Attorno al volontariato di categoria degli psicologi nell’epidemia da coronavirus

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20 maggio, 2020 - 20:34
Le brevi note che seguono muovono da una constatazione, lucida e franca, di un importante organo di rappresentanza istituzionale degli psicologi italiani: nella tragica situazione pandemica che noi tutti abbiamo vissuto e in parte stiamo ancora vivendo, nessun’altra categoria professionale ha dato così tanto volontarismo, ed ha ricevuto in cambio così poso.
Sono stati infatti innumerevoli, su scala nazionale, regionale e comunale le attività di supporto psicologico erogato telefonicamente o telematicamente. Quasi ogni Comune italiano sembra essersi organizzato, più o meno autonomamente e spesso senza consultare gli Ordini Professionali, in attività simili attraverso associazioni, onlus o addirittura il reclutamento di singoli professionisti. Tutte le attività sono state erogate senza alcun compenso ai professionisti coinvolti. Su scala nazionale, dal 27 aprile, è stato organizzato sotto il coordinamento del Ministero della Salute e con la partecipazione di numerose associazioni e società scientifiche di area psicologica, un numero verde di supporto psicologico erogato gratuitamente e senza alcun compenso ai professionisti che hanno reso possibile il servizio. A fronte di una situazione così diffusa di attiva partecipazione volontaria e gratuita e di messa a disposizione della professionalità di un’intera categoria professionale, il Decreto Rilancio (pubblicato in gazzetta ufficiale il 19.05.2020), che prevede lo stanziamento di risorse per 3,25 miliardi per il Servizio Sanitario Nazionale, non contempla alcun investimento sull’area psicologica.

Purtroppo quanto accaduto con la tragica emergenza nazionale da coronavirus non rappresenta affatto, per la nostra categoria, una eccezione. Da ormai molti anni l’erogazione di prestazioni professionali gratuite, più o meno organizzate e più o meno sponsorizzate dagli organi di rappresentanza, costituisce una realtà che in alcun modo può essere racchiusa nell’ambito di un evento eccezionale e tragico[1]. Essa sembra piuttosto rappresentare sempre più la norma, come anche la conseguente, quanto meno nel senso temporale, apparente noncuranza dell’area psicologica nella gestione dei fondi del Sistema Sanitario Nazionale. Generalmente, mi sembra, la risposta collettiva della nostra categoria a tale situazione è costituita dalla assunzione, certamente con finalità difensive, della posizione schizo-paranoide (Klein, 1935, 46) e dalla lamentosità (Tatossian, 1989): le cure psicologiche appartengono ai livelli essenziali di assistenza che il Servizio Sanitario Nazionale dovrebbe erogare, voi siete cattivi e non attuate quanto dovreste, noi invece siamo buoni ed eroghiamo gratuitamente la nostra professionalità.
Una tale affermazione, caratterizzata dalla scissione in ciò che è infinitamente cattivo e persecutorio e in ciò che è infinitamente buono, pone a mio parere numerosi livelli di complessità. Considerarsi oggetti infinitamente buoni, salvifici e immolanti, che mettono a disposizione, come intera categoria, gratuitamente la propria professionalità acquisita in lunghi anni di formazione, se da un lato può forse lusingare, dall’altro non può non lasciare immaginare la semovente irritazione che una tale considerazione di sé debba suscitare nei nostri vicini di specialità o di ambulatorio. Inoltre, per onestà intellettuale, la stessa che chiediamo ai pazienti che si affidano alle nostre cure, siamo costretti ad ammettere l’enorme e pericolosa portata idealizzante insita in una tale considerazione di sé.
Un altro livello di complessità insito a mio parere nel diffuso volontariato psicologico dell’intera categoria, riguarda una questione assai delicata, che investe una delle sfumature della stessa identità delle professioni d’aiuto. Proverò ad accennarvi prendendo a prestito un’immagine.
Nella magnifica cappella del Pio Monte della Misericordia di Napoli, istituzione benefica nata quattro secoli fa con lo scopo di svolgere opere di carità ed assistenza, Caravaggio nel suo capolavoro “Le Sette Opere della Misericordia”, compendia in un’unica tela le attività a cui l’istituto si dedicava e si dedica. La tela raffigura un buio crocevia napoletano abitato da un turbine di personaggi. In basso a destra è possibile incontrare la giovane Pero che offre il suo seno al vecchio padre Cimone, incarcerato e condannato a morte per fame, mossa dal potente desiderio di tenerlo in vita, proprio attraverso il suo stesso latte. La scena è tratta dalla caritas romana, storia esemplare narrata da Valerio Massimo nel I secolo a. C., e rappresenta nel Caravaggio l’opera di misericordia del dar da mangiare agli affamati e visitare i carcerati, mentre nell’originale di Valerio Massimo rappresenta la pietas romana, l’atteggiamento di “amore doveroso” dovuto agli dèi, alla patria e ai genitori. Il soldato romano che infine scopre Pero allattare il padre Cimone, appare così commosso per il gesto d’amore e devozione filiale che accetta di liberare il vecchio uomo, ricompensando quindi la donna del suo gesto misericordioso.
Possiamo permetterci, noi professionisti del pensiero, in tutte le sue sfaccettature, anche quelle più inquietanti, di fermarci alla commossa constatazione che fu del soldato romano, il quale considerò quel gesto esclusivamente quale rappresentazione dell’affetto e della lodevole devozione, e si guardò bene dallo scorgervi gli altri significati più enigmatici? È forse possibile che esistano altri livelli più enigmatici nella distinzione tra buoni/misericordiosi e cattivi/maltrattanti? È forse possibile che esistano altri livelli nell’attesa, silenziosa e crucciata, di una intera categoria professionale di ricevere una ricompensa per la misericordia mostrata?        
 
Bibliografia
Klein M. (1935). Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco-depressivi. In Scritti 1921 – 1958. Torino: Boringhieri, 1978.
 
Klein M. (1946). Note su alcuni meccanismi schizoidi. In Scritti 1921 – 1958. Torino: Boringhieri, 1978.   
Tatossian A. (1989). La plainte. Psychologie medicale. 21: 283 – 285. (trad. it.: Il lamento. Psichiatria Generale e dell’Età Evolutiva, 2001, vol. 38, fasc. I).
Valerio Massimo. Factorum et dictorum memorabilium libri IX. Trad. it. Rusca L. Fatti e detti memorabili. Milano: Rizzoli, 1972.



[1] Inoltre nello stesso evento grandemente eccezionale ed emergenziale dell’epidemia da coronavirus, nessuna categoria professionale ha attuato in modo così massivo attività erogate senza alcun compenso professionale.
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