Scheda di presentazione

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Attraverso questo seminario si vuole affrontare il tema della formazione e della ricerca nell’ambito della Salute Mentale e porre attenzione ai rapporti tra Università e territorio al fine di creare rapporti continuativi tra le diverse agenzie formative e i servizi territoriali, che permettano all’Università di offrire una formazione più completa ed efficace rispetto ai compiti della pratica clinica e ai servizi di rispondere ai bisogni formativi degli operatori.

 

1. Innanzitutto due considerazioni:

  1. la definizione di programmi formativi, se interessa primariamente gli operatori dei servizi di salute mentale, riguarda sempre più anche altri soggetti che in maniera crescente, sono impegnati nel campo della salute mentale. E non ci si riferisce solo agli operatori del privato sociale oltre che imprenditoriale, ma anche ai membri di associazioni di familiari, di utenti e di cittadini che, a vario titolo, contribuiscono alla costruzione di buone pratiche;
     
  2. la formazione deve trovare precise connessioni con la visione, le finalità e gli obiettivi di salute mentale che vogliamo promuovere e raggiungere. In questo senso possono guidarci nella nostra elaborazione quei caratteri distintivi che già sono emersi nel corso dei primi sei seminari e che fanno riferimento:
  • al concetto di salute mentale anche come costruzione sociale, che, partendo dai bisogni del singolo paziente, rimanda alla dimensione collettiva, ed alla necessità di radicamento nella comunità locale, luogo ove cogliere e comprendere, da un lato, i disagi e le sofferenze e, dall’altro, trovare specifiche risposte;




  • al bisogno di assetti organizzativi flessibili, in grado di rispondere alla domanda di salute in tutte le sue espressioni, e proveniente da tutte le fasce di età;
  • alla dimensione multiculturale, che ritroviamo nella nostra società e nelle pratiche quotidiane dei Servizi, che impone sempre più di progettare percorsi di cura nel rispetto dell’alterità e delle culture con cui veniamo a contatto;
  • ad una concezione del lavoro psicoterapico che vede riconosciuto un valore relazionale e di potenziale cambiamento nelle parole e nelle azioni di tutti i professionisti della salute mentale, così come nelle nuove pratiche promosse dagli stessi utenti, dai familiari, da altri cittadini a vario titolo coinvolti nelle pratiche di salute mentale; alla crescente cultura dei diritti degli utenti e dei loro familiari, che rivendicano tutela ed ascolto nella costruzione dei progetti terapeutici e nello svolgersi della loro vita;
  • al dovere di mettere in atto strategie efficaci per i pazienti più problematici, per i detenuti e gli internati negli O.P.G.;

 

In questa direzione la formazione dovrà avere

  • carattere di processo permanente e trovare la sua spinta motivazionale nel coinvolgimento personale, umano, sociale di chi lavora, così come in un approccio metodologico che partendo dagli obiettivi dei dettati legislativi nazionali e regionali, si misuri sulla progettualità dipartimentale, ispirata ad una attenta valutazione delle attività e dei relativi esiti, alle aree di bisogni insoddisfatti, agli sforzi che devono essere prodotti;
  • una stretta connessione fra pratica e teoria, utile ad alimentare una cultura condivisa fra tutti gli operatori, frutto di una costante riflessione critica che, pur considerando i presupposti politico-ideologici, i vari apporti teorici, metodologici e tecnici, pone al centro dell’attenzione i contributi diversificati delle esperienze individuali e delle componenti soggettive di ciascuno;
  • il gruppo di lavoro come sede privilegiata di ricerca culturale e formativa, ove possono verificarsi, nel modo più immediato possibile, la permanente comunicazione dell’esperienza e la riflessione critica della pratica di lavoro. Gruppo di lavoro inteso non come entità astratta ed idealizzata, bensì come sede possibile di un lavoro formativo orientato alla valorizzazione delle tendenze costruttive e maturative ed alla tolleranza ed alla riduzione di quelle distruttive e regressive. Il gruppo è un potente volano che informa e forma (per e ad) un lavoro progettuale che già per il fatto di avvenire in gruppo si colloca direttamente nella sfera pubblica e collettiva e a contatto con i reali bisogni delle varie soggettività che in esso confluiscono e da esso ricevono un lavoro di cura;
  • la tendenza a valorizzare i soggetti coinvolti nel campo della salute mentale ed esplicitare una metodologia che permetta di individuare gli obiettivi dei servizi di Salute Mentale, pensati e organizzati sui bisogni e le necessità della popolazione, e le risorse necessarie per il loro raggiungimento, nonché una metodologia che permetta di rilevare gli indicatori di processo per la valutazione degli esiti.

 

È indubbio che il concetto di gruppo di lavoro cui facciamo riferimento si è profondamente modificato negli ultimi anni, infatti, attualmente, viene richiesto sempre più ad ogni operatore di sentirsi parte non solo della singola equipe, ma di un’intera unità operativa e del DSM nel suo complesso, gli si chiede di sentirsi parte di un sistema sociale e sanitario che si interroga ed opera per lo sviluppo della salute mentale in una determinata comunità locale.

Si tratta cioè di passare dalla logica del piccolo gruppo a quella della pluralità di gruppi che in modo dinamico si strutturano attorno a progetti ed obiettivi, che richiedono competenze diverse ed integrazione di sforzi; partendo certamente dall’equipe di cui si fa parte, ma per proiettarsi ad operare nei gruppi con i pazienti, con i familiari e con altri operatori di altri Servizi, all’interno del contesto Aziendale, ma anche con rappresentanti di altre istituzioni pubbliche o di Associazioni.

È evidente che l’aumento della complessità relazionale che tale setting di lavoro comporta ed il concreto rischio di incoerenza, confusività e conflittualità impongano, oltre che momenti specificamente formalizzati di formazione, una modalità costante di riflessione, affidata agli stessi gruppi di lavoro, a volte aiutati da esterni in qualità di esperti o supervisori.

Perché tutto ciò avvenga occorre che vengano riconosciuti luoghi e tempi adeguati, indispensabili per fare i conti con il carattere di incertezza connaturato all’ambito operativo della salute mentale, "protetti" dalla celerità dei processi decisionali richiesti dalle situazioni e dalle dinamiche aziendali.

La condivisa necessità di salvaguardare un tempo adeguato per la riflessione ed il confronto fra gli operatori della salute mentale impone, tuttavia, un adattamento dei modi di funzionamento del gruppo di lavoro e della sua organizzazione ai nuovi e molteplici scopi da perseguire.

2. Il rapporto fra Università e DSM

Occorre superare il diffuso scollamento tra una formazione (di base e specialistica) culturalmente e logisticamente lontana dal territorio e una pratica clinico-assistenziale le cui dimensioni di formazione continua e di valutazione si sviluppano a prescindere dall’Università quale fondamentale agenzia didattica e scientifica. Occorre a nostro parere:

  • coinvolgere direttamente e strutturalmente nella programmazione e nell’attuazione della didattica universitaria docenti provenienti dai servizi e dal territorio;
  • facilitare durante i corsi di specializzazione, nel post-laurea e anche nel corso del curriculum universitario, un’ampia possibilità di svolgimento di tirocinio pratico nei servizi territoriali, nell’ottica dell’apprendimento dall’esperienza, anche mediante l’istituzione di adeguate forme di tutoraggio che coinvolgano gli operatori dei servizi, in raccordo con gli istituti universitari;
  • istituire tavoli paritetici Università-territorio per la programmazione della formazione continua e della ricerca clinica ed epidemiologica.

 

3. La formazione continua

Sviluppare programmi di formazione ECM sulla base di una reale e localmente determinata ricognizione del bisogno formativo, con il coinvolgimento tra i docenti di personale dell’Università e dei servizi e, ove opportuno, di altri esperti: antropologi, economisti, rappresentanti di associazioni, familiari e utenti.

 

4. La supervisione

La supervisione è un elemento chiave delle buone pratiche di promozione, tutela e clinica della salute mentale: in rapporto alle strategie generali rivolte al territorio, al lavoro multidisciplinare, alla conduzione dei programmi terapeutici personalizzati. Occorre favorire e garantire in tutti i servizi, anche con specifico finanziamento, una diffusa, adeguata e sistematica attività di supervisione.

Pensiamo debbano essere privilegiate modalità di supervisione esterna, con esperti che abbiano competenza non solo psicologico-clinica, ma anche nel campo della psicodinamica organizzativa e istituzionale.

Andrebbero a nostro parere incoraggiate anche esperienze di co-visione alla pari, con scambio tra servizi che operano in realtà diverse.

 

5. La ricerca

In una nuova progettazione del rapporto Università-territorio, che trova il proprio momento di sintesi nella prospettiva della ricerca-azione, l’Università può espandere l’orizzonte di una ricerca clinica ed epidemiologica sempre più immanente alle pratiche e al territorio, mentre i Servizi possono crescere in una dimensione in cui la ricerca arricchisce il circuito pratica-valutazione-progettazione.

Indichiamo alcuni possibili target e filoni di ricerca:

  • ricerca clinica, di esito e di processo
  • ricerca epidemiologica
  • valutazione dei percorsi di trattamento
  • psicofarmacologia
  • valutazione dei servizi di salute mentale.

La base metodologica, ancora una volta, dovrà essere la programmazione congiunta tra i diversi attori del processo (Università, Servizi, Territorio).

 

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