, Arrigo Frigeri, Giuseppe Vercelli, Silvio Brambilla, Carlo Rizzi. Il Besta, in qualità di docente universitario, insegnava i principati capitoli della neurologia clinica: malattie dell’encefalo, del midollo spinale, del cervelletto, del bulbo, del mesencefalo, le forme a focolaio, quelle luetiche, quelle del sistema nervoso periferico, l’epilessia e l’arteriosclerosi cerebrale. Si  trattava soprattutto di patologie organiche e traumatiche del sistema nervoso. Non che il Direttore escludesse la psichiatria, dalle sue lezioni. Infatti, trattava di demenza precoce, schizofrenia, ciclotimia, ecc. ma essendo il suo Istituto privo di accesso ai malati psichiatrici, non aveva casi clinici da esibire a lezione. Escogitò dunque  un ingegnoso stratagemma. Stipulò una convenzione con l’ospedale psichiatrico di Mombello (1931) grazie alla quale, a turno, un primario del “Nevrologico” andava a studiare i casi psichiatrici. In tale funzione si alternavano periodicamente Davide Alessi, Arrigo Frigeri, Rinaldo Grisoni e Silvio Brambilla. L’accordo prevedeva le gestione diretta di 40 malati (20 maschi e 20 donne). In seguito, essendosi rivelata farraginosa questa procedura, si passò direttamente al trasferimento periodico di malati psichiatrici (scelti appositamente dai nevrologi di Carlo Besta e dal medesimo all’uopo delegati alle funzioni psichiatriche), dal manicomio di Mombello alla Clinica delle malattie nervose e mentali del Nevrologico “Vittorio Emanuele III” di Ca’ Granda. La convenzione terminò nel 1943 a seguito di un pesante bombardamento che rese inagibili le strutture di Via Celoria. Il fatto è importante perchè in pari tempo la Clinica delle malattie nervose e mentali fu trasferita presso il Padiglione “Ponti” dell’Ospedale Maggiore, dove era pronto ad accoglierla l’astro nascente Giuseppe Carlo Riquier, futuro maestro degli specialisti neuropsichiatrici milanesi dunque erede accademico di Carlo Besta. Il “Ponti”, restò infine, la sede accademica della neurologia. Ma non era la sola. Il Padiglione “Biffi” dell’Ospedale Maggiore di Milano, praticamente un “concorrente” era un altro centro di eccellenza. Inaugurato nel 1913 per il trattamento dei disturbi neuropsichiatrici ed affidato ad Eugenio Medea, vi fu aperto (1924) un reparto per la semeiotica delle malattie neurologiche (titolare sempre il Medea) e poi (1935) un reparto per “dementi post-encefalitici” a seguito di complicazioni della pandemia virale dovuta alla “spagnola”.  Successivamente passò alla “Provincia” che lo governò fino al 1939. Purtroppo anche il “Biffi” fu ridotto in macerie.

03. Giust’appunto una vicenda pressoché simile a quella di Calvi, capitò a Eugenio Borgna. Egli ricorda il suo passaggio di formazione dalla Clinica di via Celoria e in un certo senso la sua fuga quasi immediata in psichiatria, favorita da Carlo Lorenzo Cazzullo e senza dover andare in Inghilterra: «... il “direttore della clinica”, che essendo stato negli USA era molto interessato alle malattie psicosomatiche [...] Lo favorì mandandolo all’Ospedale Psichiatrico di Àffori, esentandolo quindi dalle incombenze neurologiche, e consentendogli le sue riflessioni fenomenologiche ... » cfr. Pol.It.psychiatry on line del 27 luglio, 2018 Vite provvisorie, spezzate, estranee. Le solitudini del migrante, di Sergio Mellina.

04. Famosa una sua intervista tristemente profetica, resa a Guido Vergani sulla sanità lombarda. Gli emigranti della salute, comparsa su Repubblica, venerdì 8 giugno 1984 «L' avvenire? Beh, è semplice. Le case di cura si prenderanno tutti gli italiani che non hanno dollari per farsi operare, assistere in America, in Svizzera. Gli ospedali pubblici si trasformeranno in ricoveri, in ghetti degradati, in riserve per il clientelismo nazionale, per la lottizzazione. Sono purtroppo già su questa strada».

05. Presso il Policlinico Umberto I Roma sotto la denominazione di UTN (Unità di Trattamento Neurovascolare), diretta attualmente dal prof. Danilo Toni, è rimasta questa perla preziosa, come eccellenza della ricerca nel campo della prevenzione, della trombolisi sistemica e della neuroprotezione, nella diagnosi precoce dei vari tipi di ictus ischemico ed emorragico cerebrale, nella ricerca di trattamenti farmacologici atti a limitare il danno tissutale in pazienti già colpiti da ictus.

06. A Roma, tra la clinica psichiatrica universitaria e l’Amministrazione Provinciale, era stato convenuto, fin dai tempi del “Regime fascista”, che ogni pazzo o bizzarro o stravagante, fosse stato colto in atteggiamento sospetto, equivoco, ingiustificabile, non conforme alla decenza o comunque degno di attenzionabilità questurina, avrebbe dovuto essere condotto alla “Neuro”. La “Buoncostume” poteva essere esentata. Fu così reclutato il primo soggetto sperimentato da Cerletti, Bini, Felici, Accornero, per l’elettroshock nel 1938.

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