Considerazioni in margine al Webinar "NELLA MENTE DI PUTIN"

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28 marzo, 2022 - 08:09

Ho molto apprezzato il dialogo che Francesco Bollorino, intervistando il Collega Riccardo Dalle Luche, ha mandato su Psychiatry on line Italia per gli appassionati della sua rivista e non solo. Non me lo sarei perso per nessuna ragione al mondo e suggerisco di dargli un’occhiata. Quando la Russia (post-staliniana) andava di moda, ci andarono in molti, io purtroppo no. Era un’esperienza imperdibile. L’America da visitare era tramontata per molte ragioni. Troppo inflazionata, troppo reclamizzata, troppo violenta. Troppo padrona dell’Italia - paese vinto - fin dal 1947-1949 (Piano Marshall, cessato nel 1952, NATO, tuttora pericolosamente e inutilmente attiva, dopo il crollo del muro di Berlino). In Russia, invece, bisognava andarci, conoscerla dal vivo. Ricordo il mio compagno di studi (Antonino) Nino Lo Cascio che c’era stato più volte, con Bianca (sua compagna di allora), una russo-francese molto estroversa, che lavorava alla TASS. Quando mi raccontava dei suoi viaggi, mi pareva di esserci stato, di aver visto la prospettiva Nevskij, magnificata da Gogol. Il Palazzo d’Inverno di Bartolomeo Rastrelli, architetto italiano. L'Ermitage di San Pietroburgo, sul Lungoneva. La piazza Rossa di Mosca e di scorcio le mura del Cremlino. Grande comunque restava l’invidia perchè Silvia e io che avevamo letto e riletto molta parte della letteratura russa dell’800 e 900, studiato recitazione col Maestro Pietro Sharoff del Teatro d’Arte di Mosca, imparato il metodo Stanislavskij e Dancenko, provato con Tatiana Pavlova, non riuscimmo ad andarci.   

 

Grande (e gradita) è stata la sorpresa quando ho saputo da lui medesimo, fin dalla presentazione, che in Russia e in Ucraina c’era stato in lungo e in largo, per lavoro con Colleghi psichiatri, per amicizia, per curiosità e interesse. Anche (e soprattutto) verso il carattere delle persone, non proprio come noi, almeno i russi, diversamente dagli ucraini, quantunque fratelli di origine. Quello che mi ha chiarito le idee, di Riccardo Dalle Luche, è stata la sua impostazione del ragionamento. Di lui mi garba, quel suo mettere le cose e i fatti, in ordine, con un prima, un dopo, un adesso. Un gioco da ragazzi per un Collega abituato a raccogliere l’anamnesi remota, recente, patologia in atto, ascendenti e collaterali. Che sia un metodo clinico, psicoanalitico, antropoanalitico o qualsiasi altro che non escluda mai l’attento ascolto dell’altro. Tra l’altro per questi motivi io sono sempre andato a curiosare nei congressi di storici, rivendicando il mio diritto di parteciparvi, fin da quando lavoravo in manicomio e presentavo cartelle cliniche come storie di marginali senza voce. Ma il Collega Dalle Luche è ferratissimo anche in “Storiografia”, oltre che cinema, ed ecco che devo brevemente ricordare com’è che lo conosco da tempo, per fama.  

 

Il tramite è sempre stato “Nino” Lo Cascio. Fu proprio lui a segnalarmi un giovane collega viareggino, Riccardo dalle Luche, che quasi trent’anni fa si era guadagnato l’attenzione della critica sulle nostre cose e anche quelle delle battaglie civili per la salute. Aveva dato alle stampe “Due apologhi sulla fine della psiche” [01], un “best seller” di un centinaio di pagine. Una denuncia e una condanna, implacabili, contro i baroni universitari dalle prescrizioni facili delle pillole della serendipità, in favore delle case farmaceutiche. Big Pharma, sempre attive, compiacenti e conniventi, allora come oggi coi vaccini. Dunque, conoscevo l’ospite di Bollorino da tempo e anche per aver seguito per un po’ la scuola di Carlo Maggini, un maestro della psichiatria fenomenologica uscito dalla fucina pisana di psichiatri eccelsi come Aldo Giannini, Giuseppe Maffei, Paolo Castrogiovanni,  tutti orfani del Direttore Giuseppe Pintus (1902-1960), un sardo di Iglesias, morto precocemente. Per non parlare di  Silvano Arieti (1914-1981), il pisano divenuto “americano” a causa delle leggi razziali che raggiunse la celebrità internazionale con “Interpretazione della schizofrenia” (1955). Ma, l’eclettismo di Riccardo Dalle Luche e il suo coltivare i nostri saperi per epoche storiche si rivelava appieno nell’opera “Genealogia della schizofrenia” [02] scritta con Maggini. Quello che, invece, non sapevo era la sua confidenza con la Russia e l’Ucraina, come ho già detto, dunque mi limiterò a qualche nota a margine per sottolineare le cose che mi hanno maggiormente colpito. Tanto più se, come a me pare, avverto in giro una pubblicistica sempre più ostile e settaria contraria alla Russia, con licenziamento sui due piedi o messa in ferie improvvisa di corrispondenti da Mosca della nostra TV di Stato, accusati di filoputinismo. Ringrazio doppiamente Bollorino e Dalle Luche, per essere riusciti a condurre un dialogo lucido e senza pregiudizi su un argomento crudo e sanguinoso che pare essere messo solo in capo a Putin, autocrate “pazzo” e “criminale”, passibile perfino di denuncia al tribunale dell'Aia, per “crimini contro l'umanità” (genocidio, iuris gentium, aggressione). Putin è aggressivo, esecrabile e da condannare per la sua guerra, ma non è che gli altri siano mammolette. Proprio ieri, primo giorno di primavera, Cina e America hanno dialogato in video-conferenza. Xi Jinping, che ama il linguaggio metaforico, parlando con Joe Biden al video-summit sulla guerra in Ucraina, ha detto «Chi mette il campanellino alla tigre lo deve togliere». Il segretario generale del partito comunista cinese - lettore assiduo e accanito - possiede una cultura letteraria sterminata nella quale rientrano perfino Dante e Petrarca, pur essendo laureato in ingegneria chimica. Nella circostanza, si tratta di capire chi sia la tigre e chi debba togliere il campanello. Nessuno dei tre intende fare le fusa, né smettere di agitare il sonaglio. 

 

Dicevo che innanzitutto il tono del dialogo tra Bollorino e Dalle Luche, con voce tranquilla e riflessiva mi è piaciuto, in questo periodo insopportabile, di minacce, esaltazioni, insulti e allineamenti di opportuna convenienza, taluni edulcorati e melliflui fino alla nausea. In linea di massima suggerirei di visionare tutto il pezzo, questo è il link per la differita, ma per chi fosse impossibilitato, mi limito a citare, qualche passaggio che a me è parso tra i più efficaci. Inutile dire che Bollorino fornisce ampie giustificazioni ai lettori per situare la posizione della Rivista rispetto al problema e condannare senza ambiguità l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin e per primo pone all’interlocutore il problema psicoanalitico del perchè si fanno le guerre. Questa la risposta che io ho potuto trascrivere (a tratti riassumendola) e della quale chiedo anticipatamente scusa per eventuali imprecisioni. 

 

«Sono particolarmente toccato, anzi, doppiamente toccato da questa guerra, come tanti di noi, proprio per il fatto che ho molti amici in Ucraina e Colleghi che ho conosciuto nei numerosi viaggi che vi ho fatto. Tu mi chiedi perchè la guerra? Sono andato a rileggermi la risposta che ha dato Freud ad Einstein, in un celebre carteggio [03]. Freud è persona dotata di saggezza - con tutti i limiti che conosciamo - che ha sempre la capacità di intuire le cose, di ragionare con un linguaggio che è soltanto in apparenza scientifico. Disse diverse cose, nel tentativo di capire perchè ci sono le guerre, tra l’altro avendo scritto un saggio nel 1923, quindi senza sapere cosa sarebbe successo nella seconda guerra mondiale e dopo. Ebbe una visione assolutamente pessimistica perchè alla fine disse che “la guerra va accettata come una calamità della vita” la quale potrebbe scomparire solo se esistesse la “dittatura della ragione”, testuali parole sue. Chiaramente è un ossimoro, una contraddizione. La ragione è dialogica fin dai tempi della cultura greca, è conoscenza che si fa, anche confrontandosi con le ragioni dell’altro, alla ricerca, forse, di una ragione terza. Però da un punto di vista nostro, psicoanalitico, questo ossimoro ci dice molto bene che nella guerra ci sono due componenti. Una che è razionale: tragedica, tattica, realizzativa, e una fortemente irrazionale. Senza l’attivazione della componente irrazionale le guerre non ci sarebbero. È una componente irrazionale - che fa parte dell’uomo - tenuta soggiogata dalla ragione. Idea che io trovo di grande profondità. L’altra cosa interessante che disse Freud  (piuttosto pessimista circa la possibilità di abolire le guerre, perchè vorrebbe dire abolire le tendenze aggressive degli uomini) è che l’unico modo per antagonizzare l’aggressività sono i legami emotivi e la identificazione con l’altro. In buona sostanza, è più difficile uccidere un uomo guardandolo negli occhi che tirargli una bomba o un  missile a distanza e in questo senso entro nel discorso sulla propaganda. Quelle che vediamo noi e quelle che vedono i russi sono prospettive diverse. Per esempio i soldati russi mandati a combattere, massacrati dalla resistenza ucraina, visti da una parte e dall’altra». 

 

Il relatore che, tra l’altro, è autore anche di un saggio su Hitler [04], folle e luttuoso iniziatore nel secolo passato di leggi razziali, guerre al mondo, genocidi, olocausto di ebrei, sterminio di zingari e diversi, mediante l’uso massiccio del gas in forni di appositi “lager”, e chiunque altro potesse inquinare il demenziale progetto di purificare la “razza ariana”. Disegno perseguito in un progetto inimmaginabile di “Vernichtungsplan (soluzione finale), che neppure Freud, con tutto il suo pessimismo, si sarebbe mai immaginato sortire da mente umana. Il relatore, si diceva, viene sollecitato da Bollorino a fare un parallelismo (visti i tempi che corrono e la pessima fama del capo del Cremlino) tra Hitler e Putin. Dalle Luche fa notare, opportunamente, che volendo “attribuire la responsabilità di una guerra a una sola persona e, oltretutto, etichettarla come folle, è la cosa più semplice da fare, anche dal punto di vista della propaganda”. Egli cita, in proposito, una celebre indagine psicologico-psicoanalitica su Hitler (1941-42), commissionata dall’intelligence americana. Fu poco dopo Pearl Harbor (7 dicembre 1941) che Walter Langer, ed Henry Murray, suo assisente, due famosi psichiatri americani di Harward, specializzati a Vienna, il primo addirittura analizzato da Anna Freud, vennero contattati dal generale William J. Donovan, dei servizi segreti, per tracciare un profilo psicologico di Hitler, sulla base di testimonianze, interviste, filmati e comportamenti carpiti. Ne venne fuori uno psicopatico gravissimo con tratti nevrotici marcatamente ossessivi, e Langer - straordinaria la sua indagine - indovinò pure il suicidio finale. I “Servizi” - rileva Dalle Luche - si fecero carico scrupolosamente anche del dopo Hitler, della bonifica ambientale, della sanificazione dalle sue idee, della defascinazione del leader.  

 

«Finita la guerra, bisognerà trovare delle strategie cognitive per dissolvere il mito di Hitler, agli occhi della popolazione. Mostrarlo per quello che è. Un poveraccio, uno psicopatico, nevrotico, un fallito che ha trovato nel ruolo politico e poi nel recupero dell’imperialismo tedesco - perchè di questo si trattò, e non solo di questo - una rivalsa rispetto alle umiliazioni che aveva subito in adolescenza. Sapete che Hitler fu un ragazzo problematico, fallito in moltissime ambizioni personali, più l’identificazione con l’umiliazione della Germania a causa del Trattato di Versailles, dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale».  

 

Anche noi abbiamo avuto le nostre ideologie esiziali come la “Vittoria mutilata. Questa famosa espressione inventata da Gabriele D'Annunzio fece da pendentif (in tono minore) a quella ben più insidiosa de la “Questione Tedesca”. Entrambe micidiali detonatori nazional-revanscisti nell’Europa tra le due guerre mondiali. Il “Vate” pescarese alludeva all’insoddisfazione italiana per i territori non ricevuti a compenso di mezzo milione di caduti e un milione di «mutilati». Hitler bramava il riscatto e l’unificazione di tutte le genti di lingua tedesca. Quanto ai parallelismi o alle analogie che si sono volute fare tra Putin e Hitler, credo non abbiano alcun motivo di essere proposte. Si tratta di commentatori frettolosi che non ripassano la storia. Non occorre risalire a Waterloo, per rinverdire il mito di Napoleone e guardare al nuovo assetto europeo, dopo la Rivoluzione francese. Basta indietreggiare di un secolo appena. Le differenze tra i due sono palmari. Secondo Dalle Luche, che è categorico, Adolf Hitler è un perdente venuto male, perché frustrato fin da piccolo, con bassa scolarità e i galloni di caporale nell’esercito. Il führer della Germania (austriaco di nascita, oltretutto), non fece altro che masticare odio, revanscismo e ossessività fobico-compulsive [05]. Putin, invece, che sia cresciuto in casa dai genitori o dal KGB, è un vincente. Anche se è stato un teppistello di strada che giocava coi topi di fogna di San Pietroburgo, ha frequentato scuole regolari, l’Università, si è laureato, ha fatto una brillante carriera di ufficiale nei Servizi Segreti Russi, non certo l’Esercito della Salvezza! Da ultimo si è gettato in politica, favorito da Eltsin. Semmai gli si può concedere quel minimo di paranoia (fisiologica) che non si nega mai a chi ha fatto sempre (e tutta) la carriera militare nei “Servizi”, fino a guadagnarsi la fiducia totale del capo vincente di allora. Non certo per meriti trascurabili, essendoci di mezzo un colpo di stato che ha cambiato le sorti dell’intera “Sovetskij Sojuz” (Unione Sovietica). Putin è moderno, assolutamente diverso, non ha nemmeno visto l’ultima guerra mondiale, è nato il 7 ottobre 1952. Vagiva appena, quando Stalin moriva (5 marzo 1953). Putin è cresciuto negli apparati del PCUS con i valori che vi si professavano. Nessuno penserà che sia un giglio di campo ma pochi si prendono la briga di andare a rileggere le grandi tensioni interne succedute alla fine dell’URSS. Dice Riccardo Dalle Luche. 

 

«Nessuno ricorda quella che è stata la dissoluzione dell’URSS. Sembra quasi che la Russia si sia sciolta così dal nulla, senza spargimento di sangue. Ma non è così, perchè c’è stato un  periodo molto critico, un colpo di stato. un “putch” contro Gorbaciov, una rivoluzione che fu fermata da Eltsin a Mosca. La Russia uscì molto male dalla ex Unione Sovietica. Sono stato a San Pietroburgo nel 2001 - mi sembra - e ancora si vedeva l’ex URSS staliniana, cioè la povertà, appena usciti dal centro della città. Quando son tornato dopo 6-7 anni era come essere a Parigi, tornati al tempo degli zar, Pietro il Grande, la grande Caterina II di Russia, cioè una grande capitale europea. Putin è stato una persona di grande successo anche come politico, perchè la Russia è diventata quella che sappiamo, un paese aperto all’Occidente. Tutti lo hanno temuto e riverito, tenuto buoni rapporti con Putin e non soltanto quelli che abbiamo noi in mente, ma tutti quelli che hanno avuto rapporti con lui. E Putin è stato tanto scaltro da tenere nascosta la sua vocazione di fondo. Se vuoi ne possiamo parlare psicoanaliticamente per dirti di una piccola ricerca personale». 

 

Riccardo Dalle Luche, per dare l’idea della personalità e del carattere di Putin, riferisce un episodio significativo del periodo in cui avvenne il rovinoso crollo dell’impero stalinista. Crollò il muro di Berlino”, la “Cortina di ferro”, “L’Impero del male”, l’URSS, un mondo che pareva immutabile. Venne giù tutto. In sedicesimo, se mi è permesso, una faccenda sul tipo del nostro 8 settembre 1943. Solo che da loro correva l’anno 1989 e Putin si trovava di servizio a Dresda nella DDR. Questo l’avvincente racconto riferito dall’autore della ricerca sul leader russo. 

 

«Quando ci  fu la caduta del muro di Berlino, Putin era a Dresda, alla sede del KGB, che era accanto alla sede della STASI. Noi, dopo il celebre film tedesco del 2006 di Florian Henckel von Donnersmarck, “Le vite degli altri” (Das Leben der Anderen), un capolavoro assoluto che ti resta proprio dentro. Putin doveva bruciare tutta una serie di documenti perchè il KGB di Dresda sarebbe  stato abbandonato dopo la caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989) c’era la folla che voleva assaltare la Stasi e la sede del KGB. Putin rimase come più alto in grado degli ufficiali. Uscì fuori e disse con la pistola d’ordinanza spianata contro la folla: “Qui ci sono dodici colpi. Undici sono per voi l’ultimo è per me!” Se questa testimonianza è vera - e io credo che lo sia perchè congrua con la sua personalità - dice molto esattamente della durezza del carattere di Putin. All’interno di una normalità basata su questo tipo di valori, la sua capacità è di poter fare gesti estremi. Si aggiunga in più, la circostanza dell’elemento catastrofico che deve aver vissuto Putin come ufficiale del KGB nel momento in cui è caduto il muro di Berlino». 

 

Tanta rivalità, anzi odio bello e buono, anzi, brutto e cattivo, tra russi e ucraini, e non è la prima volta nella storia, farebbe pensare a un legame oppositivo antico e profondo. Da noi un proverbio dice Parenti serpenti, cugini assassini, fratelli coltelli“. Mario Monicelli ci fece un film di successo nel 1992. Sarà così anche tra Mosca e Kiev? Quali potrebbero essere le caratteristiche distintive tra i due popoli si può evincere dal seguente racconto di Dalle Luche.  

 

«Quello che posso dire è che ucraini e russi sono mescolati per cui può capitare che il soldato ucraino ammazzato, sia un fratello del padre russo che lo ha ucciso. Io, essendo stato in quei posti, ho visto una diversità caratteriale profonda fra i due popoli, che comunque, sono popoli fratelli, divisi soltanto da una lingua che, se tu guardi la cartina, non coincide coi confini politici dell’Ucraina. Parlano sempre una lingua slava ma con dei caratteri diversi. Quando uno va a Mosca, a San Pietroburgo, va in una città imperiale, anche fredda con gli stranieri. Non è possibile avere fraternità più di tanto, coi russi, mentre con gli ucraini è come quando noi andiamo a Napoli o in Sicilia. Troviamo una situazione più affettiva, rispetto ai russi. Non so se sia soltanto una mia impressione. Un’altra cosa che mi ha colpito, vedendo la televisione, è la durezza, anche degli ucraini. Un popolo durissimo e penso che Putin o i suoi generali o chiunque abbia programmato questa invasione, sia caduto in una sottovalutazione clamorosa, perchè gli ucraini stanno resistendo fino alla morte. Un odio feroce contro gli invasori russi che sembra vogliano togliere loro le aspirazioni occidentali. La popolazione civile sta imparando ad usare i kalashnikov. C’è un esercito di 20 milioni di maschi che possono combattere. Volevo aggiungere ancora che l’immagine che noi abbiamo dei russi ricchi che si fanno le barche, che vengono in vacanza in Italia,  prendono i negozi di Prada, mantengono il budget delle nostre industrie del lusso al massimo livello, rispetto all’Ucraina, che resta un paese povero e frugale, distoglie dalla realtà. Ho degli amici medici che guadagnano 3-400 euro al mese, anche se la vita, da loro, è molto più modesta, come corrispettivo rispetto al nostro tenore, sono sempre in un ambito di grande povertà. È un paese affettivo, ancorché povero, ma c’è una diversità enorme rispetto ai russi che pur restano popoli fratelli, altrettanto duri e altrettanto capaci di combattere. Elemento negativo, perchè rifiutando ogni tentativo di soluzione diplomatica, alla fine restano sul campo di battaglia. Preferiscono regolarsi tra loro, sul territorio combattendosi, per dimostrare la capacità degli ucraini, rispetto all’esercito russo» 

 

In comune coi russi gli ucraini condividono molte esperienze dolorose del passato, vicino, lontano e remoto [06]. Mi limito ai due più recenti e più feroci: la morte per fame ai tempi di Stalin e il collaborazionismo di Stepan Bandera con leEinsatzgruppen, le truppe speciali naziste nello sterminio degli ebrei ucraini, ricordato dal Memoriale per l'Olocausto di Babi Yar”: un fossato tristemente famoso (tipo le nostre Fosse Ardeatine) nei pressi di Kiev. I primi attriti risalgono addirittura all’882 d.C. con la costituzione della “Rus' di Kiev” [07]. Per restare al secolo passato, c’è la cinica vicenda staliniana risalente al 1929 quando il dittatore assoluto promosse una politica di requisizione forzata presso i contadini dell’URSS di prodotti agricoli, riserve, attrezzature, bestiame, scorte fino all’ultima risorsa, in conformità della grande crisi mondiale. Era la collettivizzazione della proprietà privata in funzione della riconversione industriale e bellica del paese secondo il piano del marxismo leninismo professato dal partito comunista sovietico. In Ucraina fu una tragedia chiamata “Holodomor” ovvero morte per fame, letteralmente, come il “Conte Ugolino”. Una carestia tra il 1931-1933, che non si seppe mai quanto fu carenza di raccolto o rapina estorsiva manu militari” vera e propria dei bolscevichi. Un ossimoro, un macabro paradosso nel “granaio d’Europa” che causò oltre cinque milioni di morti, molti dei quali in Ucraina. Da lì pare sia nata la leggenda che “i comunisti mangiano i bambini”. Secondo alcuni [08] era la grande vendetta del “Piccolo Padre contro gli ucraini che durante la guerra civile degli anni 1918-1920, si erano opposti al comunismo proclamando la Repubblica nazionale ucraina, avanzando pretese indipendentiste. Il secondo episodio risale alla seconda guerra mondiale e riguarda la figura ambigua e discussa di Stefan Bandera ucraino di Ivano-Frankivs'k, zona carpatica, soprattutto per la sua collaborazione (da Berlino) nella lotta contro l’armata rossa e l’eliminazione degli ebrei ucraini. Il giudizio definitivo è materia specialistica perchè il Bandera odiava i russi, ammirava Mussolini e il fascismo, aveva proposto una alleanza ad Hitler, rifiutata e disprezzata, ma si opponeva anche all'occupazione dell'Ucraina da parte della Germania nazista, collaborando però con i tedeschi per combattere i sovietici e finendo numerose volte in campo di concentramento a Sachsenhausen il più grande delle SS e il più vicino a Berlino. 

 

Due parole ancora sul paese, sul territorio dell’Ucraina e sui suoi figli. Si potrebbe pensare che, di tutte le aree della “Mittel Europa”, l’Europa di mezzo, quella danubiana, nominata in tedesco, ovvero l’ambiente e la tradizione culturale dell’Impero asburgico al suo tramonto, una zona vastissima, l’Ucraina, in un certo senso la meno bellicosa, ma non la più piccola sia stata indotta a combattere contro la Russia, Polonia e se stessa. In principio c’è sempre la dissoluzione di un impero precedente, tollerante, permissivo e accomodante il bastevole per l’utile convivenza tra “parenti-diversi” o “diversamente-apparentati”, con sullo sfondo la minacciosa Fortezza dello Spielberg, molto più conveniente per i regnanti di allora di un patibolo vero e proprio. L’Ucraina, data la sua conformazione pianeggiante, la sua fertilissima terra “nera”, l’attitudine a coltivarla e ad aspettare il raccolto, era sempre stata il “Granaio” di qualcuno. Grandi coltivatori, grandissimi poeti, scrittori sublimi. Gente pacifica, in buona sostanza, con una prevalente vocazione agricolo-bucolica. Ma come sempre succede con tutte le popolazioni pacifiche, quando si passa il limite, vanno in bestia e danno fuori da matti. Scoppiata la guerra è difficile ricondurre i litiganti alla ragione, fare sottili distinzioni fra “aggrediti e aggressori”, soprattutto se gli aggrediti s’inviperiscono a tal punto da inseguire ferocemente e spietatamente gli aggressori. Impossibile dire e discernere tra il torto e la ragione. Inutile perfino stabilire chi abbia iniziato per primo. Meglio tornare alla diplomazia del ping pong anni settanta secolo scorso tra Richard Nixon e Mao Tse-Tung. Se poi si vuol parlare di confini naturali, come per noi le Alpi, Riccardo Dalle Luche ci fa sapere che  

 

Solo vedendo la cartina si può capire perchè Putin se l’è presa con l’Ucraina, territorio enorme che quasi non ha confini naturali con la Polonia la Slovacchia la Romania la Moldavia e, con la Russia, c’è quasi una continuità nel territorio. Paesi fratelli dal punto di vista territoriale: stessa religione, tipo di chiesa. Kiev nel medioevo è stata la culla della Russia i problemi di Putin una volta che distruggesse Kiev, profanandola a sua volta, non avendo avuto questi confini naturali è stata invasa una volta dalla Polonia, una volta dagli austro-ungarici ... 

 

La speranza in un  rinsavimento generale è fortissima tra tutte le persone che sanno resistere alla propaganda, scovare la malafede, ricordare e pensare con la propria testa. Difficile dire come continuerà a giocare la sua partita Vladimir Putin. Certamente da russo dei sobborghi di San Pietroburgo, imprevedibile, astuto, coraggioso, determinato, con pochi scrupoli e nessun senso di colpa. Ha perfino annunciato il suo progetto faraonico di Russia eurasica (o qualcosa del genere) e lo ha messo per iscritto in un saggio - puntualmente segnalato dal nostro Riccardo Dalle Luche - Vladimir Putin Sull'unità storica di russi e ucraini” pubblicato il 12 luglio 2021, proprio nel corso della crisi russo-ucraina. Russi e ucraini, insieme ai bielorussi, vi afferma, sono un solo popolo appartenente a quella entità storica, conosciuta in passato come nazione trina russa.. Il piccolo grande zar che ama giocare su vari tavoli, aprendo e chiudendo il rubinetto del gas, padrone di risorse immense e indispensabili all’Europa (che ha perso, va sottolineato, l’ultima guerra mondiale), ha perfino riscritto la storia della Russia e dell'Ucraina, certo che entrambi i popoli condividano un comune destino e un identico lascito. A mio modesto avviso andrà ascoltato con grande attenzione e preso molto seriamente, mai insultato! Un minimo di considerazione per chi s’è fatto da solo nell’«Evil empire», [09] mica in sacrestia. E quel che non sapeva l’ha imparato in Italia. Oltre vent’anni fa. 

 

Note 

01. Riccardo Dalle Luche, Massimiliano Baroni. “Due apologhi sulla fine della psiche”. Edizioni Baroni 1 dicembre 1994, pp 108. Tra coloro che erano interessati alla psicopatologia fenomenologica, come Callieri e me, fece scalpore. 

02. Carlo Maggini, Riccardo Dalle Luche. Prefazione Mario Maj. “Genealogia della schizofrenia. Ebefrenia, dementia praecox, neurosviluppo Edizioni Mimesis, 31 ottobre 2018. Un piccolo capolavoro di psicopatologia a ritroso nella storia dell’alienazione mentale, paragonabile a “L’Io diviso” di Ronald Laing, Einaudi, 1960 

03. Warum krieg?” (Perché la guerra?), è stato un carteggio tra Einstein e Freud pubblicato a Parigi nel 1933. Fu l’Istituto Internazionale per la cooperazione intellettuale e, segnatamente, il “Comitato permanente delle lettere e delle arti” della “Società delle Nazioni” a sollecitare l’iniziativa, dopo la “Grande Guerra” e il fisico di Ulma era stato il primo a prendere carta e penna, lo psicoanalista di Příbor il secondo. 

04. Riccardo Dalle Luche, Luca Petrini. Adolf Hitler: analisi di una mente criminale”. KKien Publ. Int., 2021. 

05. The mind of Adolf Hitler. The secret war-time report. By Walter C. Langer. Foreword by William L. Langer. Afterword by Robert G. L. Waite. New York and London: Basic Books Inc. 1972. 

06. Tutte le popolazioni che si affacciavano su quei territori senza confini naturali, poveri ma fertilissimi, latifondi ideali per la coltivazione di cereali dovettero affrontare guerre a non finire. Le mire degli stati nazionalisti si alternavano alle esigenze dei colossi come la Russia, ai riassetti conseguenti ai crolli dei grandi imperi centrali, ma ormai anche le nuove dittature mordevano il freno per imporre “il modello ideale di governo”. Si ricorda brevemente: 1) La guerra polacco-ucraina (1918-1919) per il controllo della Galizia Orientale, dopo la dissoluzione dell'Impero Austro-ungarico, tra le forze della Polonia e quelle della Repubblica Nazionale dell'Ucraina Occidentale. 2) La guerra sovietico-ucraina (1918-1921) per il controllo dell’Ucraina tra nazionalisti ucraini e bolscevichi ucraini. 

07. Fu una monarchia medievale degli Slavi orientali, sorta verso la fine del IX secolo e cessata nel 1240. Erano coinvolti consistenti lembi territoriali di Polonia, Ucraina, Bielorussia, Russia occidentale, Estonia, Lettonia e Lituania orientali. 

08. Anne Applebaum. La grande carestia”, Mondadori, 2019.  

09. Citiamo nuovamente in originale la frase terribilmente ridicola che Ronald Reagan presidente degli Stati Uniti d’America, tenne durante la sua orazione contro l'"Impero del male" l'8 marzo 1983 alla National Association of Evangelicals, che è già un bel problema di per sé.  

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