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di Sabino Nanni

Un’auto-distruzione senza fine: la “botte dell’odio” di Baudelaire

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4 dicembre, 2020 - 11:31
di Sabino Nanni
        Alla base di molte, tenaci condotte autodistruttive c’è un odio inestinguibile. Un caso particolare è quello di persone apparentemente insospettabili, come certe donne rimaste nubili, refrattarie ai rapporti sentimentali della vita adulta e tenacemente legate al padre. Per lo più inoffensive verso le altre persone, talora rivolgono un vero e proprio odio verso sé stesse. A volte compaiono disordini alimentari: un’avidità insaziabile, fino a produrre forme estreme di obesità; oppure quella “avidità” in forma negativa (“fame” insaziabile di magrezza) costituita dall’anoressia mentale. Altre volte queste persone si danno all’alcol o sviluppano una dipendenza per altre sostanze psicoattive, come gli psicofarmaci usati in modo improprio.
        Dimentichiamo per un attimo questi problemi clinici, e cerchiamo d’immergerci nelle emozioni che ci suscita la poesia di Baudelaire “Le tonneau de la Haine” (la botte dell’odio). Qui il Poeta riprende il mito di quelle nubili legate al padre che furono le Danaidi; mito illustrato da Eschilo nella tragedia “Le supplici”. Se c’immergiamo in questa lettura, gli aspetti più profondi della vita interiore delle “vergini autodistruttive” di cui parlavo più sopra ci appariranno più chiari. Le Danaidi, vergini “misandre”, ossia inclini all’odio verso gli uomini (ma profondamente legate, in una forma perversa di fedeltà, al padre Danao), si resero colpevoli di uxoricidio, assassinando la prima notte di nozze i loro sposi, pur di non concedersi a uomini per loro estranei. Negli inferi furono condannate per l’eternità a cercare di riempire con acqua un vaso bucato. Vediamo come Baudelaire interpreta quest’immagine:
 
La Haine est le tonneau des pâles Danaïdes ;
La Vengeance éperdue aux bras rouges et forts
A beau précipiter dans ses ténèbres vides
De grands seaux pleins du sang et des larmes des morts,
 
Le Démon fait des trous secrets à ces abîmes,
Par où fuiraient mille ans de sueurs et d’efforts,
Quand même elle saurait ranimer ses victimes,
Et pour les pressurer ressusciter leurs corps.   
 
La Haine est un ivrogne au fond d’une taverne,
Qui sent toujours la soif naître de la liqueur
Et se multiplier comme l’hydre de Lerne.
 
Mais les buveurs heureux connaissent leur vainqueur,
Et la Haine est vouée à ce sort lamentable
De ne pouvoir jamais s’endormir sous la table.

 
(L’odio è la botte delle pallide Danaidi; / la Vendetta sconvolta, dalle braccia rosse e forti / invano getta in fondo alle sue vuote tenebre / grandi secchi pieni di sangue e lacrime dei morti, // il Demonio fa buchi segreti a questi abissi / dai quali sfuggirebbero mille anni di sudori e sforzi, / quand’anche essa sapesse rianimare le sue vittime / e, per torchiarle ancora, resuscitare i loro corpi. // L’Odio è un ubriaco in fondo a una taverna, / che sente sempre la sete rinascere dal bere / e moltiplicarsi come l’idra di Lerna. // Ma i bevitori felici sanno chi è il loro vincitore, / e l’Odio è condannato a questa sorte lamentevole: / di non potersi mai addormentare sotto la tavola.)
 
        In questi versi, il Poeta intende la punizione delle Danaidi come metafora di un odio inestinguibile, che non può mai trovare piena soddisfazione. Esse sono vincolate al padre, in modo esclusivo, da un tenace legame incestuoso. Come in tutti i legami di questo tipo, il loro desiderio più profondo è tornare ad abitare il ventre materno. Con questo identificano il proprio ventre, e l’incesto servirebbe a riempire la sua cavità con un contenuto, di origine paterna, identificato con loro stesse. Ma tutto questo incontra, nella realtà, ostacoli invalicabili: esse sono figlie, e non spose; la madre è una persona distinta da loro, ed il loro ventre creerà, e non con il padre, un essere diverso da loro stesse.
        Ciò scatena l’avidità e l’odio inestinguibili, di natura profonda, arcaica, che caratterizzano la “rabbia narcisistica” (Kohut); odio che spostano dal padre all’uomo estraneo. Si tratta di una passione insaziabile: il suo obbiettivo finale è il ripristino di un universo narcisistico privo di “macchie”, (ossia di limitazioni) ed assolutamente controllabile; e ciò, ovviamente, è impossibile a realizzarsi. Questa passione è posta in relazione con la sete insaziabile dell’alcolista il quale, tuttavia, conosce il limite giunto al quale dovrà fermarsi: è il coma etilico, il limite fisiologico alla tolleranza dell’alcol. Arrivato oltre il confine dell’auto-annientamento totale, l’odio inestinguibile non potrà più trovare in questo un alleato, e continuerà a persistere, immutato, per l’eternità: le Danaidi non potranno mai trovare la pace dell’ubriacone che, preda del coma, “dorme sotto la tavola”.


 
        Ritornando al problema clinico di cui parlavo all’inizio, ora appare più chiaro come gli interventi psicofarmacologici (“tossicodipendenze” sotto controllo medico) o “educativi”, pur essendo spesso necessari, non sono sufficienti per poter curare radicalmente certe condotte auto-distruttive. Il lavoro terapeutico, lungo, impegnativo e non sempre possibile, consiste, in ultima analisi, nell’aiutare la paziente a superare il lutto nei confronti del legame incestuoso edipico e, più ancora in profondità, quello nei confronti di un universo narcisistico in cui non esistono limiti o rinunce. Lavoro che non può essere disgiunto dalla riscoperta delle esperienze sentimentali e sociali adulte che rendono la vita vivibile. Una grossa difficoltà (superare la quale è di cruciale importanza) è rappresentata dal momento in cui la paziente, nel rapporto di traslazione, sposta il suo odio da sé stessa al terapeuta, vissuto come padre (anche se si tratta di una donna). A questo punto, l’ostilità, come nelle Danaidi, può venir spostata verso tutti gli appartenenti al sesso maschile, con l’eccezione del terapeuta-padre. Se questi, in rapporto alle sue risposte controtransferali, favorisce tale spostamento, pur di essere risparmiato dall’odio della paziente, il progresso di costei si arresta qui, soprattutto se la sua “misandria” viene rafforzata, come razionalizzazione, dalle posizioni di certo femminismo. Il passo successivo, quello che porta alla completa guarigione, è la scoperta che, al di sotto dell’odio, c’è l’amore; un amore frustrato, impossibile, ma pur sempre un sentimento che, opportunamente modificato nella sua natura e nel suo oggetto, offrirà alla paziente il mezzo per accedere ad una vita sana e sufficientemente vivibile.

       

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