PENSIERI SPARSI
Tra psichiatria, impegno civile e suggestioni culturali
di Paolo F. Peloso

KRAEPELIN CONTRO “KRAEPELIN”. Le forme della follia in traduzione italiana

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29 luglio, 2023 - 10:12
di Paolo F. Peloso
Titolo: Le forme della follia
Autore: Emil Kraepelin (traduzione, introduzione e note di R. Dalle Luche, S. Giovannini, C. Maggini)
Edizione: Mimesis
Anno: 2023
Pagine: 98
Costo: 10 euro
 
Emil Kraepelin (1856-1926) è noto soprattutto per il suo Trattato, passato attraverso nove edizioni, la settima delle quali tradotta sotto la direzione di Augusto Tamburini in italiano, e vari ripensamenti, con il quale introduceva due costrutti nosografici nei quali pareva voler raccogliere la maggioranza delle malattie mentali più gravi, dementia praecox e malattia maniaco-depressiva.
Il termine “neokraepelinismo”, pertanto, viene ancora usualmente riferito alle psichiatrie che si caratterizzano per essere rigidamente categoriali e, con riferimento al tema della schizofrenia, improntate a un fosco pessimismo prognostico. Pessimismo che, per la verità, non era così assoluto nemmeno nella già ricordata settima edizione del trattato dove, ad esempio a proposito dell'esordio dell'ebefrenia, non si negava che fosse possibile, almeno in quella fase, guarire (segui il link).
Chi è un po' più informato, in genere sa che Kraepelin è stato però anche rivalutato per l'onestà intellettuale di aver recepito, dopo la pubblicazione del noto testo di Bleuler sul “gruppo” delle schizofrenie nel 1911, gran parte del pensiero del collega e di aver accettato di rivedere alla luce di queste molte delle proprie posizioni.
Di questa fase di ripensamento fa parte questo agile volumetto, pubblicato il 24 gennaio 1920 e oggi tradotto, relativo appunto alle forme della follia nel quale non si limita a rivedere le sue idee sul decorso e l’esito della schizofrenia, ma ripensa la sua intera visione della follia –  un termine che mi pare potrebbe a questo punto corrispondere a qualsiasi grave compromissione di una o più funzioni mentali – rinunciando a una categorizzazione nosografica costruita sulla falsariga delle malattie mediche e rassegnandosi  a considerare i diversi quadri clinici che si possono dare all’osservazione come diverse “forme” che un fenomeno unitario e in grandissima parte ignoto, la follia appunto, può assumere.  .
Nella loro introduzione i curatori propongono, del resto, di cogliere l’importanza di questo breve scritto soprattutto nel fatto di segnare il passaggio da un'impostazione categoriale, che ha caratterizzato molte delle edizioni del Trattato, a una nuova impostazione, psicopatologico-clinica e dimensionale, più corrispondente al fenomeno della follia per come davvero si manifesta. Le “forme”, o “manifestazioni”, - spiegano infatti – sono «quadri clinici relativamente tipici e che non sono sottesi da processi eziopatologici univoci». Non si tratta di malattie, insomma; e del resto Bleuler aveva già parlato di “gruppo” delle schizofrenie a proposito della Dementia praecox ipotizzando diverse manifestazioni e cause possibili. E meno che meno si è  vicini alla costruzione di un “sistema” nel quale le infinite possibilità del mentale possano essere costrette.
Kraepelin appare qui particolarmente rassegnato alla fragilità dell'impostazione categoriale, alla quale sono peraltro legate diagnosi e prognosi che finirono per decenni per essere, e in qualche misura rimangono, sentenze capitali, quando osserva «[che] da un lato gli stessi quadri clinici possono comparire in risposta a malattie anche molto disparate, dall'altro lato che i quadri clinici nel corso di una stessa malattia possono cambiare anche notevolmente». È un fatto che gli appare “incredibile”; io direi che è un fatto di constatazione palese e diventa “incredibile” solo quando si esagera nello sforzo, tutto ideologico, di appiattire i paradigmi della psichiatria su quelli della medicina, e dovrebbe indurre molta prudenza nella sistematizzazione di tutto ciò che riguarda il cangiante e inafferrabile dominio dei “fatti mentali”, come osserva German E. Berrios (Per una nuova epistemologia della psichiatria, Fioriti, 2013).
Prosegue poi il nostro autore con un esempio eloquente: «Dovremmo paragonare le forme cliniche ai vari registri dell'organo che vengono messi in moto a seconda della forza e dell'espansione dei cambiamenti patologici e che danno alle forme cliniche la loro coloritura caratteristica in maniera del tutto indipendente da quale sia stata la causa scatenante».
Si tratta di un modello decisamente suggestivo.   
Ma non è questo l'unico elemento d'interesse dello scritto kraepeliniano, come sottolineano ancora i  curatori; bisogna aggiungervi la capacità di tener conto dei «rapporti tra personalità e malattia, dei nessi di comprensibilità per quanto riguarda alcune tematiche deliranti su base affettiva, dell'amalgama culturale antropologico, dell'aspecificità dei nessi patogenetici e causali rispetto ai quadri clinici, nei quali possono coesistere sintomi di diversa natura, i mutamenti dinamici che avvengono naturalmente soprattutto nel decorso a lungo termine delle psicosi».
Scrive Kraepelin infatti, che nel corso di questo scritto fa anche riferimento alle indagini da lui condotte sull'isola di Giava che sono considerate tra i primi tentativi d'indagine in psichiatria transculturale: «Se queste ipotesi sono più o meno corrette, allora dovremmo cercare la chiave per comprendere le malattie mentali soprattutto nelle caratteristiche specifiche della persona malata». 
Non solo; molte cose sono accadute da quando ha cominciato a occuparsi del mondo delle psicosi. Tra le altre, Karl Jaspers ha attribuito valore all'empatia come strumento conoscitivo e la psicoanalisi afferma ormai di avere fatto passi da gigante in quella direzione.
Quanto a Kraepelin, leggiamo al riguardo: «Per ottenere una comprensione più profonda dei quadri clinici ci sono principalmente due metodi. Il primo è costituito da quella condivisione poetica dei movimenti psichici che si sviluppano nei nostri malati che è stata chiamata “intropatia” (Einfuhlung)». Il secondo, dall’osservazione caratteristica del positivismo scientifico.
L’utilizzo del primo metodo, prosegue, è certo possibile quando i nessi psichici tra manifestazioni sane e malate non sono del tutto venuti meno. Ha dei dubbi invece che possa esserlo in tutti gli altri casi. Del resto, l'utilizzo a scopo scientifico di quello che i malati dicono può esporre a errori ed è soggetto all'interpretazione soggettiva; nonostante queste perplessità, del resto condivisibili, insiste però sul fatto che: «ci si deve sforzare di trarne il più possibile qualcosa di utile».
Una concessione non trascurabile, per chi è spesso inchiodato nel ruolo di antagonista assoluto della psicopatologia fenomenologica e della psicoanalisi.
E i curatori sono convinti infatti che così sia ancora, e io stesso con loro.
Dai tempi di Kraepelin, proseguono i curatori, sono soprattutto la deistituzionalizzazione e la solidità dell'impianto terapeutico-assistenziale dei servizi a fare la differenza, non certo miglioramenti nella  soluzione delle questioni epistemologiche più importanti della psicopatologia generale e della clinica, che per il momento non è stato possibile osservare.
Certo, per altri aspetti il libretto mi pare più datato, ad esempio dove lascia qua e là trapelare, ma non mi pare sia un problema del solo Kraepelin, la certezza positivistadi un'origine comunque cerebrale di ciò che riguarda la mente.
Rimane comunque il fatto che emerge comunque qui un Krepelin diverso - più curioso, più aperto, insomma - rispetto a quello irrigidito e ideologico al quale si è più soliti fare riferimento.
È noto che, al termine del 1968, intervistando Franco Basaglia il giornalista Sergio Zavoli gli chiese se gli interessasse di più il malato o la malattia ed è altrettanto nota la risposta che diede lo psichiatra veneziano. Forse, Kraepelin appartiene - sebbene non vada trascurato il fatto che, in ambito di “tecnica manicomiale”, fu noto ad esempio tra gli avversari della contenzione fisica - a quegli psichiatri, e non sono pochi, che abbracciano la psichiatria più per amore della ricerca che della cura, e si sarebbe trovasto a dare in quel caso dare la risposta opposta.
Ma, come ricercatore, credo che questo scritto contribuisca a documentare da parte sua un atteggiamento autenticamente curioso, aperto, onesto; l’opposto insomma di quello che, negli anni successivi, una psichiatria pigra tanto sul versante della cura che della ricerca ha voluto tramandare di lui, dando per risolto quello che per lui non lo era affatto.
Ma, di questo, non credo che possa esere considerato lui il colpevole e proprio la rilettura di testi come questo può contribuire a un’importante operazione di demistificazione, ribaltando il significato storico della sua figura da quello della colonna portante di una psichiatria delle certezze in quello di un testimone delle fragilità e dei dubbi che la arricchiscono e in fondo le danno fascino.   
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