PLENARIA CONCLUSIVA: Report primo gruppo, a cura della Dott.ssa Monica Dondoni

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Il gruppo è stato condotto dal Dottor Raffaele Barone ed è stato molto ricco di spunti di riflessione.

 

Siamo partiti dalla lettura del dato rispetto alla relazione presentata dal dott. Andrea Gaddini ed una partecipante al gruppo della Regione Lazio portava dei dati rispetto al privato sottolineando come i Servizi nel Lazio fanno anche altro e quindi l’esperienza del Lazio nell’ambito della salute mentale non sembra riducibile al dato presentato durante la mattinata.

 

Poi si è passati ad affrontare il discorso del Dipartimento e si è precisato che mentre il Dipartimento Sanitario ha stentato a decollare si ricordava che i Dipartimenti di Salute Mentale sono partiti e anche velocemente. Nell’esperienza nazionale oggi infatti si contano circa 307 Dipartimenti di Salute Mentale sul territorio italiano. In particolare rispetto al Progetto Progress si è sottolineata l’esistenza di linee guida che i servizi in qualche modo dicono di conoscere e cercano di attuare.

Un elemento critico a fronte anche dei dati portati è rappresentato dal concetto di responsabilità della presa in carico che è un’esperienza diversificata su tutto il territorio nazionale e forse è questo uno dei problemi da cui partire: la specificità dei vari contesti e come si declinano i servizi nelle varie regioni. Le case di cura e il privato-sociale hanno vicariato per molto tempo le strutture residenziali, sopperendo alle funzioni che dovrebbero essere svolte, ad esempio, dalle Comunità Terapeutiche Riabilitative Potette (C.T.R.P.) e dai gruppi-appartamento. Nella residenzialità si sottolineava comunque il rischio di creareparcheggi a vita per i pazienti scomodi.

 

Rispetto invece alle sollecitazioni portate dalla Prof.ssa Manoukian e rispetto anche ai bisogni di sicurezza si è messo in evidenza come un tempo questi bisogni fossero presenti nell’esperienza italiana e, rispetto ai disturbi di personalità, un partecipante al gruppo ha sottolineato come il disturbo sociale, in passato, veniva intercettato proprio a fronte del bisogno di sicurezza dell’intera comunità locale e ospedalizzato. Il Dipartimento quindi dovrebbe dare lo stesso grado di protezione al soggetto, come lo dava l’ospedale psichiatrico naturalmente nel pieno rispetta dei diritti delle persone. Secondo il gruppo non ci sono nuove patologie ma nuove manifestazioni a cui non siamo preparati.

 

Va definito poi l’oggetto di lavoro dei Dipartimenti di Salute Mentale, ma prima di definirne l’organizzazione bisognerebbe porre al centro della nostra riflessione il cittadino, tema che è emerso anche nei precedenti seminari, e capire per quale cittadino lavoriamo o se lavoriamo per tutta la collettività o per alcune categorie di utenti. La proposta del gruppo di elaborazione è stata quella di pensare ad alcune strategie, a delle azioni e ad un’organizzazione per tutti i cittadini, quindi la diversità andrebbe incontrata nei vari contesti: nelle scuole, nelle polisportive, nei circoli ricreativi e in tutte quelle agenzie che sono in un territorio; va predisposta dunque un’organizzazione differenziata a fronte dell’eterogeneità della domanda e dei bisogni, un’organizzazione differenziata e una programmazione integrata che tenga conto anche dei diversi sistemi di welfare presenti in un territorio. Va messa in discussione l’idealità con cui è stato concepito il Dipartimento di Salute Mentale.

Si è fatto riferimento, inoltre, alla formazione e alla qualifica di tutti gli operatori come agli aspetti di cura e di presa in carico.

 

Siamo poi passati ad affrontare il tema delle risorse che è stato scottante proprio perché qualcuno sosteneva che la Psichiatria è un po’ la Cenerentola della Sanità e senza finanziamenti non si può stare al passo delle richieste sempre nuove che vengono dal territorio, occorre dunque un piano economico che permetta di affrontare e svolgere i ruoli che i Servizi già si riconoscono come propri e cercano di attuare. Il gruppo ha affermato che la classe politica forse ha bisogno di urti forti cioè di sentirsi richiamata a rispondere anche su un piano economico ai bisogni dei cittadini e in particolare dei cittadini-utenti.

 

Si è poi passati a riflettere sul discorso della comunità di appartenenza, intesa come aggregato e rete di relazioni nel territorio ed è emerso come sia necessario che anche il Dipartimento di Salute Mentale come agenzia di servizio pubblico si metta in dialogo con il contesto e abbia degli strumenti altri rispetto a quelli che si usano con l’utenza grave. Questo richiede forse un’altra organizzazione e si pensava per esempio ad un Dipartimento allargato. Ci si è interrogati se sia necessario o meno proporre un Dipartimento di Psichiatria e un Dipartimento di Salute Mentale.

 

È stata sottolineata la collaborazione con i consultori familiari, con le famiglie e con gli utenti.

 

Poi si è passati a parlare del livello di sofferenza degli operatori che lavorano nei servizi e da qui ci si è chiesti qual è lo stato di salute dei Dipartimenti di Salute Mentale in Italia oggi, cioè qual è lo scenario che riusciamo ad individuare anche sul piano del malessere o del benessere lavorativo degli operatori; dunque andrebbero riformulate le organizzazioni della salute mentale tenendo conto del contesto sociale in cui i Dipartimenti stessi sono inseriti e si proponevano due possibili soluzioni:

 

 

 

 

  • i Dipartimenti di Salute Mentale includono tutte le domande senza le specifiche e quindi rispondono a tutte le richieste,
  • oppure il Distretto Socio-Sanitario dovrebbe essere una porta unica a cui il cittadino con il suo bisogno di salute si presenta.

 

Dalla voce degli utenti è stato sottolineato come ci sarebbe il desiderio di chiedere al Ministero perché vengono considerati diversi da altre persone che hanno altre patologie; a tal proposito un utente chiedeva "ma siamo una sanità a parte?". I diritti di cittadinanza, di cura e di sanità dove sono? La categoria degli utenti psichiatrici ha dovuto faticare proprio per cercare di chiedere e ottenere il riconoscimento dei propri diritti costituendo ad esempio l’associazione degli utenti, mentre nei Servizi non si cresce, anzi ci si cronicizza diceva un altro utente.

 

Dunque bisognerebbe parlare di percorsi personalizzati che mettano al centro la persona come protagonista della propria cura e del proprio progetto di vita. Gli utenti chiedono di essere vissuti in maniera diversa e di essere considerati come dei coaguli di rapporti e di relazioni e quindi non solo dei neuroni da curare con i farmaci. Forse ancor prima di cambiare i servizi deve cambiare la concezione che si ha degli utenti.

 

Rispetto all’organizzazione dei servizi si è sottolineato come i Dipartimenti e prima ancora la Psichiatria come categoria professionale abbia dovuto svolgere un ruolo di risposta al processo di deistituzionalizzazione dell’Ospedale Psichiatrico facendo fronte ad una serie di bisogni a cui nessuno era preparato, per cui i Dipartimenti funzionano bene quando sono dentro un territorio e quindi sono in rete.

 

Poi vi è la questione della qualità del lavoro per cui ci si chiedeva cosa accade realmente dentro i Servizi? Che relazioni si stabiliscono tra gli operatori? E con l’utenza? L’oggetto di lavoro di un servizio non è dunque l’erogazione di risposte ad una categoria precisa ma è la salute di un territorio e di una comunità.

 

La persona può essere portatrice di un malessere di un contesto ma anche il contesto può essere esprimere un disagio perché al suo interno ha persone che non stanno bene, quindi è una relazione biunivoca e una interdipendenza ineludibile. La formazione è stata citata, come nei precedenti seminari, come elemento fondativo anche dei Servizi.

 

Altre questioni importanti sono state il riferimento alla delega e all’assunzione di responsabilità. Sono state portate una serie di esperienze regionali preziose ed importanti.

Il Ministero, in merito alla questione delle risorse economiche, risponde che non solo vi sono i L.E.A. (Livelli Essenziali di Assistenza) ma è stata anche data una certa autonomia alle Regioni.

È importante, dunque, in vista delle progettualità future, partire dalle esperienze che già ci sono e affrontarle in un’ottica dialogica per promuovere operatività efficaci ed efficienti.

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