Mente ad arte
Percorsi artistici di psicopatologia, nel cinema ed oltre
di Matteo Balestrieri

Thelma e Louise sono morte! E anche io non mi sento molto bene

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26 maggio, 2019 - 19:29
di Matteo Balestrieri
 

Qualche giorno fa mi trovavo tenere una conferenza sul tema della violenza sulle donne, cui partecipavano più di duecento studenti di medicina, altri corsi sanitari e specializzandi di diverse Scuole. Gli argomenti trattati erano gli usuali temi in questo ambito, dal tipo di violenza, al profilo dell’aggressore, alle reazioni delle vittime, alle possibilità di difesa, alle conseguenze a lungo termine, ai bisogni delle vittime, alle terapie possibili e alle forme di tutela legale. Il tutto era accompagnato da clip cinematografiche esemplificative dei vari argomenti che andavo esponendo. Tra gli altri, spezzoni di film come “Primo amore” (2004) diretto da Matteo Garrone, per illustrare la violenza psicologica di un uomo su una donna, “Ti do i miei occhi” (2003) di Iciar Bollain, per illustrare la violenza fisica, le conseguenze e le difficoltà emotive della vittima, “La bestia nel cuore” (2005) di Cristina Comencini, per descrivere la violenza infantile e i processi di rimozione.
  Il pubblico di studenti, dai 20 ai 28 anni circa, era attento, partecipe e faceva domande. Credo che il materiale filmico contribuisse molto a tenere desta l’attenzione. La mia impressione era che l’incontro di un’ora e mezza, cui gli studenti avevano scelto liberamente di partecipare, fosse l’occasione per affrontare un argomento su cui avevano una particolare sensibilità.
  Ero contento di come stavano proseguendo le cose, la mia esposizione e l’attenzione degli studenti erano ottimali. Non mi stavo ponendo domande se gli studenti conoscessero i film che utilizzavo, abbastanza sicuro che non li conoscessero affatto, perché non erano stati blockbuster. La mia esperienza pluriennale con gli studenti è sempre stata in effetti abbastanza frustrante a riguardo della conoscenza della filmografia italiana e internazionale da parte di ogni classe di studenti. Questo ovviamente nulla toglie all’efficacia delle clip che presento, che costituiscono – credo – un materiale didattico utilissimo per afferrare i concetti che la lezione affronta. La memoria episodica sulle scene dei film aiuta moltissimo quella semantica dei concetti illustrati. Ovviamente, per apprezzare una scena non è assolutamente necessario conoscere il film da cui è tratta, poiché è il tema della lezione l’argomento guida. Certo, pur se certamente navigato al riguardo, occasionalmente mi capita di pensare “ma come è possibile che questo film non l’abbiano mai visto o sentito nominare?”. Poi, in effetti, ogni tanto compare lo studente cinefilo, che sa tutto sui film presentati, ma egli comunque non rappresenta la cultura media degli studenti.
  Insomma, tutto questo era nel background di quello che stavo facendo. Come ultima clip ho poi presentato la scena in cui Louise uccide il violentatore di Thelma, a esemplificare come il livello di sopportazione delle violenze subite possa superare il limite oltre il quale non c’è più ritorno. Ho chiesto ingenuamente con un sorriso agli studenti se conoscessero il film “Thelma e Louise”, abbastanza sicuro che tra i duecento ci fossero almeno due-tre che lo avessero visto o almeno sentito nominare.
  Zero assoluto. Nessuno dei duecento ha alzato la mano, alcuni hanno abbassato lo sguardo, altri sono rimasti inerti. Non ci potevo credere! Li ho guardati ed è difficile descrivere la sensazione che ho provato. Non ci potevo proprio credere. Credo di essere rimasto scioccato e per qualche secondo non ho detto niente. Ho provato poi a ripetere la domanda ottenendo evidentemente la stessa assenza di risposta. Centinaia di studenti che si interessavano al tema della violenza, e della psicologia della violenza sulla donna in particolare, studenti sensibili quindi, presumibilmente interessati e a vario livello acculturati sul tema, non conoscevano Thelma e Louise! Come era possibile?
  Io che ragiono spesso per immagini, ho avuto la sensazione dello sprofondamento del terreno tra la mia cattedra e la prima fila degli studenti con la creazione di un vallo profondo che si andava ampliando, similmente a quanto avviene nelle scenografie grandiose di film apocalittici. Il terreno continuava a crollare e la cattedra veniva sempre più risucchiata dentro. Alla fine si è creato un canyon, era proprio il Gran Canyon e io precipitavo insieme a Thelma e Louise con la loro macchina dentro di esso. Come loro, non mi sentivo capito e precipitavo incompreso nel vuoto! Thelma e Louise sono morte, ma anch’io sono morto con loro. O forse, per dirla alla Woody Allen, “Dio è morto, Marx pure, e anche io non mi sento molto bene”. La frase sta a indicare la fine delle ideologie, ma per me significava la fine di un’illusione.
  Ovviamente poi ho finito la lezione, ci sono state alcune domande, il pubblico degli studenti appariva soddisfatto, alcuni di loro mi hanno fermato per parlare in seguito. Insomma tutto bene, tutti contenti. Ma perché sono rimasto così colpito? Perché quella assenza di risposte ha avuto un significato così profondo per me? Non ho avvenimenti personali collegabili a quel film, e non mi sembra di metterlo al primo posto del mio immaginario. Però evidentemente attribuisco a quel film dei significati particolari, il riscatto impossibile dell’oppresso, il desiderio di libertà, l’avventura on-the-road, l’amicizia femminile, che immaginavo potessero essere universali e quindi trasmissibili attraverso le generazioni. Quel film è stato in effetti anche definito come un classico intramontabile. Mi sbagliavo.
  A pensarci bene, credo di aver realizzato in effetti in quel momento, in quei pochi attimi, che la mia cultura non è la cultura dei miei studenti. Credo anche di aver realizzato che il cinema che conosco io non è il cinema che conoscono loro, come ‘minimo’, e come ‘massimo’ che il cinema non è un riferimento rilevante per la loro cultura, che è fatta di altro, qualunque cosa sia. Credo infine di aver realizzato che ho sessantadue anni e loro hanno meno della metà dei miei anni. È così.
  Tutto questo, nella sua tragicità (ma mi viene in mente la “tragedia di un uomo ridicolo” di Bertolucci, con Ugo Tognazzi) mi fa alla fine sorridere. A volte è bene che la realtà ci piombi addosso inaspettata e ci procuri piccole ferite. Non so però se chiederò ancora direttamente agli studenti se conoscono un film, credo che andrò più cauto, cercherò prima nel brillio dei loro occhi e in piccoli cenni di assenso la sicurezza sufficiente per fare la domanda. Quello che è certo è che continuerò a usare il cinema come fonte di ispirazione. Thelma e Louise sono morte, viva Thelma e Louise!

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