ALLEANZA TERAPEUTICA, CONTROTRANSFERT E ILLUSIONE NECESSARIA

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8 ottobre, 2012 - 15:35

Il lavoro del Dr. Battistini offre una documentata rivisitazione di un concetto che ha subito una trasformazione complessa dalle origini della psicoanalisi ad oggi, tanto che, giustamente veniamo avvertiti dal relatore , non si può comprendere tale trasformazione senza seguire la storia del pensiero psicoanalitico. Le molte psicoanalisi attuali sono ben rispecchiate nella complessità del discorso del collega, che tenta di cogliere il meglio, senza perdere la propria originalità, muovendosi con invidiabili doti di equilibrio tra concezioni spesso portate agli estremi soprattutto nei dibattiti d’oltreoceano, ma anche in Europa.

Per nessuno è comunque più in discussione che la dimensione diadica, relazionale, interpersonale, intersoggettiva della psicoanalisi sia il modello dominante, quello che ci è più utile per comprendere, descrivere e restituire all’analizzando ciò che accade nella seduta tra analista e paziente. In questa ottica il concetto di alleanza terapeutica ha subito una trasformazione fondamentale riconoscendo un po’ più di competenza al paziente e più umanità all’analista, entrato in scena anche come essere umano, oggetto reale oltre che transferale, persona che reagisce alle emozioni transferali e ha egli stesso emozioni da trasferire.

Vorrei aggiungere qualche peso sul piatto della bilancia che Battistini ci ha offerto in equilibrio ideale, focalizzando l’attenzione sulla maggiore umanità dell’analista in tema di alleanza terapeutica.

Freud parlava del patto tra analista e paziente quasi nei termini di una richiesta di accettazione incondizionata della competenza del medico, per sconfiggere il nemico comune, l’Es, l’inconscio e le sue difese, in una concezione del transfert irreprensibile. Da quegli esordi lontani, la certezza iniziale è andata mutando, sostituita da una maggiore capacità da parte dell’analista di mettersi a disposizione, di accettare il dubbio, l’incertezza, la messa in crisi delle proprie convinzioni teoriche, per raggiungere il paziente, pur di raggiungere il paziente, talvolta addirittura disposto ad abbandonare temporaneamente le sue teorie, soprattutto nella relazione con pazienti gravi.

Non parliamo più isolatamente di affetti per sé e di enigma affettivo, ma del contesto della situazione psicoanalitica, trattiamo di come e perché sorgano gli affetti, di come vengono comunicati, sia in modo inconscio sia a livello preconscio nel transfert e nel controtransfert Una buona parte della psicoanalisi moderna potrebbe essere descritta come una lenta acquisizione di quelle porzioni della mente dell’analista, che vengono attivate nel rapporto con il paziente o con gli aspetti più regrediti o danneggiati del paziente, e che vengono ora visti come un ostacolo non tanto allo sviluppo del transfert, quanto al progredire dell’analisi. E gli psicoanalisti si sono ingaggiati in un’operazione infinita di autoanalisi e di ampliamento della consapevolezza di Sé, che inevitabilmente conosce degli estremismi, dei pericoli di caduta nell’autoreferenzialità, nell’uso eccessivo della self disclosure, o negli eccessi dell’intersoggettivismo.

Per definire gli aspetti della collaborazione non intenzionale della coppia analitica al lavoro compaiono nuovi modi: si parla di costruzione di una narrazione nella stanza d’analisi, del terzo analitico di Ogden, di co-costruttivismo di Hofmann, di co-thinking (co-pensée) di Widlocher. Hofmann parla di co-costruire insieme al paziente una versione della sua storia, per Widlocher si tratta di imparare progressivamente funzioni e ritmi condivisi di pensiero. In entrambi i casi si sviluppa una collaborazione analitica in parte cosciente, in parte preconscia (con qualche analogia con il funzionamento empatico descritto da Bolognini) che non corrisponde a pieno all’alleanza terapeutica, ma che coincide con essa per vaste aree di sovrapposizione. In una visione sempre più complessa del rapporto analitico, l’analista si trova a lavorare con livelli multipli coesistenti di funzionamento del paziente, e l’alleanza terapeutica, in questa ottica, segnala Battistini citando Modell (1990), rappresenta il paradosso della coesistenza di livelli di simmetria e asimmetria all’interno e all’esterno della relazione

Autori di diverse provenienze e scuole parlano della necessità di tenere aperto il dialogo con la parte adulta del paziente, alla quale si parla, non si interpreta (dice Meltzer) e alla quale ci si rivolge con un linguaggio appropriato dice recentemente Danielle Quinodoz nel bel libro sulle parole che usiamo in analisi. Entrambi sostengono che di momento in momento sceglieremo come parlare al paziente: se parla con la sua parte adulta gli parleremo da adulti, se parla con la sua parte pazza, useremo parole pazze, ciò allo scopo di mantenere viva la relazione e la alleanza terapeutica. Questo è forse uno dei punti in cui il nuovo modo di intendere l’alleanza terapeutica più si differenzia da quello passato: essa non si dà fin dall’inizio, come parte collaborativa del paziente, spinta verso il cambiamento, ma si struttura nel corso dell’analisi, è il frutto del lavoro comune, si costruisce con il lavoro e grazie al fatto che il paziente diventa sempre più consapevole della funzione dell’analista e di ciò che l’analista fa per lui, in una cooperazione inconscia e conscia. E questo vale soprattutto con pazienti che usano massicciamente l’identificazione proiettiv.

Alcuni analisti arrivano a teorizzare, come Carpy , che tollerare potenti sentimenti controtransferali di per sé ha un effetto terapeutico sul paziente, produce cambiamento psichico e tiene in vita la relazione. Per tollerare non si intende qui una speciale abilità di rimanere indifferente alle proiezioni del paziente, o prendere le distanze dalla interazione emozionale, o nascondere la propria risposta emotiva. Un analista che reagisce in questo modo può essere vissuto come distante, o spaventato, o insincero. Qui si parla di esperire nella loro pienezza le proiezioni del paziente eppure essere capaci di non controagirle in maniere grossolane, accettando però l’inevitabilità e la consapevolezza del fatto che se le proiezioni sono massicce e potenti, sarà impossibile evitare di agirle in qualche grado.

E’l’inevitabile acting-out parziale del controtransfert che permette al paziente di vedere che l’analista è stato colpito da ciò che lui ha proiettato, sta lottando per tollerarlo e, se l’analisi deve essere produttiva, sta dandosi da fare sufficientemente per mantenere la sua posizione analitica senza agire grossolanamente. Attraverso questo processo il paziente diviene capace gradualmente di reintroiettare aspetti precedentemente intollerabili di se stesso e di introiettare la capacità di tollerarli che ha osservato nell’analista.

Alla luce di questa dimensione di lavoro, dobbiamo parlare di una specificità dell’alleanza di lavoro nel saper accogliere il non analizzabile, il non rappresentabile del paziente e riaffermare il proprio desiderio analitico, quando sembra venir meno nel paziente e a tratti anche nell’analista. Da parte dell’analista esso è prima di tutto desiderio di non abdicare alla funzione di analista, scivolando verso un atteggiamento sostanzialmente di sostegno psicoterapico o di falsa neutralità, non abdicare alla possibilità di operare una trasformazione in se stessi, prima che nel paziente, al fine di trasferire energie per rimettere in moto un apparato psichico tragicamente statico o inceppato.

Ogni coppia analitica conoscerà tempeste emotive nel corso dell’analisi (Bion), momenti alterni di collaborazione e differenti modulazioni della asimmetria: talora l’alleanza terapeutica potrà essere simile alle relazioni dei classici racconti o film di iniziazione, in cui il vecchio cowboy trasmette al giovane il suo sapere, senza attimi di cedimento, senza sostanziali deroghe alla saggezza e alla competenza acquisita sul campo e il giovane, a parte qualche intemperanza lo seguirà fedelmente. In altri momenti inevitabilmente, però, quella coppia si scoprirà piuttosto nella condizione che viene descritta in altri vecchi western: quando, dovendo attraversare il territorio nemico, occorre affidarsi ad una guida indiana, spesso sospettata di fare il doppio gioco, di razza inferiore, in contatto con le parti odiate del Sé, incapace di esprimersi nella lingua nobile dei bianchi adulti, ma che conosce il territorio e la lingua indigena e che bisogna tenersi buona, perché non c’è altro modo per salvarsi, per uscire dalle strette e raggiungere la meta agognata.

Cercando un’immagine che rappresenti l’alleanza terapeutica, a chiusura del mio intervento, mi è tornato in mente un vecchio racconto: in una landa deserta, che non offre più possibilità di sostentamento e garanzie di futuro, un’anziana donna affida ai nipoti in eredità, una cassa. Dovranno attraversare un territorio impervio per cercare nuovi territori, ma non dovranno mai abbandonare la cassa, per nessun motivo. I ragazzi partono, attraversano avventure di ogni tipo, sono tentati di liberarsi della cassa, di aprirla, di distruggerla. Fantasticano sul suo contenuto, vi saranno tesori che faranno la loro fortuna, oppure vecchie carabattole, ma resistono e solo ormai in salvo la aprono. E’ vuota, ma è ormai chiaro che il compito li ha salvati.

Ogni coppia analitica incontrandosi accetta che la teoria (la vecchia nonna) muoia lungo il percorso, assumendosi il peso dell’eredità, che coincide con il portare a termine il compito. Cosa ciascuno dei due, donatore ed erede, metta nella cassa sarà materia di quell’analisi unica e irrepetibile che quella particolare coppia avrà fatto in quel dato momento, ma io credo che sia l’uno che l’altro, sia il paziente che l’analista vi metteranno la loro illusione necessaria e la loro speranza, quello che poco fa ho chiamato desiderio. Da parte del paziente sarà desiderio di rileggere la propria storia in una progettualità alleggerita rispetto ai nodi irrisolti di prima, da parte dell’analista sarà un rivisitare le sue teorie e se stesso riscoprendo il senso del suo essere analista e il desiderio di continuare ad esserlo.

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