GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Dicembre 2016 II - Bilanci e prospettive

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15 gennaio, 2017 - 10:53
di Luca Ribolini

LA NECESSARIA PERDITA DEL SOGGETTO. La ricetta per «Il contraccolpo assoluto» secondo Slavoj Žižek, nel suo ultimo libro edito da Ponte alle Grazie

di Massimiliano Guareschi, ilmanifesto.info, 17 dicembre 2016
In fondo, la ricetta si è rivelata geniale. Slavoj Žižek deve il proprio successo alla riproposizione di qualcosa che potrebbe apparire inesorabilmente datato e demodé, ossia il marxismo, nella sua declinazione leninista. Il pericolo poteva essere quello di essere scambiato per un adepto di Lotta comunista o di qualche gruppuscolo residuale. E allora perché non impacchettare il tutto in una cornice lacaniana, con tanto di reiterati riferimenti al Reale, all’Osceno, alla Forclusione o all’Altro (rigorosamente con la maiuscola) e spingere sull’acceleratore della contaminazione con la cultura pop? L’impatto è stato notevole, e planetario, accreditando Žižek come il punto di riferimento per un pensiero critico controcorrente rispetto ai canoni ormai consolidati del minimalismo teorico, del narcisismo delle piccole differenze o del sincretismo radical. La produzione del filosofo e non psicoanalista (come spesso si ritiene) sloveno, nel corso del tempo, si è fatta quasi compulsiva.
A TESTI PIÙ DIRETTAMENTE teorici, spesso e volentieri assai massicci per numero di pagine, si alternano volumi più agili che, a cadenze quasi fisse, si interrogano sul senso filosofico e politico dell’attualità spesso assai lucidi nel sottolineare i limiti di un senso comune radical improntato al culturalismo, al dogma consolatorio della resistenza al potere e a una versione «colta» dell’antipolitica, anche se si può nutrire più di una riserva sul fatto che l’antidoto a tutto ciò possa essere costituito dall’atto di enunciare il lessico del marxismo-leninismo. Con un certo compiacimento, Žižek ama invocare, contro lo spirito del tempo, formule divenute tabu ed esposte a unanime riprovazione. Così è per il suo recente Il contraccolpo assoluto. Per una nuova fondazione del materialismo dialettico (Ponte alle Grazie, pp. 572, euro 25). In questo caso, come chiarisce il sottotitolo, l’obiettivo sarebbe nientemeno che una rifondazione del materialismo dialettico. I punti di riferimento teorici, però, non sono, come sarebbe stato lecito attendersi, la dialettica della natura di Engels, Materialismo ed empirocriticismo di Lenin o i manuali di marxismo dell’epoca staliniana. Diversamente, l’interlocutore privilegiato viene individuato proprio in colui che, secondo Marx, occorreva «ribaltare» per costruire una prospettiva autenticamente materialista, ossia Hegel. E così, Il contraccolpo assoluto appare come una lunga postilla, all’opera teoricamente più impegnativa dell’ultimo Žižek, i due volumi di Meno di niente (Ponte alle Grazie), che sulla riattivazione attraverso il prisma lacaniano del filosofo della Fenomenologia dello spirito appunto si incentravano. Materialismo, come i suoi opposti idealismo o spiritualismo, può apparire oggi un significante vuoto, non più in grado di catalizzare le energie teoriche ed esistenziali come in un passato tutto sommato recente. In ambito filosofico, altre appaiono le opposizioni che presiedono alle divisioni di campo. Inoltre, gli sviluppi delle scienze da un secolo a questa parte hanno reso sfuggente la stessa idea di materia, privandola di solidità ed autoevidenza e rendendo problematico definire che cosa possa significare «prendere partito» a favore di essa.
IN EFFETTI, IL PROBLEMA del materialismo, così come lo configura Žižek, non ha a che fare con il ristabilimento del primato di una dimensione su altre, al punto che si parla di «materialismo senza materia», quanto con il proposito di tenere insieme senza soluzione di continuità, nella medesima matrice concettuale, il piano cosmologico, politico e clinico. Questo in sintesi il materialismo dialettico di cui ci Il contraccolpo assoluto intende offrire non una definizione ma alcuni esercizi. Žižek recensisce, nell’apertura del libro, i diversi filoni che nello scenario attuale possono aspirare alla qualifica di materialisti. Incidentalmente si cita il «materialismo riduzionista e volgare» di cognitivisti e neodarwiniani o l’«ateismo aggressivo» à la Dawkins. Il confronto è più serrato con prospettive caratterizzate da un maggiore livello speculativo, dal «materialismo discorsivo» foucaultiano al «materialismo dell’incontro» althusseriano fino al «nuovo materialismo» deleuziano. Quest’ultimo rappresenta decisamente il termine di confronto filosofico rispetto al quale Žižek definisce la propria prospettiva, in consonanza spesso con le posizioni di Alain Badiou.
Segue qui:
http://ilmanifesto.info/la-necessaria-perdita-del-soggetto/ 

CIÒ CHE RESTA DEL PADRE

di Sarantis Thanopulos, il manifesto, 17 dicembre 2016
Il pericolo dell’estinzione del padre ossessiona una società che non riesce né a uscire né a stare dentro il recinto della sua storica organizzazione patriarcale -la quale sempre di più rivela il suo carattere repressivo, costrittivo.
Il rischio vero, in corso d’opera, è la regressione collettiva verso l’investimento della figura di un “padre ideale” che oscura la relazione “coniugale” (la congiunzione erotica tra pari) in entrambe le sue declinazioni (etero e omosessuale).
Questa figura, del tutto avulsa  dal corpo sessuale, sottomette la nostra vita a un processo di astrazione dall’esperienza erotica. Configura tutte le relazioni secondo due schemi che si rispecchiano l’uno nell’altro: i legami madre-figlio e padre-figlia. Un matriarcato patriarcale, una mostruosa disincarnazione dell’esistenza.
Cosa resta del padre reale oggi? Del significato della sua assenza possiamo apprendere molto dalla tragedia greca.
In essa vanno regolarmente in scena omicidi intenzionali tra consanguinei: infanticidi, matricidi, fratricidi, uxoricidi.
Tuttavia, dalle opere tragiche è esclusa l’uccisione del padre: Laio è ucciso da Edipo fuori dallo spazio tragico vero e proprio e in modo fortuito, senza che fosse riconosciuto nella sua identità di padre.
Segue qui:
http://www.psychiatryonline.it/node/6557 

SIAMO OPACHI E DIVERSI. TRASPARENZA E UGUAGLIANZA SONO SOLTANTO MITI. In una serie di agili libri, lo studioso coreano Byung-Chul Han smonta le parole d’ordine della nostra società

di Claudio Risè, ilgiornale.it, 17 dicembre 2016
L a trasparenza, parola chiave della nostra retorica politica, non è affatto una bella cosa (al di fuori della moda femminile). Prima tutto non ha niente a che vedere con la luminosità, al contrario di quanto il suo uso nella comunicazione politically correct vorrebbe far credere. Trasparente, infatti, definisce qualcosa che lascia passare lo sguardo e la luce. Ammesso però che luce ci sia. Perché altrimenti la cosa o persona, pur trasparente, viene attraversata solo dalla tenebra: è buia. Anche nella fisica è sempre una condensazione di sostanze che emana la luce, non la trasparenza, che corrisponde piuttosto a una inconsistenza. I vari «assessorati alla trasparenza», via via diffusi in tutta Italia col politicamente corretto, sono così monumenti all’inconsistenza. Fondati necessariamente sulla falsità che dicono di voler smascherare. Infatti, siccome poi oltre ad essere trasparenti devono pur fare qualcosa, tutto ciò che concretamente fanno, attraverso esseri umani e non solo robot, ha una sua inesorabile opacità, come tutto il mondo vivente. Solo la personalità ossessiva (profondamente malata) è convinta di poter controllare al millimetro le conseguenze di ciò che fa. Ma ciò che accade dopo non lo conosce. È opaco. E il giudice che sostiene «lei non poteva non sapere» o è altrettanto ossessivo, o è in malafede.
Segue qui:
http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/siamo-opachi-e-diversi-trasparenza-e-uguaglianza-sono-1343572.html 

LIBERA NO A MAALOX. ibera nos a maloox. Disturbi psichici, esorcisi e demoni di periferia

di Maurizio Montanari, lettera43.it, 17 dicembre 2016
Le pratiche di esorcismo sono ancora diffuse? Nessuno, se non gli addetti ai lavori, ha accesso ai dati raccolti dalla Chiesa di Roma. Assai duro è il muro col quale ci si scontra nel tentativo di interpellare le varie Curie nel merito della questione.
Fatta questa premessa, credo si possa dire che queste pratiche siano oggi piu’ utilizzatedhi quanto si pensi. Un’ evidenza che balza agli occhi anche di si occupa di clinica analitica. Lo testimonia assai bene il bel documentario ‘Liberami’ da poco uscito nelle sale, ad opera di Federica di Giacomo: un lavoro minuzioso che squarcia un velo su di una realtà forse poco conosciuta ai più, indagando a fondo quali sono le tipologie di ‘utenti’ che si rivolgono all’esorcista.
Io, ovviamente, approccio questo fenomeno privilegiando una lettura clinica, che va al di la della sua connotazione religiosa, cercando di analizzare in quali maglie della società queste modalità di ‘liberazione’ facciano presa, e a quali scopi rispondano.
Quale realtà ci consegna questo documentario? Chi sono, e cosa vogliono, quelli che si recano dall’esorcista? Non aspettatevi padre Damien de ‘L’esorcista’. Né Pazuzu che in controluce sfuma confondendosi in un angolo della stanza di Regan. No, nulla di tutto questo.
I protagonisti di questo documentario sono preti di provincia, rubicondi e tenaci, con vocabolario limitato ma efficace che declina la medesima lingua dei demoni di provincia. Inflessioni locali, allusioni sessuali, insulti, litanie sui generis. Una lingua popolare, non difficile da comprendere: se usassero le solenni formule latine estratte dall ‘Exorcismus in satanam et angelos apostaticos ‘di Leone XII, i fedeli non le capirebbero, e verrebbe meno quella condivisione linguistica che permette al gregge di sentirsi capito dal pastore, e al sintomo di trovare un legame con l’Altro, deputato a tradurlo, capirlo e contenerlo.
Si, il sintomo, perché usando le lenti della clinica possiamo riscontare, nel film e nella quotidianità, forme frequenti di psicopatologia con le quali l’analista ha a che fare quotidianamente: isterie, disturbi di conversione, stati depressivi, famiglie che portano bambini irrequieti stoltamente intesi come ammalati da ‘riconvertire’, psicopatologie più complesse come disturbi di personalità con passaggio all’atto.
Sul sagrato della Chiesa una donna melanconica che non ha piu’ voglia di fare nulla, afflitta da un pesante ritiro sociale si confida col sacerdote, alla ricerca di qualcosa per cui valga la pena vivere nella sua esistenza di ghiaccio. Un’altra signora, con forti tratti isterici, dopo aver raccontato le sue peregrinazioni presso gli studi di diversi specialisti a causa di un male indefinito, viene posseduta sempre dinnanzi al sacerdote, esprimendo il suo disagio interiore nell’unico modo col quale egli può darle ascolto e garantirle uno spazio: il codice religioso. Un bambino, né piu’ ne meno di un bambino, fa i capricci, disobbedisce ai genitori, risponde male, non vuole andare a scuola.
Una giovane mostra un misto di coprolalia e rabbia inespressa: insulti, digrignar di denti, parolacce, sputi. ‘Io , con quelle cose ci sto bene!’ esclama ai genitori spaesati nel constatare la sua passione per quel modo di vivere, il suo godimento. Una parte di sè che non vuole rinunciare a quel modo di esprimersi resiste all’esorcismo. Confessa in tal modo l’attaccamento a cioò che il sintomo le garantisce, la capacità di adunare attorno a se piu’ persone, contemporaneamente, esprimendosi in un gergo volgare cifra di chissà quali parti recondite, o represse.
Parlando come se non fosse ripreso, usando un tono confidenziale, il giovane prete sussurra che, alla fine, questi non ne vogliono davvero sapere di guarire, perché altrimenti perderebbero l’attenzione. Linguaggio semplice ma profondamente analitico, che chiama in causa il vantaggio secondario della malattia freudiano o, per dirla con Lacan, quel godimento che ti tiene attaccato al sintomo.
Quale funzione assolve dunque l’esorcista che accoglie queste persone?. Lo si evince dalle parole di un giovane protagonista del corto: ‘ Se non sono posseduti sono pazzi’. Cinica visione binaria di come il legame sociale possa accudirti o metterti all’angolo. Un’affermazione che indica come questo rituale funga da elemento di protezione e di calmieramento del disagio psicologico, permettendo a chi ne soffre di essere reintegrato in seno alla comunità, senza passare dalla porta della diagnosi clinico-psichiatrica, che si rivelerebbe assai piu’ ghettizzante. Un protagonista dice: ‘se stai male si corre il rischio che ti diano del pazzo, e di incappare in un TSO. Ma tu, lo sai cosa è un TSO? La liberazione dal demone dunque come scelta più tollerabile, meno segregante. Del demonio si possono eliminare le tracce, dallo stigma e dai pregiudizi che purtroppo ancora la malattia mentale porta con sé, no.
Quel giovane, dovendo fare i conti con una sessualità vivace e, per certi tratti perversa, si salva dalla medicalizzazione sostenendo che, gli ‘ è stato diagnosticato un demone. Il demone della sessualità’. Mirabile formula capace di condensare in un’unica mossa la sofferenza individuale, la causa esterna, il rimedio rituale che allontana il centro di salute mentale e toglie l’abito delal colpa dalle sue spalle. Il demone, agente patogeno che viene da fuori, dunque estirpabile, delocalizzatile in un pantheon locale di diavolacci straccioni, irretiti dalle litanie e dalle formule dialettali del sacerdote. La malattia mentale viene da dentro, il demone, ancorché rurale, proviene da fuori , dal circondario della città dunque li può essere ricacciato.
Segue qui:
http://www.lettera43.it/it/blog/la-stanza-101-lo-sguardo-di-uno-psicoanalista-sul-contemporaneo/2016/12/17/libera-nos-a-maloox-disturbi-psichici-esorcisi-e-demoni-di-periferia/4479/ 

LA PSICOANALISI E' UN CANTIERE APERTO. In occasione dei 50 anni della rivista «Psicoterapia e scienze umane» un numero speciale con i risultati di un’inchiesta internazionale e le riflessioni di 62 terapeuti

di Silvia Vegetti Finzi, corriere.it, 21 dicembre 2016
Sin dalla sua costituzione, a opera di una sola persona, Sigmund Freud, la psicoanalisi si è rivelata un ambito disciplinare particolarmente tempestoso in cui si susseguono convergenze e divergenze teoriche e metodologiche, aggregazioni e disgregazioni istituzionali. Basti citare, in proposito, i conflitti di Freud con Adler, Jung, Ferenczi, per continuare con il dibattito interno all’Istituto di Psicoanalisi di Londra, ove si contrappongono Melanie Klein e Anna Freud e, più recentemente, la diaspora dei lacaniani, non riconosciuti dall’Associazione Psicoanalitica Internazionale.
Questa frammentazione, che a molti può sembrare un sintomo di debolezza epistemologica e, peggio ancora, di mera concorrenza professionale, ha garantito un dibattito vivacissimo e impedito alla terapia di fossilizzarsi in formule rituali o in protocolli codificati, poco aderenti alle diverse tradizioni culturali e alle mutevoli contingenze storiche. Il fatto che la psicoanalisi non conosca sintesi fa sì che le domande epocali, poste da Freud in una delle sue ultime opere, Il disagio della civiltà, restino aperte e l’impresa psicoanalitica venga ritenuta inconclusa dal suo stesso fondatore.
Tuttavia, pur riconoscendo ragioni e passioni che hanno prodotto la dispersione dell’ambito psicoanalitico, è necessario mantenere una tensione unitaria, una vocazione al dialogo e al confronto che non disperda un patrimonio di sapere e di saper fare che conta quasi centoventi anni. Un impegno che Psicoterapia e scienze umane ha svolto per mezzo secolo con straordinaria coerenza.
La rivista, contraddistinta dall’atteggiamento critico e dall’apertura interdisciplinare, ha tracciato una rotta sicura per evitare alle psicoterapie di disperdersi nell’arcipelago delle cure metodologicamente infondate e delle suggestioni irrazionali. È su questo sfondo che si colloca il numero speciale dedicato al suo cinquantesimo anno.
Fondata nel 1967 dal «Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia» sotto la direzione di Pier Francesco Galli, poi coadiuvato da Marianna Bolko e Paolo Migone, la pubblicazione, che possiamo considerare «storica», ha perseguito un progetto molto ambizioso: far dialogare le Scienze della natura con le Scienze dello spirito, analizzare l’individuo e la società, il malessere individuale e il disagio collettivo. Nella medesima direzione hanno svolto un ruolo fondamentale le due collane fondate da Galli: la prima edita da Feltrinelli, di 87 volumi, la seconda, edita da Boringhieri, di circa 300 volumi (quella con la copertina blu e il trifoglio bianco al centro). In tempi in cui la psichiatria non era ancora separata dalla neurologia e non erano state ancora aperte le facoltà di Psicologia, quella saggistica ha costituito una sorta di spina dorsale per la formazione di alcune generazioni di operatori della salute mentale in Italia.
Per festeggiare i 50 anni di pubblicazione, la Rivista ha promosso una inchiesta internazionale, sottoponendo a 62 noti psicoanalisti (quali Bollas, Kernberg, Gabbard, Fonagy, J.R. Benjamin) e, tra gli italiani, Ammaniti, Ferro, Ferruta, Recalcati, Di Ciaccia e Zoja, in gran parte collaboratori, una serie di domande su questioni fondamentali per la psicoanalisi, quali l’assetto teorico, le scelte metodologiche, la formazione dei candidati, i rapporti con le discipline limitrofe.
Segue qui:
http://www.corriere.it/cultura/16_dicembre_21/psicoanalisi-rivista-psicoterapia-scienze-umane-50-anni-f6a496bc-c79d-11e6-b6a3-9b0a9ecc738b.shtml?refresh_ce-cp 

LA RISPOSTA MORTIFERA DEL CALIFFATO A UNA FERITA NARCISISTICA. «Il Supermusulmano» di Fethi Benslama. L’Isis tra storia e psicoanalisi secondo l’intellettuale tunisino

di Livio Boni, ilmanifesto.info, 21 dicembre 2016
Nella messe di pubblicazioni sul radicalismo politico islamico i lavori di Fethi Benslama, psicoanalista e intellettuale d’origine tunisina, occupano un posto singolare, muovendosi tra psicopatologia, antropologia sociale e presa di posizione politica. Nel suo ultimo libro, Il supermusulmano. (Le surmusulman. Un furieux désir de sacrifice), Benslama riprende implicitamente il concetto di «sovracompensazione», già impiegato da Alfred Adler in Austria tra le due guerre mondiali, per descrivere il passaggio brusco da un complesso d’inferiorità ad un complesso di superiorità. La sovracompensazione permette infatti di trasformare immediatamente, e quasi per magia, una serie di stigmate d’inferiorità in segni destinali di potenza, e persino di elezione. Questa alchimia inconscia fa sì che una serie di ferite narcisistiche (esclusione scolastica, marginalità sociale, prigione, fragilità identitaria, rottura familiare, condotte a rischio) possano trasformarsi in segni precursori di un destino fuori dalla norma, producendo una «sedazione dell’angoscia, un sentimento di liberazione, slanci di onnipotenza», sanciti dall’atto simbolico di assumere un nuovo nome (di battaglia), espressione di una posizione superegoica che si dimostrerà mortifera.
IL «SUPER-IO» del supermusulmano infatti, alfiere di un Dio umiliato e onnipotente al tempo stesso, pur permettendo in un primo tempo di alleviare il sintomo, in realtà lo esaspera, trasformandolo in un desiderio sacrificale, pura espressione della pulsione di morte. La stessa vocazione al martirio è pervertita, in quanto «nell’Islam tradizionale il martire è un combattente che va incontro alla morte, senza desiderio di morire», mentre «per il nuovo martire dell’islamismo la morte non è contingente rispetto alla lotta, ma ne è la finalità. Morire è il trionfo». Ciò detto, pur essendo indubbio che il radicalismo funziona come un’offerta senza pari sul mercato del sentimento d’inferiorità individuale proponendo una trasvalutazione di tutti i valori in grado di trasformare il piombo (dell’inferiorità) in oro (della superiorità), il meccanismo si rivela pregnante solo se articolato anche ad un altro livello, trans-individuale.
Segue qui (previa registrazione):
http://ilmanifesto.info/la-riposta-mortifera-del-califfato-a-una-ferita-narcisistica/ 

CARLO EMILIO GADDA AVEVA SPIEGATO TRUMP SETTANT’ANNI FA

di Adriano Ercolani, ilfattoquotidiano.it, 22 dicembre 2016
Quando Adelphi ha annunciato la pubblicazione della versione originale, corredata da un minuzioso reparto critico (grazie a Paola Italia e Giorgio Pinotti), di Eros e Priapo, una delle vette stilistiche di Carlo Emilio Gadda, confesso che la mia esultanza era dettata inizialmente da un interesse meramente letterario. Considero Gadda per molti versi il più grande scrittore italiano del Novecento, quel libro in particolare rappresenta una magnifica dimostrazione del suo genio creativo, un campionario di invenzioni linguistiche, dunque la mia era semplicemente la felicità del lettore appassionato. Ma è stato rileggendo il libro su un treno metropolitano che ne ho colto la urgente, clamorosa, incontrovertibile attualità. Mentre, infatti, godevo della pirotecnica derisione gaddiana nei confronti del Duce, il classico qualunquista arrabbiato campione da mezzo pubblico, ha iniziato a inveire contro gli stranieri. Epifania immediata: le imbecilli argomentazioni del fastidioso berciatore, in cui il razzismo si mascherava goffamente da patriottismo, erano le stesse che Gadda stroncava a colpi di frasi memorabili, piccoli capolavori di sarcasmo barocco, nel testo scritto tra il ’44 e il ’45.
Stilisticamente ispirato alla prosa del Machiavelli, deformata in mille storture grottesche, il libro analizza il fondamento dell’ipnosi collettiva del Fascismo nella visione di Benito Mussolini come simbolo virile di massa. Si tratta di una psicopatologia della coscienza collettiva in cui Logos è contrapposto ad Eros, considerando quest’ultimo “alle radici della vita e della personalità individua, come dell’istinto e della pragmatica d’ogni socialità e d’ogni associazione di fatto, d’ogni fenomeno collettivo”. Evidente appare l’influenza delle teorie freudiane. Come ci ha confermato in una recente conversazione il grande critico Pietro Citati (amico e studioso dell’autore, destinatario delle missive raccolte nel volume Un gomitolo di concause), in quel periodo Gadda era un attento lettore dei principali testi del fondatore della psicanalisi moderna. Ora, chi scrive non considera per nulla lo studio di Berggasse, 19 a Vienna un tempio, tutt’altro, ma senza dubbio la visione del “pansessualismo freudiano” (come Jung acutamente lo definì) è la miscela infiammabile che incendia la prosa meravigliosamente ardita del Gadda antifascista.
Segue qui:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/22/carlo-emilio-gadda-aveva-spiegato-trump-settantanni-fa/3275228/ 

IL GENERE È NORMA

di Sarantis Thanopulos, il manifesto, 24 dicembre 2016
Il 2016 lascia tra le sue indesiderate eredità la baruffa tra i detrattori del “genere” e i suoi sostenitori. Per entrambi gli esseri umani si dividono in “generi” che si combinano tra di loro secondo una “grammatica” sociale. La differenza è che gli uni restringono la combinazione (e la genitorialità) ai generi “uomo” e “donna” e all’eterosessualità, mentre gli altri la estendono all’omosessualità e alla transessualità e teorizzano l’esistenza di un “terzo genere” -né maschio né femmina, neutrale. Comune è il misconoscimento del corpo erotico, piegato alle esigenze di una logica combinatoria che riflette rapporti di potere.
Il genere è un falso amico delle relazioni omosessuali e dell’omoparentalità. In realtà, esse poggiano sulla differenza/complementarità erotica dei corpi dei due sessi e sulla libertà delle sue declinazioni. Per via delle identificazioni crociate tra l’uomo e la donna la costituzione del nostro corpo è bisessuale. Ciò non implica la bisessualità amorosa –l’uguale attrazione per i due sessi- o l’androginia -sequestrare l’altro sesso dentro di sé, annullando il senso della sua differenza. La doppia disposizione del corpo erotico prende, il più delle volte, una direzione preferenziale, maschile o femminile. Si evita la dispersione o l’autarchia, ma senza svilire la libertà. Nel rapporto tra gli amanti, dello stesso o di opposto sesso, convivono due donne e due uomini che si combinano tra di loro in tutti i modi possibili in senso etero e omosessuale.
La libertà dell’esperienza psicocorporea nei confronti dei limiti posti dall’anatomia -dai quali, tuttavia, non si è mai del tutto indipendenti- si estende nel campo della genitorialità. La maternità, fondata sull’apertura erotica femminile all’alterità, può essere interpretata dalla parte femminile di un uomo e la paternità, la capacità di trovarsi come soggetto desiderato e desiderante nel luogo dell’apertura, può essere assunta dalla parte maschile di una donna.
Segue qui:
http://www.psychiatryonline.it/node/6564 

VERSO UNA SOCIETÀ PIÙ UMANA: RIABILITARE I DETENUTI ATTRAVERSO IL LAVORO. L’occupazione in ogni ambito produce salute mentale, e per questo è importante che negli istituti penitenziari venga offerta la possibilità di professionalizzarsi, imparare un mestiere, studiare, avere un lavoro retribuito, in modo che chi sconta la pena possa strutturare la fiducia in sé stesso, negli altri, nelle istituzioni e nello Stato. Ne abbiamo parlato con la psichiatra Adelia Lucattini

di Sara Ficocelli, repubblica.it, 27 dicembre 2016
Carcere e lavoro, necessità di scontare la pena e di rendersi al contempo utili alla società. Il dibattito che ruota intorno all’importanza dell’attività lavorativa per l’effettivo reinserimento dei detenuti è ampio e complesso: già nel 1764 lo scrittore illuminista Cesare Beccaria, nonno di Alessandro Manzoni, pubblicò il saggio “Dei delitti e delle pene”, pietra miliare della “giusta pena” e del concetto di riabilitazione dei carcerati, fornendo con questo libro anche preziose indicazioni in materia di “prevenzione”. I progetti del 2016. Poche settimane fa il Carcere di Parma ha presentato un progetto innovativo, “Sprigioniamo il lavoro“, che punta a offrire lavoro a 16 detenuti entro il prossimo anno attraverso la costituzione, da parte di cinque aziende (Gruppo Genis Proges, cooperativa sociale Biricca, GSC Srl, Multiservice società cooperativa, Bowe 2014 srls) della Newco, società che si occuperà della gestione di una lavanderia all’interno del penitenziario. Un’iniziativa che si affianca a molti altri progetti interessanti, tutti realizzati grazie al lavoro dei detenuti, come la creazione di prodotti e idee regalo che coniugano innovazione tecnologica e maestria artigianale nel Carcere di Bollate, o il corso di formazione per giovani pizzaioli realizzato all’interno dell’Istituto Penale per Minorenni di Airola (in provincia di Benevento) grazie al sostegno economico della Fondazione Angelo Affinita“Riabilitazione sociale”, non “lavoro forzato”. Ma perché creare opportunità di lavoro all’interno del carcere è così importante per i detenuti, e quindi per l’intera società? Secondo i dati del ministero della Giustizia, i detenuti che lavorano nelle carceri per distribuire i pasti, come impiegati nell’ufficio spesa o come addetti alle pulizie in Italia sono più di 10mila (altri 1400 lavorano per soggetti esterni all’amministrazione, tra cui le cooperative sociali).  “La legge Smuraglia sull’introduzione del lavoro in carcere (22 giugno 2000, n° 193 – “Norme per favorire l’attività lavorativa dei detenuti”) – spiega Adelia Lucattini, psichiatra psicoterapeuta e psicoanalista  – è senz’altro un’iniziativa positiva purché tenga conto che il lavoro va inteso come “riabilitazione sociale” e non come forma di coercizione o di lavoro forzato, cosa che potrebbe addirittura risultare controproducente ai fini di un reinserimento sociale dei detenuti. L’esperienza della riabilitazione psichiatrica ha insegnato che ogni forma di riabilitazione deve tenere conto della tipologia di paziente e della sua disabilità, considerando la reazione dell’ambiente alla disabilità del soggetto e operando quindi anche in ambito relazionale”.
Segue qui:
http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2016/12/27/news/l_importanza_del_lavoro_come_riabilitazione_in_carcere-154947101/ 

COME VINCERE IL TERRORE DELLA PAGINA BIANCA

di Guido Vitiello, internazionale.it, 28 dicembre 2016
Gentile bibliopatologo,
sono una dottoranda in letteratura francese e da ormai cinque anni trascorro le mie giornate in compagnia d’una logorroica scrittrice morta che preferisco non citare apertamente. Le devo tanto. È merito suo, per esempio, se ho incontrato colui che oggi è mio marito e padre di mio figlio. Eppure la detesto visceralmente, perché non riesco a liberarmene. Ogni volta che penso di averla inquadrata e di essere finalmente pronta a redigere le mie umili scoperte, lei riesce a sgattaiolare dalla mia presa rivelando nuovi aspetti di sé che m’inducono a rileggere ancora e ancora quanto ho già letto e riletto, in cerca di elementi che potrebbero essere sfuggiti alla mia analisi. E quindi continuo ad accumulare e ad ampliare schede di lettura, in vista d’un lavoro di scrittura che, però, non comincia mai. Come uscire dal labirinto del perfezionismo maniacale e sbarazzarmi, in un colpo solo, della sfuggente grafomane di cui sopra e della pagina bianca? ClaireSombre
Cara ClaireSombre,
Sigmund Freud parlava di analisi terminabile e interminabile, ma l’esperienza universitaria insegna che è più facile chiudere una cura psicoanalitica che una tesi di dottorato. Il dottorando medio è assai più paralizzato e impegolato nelle sue angosce del paziente freudiano medio, e a differenza di quest’ultimo deve leggere e scrivere moltissimo, rispettando scadenze che tenta con ogni espediente di prorogare. Come se non bastasse, invece di rilassarsi su un lettino è costretto a ingobbirsi su uno scrittoio. Prima di indirizzarti al lettino, però, eccoti una pagina di Evagrio Pontico, monaco vissuto nel quarto secolo, quando non c’erano psicoanalisti in giro, ma a quanto pare c’erano già bibliopatologi:
L’accidioso, quando legge, sbadiglia spesso, e cade facilmente nel sonno, si sfrega il viso, stende le braccia e alza gli occhi dal libro, fissandoli alla parete. Messosi ancora un po’ a leggere, si affatica inutilmente, ritornando sul significato delle parole; conta le pagine, valuta l’impaginazione, critica la scrittura e l’ornato. Alla fine, chiuso il libro, ci mette la testa sopra e dorme un sonno decisamente non profondo, perché la fame risveglia la sua anima e le angosce riprendono.
Segue qui:
http://www.internazionale.it/opinione/guido-vitiello/2016/12/28/pagina-bianca-sindrome-scrittura 

COLPO DI SCENA. I soliti pregiudizi sulle cene di Natale che sistematicamente svaniscono ogni anno

di Umberto Silva, ilfoglio.it, 28 dicembre 2016
Non Dio nasce la notte di Natale, Lui è sempre vivo, siamo noi, gli sprezzanti, a poter cogliere l’occasione. Mi stendo sul lettino. Ogni anno ho i miei pregiudizi nello sbarcare a una cena di Natale, temo di annoiarmi a morte, peggio, d’incontrare esseri che invano tentano di farsi umani; e così, uscendo di casa, sfoggio la faccia dell’assassino, suscitando l’ira di mia moglie e di mia figlia. Poi tutto svanisce. Appena entrato nell’ospitale dimora una gentile signora mi getta le braccia al collo e mi bacia sulle guance chiamandomi per nome, mentre mia moglie, vedendomi perplesso, scandisce il nome della donna, nome che peraltro continua a non dirmi niente. “Sono la sposa di Enrico”, lei mi sussurra, “ci siamo incontrati cinque anni fa al matrimonio”. Mi pare di ricordare qualcosa e sorrido, grazie a quel sorriso divento prigioniero del Natale, probabilmente quella donna è un angelo cui è stato ordinato di fare luce. Nella simpatica casa di gente che lavora ecco spuntare altre donne e uomini che mi abbracciano e baciano, e che via via mi pare di riconoscere, quanto mai affettuosi. La serata fu splendida. I baci mi attraevano fraterni, ricambiai con slancio anche quelli di un tipo barbuto abitante di chissà quale lontana città. Stavano tutti parlando di qualcosa di cui non capivo bene il discorso, ma lo conducevano in modo molto dolce e suadente che anch’io ci entrai, pur non capendo di cosa di preciso si stesse parlando tutti annuivamo felici.
Segue qui:
http://www.ilfoglio.it/la-politica-sul-lettino/2016/12/28/news/pranzo-natale-pregiudizi-smontati-112723/ 

PER DIVENTARE PIÙ CREATIVI NEL 2017 IL SEGRETO È NON STARE ATTENTI. Cominciare, un compito, un’attività, qualcosa che richiede uno sforzo di invenzione, non richiede attenzione, piuttosto concentrazione, e tempo perché la mente si impossessi delle cose

di Giovanni Maria Ruggiero, linkiesta.it, 31 dicembre 2016
Anno nuovo, nuovo inizio. Entusiasti o preoccupati? Più probabile la seconda, purtroppo. La nostra mente, a torto o a ragione, è specializzata nel produrre pensieri negativi. E se preoccupati, di cosa? Dell’indefinitezza del futuro o della necessità che anche noi concorriamo a scriverlo, questo futuro? E se dobbiamo scriverlo anche noi, cosa scrivere? Come riempire questa pagina bianca? Lo psicoanalista Bergler riteneva che lo scrittore paralizzato davanti alla pagina bianca fosse un imputato davanti al tribunale del suo super-io. Di qui il blocco. La modernità pragmatica però preferisce spiegazioni più semplici e meno romantiche. La sindrome della pagina bianca non è problema da malati immaginari, è una realtà. Quando non si sa bene ancora cosa fare o cosa scrivere, il blocco deriva banalmente dal fatto che non si sa ancora cosa scrivere. Avere qualcosa da dire non è cosa da poco e non è un problema immaginario. Come si fa a decidere di avere un’idea, per di più buona? La mente lavora sempre certo, ma il lavoro inventivo non è frutto di decisioni. È un po’ come innamorarsi. Possiamo deciderlo? Semmai decidiamo di creare i presupposti. Di allargare la nostra cerchia sociale, ad esempio, nella speranza che nel giardino delle conoscenze sbocci l’amore. Se dobbiamo scrivere qualcosa e ancora non sappiamo bene cosa scrivere, possiamo decidere di sistemarci in scrivania davanti alla pagina, che è appunto bianca. Se dobbiamo montare un mobile e non abbiamo idea di come fare, non c’è nemmeno un libretto di istruzioni, possiamo decidere di sistemarci li, in mezzo ai pezzi di un puzzle incomprensibile. E l’attenzione vaga a caso un po’ sui componenti sparsi sul pavimento, un po’ altrove. Possiamo decidere tante cose, possiamo decidere di cercare ma non possiamo decidere di trovare. Per una nuova buona idea abbiamo bisogno di tempo E per fare questo l’attenzione non è per nulla utile, anzi è deleteria. L’attenzione non è una facoltà creativa, è solo una capacita esecutiva
Insomma, il senso di vertigine che si ha davanti a un nuovo compito in cui poco o nulla e chiaro non è una debolezza della mente, è un ostacolo reale. La mente, nella sua onnipotenza, può nutrire l’illusione che basti un po’ di volontà. Non è così purtroppo. Anzi, i mezzi che abbiamo a disposizione possono essere dannosi. E questi mezzi quali sono? Nient’altro che la nostra attenzione. Un po’ di attenzione funziona, intendiamoci. Per un po’ di tempo è giusto passare in rassegna le idee che già conosciamo. Non ci vuole tanto però, si rimane nell’ordine dei minuti. Se in questo intervallo di tempo focalizzato non ci sono venute idee, vuol dire che tutto quel che già sappiamo e sappiamo fare non è sufficiente, non serve, non funziona del tutto.
Saggezza vorrebbe che passassimo ad altro: non possiamo farci venire una buona idea semplicemente volendolo. Per una nuova buona idea abbiamo bisogno di tempo, abbiamo bisogno che la nostra mente apprenda nuove informazioni e cresca su di esse, le connetta a quello che già sa e la elabori, questa nuova buona idea. E per fare questo l’attenzione non è per nulla utile, anzi è deleteria. L’attenzione non è una facoltà creativa, è solo una capacita esecutiva di concentrare le forze già presenti su una leva, e metterla in azione. È un “pronti? Via!” Se però queste forze sono insufficienti o la leva scelta è sbagliata, l’attenzione deraglia a un vagabondare sterile e rimuginativo, il mind-wandering della letteratura scientifica anglofona. E ben presto degrada in un’autoflagellazione.
Insomma, davanti alla pagina bianca che non si riempie crediamo di stare continuando a cercare una buona idea e iniziamo a pensare che siamo degli incapaci. Siamo noi stessi, e non il nostro super-io, che ci giudichiamo spietatamente, e tutto solo perché non accettiamo che, per ora, non sappiamo cosa scrivere. Perché lo facciamo? Perché intestardirsi? È una forma decaduta del vecchio “conosci te stesso”. Un’illusione che l’ostacolo risieda in qualcosa che non va in noi stessi. E così ci impegniamo in una ricerca a vuoto dei nostri difetti, che a sua volta si risolve in una condanna di noi stessi che ulteriormente ci obbliga all’inazione e che in più ci illude di essere un sorta di percorso di conoscenza di sé, di analisi, di crescita. E invece è solo un’autoumiliazione.
Che fare, dunque? Di fronte al non saper che fare, meglio sarebbe concentrare la mente altrove, su qualcosa di fattivo che sappiamo già fare. Così diamo tregua al motore mentale e gli diamo tempo di elaborare una nuova buona idea. Insomma, lasciamo lavorare tranquilla la nostra mente. La nostra pedante, limitata e fastidiosa attenzione esecutiva (questo è il termine tecnico), con la quale troppo spesso erroneamente ci identifichiamo chiamandola pomposamente “Io”, è spesso solo una seccatrice che rallenta il lavoro mentale. Non ci conviene confondere noi stessi con una nostra funzione mentale sopravvalutata.
Se la pagina è bianca, distogliamo la nostra attenzione dai nostri problemi e da noi stessi, alziamoci, andiamo a farci una passeggiata e attendiamo con calma che si accenda la lampadina sorseggiando un caffè al bar. Oppure no. Si può anche non scrivere nulla, compreso il proprio futuro. Il futuro è un po’ come la vita: è quel che accade mentre rimugini su altro. Vale anche per il 2017.
http://www.linkiesta.it/it/article/2016/12/31/per-diventare-piu-creativi-nel-2017-il-segreto-e-non-stare-attenti/32841/ 

IL VERO IL FALSO IL BELLO

di Sarantis Thanopulos, il manifesto, 31 dicembre 2016
Silvio Perrella ha scritto, riferendosi all albero di Natale nel lungomare di Napoli, che abbiamo perso la capacità di distinguere tra vero e falso e tra brutto e bello. Nel suo libro “Addii, fischi nel buio, cenni” parla delle immagini, “inestricabili, ma intime”, che si formano sulla nostra “retina culturale” quando leggiamo. Non ben definite sono conservate in un “arsenale di sinapsi”.  Nel tempo possono riattivarsi e rimare tra di loro e con la consistenza delle immagini che provengono dal mondo fenomenico.
La riflessione di Perrella mantiene la sua validità anche capovolgendone la direzione. Le immagini provenienti dal mondo esterno generano idee e interpretazioni che restano sfumate e imprecise nella nostra mente, in stretta associazione con gli stati emotivi e affettivi di cui sono parte. Sono la fonte di ogni nostro discorso autentico, che ci impegna come soggetti, il luogo di quel “non so che”, che ci permette di dare senso alle cose in eccesso alla nostra capacità di significarle in modo chiaro e coerente. Le cose che affermiamo non sono vere, dotate di un senso reale, perché le esponiamo in modo logico e coerente, questo serve piuttosto a costruire un mondo prevedibile e un alloggio oggettivo della nostra esistenza. La verità delle nostre affermazioni precede la loro formulazione logica e ha il suo fondamento in quelle rappresentazioni ideative/affettive dei fenomeni sensibili che mantengono il loro rimare allo stato potenziale, insaturo e aperto a diverse configurazioni. Queste rappresentazioni sono le più adatte ad accogliere e trasformare, trasformandosi, l’impronta che i fenomeni lasciano in noi: costituiscono la pellicola “viva” che registra, rendendoli espressivi e creativi, i nostri processi trasformativi.
Il declino del “non so che” -la rinuncia alla definizione satura, chiusa delle interpretazioni che ci impegna realmente con la vita- ci rende incapaci di distinguere il falso dal vero. Ci priva dell’“idea”: non di una verità immutabile soggiacente a ogni apparenza, ma della trasformazione del nostro assetto mentale e emotivo che rende interpretabili gli oggetti sensibili che catturano il nostro sguardo. Rischiamo di smarrire l’interpretabilità stessa della nostra esperienza, la ricezione reale delle impronte profonde attraverso le quali il mondo “comunica” con noi, e quindi anche la capacità di riconoscere l’illusione difensiva, il posticcio e l’inganno.
Segue qui:
http://www.psychiatryonline.it/node/6574 

MA QUANTO DURA UNA TERAPIA?

di Giovanna Celia, d.blogautore.repubblica.it, 31 dicembre 2016
Ad aprile di questo anno, dopo 17 anni di psicoterapia, ho deciso di interrompere il percorso, comunicandolo in quella che è stata l’ultima seduta, alla mia analista; circa sei mesi prima avevo comunicato il mio desiderio di chiudere il lavoro, poiché ero “stufa” di andare avanti; la mia analista però non ha tenuto conto di questa mia richiesta, quindi sono stata io a dire basta. Per altro io pensavo di stare lavorando sulla chiusura dell’analisi, invece no. A distanza di sette mesi sto benissimo, mi sento liberata, non ne potevo più delle due sedute settimanali, dovrei incontrarla per un controllo, ma io non ne ho voglia. Sono però delusa dal mondo della psicanalisi, non la suggerirei a nessuno, soprattutto tornassi indietro non rifarei tale percorso, forse ho sbagliato analista, troppo dura, non ha accolto la mia richiesta. Perché le scrivo? Perché non mi ha mai fatto avere le ricevute dei mesi delle sedute relative al 2016 e quindi sarei costretta a ricontattarla, e ciò mi mette a disagio… E.
Cara E le confesso che mi ha davvero impressionato leggere la durata della sua analisi. Francamente lo trovo davvero incredibile. Innanzitutto facciamo una differenza tra psicoterapia e psicoanalisi, psicoterapia è il termine generico per indicare un qualsiasi trattamento terapeutico in ambito psicologico, senza discriminare tra i diversi metodi utilizzati dagli psicoterapeuti. La psicoanalisi, invece, è una forma particolare di psicoterapia basata sulle concezioni psicoanalitiche della mente, sviluppate a partire dal lavoro di Sigmund Freud. La psicoanalisi ha solitamente tempi lunghi e una frequenza come quella tenuta da lei due, a volte anche tre volte, a settimana. Senza dubbio la psicoanalisi ha una grande tradizione ma oggi ha tempi di realizzazione poco moderni e in linea con le esigenze delle persone, la disponibilità di due o tre incontri settimanali non è per tutti, senza trascurare naturalmente il costo di una impresa del genere, per di più, protratta per anni, è un privilegio per pochi! Personalmente ho più formazioni in psicoterapia tra cui una in psicodinamica dei gruppi a Parigi e, pur avendo un profondo rispetto culturale per la psicoanalisi, sono la rappresentante di un metodo di psicoterapia, decisamente più breve che si chiama strategico-integrato.
Segue qui:
http://psicologa-d.blogautore.repubblica.it/2016/12/31/ma-quanto-dura-una-terapia/
 

MASOCHISMI ORDINARI

di Laura Pigozzi, doppiozero.com, 31 dicembre 2016
Sono stato indotto a riconoscere un masochismo primario – erogeno – dal quale si sviluppano due forme successive, il masochismo femminile e quello morale. (Freud)
Il masochismo morale fa male… non solo al soggetto, ma soprattutto alla coppia, al partner, alle relazioni. È una conseguenza di quello che Freud ha chiamato il masochismo morale e che si sviluppa quando l’abbandono del masochismo primario erogeno – quello legato ai piaceri forniti dalla madre – risulta incompleto. E allora abbiamo storie che non decollano mai veramente: iniziano, sembrano promettenti ma s’incagliano contro uno scoglio fantasma e restano in secca anche per anni. La non elaborazione del masochismo erogeno, simbiotico, fa mancare il passaggio strutturante e umanizzante al masochismo fondamentale che da quei piaceri primitivi prevede la separazione.
Le forme di impasse che incontra un soggetto nel suo cammino verso il masochismo fondamentale e civilizzatore, si fanno intendere in un libro fresco di stampa – Masochismi Ordinari, Mimesis – della psicoanalista Marisa Fiumanò, la quale rileva la difficoltà che c’è oggi nel sottomettersi, appunto, al masochismo fondamentale, cioè a un regime masochista portatore di un limite, moderato, buono (come il colesterolo), temperato, direi, usando una metafora che prelevo dall’armonia musicale. Se questo temperamento riesce con difficoltà ne va di mezzo anche la musica della coppia e il masochismo morale che allora si produce, più spesso nel partner maschile, la guasta. Si tratta di una piaga il più delle volte non rimarginabile: spesso una donna, all’inizio della storia soprattutto, non vede nell’attaccamento alle figure del passato del proprio uomo ciò che impedisce la relazione. Oppure si tratta di relazioni a forti tratti adolescenziali in cui uno o entrambi i partner restano dipendenti, materialmente o moralmente, dai genitori. A volte, al partner che subisce il masochismo morale dell’altro, l’ostacolo non sembra visibile: è la madre immaginaria, quella dei falsi ricordi. È la Madeleine di Proust, quella mai più ritrovabile dopo il primo assaggio, dice Fiumanò.
Pur essendoci anche dei masochisti morali d’eccellenza – come Dostoevskij per Freud, che guarisce dall’epilessia solo quando è deportato in Siberia; oppure Marx secondo Lacan il quale ritiene che un grande ideale morale spesso si connetta a una vita di sacrificio nella vita sessuale e/o sentimentale – i masochisti morali ordinari, quelli che incontriamo nella vita quotidiana, sono soggetti impossibilitati a scegliere una donna, un Altro, e dimostrano questa impossibilità o avendone molte – è il caso del triste dongiovanni, alla fine solo – , o non avendone nessuna; oppure si tratta di quei soggetti che non possono amare, che non ce la fanno a scegliere la donna che vorrebbero (e a volte proprio “dovrebbero“ scegliere, pur facendo la tara del fatto che ogni oggetto è inappropriato a placare la fame del desiderio). Nei masochisti morali è quasi sempre presente una forma di impotenza, perché la potenza sta tutta dalla parte dell’Altro materno. Il partner che inconsciamente resta legato ai piaceri antichi prende la posizione erotizzata del neonato. Quando il masochismo originario erogeno insiste troppo, avvelena le vite, soprattutto degli uomini (ma, oggi, che siamo in difetto di Edipo, anche di alcune donne). E ciò avviene in maniera più marcata soprattutto laddove esiste un culto collettivo della sacralità della maternità che, dunque, finisce per sostenere il masochismo morale anche a livello del discorso sociale.
Segue qui:
http://www.doppiozero.com/materiali/masochismi-ordinari
 
AUDIO

PSICOANALISI: QUALE FUTURO?

da rai.it, 29 dicembre 2016
Nel 1967, raccogliendo una serie di fermenti empirici che arrivano soprattutto dal mondo anglosassone, lo psicoanalista Pier Francesco Galli fonda, con il gruppo milanese per lo sviluppo della psicoterapia, una rivista che sarebbe diventata nel tempo costante punto di riferimento per la psicoanalisi mondiale. Oggi Psicoterapia e Scienze Sociali compie cinquant’anni e Fahrenheit ne approfitta per analizzare, assieme allo stesso Galli e a Paolo Migone, direttore scientifico della rivista, lo stato di salute di una disciplina sempre in bilico tra scienza e interpretazione, e per provare a scoprire quale sia il suo futuro. A tal proposito ascoltiamo anche Simona Argentieri, membro ordinario e didatta dell’Associazione Italiana di Psicoanalisi e dell’International Psycho-analytical Association. Quest’ultima ha scritto, con Nicoletta Gosio, Lo stress e altri equivoci, Einaudi 2015.

Vai qui:
http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-e020bb84-156d-4b61-94b3-51d51e419c49.html
 

 

 

(Fonte dei pezzi della rubrica: http://rassegnaflp.wordpress.com

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