In cosa consiste la bravura di un analista?

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15 giugno, 2017 - 19:32
Per rispondere a questa domanda se ne dovrebbe, prima, porre un’altra: esiste il metro per la misura di un analista? C’è, quindi, una tecnica della psicoanalisi? Se ci fosse, si potrebbe apprenderla, ma allora non ci sarebbe bisogno di passare da un’analisi personale[1]. Si risparmierebbero molti soldi e moltissima angoscia.
Se stiamo a quanto dice la Legge italiana, la psicoanalisi non è che una forma di psicoterapia, cioè una delle varie risposte che un soggetto può trovare, sul territorio, per la cura del proprio malessere. Non tutte le risposte trovabili sul territorio e soggettivamente efficaci contro un malessere, però, sono contemplate come psicoterapie.
Alcune scuole di psicoterapia non richiedono che, chi si iscrive, si sottoponga a un’analisi personale. Alle volte, non viene richiesta neanche a una psicoterapia. Già questa condizione, dunque, pone un discrimine: molto probabilmente, in quelle scuole si impartisce l’insegnamento di un protocollo e, congruamente, a un protocollo si confanno le nozioni di apprendimento e di misurazione.
Stante però il fatto che le varie scuole di psicoanalisi richiedono tutte, al di là della preparazione accademica e delle differenze intrinseche, un lavoro clinico del soggetto su di sé, dobbiamo convenire che la psicoanalisi non sia un protocollo, cioè non sia standardizzata e, non essendolo, non sia neppure misurabile[2].
Sorge dunque la questione di che cosa sia la psicoanalisi, salvo poi accorgersi di come anche questa formulazione sia, purtroppo, imprecisa. In quanto me la sono posta e in quanto faccio riferimento a una formazione analitica (o questi due aspetti sono inscindibili, o non sono, io, in grado di scinderli), la vera domanda, cioè quella che mi vincola soggettivamente, è: che cos’è una psicoanalisi? Quale? La mia!
Di quale psicoanalisi si potrebbe parlare, a ragione, se non della propria? Di quale altro sapere si potrebbe testimoniare, oltre a quello che, già edito, non apporta nulla di nuovo, se non di quello che si è enunciato, per tanti anni, senza prenderlo per tale? Solo di questo secondo sapere, infatti, si è responsabili in prima persona, ed è una regola che vale da ben prima di Freud o Lacan[3].
Forse già deludo chi mi ha posto la domanda, passando come faccio da un registro universale, in cui parlerei per tutti, a uno singolare, in cui quello che dico prende solo e soltanto il tempo che trova presso chi ascolta. Devo perciò a questo Altro, che ho fatto mio implicandomi a dire, una motivazione di quanto esprimo e, soprattutto, una specificazione.
Che io – che scrivo – possa asserire di vedere la realtà così com’è e, passo successivo, usarla come metro universale, sarebbe solo indice di tre cose: uno, non ho bisogno di fare un’analisi, perché sono sano di mente; due, probabilmente sono psicotico; tre, i punti uno e due non sono reciprocamente escludentesi. Se poi, ad esempio, levassi il probabilmente messo davanti al sono del punto due, perché inutile, o se me ne facessi catturare al punto da non poter che dubitare della consistenza logica di ogni predicato nominale, fosse pure il sano di mente del punto uno, sarei allora psicotico quasi per certo.
Torniamo per un attimo alla comparazione fra psicoanalisi e psicoterapia, dato che l’albo professionale è lo stesso. Per sommi capi possiamo dire che, se in una psicoterapia si tratta di prendere dei comportamenti, che avevano debordato, e di riportarli all’interno di criteri di decretata normalità, in una psicoanalisi si tratta invece di avere a che fare con un: Qualcosa non va, che è tanto diverso per ognuno quanto oscuro per tutti, analista compreso.
Alle volte, questo Qualcosa non va prende la forma di un sintomo della nosografia ufficiale, ma il lato analitico della questione non invalida affatto il suo corrispettivo medico. Ciliegina sulla torta: se il comportamento ha dei parametri di riferimento, per cui si può guarire, Qualcosa non va non è senza rapporto con un irrisolvibile di fondo.

Va detto che molti soggetti chiedono aiuto senza sapere nulla del tipo di percorso che, eventualmente, si troveranno a intraprendere. La psicoanalisi è una risposta corretta quando c’è una domanda di analisi, o quando questa si crea in tempi ragionevoli, non negli altri casi. L’analista deve indicare la porta dell’inconscio, non spingere un soggetto a entrarvi. Torniamo, quindi, all’analista.
Secondo Lacan, un analista è quella persona che ha portato a termine la propria analisi[4]. Diviene allora legittimo chiedere: l’analisi può arrivare a prosciugare l’inconscio, può renderlo del tutto cosciente? Se potesse, porterebbe il soggetto a quel limite della libertà umana che, però, è solito presentarsi, sua propria sponte, nel reale di chi lo raggiunge, rendendolo schiavo[5]. In due parole, insomma: o il prosciugamento dell’inconscio non è possibile, o almeno non è consigliabile.
Una nuova questione sorge allora immediatamente: un essere parlante, che ha un resto di inconscio, che quindi è ancora nevrotico e, pertanto, non corrisponde a nessun ideale, e anche se sta per lo più zitto, a che titolo osa arrogarsi l’arbitrio di dare ascolto a una sofferenza? Ammettiamolo: la massima lacaniana sull’autorizzarsi da sé, per quanto sia valida, se non viene approfondita, presta il fianco alle critiche più feconde[6].
Il primo rischio, per un paziente, è quello di trovarsi ad avere a che fare con qualcuno che si è autorizzato precocemente. E chi non si autorizza mai? Chi non fa, non può fare danno, ma evidentemente sta avendo a che fare con una impasse nel proprio lavoro analitico. Analisi terminata troppo presto, analisi interminabile, quando termina correttamente un’analisi?
Si dice che, quando un’analisi è terminata, un soggetto scelga il proprio sintomo. Con una bella immagine, che cioè descrive ma non rende ragione, potremmo dire che costui si lamenti di meno, ma questo non significa che sia pure contento di ciò che è.
Con un linguaggio simbolico, che invece esprime ma non descrive, verrebbe fuori un algoritmo. Lacan ha scritto il famoso algoritmo del transfert ma, appunto, si trattava di una formula alla lavagna, valida universalmente perché nessuno era chiamato, soggettivamente, a farsene carico in quel momento[7]. La formula: Valido per tutti, fino a quando non si viene chiamati in causa, strizza insomma sempre l’occhio a un: Valido per te.
Resterebbe un dire reale, di suo sempre più vicino all’urlo che alla parola, ma questo si articola molto difficilmente con un linguaggio, che di suo, al contrario, si scrive, e che, proprio in quanto scrivibile, attenua per struttura ogni forma di urgenza. Il punto è che un dire reale si verifica, quando si verifica, solo e soltanto per i chiamati causa, quando fanno orecchie da mercante, come non detto.
Dato che nessuno dei tre registri si è rivelato soddisfacente, da solo, a dirimere la questione, faccio appello a un esempio. Poniamo un caso che, in un’ottica non analitica, definiremmo facilmente come triste. Un essere umano, che ha finito l’analisi, e che pertanto supponiamo sia arrivato a dire, credendoci: “Io sono questo”. Solo che il questo, che ora non è più in questione, è una cosa brutta o, per dirla più correttamente, è una cosa brutta per lui.
Avendo terminato quell’analisi, sulla cui porta aveva lasciato ogni speranza, non ne avrà più alcuna e, per di più, saprà di essere l’unico responsabile della propria condizione. Anni buttati? Proviamo a muovere l’ottica e, se stiamo attenti, potremo forse scorgere una faglia.
Non si tratta di una speranza, quella è ormai fuori gioco e dovremo spiegare perché è necessario che lo sia. Si tratta di qualcosa che separa, rendendole non intercambiabili, due cose che, per coerenza con l’esempio portato, chiameremo disperazione e accettazione.
La prima non vede soluzioni, vie di uscita, ma le cerca. Un ideale, seppur negato al soggetto, è ancora presente sulla scena. La seconda va invece approfondita.
Accettare ciò che si è indica, rispetto al ciò, un rapporto diverso da quello che, prima, aveva portato quel soggetto a chiedere un’analisi. Se cioè la posizione del soggetto è cambiata, se la prospettiva è cambiata, allora la logica non è più la stessa, ed è solo a questa condizione che, eventualmente, può prodursi del nuovo. Una nuova alleanza con il proprio inconscio, diversa da quella di prima, è un’altra metafora che viene spesso usata per indicare la fine analisi.
E se invece, al posto di disperazione o accettazione, si fosse trattato di sostituzione, di un questo alternativo? Le diverse traduzioni della frase di Freud: Wo Es war, soll Ich werden, segnano, a questo proposito, uno spartiacque nella tradizione psicoanalitica[8]. La scelta di campo fatta da chi scrive è facilmente intuibile, ma questo non significa che la soluzione alternativa, che abbiamo chiamato sostituzione e che fa appello a un io ideale, supposto sano, sia del tutto priva di efficacia terapeutica.
Quanto detto finora, però, non impedisce che un’analisi possa essere interrotta prima del suo termine, ad esempio alla prima uscita gloriosa verso il narcisismo. Ogni analizzante ha fatto l’esperienza di almeno una seduta dalla quale è uscito soddisfatto e con la sensazione di aver compiuto una svolta decisiva: “Ho finito l’analisi”, dissi una volta, dopo svariati anni dall’inizio del mio percorso. “Vorrei vederLa un’altra volta”, rimandò l’analista, imperturbabile. Acconsentii, dopotutto non sarebbe stata che una seduta in più.
La notte prima di quello che sarebbe stato il mio ultimo appuntamento feci un sogno. Raccontandolo dal lettino, però, mi accorsi di un significante che, pur non nuovo in sé, era come se arrivasse per la prima volta, stonando un racconto altrimenti armonico. Che voleva dire? Mi accorsi, non senza un certo disappunto, che se una svolta c’era stata, c’era stata solo per permettermi di percepire quel significante che, fino a quel momento, avevo tenuto in sordina, proprio in virtù del fatto che mi teneva nella posizione da cui sognavo.
Come in un film, che non può esserci senza un cavalletto che regga la telecamera, quel cavalletto era apparso sulla scena, proprio sul finale. È pure vero, però, che un film in cui si veda apparire ciò che dà ragione dell’apparenza, e ne dà ragione talmente bene da farcela prendere per realtà, non è meno fiction degli altri. Se prima questo lo sapevo dai testi, ora lo sapevo su di me. Quella, per inciso, non fu la mia ultima seduta, ma una piccola svolta si era comunque verificata[9].
Qual è, dunque, la svolta decisiva? Come si riconosce quel famoso cambio dell’economia libidica di cui parla Freud, o il taglio topologico che, secondo Lacan, darebbe ragione di un cambio di struttura, e che non si dà se non quando è già avvenuto, diverso per ciascuno? O è cambiato tutto ciò che si vedeva solo perché, in realtà, la prospettiva potesse restare la medesima? Con buona pace di chi mi ha proposto questo articolo, dovrò farlo attendere ancora un po’. Per tentare l’ultimo assalto, proverò un’altra strategia.
Cosa produce un effetto analitico? Un analista, il che però pare tautologico se, stando a Lacan, l’analista è pure il prodotto di un’analisi[10]. Quando c’è un analista? Per questo, servono delle condizioni. Serve, intanto, che un essere umano parli a un altro essere umano, di persona (non online o altra modalità 2.0). Parlare, però, ha un effetto collaterale: un’apparenza di sapere sorge dal lato della persona a cui ci si rivolge. Lacan lo definisce soggetto supposto sapere ma, va detto, se ne era accorto già Aristotele[11].
Per inciso, si tratta di uno dei motivi per i quali è tanto rischioso l’uso del lettino con un soggetto psicotico: l’immagine dell’analista, infatti, fattasi mancante, non può funzionare da valvola di sicurezza che argini il fluire di un sapere che, rivolto direttamente all’Altro, se sfuggisse alle maglie del simbolico si potrebbe facilmente ripresentare nel reale, con effetti devastanti[12]. “Lo psicoanalista” – dice Lacan – “non deve più aspettarsi uno sguardo, ma si vede diventare una voce”[13]. Anche se parlava d’altro, quando ha pronunciato questa frase, vale comunque come monito di prudenza.
Fermarsi alla presa in considerazione del parlare, e del suo risvolto di supposizione di sapere, dicevamo, non è ancora psicoanalisi. Coincide piuttosto con il reperire le coordinate dell’ideale e, se da quella posizione si dice qualcosa, con un lavorare tramite la suggestione[14]. La ragione sta nel fatto che l’io ideale (immaginario) non coincide con l’ideale dell’io (simbolico) e, anzi, i due registri sono semmai perpendicolari fra loro.
Perché ci sia analisi, dice Lacan, bisogna che, chi riceve un paziente, riesca a sostenere la posizione del puro dialettico[15]. Spieghiamo questa posizione facendo ancora ricorso ad Aristotele: non aggiungere mentalmente quanto manca alle parole di chi si rivolge a lui, nella convinzione che il risultato sia lo stesso, perché non lo è[16]. È un passo logico che, dal registro immaginario, ci porta a quello simbolico, ma ne manca ancora uno e, prima di compierlo, dovremo porre un’ulteriore specificazione.
Sapere di non sapere della verità dell’altro, non vuol dire non sapere nulla del funzionamento inconscio. Le formazioni dell’inconscio, tutti quegli elementi, cioè, che, concatenati fra loro, mettono in essere una verità nascosta e personale, danno altresì ragione di una struttura e questa, pura articolazione in atto, è in sé anonima. È la struttura, però, ciò che indica all’analista la posizione che dovrà assumere e tenere nella direzione della cura. Tornare di un passo indietro, alla possibile direzione del paziente, sarebbe facile, ma non sarebbe analitico[17].
Da una parte, dunque, c’è la verità soggettiva che, dice Lacan, parla continuamente. Da un’altra c’è la struttura, che ordina questa verità in un modo o in un altro, ma che ne impedisce contestualmente la scrittura, condannandola a un dire imperfetto. Fanno eccezione i casi di psicosi, nei quali però, come si è visto, questo dire apre costantemente al rischio di un ribaltamento delle posizioni. Il minimo sindacale della mansione psi, per tutte le pratiche che si rifanno a Freud, è quello di saper riconoscere e distinguere questi due livelli, che sono perpendicolari fra loro.
Torniamo quindi all’analista, anzi, proprio a quell’analista lì. Ci chiedevamo come facesse, se è ancora nevrotico, se cioè ha un resto di reale, a sostenere la posizione del puro dialettico. Come fai a non impedire, a causa del tuo proprio inconscio, lo svolgersi di quel sapere che si presenta, criptato, nella libera associazione del soggetto analizzante? Qui Lacan è chiarissimo, infatti, quando dice che la resistenza è più dal lato del soggetto analista che dal lato del soggetto analizzante, e che si tratta di una resistenza che non è senza rapporto con quel resto, inanalizzato o inanalizzabile, finito o indefinito, della sua analisi[18].
Può esserci un analista a resistenza zero? Se vale quanto detto in precedenza, forse lo è solo lo schizofrenico, il quale però ha molte difficoltà a stare zitto, anche quando si trova nel silenzio assoluto della catatonia. Chi ha fatto esperienza con soggetti schizofrenici si è trovato a esserne destabilizzato, spesso in maniera brusca e molto meno prudente di quanto lo sarebbe stato da un analista.
Possiamo azzardarci a ipotizzare che, in caso di schizofrenia, il reale lacaniano si ritrovi a collabire con la realtà del soggetto? Un soggetto a reale-resistenza zero ma a reale-realtà agente, perché ne è agito, senza freni? Se il participio passato di analizzante è analista, e non analizzato, possiamo dire che l’unico soggetto a cui si confà la qualifica di analizzato è lo schizofrenico? E dal lato dell’analista, la resistenza, quel resto del suo lavoro analitico che dovrebbe coincidere con il questo del io sono di cui dicevamo nell’esempio, dà garanzia di prudenza o fa ostacolo al trattamento?
Forse i due aspetti non vanno disgiunti. Sicuramente tale resto non va agito, altrimenti saremmo o nel caso di un analista autorizzatosi precocemente, cioè di un soggetto analizzante che, però, si prende per analista, per di più sulle spalle di un altro analizzante, o nell’agito controtransferale. In entrambi i casi, forse, Freud direbbe che abbiamo a che fare con un’analisi selvaggia.
Se, per quanto riguarda la struttura, una posizione va presa in maniera definita, è invece questo farsi mancante dal lato della verità soggettiva ciò che – ipotizzo – ci dà la misura della bravura dell’analista: quanto cioè riesca a vivere la metonimia, in mancanza, del proprio essere. Si tratta di uno svanire sistematico, che deve essere tale poiché, ad ogni proprio arrestarsi, non farebbe che togliere il posto, occupandolo, al divenire positivo della libera associazione.
Come si misura una metonimia negativa? Evito i numeri transfiniti, di cui Lacan ha parlato ma che non sono mai riuscito a leggere, e tento finalmente una risposta, da dare a chi ha posto questa domanda che ho fatto mia, indicandola come desiderio, ma d’Altro rispetto a ciò che si è indicato, e forse meno rispetto a ciò che mi ha mosso a indicare.



[1] Cfr. J. Lacan: Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola – in Altri ScrittiEinaudi – pag. 249.
[2] Sulle differenze fra la psicoanalisi secondo l’orientamento della Associazione Mondiale di Psicoanalisi e la psicoanalisi secondo l’orientamento della International Psychoanalytic Association si veda, nel dettaglio: D. Cosenza: Jacques Lacan e il problema della tecnica in psicoanalisiAstrolabio.
[3] Cfr. Aristotele, Organon, 66 B 20.
[4] Cfr. J. Lacan: Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola – cit. – pag. 249.
[5] Cfr. J. Lacan: Discorso sulla causalità psichica – in Scritti, vol. I – Einaudi – pag. 170.
[6] Cfr. J. Lacan: Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola – cit. – pag. 241.
[7] Ibid. – pag. 246.
[8] Cfr. J. Lacan: La cosa freudiana. Senso del ritorno a Freud in psicoanalisi – in Scritti, vol. I – cit. – pag. 407 – 408.
[9] Cfr. J. Lacan: Nota sulla relazione di Daniel Lagache – in Scritti, vol. II – cit. – pag. 676.
[10] Cfr. J. Lacan: Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola – cit. – pag. 249.
[11] Cfr. Aristotele, Organon, 183 B 05.
[12] Cfr. J. Lacan: Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi – in Scritti, vol. II – cit. – pag. 573 – 574.
[13] J. Lacan: Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola – cit. – pag. 252.
[14] Cfr. J. Lacan: La direzione della cura e i principi del suo potere – in Scritti, vol. II – cit. – pag. 592.
[15] Cfr. J. Lacan: Intervento sul transfert – in Scritti, vol. I – cit. – pag. 219.
[16] Cfr. Aristotele, Organon, 178 A 20.
[17] Cfr. J. Lacan: La direzione della cura e i principi del suo potere – in Scritti, vol. II – cit. – pag. 581.
[18] Ibid. – pag. 590.
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Commenti

Il bravo analista fa pensare. Questo è l'atto analitico. Condizione necessaria, benché insufficiente, è che l'analista abbia un pensiero.

La 'bravura', o per dirla con Freud la stoffa di un analista, si ricava dalla sua capacità di tenere quel posto.
Nel bene, e nel male.
Autorizzarsi, portare i propri enigmi presso un supervisore, fare i controlli, condurre su sè stessi un analisi rigorosa, sono dati che al paziente non è dato sapere.
Posso parlare per la mia esperienza personale, trascorsa, ma non passata.

I mie sintomi peggiorarono.
Stavo molto peggio di quando entrai in lugo di analisi.
Mentre pativo sulla mia pelle bordate controtransferali , e scongiuravo di fermarle, chiedendo all'analista di riperendere il posto dell' scarto in seduta, ottenevo ira.

Quando il tutto precipitò, e la mia depressione divenne una malattia mortale, sino a comprtare seri problemi di ordine fisico, il rapporto si interruppe con un telefono abbassato in faccia. Il mio corpo parlava, laddove la parola venne strozzata.

Ne sto scrivendo, commentando il testo ' Un singolare gatto selvatico. Jean-Jacques Abrahams, l'«uomo col magnetofono'

Da quel momento in poi, sopravvissuto, so prendere quel posto e dire agli analizzanti con i quali il lavoro , per questioni transferali non si sostiene, e dire loro ' sono qua, con le mie parole e le mie responsabilità. Non si può procedere'.

Senza fuggire.

RECENSIONE POL.it di "Un singolare gatto selvatico"
...possiamo intendere questa lezione, a condizione, però, di sospendere le difese rispetto all’evento, che in psicoanalisi possono prendere il nome di “diagnosi”, “passaggio all’atto”, “follia”.
http://www.psychiatryonline.it/node/6845

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