PENSIERI SPARSI
Tra psichiatria, impegno civile e suggestioni culturali
di Paolo F. Peloso

20 ANNI DALLA MORTE DI FABRIZIO DE ANDRÉ

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16 gennaio, 2019 - 01:03
di Paolo F. Peloso
Hai cantato per quelli e quelle che le nuove leggi gettano sulla strada, o lasciano nel mare.
Per quelli e quelle che dovranno aspettare dieci anni per essere considerati poveri.
Per quelli che hai incontrato nei quartieri bui dove quando apri le persiane la luce del sole non entra, sulla cattiva strada, in via della Povertà o per gli stretti vicoli degli angiporti, lungo le calate dei vecchi moli. Per gli impiccati di Villon che scalciano da secoli nell’aria.
Per Geordie, i due ladroni e gli altri che sanno che è un delitto il non rubare quando si ha fame, e la loro vita per questo varrà meno di quella degli altri.
Per quelli e quelle che vivono dell'accattonaggio, e se insistono potranno essere incarcerati: eppure anche oggi, si va a caritare.
Per quelli e quelle che versano il vino e spezzano il pane per chi dice ho sete ho fame, e si vedono sequestrare le navi e aumentare le tasse per questo.
Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria alle ambizioni meschine, le millenarie paure, le inesauribili astuzie, la varietà delle proprie superbie.
Per chi muore nelle strade, nei campi e i torrenti insanguinati del mondo. L’amico, ma quello fragile. Andrea che si è perso e che ha perso. I morti per suicidio, ai quali in un momento la morte ha fatto meno paura della vita. Barbara, Angiolina, Teresa, Nina e Marinella, le oniriche creature di fiaba e il loro ingenuo scivolare all’inizio della vita. I drogati e le traviate che chiedono comprensione e pietà. La bimba che canta una canzone volgare e antica. Chi cerca in un bicchiere la felicità. La prostituta di via del Campo, l'illuso che piange sotto il suo portone, il professore che cerca da lei consolazione, quella di Sant'Ilario e il DASPO che la obbliga ad andarsene, e poi Nancy, Jamin-a infuocata ed esotica e la trans Princesa. Il tipo strano, il matto, il chimico senza amore, il malato di cuore e la sua triste debolezza, il blasfemo ammazzato di botte; il medico pasticcione, il bombarolo fallito, la loro generosità e la loro vergogna. Gli zingari; e gli indiani sterminati, da Custer a Bolsonaro. Per Elmer che di febbre si lasciò morire, Herman bruciato in miniera; Bert e Tom, il primo ucciso in una rissa e l’altro che uscì - come Migué, come Stefano - morto di galera. Charley che cadde mentre lavorava, e dal ponte volò sulla strada. Per Ella e Kate morte entrambe per errore, una d’aborto, l’altra d’amore; e Maggie uccisa in un bordello dalle carezze di un animale, Edith consumata da uno strano male. E tante Lizzie - uomini donne e bambini su fragili vascelli - che ancora inseguono la vita lontano, anime e corpi che avresti voluto salvi in terra e in mare, e che trovano chiusi i porti e trovano chiusi i cuori.
Persone vere, che hai fatto vivere nella nostra città, nelle nostre case, con noi. Esperienze diverse dell’umano, ciascuna degna di un attimo d'attenzione, di poesia e compassione.
Ciascuna carica di una sua storia, di un suo senso segreto, di una speranza e di un dolore.
Errori sul bordo della strada, per i quali il decoro urbano non ha pietà. Per tutti loro hai cantato, e continui venti anni dopo a cantare.... grazie Faber!
Vorrei che Genova e l'Italia non avessero più paura di ascoltare la carezza della tua chitarra, e fremere alla poesia delle tue parole. Di sentire vicino il calore e il segreto dell’altro nelle tue canzoni[i].

Nel video allegato "Corale (leggenda del re infelice)" da "Tutti morimmo a stento".



[i] Il testo è una rielaborazione di quello inizialmente utilizzato l’11 gennaio per celebrare su Facebook il ventennale della morte di Faber riproponendo la lettera che all’epoca gli aveva dedicato Don Andrea Gallo (clicca qui per la lettera di Don Gallo).

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