Psicoanalisi contaminata. Recensione di "Un singolare gatto selvatico" Il caso di Jean-Jacques Abrahams

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20 novembre, 2017 - 16:05
Autore: Pietro Barbetta, Enrico Valtellina, Giacomo Conserva
Editore: Ombre Corte
Anno: 2017
Pagine: 151
Costo: €11.90
Jean-Jacques Abrahams ha 32 anni quando, nel dicembre 1967, si presenta per l’ultima volta nello studio del suo analista. Era in analisi dall’età di 14 anni, per volontà del padre, e dopo diverse interruzioni decide intorno ai 28 anni di interrompere definitivamente la sua terapia, da sempre vissuta come violenta e obbligata. Tre anni dopo accade l’episodio che lo renderà celebre fra le marginalità della storia della psicoanalisi e che sarà discusso da Sartre, Pontalis, Pingaud, Fachinelli, Deleuze e Guattari, Castanet, negli anni fra il ’69 e il ’77.
Tale episodio costituisce un evento, una “irruzione”, dice Fachinelli; un oggetto sconosciuto e irriconoscibile agli occhi dell’analista prima, dei commentatori poi, si presenta sulla scena del setting psicoanalitico. Jean-Jacques Abrahams entra nello studio del suo analista e accende un magnetofono, un vecchio registratore, con l’intenzione di registrare il colloquio. “Credevo di dovergli [all’analista] far parte del risultato delle mie riflessioni, fatte nell’intervallo, sullo scacco di ciò che era stata questa interminabile relazione analitica”. L’atteggiamento è recriminatorio, il paziente chiede all’analista che gli vengano “resi dei conti”, che risponda a una imputazione pronunciata nei confronti dell’analista e della psicoanalisi tutta. Il Dialogo psicoanalitico finisce con l’internamento del protagonista in ospedale psichiatrico. Abrahams fugge dunque dall’ospedale, sbobina il nastro e lo invia alla redazione della rivista Le Temps Modernes, dove viene pubblicato nel 1969, con commenti critici di Jean-Paul Sartre, Jean-Bertrand Pontalis e Bernard Pingaud.
La vicenda sarà discussa da tanti altri, in primis da Deleuze e Guattari ne “L’Anti-Edipo”. Negli anni della contestazione, Jean-Jacques Abrahams, con il suo gesto di denuncia assolutamente sui generis, acquista una certa notorietà, producendo un dibattito sullo statuto della psicoanalisi: pratica di liberazione del soggetto o dispositivo borghese di regolamentazione del desiderio?
Ci viene data occasione, oggi, di ritornare a parlare e discutere di tutto ciò, grazie al lavoro di Pietro Barbetta, Enrico Valtellina, Giacomo Conserva e degli altri autori di Un singolare gatto selvatico, edito da Ombre Corte. “Ulteriore tappa della fortuna di Jean-Jacques Abrahams”, questo piccolo volume ripropone il celebre “dialogo psicoanalitico” tra Abrahams e il suo analista, pubblicato per la prima volta nel ’69 in Francia e nel ’77 in Italia, a opera di Elvio Fachinelli, sulla rivista “L’Erba voglio”; a seguire, i testi di Sartre, Pontalis e Pingaud, il bellissimo commento di Fachinelli, le distopie realizzate del nostro Abrahams, e poi Lea Melandri sull’esperienza di “L’Erba Voglio”, Antonello Sciacchitano su psicoanalisi e psicoterapia, Alfredo Riponi sulle risonanze del testo biblico nella parola di Abrahams.
Cos’è che rende interessante la performance di Abrahams? Di fatto non sappiamo nulla della storia che fa da contesto all’evento in questione. Tuttavia, se leggiamo i suoi scritti, in particolare Fallofonia e Che si fotta il sonoro, il profilo dell’avversario, della cosa contro cui Abrahams si scaglia senza riserve si fa più chiaro. E in fondo, viene da pensare che forse ogni contestazione abbia in sé un richiamo abrahamsiano.
C’è infatti una progressione in Dialogo psicoanalitico, Fallofonia e Che si fotta il sonoro: il primo è una denuncia del dispositivo analitico, la talking cure, il rapporto terapeutico basato sulla parola; il secondo è un testo in cui si critica un altro dispositivo, il dispositivo dei dispositivi, il linguaggio; nel terzo testo, Abrahams inveisce contro l’avvento del sonoro nel cinema, dunque contro la voce. Psicoanalisi, linguaggio, voce. “Se la specie umana è pressappoco una delle poche in cui ci si uccide l’un l’altro è sicuramente a causa del linguaggio” (p. 116). Questa linea interpretativa ci permette di cogliere meglio le questioni in causa nel Dialogo psicoanalitico.
Leggendo il Dialogo, appare chiaro come l’oggetto della contestazione del protagonista sia la tecnica psicoanalitica. “Non si può guarire là sopra!”, rimprovera Abrahams indicando il divano. La pratica analitica, dice, non aiuta a “guardare in faccia gli altri”, a viverci assieme, non insegna nulla di buono sulla impossibilità in gioco nei rapporti e nei legami sociali. Nel prescrivere l’astensione dall’azione, per favorire e incentivare l’analisi della vita psichica attraverso il medium della parola, la psicoanalisi ostacolerebbe l’elemento propulsivo, trasformativo dell’azione umana, disinnescherebbe la possibilità per l’uomo di risolvere la causa del proprio disagio e della propria angoscia nella realtà, attraverso un’azione che punti a toccare, a trasformare la realtà.
Un elemento in particolare disturba Abrahams, elemento che ha a che fare con una certa violenza. Nel Dialogo psicoanalitico sono frequenti i momenti in cui i due “attori” si accusano vicendevolmente di violenza, violenza fisica del paziente, violenza simbolica dell’analista. Ed è proprio contro questa “violenza simbolica” che il nostro intende fare qualcosa, per riscattare sé stesso e tutte le altre vittime di tale violenza.
“In cosa consiste questa violenza?”, si chiede Fachinelli nel suo commento, scorgendo nel Dialogo psicoanalitico e negli altri due testi una collocazione precisa di tale violenza: “Ciò che conta soprattutto è la traduzione in parole effettuata dall’analista, o meglio il presupposto di traducibilità – implicito nella sua posizione e nella sua tecnica – di tutto ciò che proviene dall’altra parte. Insomma, il conflitto dentro l’analisi è solo in parte conflitto tra chi interpreta e chi viene interpretato; più profondamente, esso si concentra intorno alla decisione di permutazione o equivalenza verbale di quanto accade” (p. 46).
Psicoanalisi, linguaggio, voce. Sotto accusa è dunque la legge fondamentale di ogni civiltà umana: la legge della parola. Sotto accusa, secondo Fachinelli, è quella strana legge non scritta, ma scritta ovunque e da sempre, che impone che tutto il reale passi attraverso la strettoia del simbolico. Jacques Lacan, utilizzando Ferdinand De Saussure, parlerà di significante. L’essere umano si costituisce prendendo le distanze, emancipandosi dal reale attraverso la mediazione del significante, attraverso cioè una struttura che abolisce la cosa nella sua immanenza per conservarla nella trascendenza del simbolo di quella stessa cosa (la hegeliana Aufhebung). Nell’habitat umano, le cose significano altre cose, e la significazione è il movimento che collega tutte le cose e che crea un discorso. Il discorso sarà dunque un modo per fondare un legame sociale tra esseri umani attraverso la stabilizzazione di determinate significazioni, di determinati sensi. Nell’ordine del discorso si “dirà” ciò che è ammesso e ciò che non lo è, ciò che è riconoscibile, visibile, dicibile, conscio, e ciò che è irriconoscibile, invisibile, indicibile, inconscio. La voce del Padrone pronuncia un discorso che denota, inquadra la vita come vita umana; il soggetto, dice sempre Lacan con un gioco di parole, è assoggetto, in posizione di sudditanza rispetto all’Altro. Nell’habitat umano, il reale è dunque cancellato originariamente, pertanto insiste e torna sempre allo stesso posto.
Tutta la lotta di Abrahams sembra andare contro questo funzionamento. Il gesto del nostro uomo col magnetofono veicola una obiezione fondamentale, mirabilmente colta da Fachinelli, contro un dispositivo terapeutico (che sarebbe scorretto identificare nella psicoanalisi, come se esistesse La psicoanalisi) fondato rigidamente sul “presupposto di traducibilità” in parola di tutto ciò che non è parola. “Un movimento teorico che, riferito non a ciò che taglia fuori, ma a ciò che si annette, dobbiamo pure chiamare predace, tende perciò ad abbinarsi a una pratica della “trasformazione”, del “controllo”, che in alcuni suggerimenti estremi delinea una “somministrazione” del codice della normalità”. Ciò che l’uomo col magnetofono mette in atto, continua Fachinelli, è “un movimento di cui occorre sottolineare insieme la problematicità e la positività, e che passa attraverso la parola contaminata, per così dire, vale a dire una parola non scissa, o il meno scissa possibile, da ciò che non è parola” (p. 47).
Ci sembra allora importante avere l’occasione di ricordare, o incontrare per la prima volta, il personaggio concettuale di Jean-Jacques Abrahams, grazie al lavoro di questo vitalissimo gruppo di studiosi, consolidatosi attorno all’interesse per le marginalità, letterarie, psicoanalitiche, filosofiche, storiche. Ricordiamo infatti un altro bel lavoro a cura di Barbetta e Valtellina, Louis Wolfson. Cronache da un pianeta infernale (Manifestolibri, 2014), dedicato allo “studente di lingue schizofrenico” che, con i suoi due romanzi in neolingua, ha insegnato più di qualunque teoria su linguaggio e schizofrenia. Così come in Wolfson, anche nell’uomo col magnetofono possiamo trovare una importante lezione, messa in scena ad opera di quello che di solito è l’oggetto dei saperi “psi”, oggetto piuttosto recalcitrante. E possiamo intendere questa lezione, a condizione, però, di sospendere le difese rispetto all’evento, che in psicoanalisi possono prendere il nome di “diagnosi”, “passaggio all’atto”, “follia”.
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Commenti

Grazie per questa bella recensione, ne abbiamo parlato a lungo a Bologna durante la presentazione del libro. La scelta di "riesumare" Abrahams è parte di una serie di gioiose riesumazioni a cui ci stiamo dedicando, Wolfson è stata la prima, poi Abrahams. Continueremo. Si tratta di fare una genealogia della crisi di saperi psi negli anni del secondo dopoguerra, Crisi che parte dalla diatriba, a lungo occultata, tra Freud e Ferenczi e si sviluppa attraverso la contestazione dei saperi psichiatrici, attraversata dalla monumentale opera di Foucault, fino all'attuale "neo-kraepelinismo psichiatrico e neo-funzionalismo psicologico.


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