PLENARIA CONCLUSIVA: Le conclusioni di Salvatore Inglese

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Gli stimoli ascoltati hanno qui ricostruito un geografia formale ed informale di posizioni istituzionali abbastanza variegate, finanche contraddittorie, in alcuni punti, forse qualche volta superate o inesperte da un punto di vista metodologico e tecnico. Vale a dire: talvolta, le lenti che utilizziamo quotidianamente mi sembrano inadeguate a leggere questa intricata realtà che ha bisogno, invece, di strumenti di precisione in grado di misurare dimensioni fenomeniche microfisiche, spesso enigmatiche e cangianti.

Fino al recente passato la società politica italiana ha governato la dinamica migratoria secondo un’inclinazione darwinista, auspicando una sorta di selezione naturale delle creature estranee che si sono presentate nel nostro ambiente sociale. Questo ha provocato una notevole dissipazione di tempo utile e di occasioni per cui il sistema istituzionale complessivo arriva ancora una volta in ritardo su un fenomeno che si trasforma a velocità sostenuta, per variazione continua e per salti improvvisi. Allo stato attuale gli effetti generali delle migrazioni internazionali sono molto diversi rispetto a quelli immaginati in una fase appena precedente (scarto irriducibile tra teorie interpretative, dispositivi legislativi di governo e strategie migratorie intenzionali).

Dalla geografia disegnata dai vari interventi emerge una serie di buone pratiche che, come dice il prof. Beneduce, incominciano a diffondersi anche in altri territori italiani. I pochi esperti che hanno operato fino ad oggi sono adesso chiamati a prodursi in un nuovo sforzo di connessione e di sintesi persuasiva di simili pratiche. Fino al recente passato, essi non hanno potuto validamente esercitare questo compito a causa della loro posizione minoritaria e marginale nella quale erano abbandonati come gruppi di verità senza potere puntualmente sopraffatti da gruppi di potere senza verità. Oggi, invece, viene offerta un’opportunità a una corretta intenzione etica, sociale, politica e tecnica di favorire e collegare le buone pratiche presentate, considerando che lo scambio tra di esse può moltiplicarne la bontà e l’efficacia, innescando una nuova e consapevole tendenza trasformativa.

Vorrei tornare su un punto critico dirimente: quando nel dispositivo clinico si introduce un mediatore linguistico-culturale e si accetta l’uso delle lingue parlate dai migranti, ci si predispone alla cessione consapevole di una quota di sovranità tecnica in favore di questa nuova figura operatoria. Questa cessione rappresenta una delega di competenza perché il fattore linguistico-culturale (ovvero clinico-culturale) fa emergere nuovi mondi fenomenici, poco conosciuti dalla psicologia e dalla psicopatologia occidentale. Questo fattore, inoltre, fa vedere allo sguardo più miope che "altrove" (negli altri mondi culturali) esistono ulteriori competenze tecniche, accoppiate a interpretazioni del disordine mentale che posso diventare impiegabili come esperienze correttive nelle fasi di disagio e di scompenso indotte dall’esperienza critica della migrazione. Resta però intangibile il principio che la cessione di una porzione di sovranità sul governo clinico e l’assunzione consapevole di una competenza specifica da parte del mediatore, non modificano — almeno nella prima e prolungata fase applicativa di questa metodologia di intervento— il fatto che i rappresentanti dell’istituzione pubblica restano il titolare ultimo dell’azione assistenziale (vertice di responsabilità). Non immagino né auspico una rarefazione o una dissoluzione dei compiti regolatori dell’attore pubblico.

Un altro tema che avrei voluto trattare meglio durante questo seminario è rappresentato dalle problematiche cliniche espresse dalle popolazioni profughe e rifugiate. So bene che anche in Calabria (come nel resto d’Italia e d’Europa) esistono Centri di Permanenza Temporanea (CPT), così come so riconoscere l’alea negativa riflessa da questi nuovi contenitori restrittivi in grado di turbare ogni coscienza libera. Sempre in Calabria, però, è stato possibile sperimentare, pur con pochi mezzi strutturali e risorse umane, forme di accoglienza e di assistenza in favore di profughi e rifugiati che hanno permesso di criticare figure epidemiologiche iperinclusive e alla moda (Disturbo da Stress post-traumatico). Nel corso di questa esperienza è stato possibile limitare il ricorso obliquo e inappropriato alla psichiatria come strumento di obbedienza alla norma sociale e di oppressione civile (aporia costitutiva originaria di questa disciplina di cura). Questa azione istituzionale positiva è stata realizzata solo in piccole aree territoriali (Comune di Badolato), in collaborazione tra sistema sanitario pubblico, municipalità e organizzazioni di protezione umanitaria (Consiglio Italiano Rifugiati). L’obiettivo di questa operazione è stato di favorire l’interazione tra comunità artificiali - provvisorie, deprivate di statuto giuridico, sempre in movimento e sofferenti - con la comunità della cittadina adottiva. La mediazione clinica e sociale ha permesso un incontro non antagonista tra i gruppi coinvolti e ha dimostrato che le grandi faglie di conflitto si aprono tra gruppi e istituzioni piuttosto che tra gruppi umani accolti in una stessa nicchia di vita. La mediazione culturale si rivela particolarmente efficace quando riesce a rendere esplicito e riconosciuto, in una relazione di reciprocità benevolente, il ruolo degli eventi storici a valenza traumatica che colpiscono un gruppo fuggiasco, nel suo insieme e in quanto tale (persecuzione collettiva, etnocida e genocida). Così pure diventa decisivo riuscire a offrire una rappresentazione trasparente e realistica della condizione storico-sociale in cui il gruppo che arriva trova quello ospitante. Questa inclinazione operatoria ha messo a frutto gli insegnamenti metodologici dell’etnopsichiatria contemporanea i quali si fondano su un’opzione radicale (riconoscere il problema soggettivo come una variante singolare e specifica della condizione del gruppo originario di cui l’individuo è l’espressione contingente) e un’estrema prudenza nell’esercizio pratico della teoria sperimentale elaborata dall’etnopsichiatria (inclinazione a una mediazione locale e specifica intorno al problema particolare offerto dalla situazione di crisi). Questa metodologia a doppia polarità implica uno sforzo costante a reinventare di continuo il dispositivo puntuale da applicare alla situazione contingente.

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