Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

Il “genere” è norma

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26 dicembre, 2016 - 18:30
di Sarantis Thanopulos

Il 2016 lascia tra le sue indesiderate eredità la baruffa tra i detrattori del “genere” e i suoi sostenitori. Per entrambi gli esseri umani si dividono in “generi” che si combinano tra di loro secondo una “grammatica” sociale. La differenza è che gli uni restringono la combinazione (e la genitorialità) ai generi “uomo” e “donna” e all’eterosessualità, mentre gli altri la estendono all’omosessualità e alla transessualità e teorizzano l’esistenza di un “terzo genere” -né maschio né femmina, neutrale. Comune è il misconoscimento del corpo erotico, piegato alle esigenze di una logica combinatoria che riflette rapporti di potere.
Il genere è un falso amico delle relazioni omosessuali e dell’omoparentalità. In realtà, esse poggiano sulla differenza/complementarità erotica dei corpi dei due sessi e sulla libertà delle sue declinazioni. Per via delle identificazioni crociate tra l’uomo e la donna la costituzione del nostro corpo è bisessuale. Ciò non implica la bisessualità amorosa –l’uguale attrazione per i due sessi- o l’androginia -sequestrare  l’altro sesso dentro di sé, annullando il senso della sua differenza. La doppia disposizione del corpo erotico prende, il più delle volte, una direzione preferenziale, maschile o femminile. Si evita la dispersione o l’autarchia, ma senza svilire la libertà. Nel rapporto tra gli amanti, dello stesso o di opposto sesso, convivono due donne e due uomini che si combinano tra di loro in tutti i modi possibili in senso etero e omosessuale.
La libertà dell’esperienza psicocorporea nei confronti dei limiti posti dall’anatomia -dai quali, tuttavia, non si è mai del tutto indipendenti- si estende nel campo della genitorialità. La maternità, fondata sull’apertura erotica femminile all’alterità, può essere interpretata dalla parte femminile di un uomo e la paternità, la capacità di trovarsi come soggetto desiderato e desiderante nel luogo dell’apertura, può essere assunta dalla parte maschile di una donna.
Il legame tra limite e libertà è precario nella transessualità. Sentirsi diversi dal proprio corpo è una sofferenza a cui non si può dare una risposta repressiva. Il problema è che la sofferente diversità può sfociare in una deriva manipolativa. Si pretende di essere pura femminilità o mascolinità, dissociata dall’opposta dimensione della sessualità, in un corpo che, smentendo questa pretesa, si avverte come contenitore alieno. Si cerca di demolirlo e di costruire sulle sue macerie un falso d’autore: un corpo fantasma, un artefatto ormonale o chirurgico, che annulla la sensualità della materia psicocorporea e la rende inerte.
Alla manipolazione della propria anatomia, soggiace il fantasma normativo di un corpo asessuato, neutrale. Il terzo genere dà rappresentazione alla negazione delle relazioni e della sessualità, crea monadi isolate. Il trionfo dell’autoreferenzialità: costruire da sé la propria identità senza tenere conto dei limiti naturali e dei legami erotici (che richiedono compenetrazione). Si crea indifferenza, mancanza assoluta di libertà. Ci si ribella alla norma per cadere nelle maglie della normatività più assoluta.
Opporsi all’idea di dichiararsi uomo o donna può far parte (in modo estremo, impossibile) della contestazione della loro definizione sociale. Includere l’opposizione nelle regole contestate, inventando un genere neutro, significa  assoggettarsi alla sintassi alienante di una società che trasforma gli esseri umani in generi grammaticali. Reprimere i sintomi dell’alienazione, è renderla invisibile e letale. Trasformarli in simboli di libertà e di emancipazione, è condannarsi a vivere in un’illusione ottica perenne.

 
 
 

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