PLENARIA CONCLUSIVA: Le conclusioni di Franco Fasolo

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Il clima di lavoro è stato molto fervido ma vi sono una serie di vincoli che è opportuno guardare. Abbiamo molto lavorato su psico e mente, ma vi è in filosofia morale e nelle scienze cognitive il principio di sopravvenienza che prevede e consente che, nel caso nostro, la psicoanalisi sia per così dire il nocciolo mentre la gruppoanalisi è il frutto; allo stesso modo, la psichiatria è (come se fosse) il nocciolo mentre la salute mentale è il frutto, un frutto possibile.
Molto sinteticamente mi sembra sia stato detto questo e non bisogna dimenticarlo perché altrimenti si confonde il nocciolo con il frutto, ambedue indispensabili. 
E’ circolata un’altra questione importante che in realtà la psichiatria è diventata salute mentale recuperando, dalla spazializzazione tipica del manicomio, la temporalizzazione tipica della comunità locale.
Abbiamo parlato delle psicoterapie, e qualcuno dei gruppi lo ha riportato ricordando che è opportuno parlare di interventi a tempo limitato perché quello che conta è la limitazione temporale. Inoltre è stato detto che dovremmo porci il problema di una certa psicoterapia, ma quando? A che punto? 
C’è tutto il lavoro fatto sulla psicoterapia sequenziale che dà senso ad un intervento di tipo psicologico dopo quello farmacologico. 
Ho avuto il piacere di sentire alcuni operatori che dicevano "noi forse non siamo qualificati a fare psicoterapia ma siamo comunque agenti attivi nel miglioramento del funzionamento mentale del paziente" e secondo me se ci assumiamo questa posizione tecnico-deontologica siamo nel nostro specifico perché questo atteggiamento consente spazio anche all’eventuale intervento psicoterapeutico per una "psiche individuale" ma mantiene tutta la ricchezza, l’efficacia e la potenza trasformativa, e in più l’utilità trasformativa nel lavoro, sul funzionamento mentale che è caratteristico della dimensione gruppale. 
Abbiamo parlato di rete sociale, ma spesso ci si riempie solo la bocca di queste parole, perché non ci interroghiamo veramente su "che significa essere in rete"?
Se studiamo la teoria delle reti c’è un elenco lunghissimo di limiti ben previsti nella nozione di rete sociale perché sia usabile come vincolo e quindi come opportunità (si veda Fasolo, Ambrosiano, Cordioli, Sviluppi della soggettualità nelle reti sociali, CLEUP 2005). 
Rispetto alla formazione ci siamo detti che è necessaria ma che non basta perché ci vuole un livello minimo di sopravvivenza dei gruppi di lavoro ed io suggerisco, visto che implicitamente questa consapevolezza è emersa più volte, che intanto c’è sempre un effetto formativo diretto e potente nel modo quotidiano in cui gli operatori sono coinvolti nel gruppo di lavoro.
Da momento che l’esperienza del tipo di gruppo di lavoro in cui si è coinvolti è così direttamente importante prima e al di là di qualsiasi formazione, ne deriva che ogni équipe deve essere ben condotta come gruppo e questo comporta una serie di problemi a livello di vincolo perché in particolare se uno deve diventare primario non è sufficiente che si sia iscritto al partito giusto nel momento giusto, ma deve anche saper fare un mestiere e il primo mestiere che deve saper fare un dirigente è quello di curare il suo gruppo di lavoro (altrimenti è solo un dirigibile) e questo è il nocciolo. 
Poi provocatoriamente direi rispetto ai L.E.A: perché non li coniughiamo con U.G.O. cioè con l’Utilizzo di Gruppi Ottimali, posso dirlo perché, con piacere, ho sentito parlare molto di gruppi durante la giornata.
Avrei però da segnalare una sola perplessità: ma oggi eravamo davvero tutti d’accordo? Non c’è stato un solo collega che ha fatto obiezione, ma è chiaro che sono stati pre-selezionati con cura: che lavoro di scrematura!? 
Allora forse dovremmo tenere in considerazione anche tutti quei colleghi che lavorano al vostro fianco e che rispetto a tutte queste cose a) non ci credono, b) non le praticano, c) non hanno nessun vincolo da parte dell’autorità istituzionale.
In particolare ci vogliono dei limiti rispetto a qualche cosa che né noi né i Colleghi non possono permettersi di fare, e allora vorrei sapere se possiamo mettere nel Piano Nazionale anche qualche aspetto di normatività, e non solo ai livelli minimi ma anche su cose che davvero nessun dipendente di un servizio pubblico può permettersi (ho sentito in un gruppo ad esempio una storia di una realtà locale veramente emblematica e diffusa: uno psicoterapeuta non può permettersi di dire "questa è la mia tecnica", e propinarla indiscriminatamente oppure non fare niente: ci sarà un limite in questo senso!).
Abbiamo molto parlato di accoglienza: ma siamo sicuri che questo è il nostro compito, ovvero non dovremmo parlare di quale è lo scopo antropologico di un Dipartimento di Salute Mentale? Quello di accogliere e di tenere? O quello di limitarsi ad ospitareaffinché il viandante nella sua vita possa poi proseguirla grazie al ristoro che ha avuto presso di noi? 
Questo mi sembra un grande problema della psichiatria pubblica: ancora mi ricordo che quando studiavo da primario qualcuno mi aveva insegnato che il servizio pubblico funziona anche lui in base ad obblighi di funzione pubblica, ma è indicativo al riguardo che in questo momento non ricordo questa normativa, alla pari del resto dell’assemblea.
Sono stato contento di sentire in questa giornata che da professionisti competenti si lavora comunque sempre per educare la popolazione locale ed orientare i cittadini verso le migliori scelte. Ultimo punto: ricordiamoci che tutto questo che stiamo discutendo e precisando e documentando va comunque sempre parametrato con la realtà del territorio cioè dobbiamo comunque curare che il territorio funzioni e che venga fatto funzionare in accordo con la normativa vigente; in specifico, solo il piano di zonafortemente implementato darà sicuramente risposta a tutti i problemi di terapeutica differenziale e di scelta di servizi psicoterapeutici generali oppure specialistici che noi oggi ci poniamo.
Ci sarà ad esempio un territorio abitato da molti più anziani, per cui lì avrò bisogno di uno specialista in psicogeriatria e questo darà senso a tutti gli altri elementi in gioco: quindi la pianificazione deve essere fatta in base alla realtà locale in quanto ampiamente discussa nel processo civile del Piano di zona.

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