Scheda di presentazione

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Attraverso questo seminario si vuole precisare il significato e il ruolo del contesto relazionale che accoglie le istituzioni socio-sanitarie, gli utenti, le famiglie e le associazioni che, a vario titolo, vengono coinvolti dai processi di cura e di sostegno sociale.

Ci pare appropriato partire interrogando(si) su come è composto questo contesto, quali siano le sue caratteristiche, le sue logiche, cosa vi possiamo trovare di problematico, ma anche di prezioso per la promozione e il rilancio di processi che qualifichino i servizi di Salute Mentale in Italia oggi.

 

Una prima riflessione investe l’accostamento fra il concetto di comunità e il contesto locale, qualche tempo fa una tautologia, oggi, però, questa sinonimia non sembra più così scontata. Le forme di convivenza e di regolamentazione sociale, così come le abbiamo conosciute nel passato, tendono a scomparire. Il contesto locale, infatti, subendo sempre più le influenze della globalizzazione diviene sempre meno locale e sempre più globale. Questo processo determina un mutamento della realtà più prossima ad ognuno di noi (la comunità e tutto ciò che ne deriva: il cambiamento delle relazioni all’interno della famiglia, della coppia, dei fratelli e sorelle, dei nonni - che non ci sono più ormai da anni a tessere una memoria storica -, degli amici e dei vicini di casa, cambiati ormai da anni in maniera evidente).

 

Questa comunità forse dovremmo chiamarla diversamente? Forse comunità urbana o società locale?

 

Questi alcuni motivi che rendono necessario uno sforzo conoscitivo delle pratiche e delle realtà relazionali di ognuno, dal momento che la parola comunità forse ci indirizza e ci condiziona a pensare contesti che oramai non riscontriamo quasi più nella convivenza relazionale di tutti noi e di tutta la cittadinanza italiana. Ci pare che oggi più che mai la comunità intesa nei suoi significati classici (solidarietà, reciprocità, relazioni calde, relazioni faccia a faccia e molto di altro) rischia di fuorviare la lettura dei nostri contesti relazionali. La comunità che abbiamo vissuto fino agli ‘70/‘80 circa, del secolo scorso, comincia a scomparire sul serio e noi non possiamo opporci a questo cambiamento radicale della nostra convivenza sociale, ma forse possiamo fare qualcosa che non è di secondaria importanza. Possiamo rivisitare ciò che pensiamo sia stata o sia ancora una comunità e valutare se i contesti, per i quali non possiamo più utilizzare la parola comunità soffrano della mancanza degli elementi costitutivi di una comunità. Lo scopo di questo approfondimento conoscitivo appare chiaro se correlato alla necessità di prendersi cura dei luoghi abitativi delle persone al fine di migliorare lo spazio abitativo delle stesse: curarci in senso ampio (antropologico, sociologico, psicologico e psichiatrico) di questi contesti che cambiano allo scopo di salvaguardare e permettere una vita più salutare ai cittadini, è una responsabilità di tutti i servizi e di tutti gli operatori che, a vario titolo, entrano in gioco nella promozione della Salute Mentale. Ci curiamo dei luoghi della residenzialità e della convivialità così come ci curiamo dei singoli individui che, nel mutare l’assetto delle proprie relazioni, spesso richiedono una nuova lettura e un nuovo rilancio delle stesse.

Resta da aggiungere che la comunità e la società sono organizzazioni complesse che alludono, implicitamente, ai processi partecipativi e alle teorie di sviluppo locale e globale di un determinato contesto culturale.

Per quanto concerne la partecipazione, si suggerisce di fare attenzione al fatto che i processi partecipativi oltre ad attivare scambi reciproci di informazioni e di risorse attivano anche processi conflittuali che non sono esenti dal rischio di invalidare percorsi di crescita gruppale e sociale.

 

Di seguito elenchiamo alcuni rischi che possono presentarsi nell’attivazione dei processi partecipativi che, però, divengono punti di forza se condivisi e gestiti:

 

1) Nel momento in cui attiviamo un processo partecipativo invitando le persone a sviluppare in gruppo la promozione di buone pratiche, progetti, risorse, e beni relazionali, cosa che riteniamo necessaria nei contesti locali e che stiamo realizzando attraverso questi seminari, occorre considerare il rischio di confondere due piani che vanno tenuti distinti. Da una parte il piano della partecipazione cooperativa, necessario ad avviare la discussione attraverso un pensiero critico e costruttivo, dall’altro il momento della rivendicazione di un ruolo che dia visibilità e potere decisionale. La confusione dei due piani rischia di innescare dinamiche conflittuali che dissipano energie trasformando i gruppi di lavoro in assemblee di rivendicazione.

 

2) nelle prime fasi di attivazione dei processi partecipativi vi è, inoltre, la tendenza a strutturare troppo il contenitore e i programmi per i quali si richiede la partecipazione, primariamente perché i processi partecipativi attivano vissuti di complessità che, per ingiusta generalizzazione, le persone tendono a vivere come confusione. La gestione di questi vissuti di confusione, spesso, fa scattare piani di traduzione della complessità in progettualità lineare con il rischio di chiamare le persone a partecipare a progetti troppo strutturati, più finalizzati ad ottenere consensi che ad attivare veri e propri processi di partecipazione dal basso. Nei progetti calati dall’alto vi è il rischio che le persone coinvolte non sentiranno mai propria l’iniziativa e non contribuiranno a darle sviluppo e continuità nel tempo.

 

3) Occorre ancora precisare che la sperimentazione di pratiche di partecipazione necessita di tempi lunghi. C’è il rischio, in questi casi, di modificare processi validi solo perché non si vedono risultati a breve termine. In fondo siamo tutti condizionati dal farmaco che dà effetti immediati. La necessità di mantenere un processo di sviluppo dal basso, per lunghi periodi, appare invece notevolmente significativa quando parliamo di Salute Mentale. E’ solo attraverso questa consapevolezza che gli operatori della salute mentale, formali e informali, possono svolgere la loro funzione di agenti del cambiamento nello sviluppo della comunità.

 

 

 

Al fine di specificare meglio la cornice generale di questo primo seminario riportiamo alcune riflessioni sui sottotitoli

 

Responsabilità individuale e collettiva nei servizi di cura

Tutti noi siamo ormai d’accordo sul fatto che molto dei processi di cura nella Salute Mentale passa attraverso l’assunzione di responsabilità degli operatori e che questi, assumendo spesso compiti gravosi di sostegno e di cura, non debbono essere lasciati da soli, soprattutto nei casi più complessi. Come questa consapevolezza si traduce nella pratica? Come gli operatori lavorano in rete e con quale modalità collaborano con gli altri servizi pubblici, con le associazioni dei familiari, degli utenti, del volontariato, con la cooperazione sociale e con le altre agenzie della comunità locale?

 

Il protagonismo degli utenti, dei familiari e delle associazioni e i gruppi di auto-mutuo-aiuto

Il protagonismo dei soggetti, in generale, è permesso tanto quanto siamo in grado di decentrare il potere decisionale presente nelle istituzioni verso realtà meno formali come i gruppi informali e le associazioni. Quindi tanto quanto siamo in grado di rendere gli altri responsabili, almeno quanto noi, della necessità di promuovere e salvaguardare un bene pubblico. La responsabilità, inoltre, ci pare direttamente legata al clima di fiducia che si realizza fra gli operatori e fra operatori e pazienti, nonché fra popolazione residente e servizi di cura alla persona. La fiducia è alla base del capitale sociale, un quantum di reti relazionali di cui ognuno necessita per muoversi con un certo grado di libertà nel proprio contesto sociale. Capitale sociale e fiducia sono, dunque, gli elementi essenziali per promuovere il protagonismo dei soggetti, dei familiari e delle associazioni anche e maggiormente, nei contesti di cura, di sostegno sociale e di crescita individuale e collettiva.

Quale ruolo va individuato per le famiglie e le loro associazioni nei servizi di Salute Mentale?

Come stanno contribuendo i gruppi di auto-mutuo-aiuto nei processi di cura e nella promozione dello sviluppo locale?

Come si coniugano questi gruppi con altri processi di cura messi in atto dai servizi di salute Mentale?

 

Il ruolo dell’impresa sociale e dell’inserimento lavorativo

Ci sembra utile una riflessione sul ruolo dell’impresa sociale nei percorsi di promozione della Salute Mentale e di inclusione sociale. La cooperazione sociale si è molto sviluppata nell’ambito dei servizi alla persona ed in particolare, nella Salute Mentale, nelle residenze più o meno protette. Così come significativo è stato il ruolo dell’impresa sociale nell’attivazione di percorsi di opportunità di lavoro per le persone con problemi di salute mentale. La crescita dell’impresa sociale è stata sul piano quantitativo elevata.

Ciò corrisponde sempre a requisiti di qualità?

Quanto l’impresa sociale è radicata nel territorio ed è portatrice della cultura locale?

Quanto partecipa ai progetti di sviluppo locale?

Come si coordina con i servizi di salute mentale?

Quanto è forte il rischio di diventare impresa molto attenta soprattutto ai profili economici mettendo in secondo piano la propria missione di mutualità, solidarietà, sviluppo delle persone e del contesto locale?

 

Con il seminario si intende trovare alcune risposte a questi interrogativi al fine di migliorare l’efficacia dei servizi di Salute Mentale che possono trovare nella Polis una nuova modalità di responsabilità individuale e collettiva, e che, attraverso processi partecipativi, possono migliorare la salute dei cittadini, attivare diritti di cittadinanza e contribuire a dare senso al processo evolutivo e di cambiamento della comunità locale.

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