PLENARIA CONCLUSIVA: Report secondo gruppo, a cura del Dottor Giuseppe Licari

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Il gruppo è stato condotto dal dottor Guido Ditta.

 

Nel gruppo osservato sono emerse più o meno le stesse tematiche riportate dalla dott.ssa Dondoni. Non vi rimando però totalmente alla sua relazione perché nel nostro gruppo sono emersi alcuni aspetti che caratterizzano alcune sfumature che ritengo importante riportare. Una in particolare riprende la relazione della dott.ssa Manoukian che diceva "quando si progetta un’organizzazione bisogna sapere dove si vuole andare oltre all’esistente" e questa è stata una delle prime considerazioni emerse nel gruppo sulla quale sono state riportate esperienze diversificate in merito alla fonte: diversa se parlava uno psichiatra, piuttosto che un utente, un infermiere, una associazione e via di questo passo. Non emergeva chiaramente cosa fosse l’esistente per tutte queste figure e spesso le posizioni erano molto lontane. Per un amministratore l’esistente coincideva quasi con le strutture, mentre per un utente diveniva la qualità della cura e dell’accoglienza, per gli specialisti psichiatri il punto centrale era l’esperienza maturata, il know-how, e la possibilità di formare con questa esperienza le nuove leve.

 

Si è parecchio discusso inoltre se l’organizzazione debba servire soltanto a chi lavora nel Dipartimento, oppure al funzionamento dei servizi per sviluppare un servizio appunto qualitativamente migliore e diretto verso i destinatari, gli utenti.

 

Si è notato, inoltre, che gli utenti non sono più quelli di una volta: individui portatori di un disturbo, ma appaiono immersi in un contesto che li sostiene o li rifiuta a secondo dei casi e dei momenti; gli utenti negli ultimi anni appaiono dei veri e propri segmenti di popolazione dove ritroviamo il nostro utente spesso come il protagonista malato, quando non diviene un vero e proprio capro espiatorio espresso da un gruppo.

Questo spunto di discussione ha aperto una argomentazione sul soggetto, sulla famiglia, sull’abitare un luogo fisico e mentale fino ad arrivare ad una nuova rielaborazione di setting specifici rispetto al cambiamento culturale della nostra epoca. Sono stati ripresi i concetti di comunità, di società, di ambienti chiusi e aperti, città, campagne ecc… .

 

È stato molto interessante il discorso su quali sono i bisogni che i Dipartimenti soddisfano e quali sono quelli che dovrebbero soddisfare. Su questo tema si è creato un momento di discussione molto spontaneo e molti (alcuni Direttori di Dipartimento) hanno sentito il bisogno di parlare più dei problemi e approfittare dell’occasione per confrontarsi più che elencare i risultati positivi. Si è creata una atmosfera di apertura e di ridiscussione del lavoro fatto finora e su come coinvolgere il contesto famiglia e società.

È stato citato più volte il rapporto, da sempre problematico, tra il socio e il sanitario nei servizi e di come sia necessario collegare e rilanciare questo discorso che poi corrisponderebbe a come il Dipartimento si snoda e decentra le sue attività e i suoi servizi nel territorio.

 

In conclusione è stato condiviso da tutti che il Dipartimento deve essere dinamizzato su tre piani principali:

 

-a livello centrale cioè i direttori e la classe dirigente deve entrare in un discorso dinamico accettando come cambiano i tempi;

 

-deve essere dinamizzato sul discorso dei pari e cioè fra le professioni e a livello interdisciplinare;

 

-dinamizzato sul piano del decentramento, dell’empowerment e di come i Dipartimenti debbano trovare momenti di partecipazione con la popolazione interessata a questi servizi.

 

Alla fine, pur stentato, sembra che sia emerso nel gruppo che la salute mentale non debba essere gestita solo dalla psichiatria, ma essa, comunque, dovrebbe rimanere a fare la regia sui processi che promuovono salute mentale, sviluppando, però, una reale cultura della partecipazione e della responsabilità reciproca.

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