PLENARIA CONCLUSIVA: Le conclusioni di Girolamo Lo Verso

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Ero molto interessato a questi report ed ho avuto un apprendimento rispetto ad una cosa che ci può tornare molto utile, a me sicuramente. È una questione di umiltà, nel senso che io ho sentito dire con chiarezza e semplicità le cose che io balbettando in chiave teoretica avevo cercato di dire. Mi sembrano importanti perché nel nostro campo da tempo è tutto complicato. Cosa c’è di più complicato della salute mentale? Dire salute mentale è come dire chi è l’uomo, quindi partiamo dall’umiltà di sapere che abbiamo a che fare con qualcosa di enorme e anche dal fatto che saremo sempre in una fisiologica insicurezza. Io penso che se nel nostro campo qualcuno può dire: "io so fare benino un paio di cose" è già tantissimo. Io non so nulla dei bambini, se mi portate un bambino io ci posso giocare ma altro io non saprei fare. Questo vale per tutti, noi accettiamo tranquillamente di sentirci inadeguati perché abbiamo difficoltà a curare una persona che viene da un episodio psicotico. Un’altra cosa che mi viene da dire è questa che involontariamente o inconsciamente ho pubblicizzato il limoncello di mia cognata però ho pubblicizzato la nostra laurea specialistica in psicologia clinica all’Università di Palermo, che ha materie specifiche, laboratori, tanti professionisti bravi che collaborano. In parte è vero però è una realtà particolare che viene da una lunga storia di lavoro e di ricerca e che non nasce dentro l’Università; io vengo dai servizi in psichiatria, il Prof. Ruvolo viene dalla formazione aziendale, abbiamo in molti 10 anni di formazione in gruppoanalisi e molto lavoro clinico alle spalle. Io devo dire che nell’Università e nel mondo universitario gli interessi per la clinica e la salute mentale sono scarsini. Nel mondo della psicologia i cosiddetti clinici, ma non siamo in molti? il 10%? Il 13%? Parlare di Università come luogo della competenza relazionale mi lascia perplesso. Al massimo, salvo eccezioni è il luogo della teoria e del metodo, cose anch’esse importanti). Mi sembra interessante quello che diceva un collega: proviamo a mettere in moto anche tra i due ministeri dei momenti, utilizzando i luoghi universitari disponibili, che non sono molti e i luoghi dei servizi disponibili che non so quanti siano, ma non saranno tantissimi neanche questi. Direi umilmente partiamo da questo che non sarebbe neanche poco. Pensiamo all’università, in ambito psicologico clinico e psichiatrico la cosa di cui si è occupata, in alcuni casi l’università è la ricerca sulla psicoterapia; ormai ci saranno al massimo otto centri accreditati che lavorano in questo campo, ma questa non certamente la competenza relazionale. Il discorso sulla competenza della ricetta mi faceva pensare ad una cosa. Dai riscontri avuti mi sembrava che nella relazione introduttiva ia non sia stato chiaro ed abbia innescato qualche mito. È chiaro che non ce l’ho né con la mitologia, con la biologia, meno ancora con la psicanalisi, e meno ancora, vi sembrerà strano, con i farmaci. La dico scherzosamente: io sono uno psicoterapeuta di formazione psicologica ma io ho un sentimento di gratitudine nei confronti dei farmaci, "ci mantengo la famiglia" perché con metà dei pazienti che vedo oggi riesco a lavorare grazie ai farmaci e sono assolutamente consapevole di questo dato. La cosa su cui vorrei insistere però è il discorso che parlare di competenza relazionale, di progetto di molteplicità degli interventi significa avere già in testa la complessità. In tutti gli anni che ho lavorato con M. Ceruti sul discorso di complessità e psicoterapia quello che veniva fuori con chiarezza (Ceruti M., Lo Verso G., 1998) è che tutti i nostri problemi sono al 100% fisiologici, al 100% biologici, al 100% simbolici. Quella che è ancora oggi presente ed assai limitante, è la logica che ci debba essere un prima e un dopo. La psicopatologia dipende da un fatto chimico, la psicopatologia dipende dalla mamma, la psicopatologia dipende dalla cultura, c’è sempre un prima che sarebbe il vero e un dopo che si costruisce su questo, secondo la logica ottocentesca del rapporto struttura/sovrastruttura.; non è così! L’antropologia viene prima della biologia, se la vogliamo dire provocatoriamente. Non è vero che il bambino nasce e poi succedono le cose, il bambino nasce ed è concepito da un milione di anni biologicamente e da 200 anni antropologicamente, naturalmente vale anche il contrario, che la biologia viene prima della antropologia. Mi sono spiegato, spero? Ci tengo molto che la mia posizione su questo sia chiara. Non si può pensare alla complessità della psicopatologia ed a quella dei metodi di cura che nel nostro campo sono sempre multipersonali o grippali (Lo Coco g., Lo Verso G. 2006). Il paziente, infatti, è stato immerso in una rete psichica che è dentro di lui, vive rapporti interpersonali, è seguito da molteplici curanti, ecc. Do anche un dato di rinforzo su questo che non so quanto siano conosciuti: io stamattina riferivo dei dati scientifici pubblici, non li ho inventati io perché mi fa antipatia il Prozac in particolare, cosa che, evidentemente, non è. Un altro dato interessantissimo è che tutta la ricerca empirica sulla psicoterapia a livello mondiale dice una cosa con molta chiarezza: i trattamenti in assoluto più efficaci da qualunque punto di vista sono i cosiddetti trattamenti integrati, in cui psicoterapia e farmacoterapia si integrano. Quindi il discorso della comunicazione tra curanti ed all’interno delle equipes torna centrale. Questa è la differenza, la differenza non è tra terapia analitica o terapia cognitiva ma la vera differenza è tra trattamenti integrati e trattamenti senza progetto. Questo ci può confortare molto perché salute mentale per come la stiamo riprendendo e trattando è incentrata sull’interazione di professioni, di metodi, di pensiero. Ci sono molte cose da dire, ne scelgo un paio. Formazione monoprofessionale e formazione multiprofessionale, covisione o supervisione. Io credo che si possa dire che sono cose che non andrebbero contrapposte, sono semplicemente cose diverse. Io penso che se uno ha impiegato 30 anni per imparare a fare terapia familiare e un altro che ha appena finito la formazione, comincia a farla nei servizi, usufruire dell’esperienza del primo sia buon senso. Covisione, credo di essere uno degli inventori di questo termine, va bene ma è un’altra cosa e sono d’accordo con chi diceva che sostanzialmente è l’elaborazione quotidiana del lavoro. Quello è un momento a parte, quello in cui le equipe si vedono ogni 15 giorni, ma può essere anche la riunione di lavoro ogni mattina per parlare dei casi, un lavoro che può essere vero, complesso, anche elaborativo e psicodinamico. Concludo con una storiella che parla di educazione al gusto, è una storiella con una metafora molto forte. Noi ci vantiamo, da vecchi intellettuali europei, che negli Stati Uniti di gusto non ne hanno, per narrare quanto siano pericolosi gli americani di solito si cita Bush, oppure la storia del ketchup sulle ostriche che a noi italiani in particolare ci atterrisce. Però il gusto deve essere formato, ai bambini bisogna insegnare il gusto, ed io vi racconterei una esperienza che per me è stata molto istruttiva, è la storia di Bastiano. Bastiano era uno che faceva il pescatore in un posto meraviglioso che si chiama San Vito Lo Capo, vicino Trapani che avrete sentito nominare e che una volta era paradiso. Bastiano capì che a forza di fare il pescatore sarebbe morto di fame perché il pesce i "rigattieri" lo pagano poco e, vedendo che tutti facevano i soldi con i turisti, il povero Bastiano aguzza l’ingegno e decide che anche lui si metterà a vendere delle cose di mare. Tra le cose di mare che Bastiano cominciò a vendere c’era il tonno sott’olio. Il tonno sott’olio di Bastiano era fatto così: suo fratello pescava i tonni con il peschereccio, Bastiano prendeva i tonni più piccoli perchè fossero più teneri, l’olio che ci metteva era l’olio di suo suocero dalla campagna lì vicino. Allora io, e non solo io, ho fatto un’esperienza: compravo da Bastiano questo tonno, talaltro il paradosso era che lo compravo a meno del supermercato un po’ perché mi voleva bene un po’ perché ragionava così, e poi offrivo questo tonno agli amici. Ma voi capirete, un vecchio subacqueo come me; io lo offrivo con lo spirito di chi sta facendo un rito sacro. Dovete sapere che la maggior parte delle persone a cui lo offrivo, tra l’altro persone civili, non gradiva questo tonno e sapete perché? Perché, secondo loro, non sapeva di tonno e non era rosa. Il tonno non è mai stato rosa, e, se il tonno si mangia col grissino, come dice la pubblicità delle scatolette, vuol dire che fa schifo. Perdonate, ma questo argomento è uno dei due su cui sono competente. Per mangiare il tonno quello vero che ha un sapore forte, verace come si dice, bisogna essere educati. In genere può fare anche impressione il tonno vero, per cui ritengo che tutte le cose vere, le cose forti, bisogna anche costruirle. Fuor di metafora, noi parliamo di relazione ma quando tu segui per anni una paziente che sta sempre meglio, e sei magari un povero psicoterapeuta universitario, non sei uno psichiatra abituato tutti i giorni a vedere questi orrori, e quella si taglia un braccio, ti trovi a vivere una terribile esperienza relazionale, anche perché si era costruito un rapporto ed una speranza. Quindi ricominci a lavorare ed a superare la frustrazione, l’onnipotenza, i sensi di colpa, le tue angosce inconsce, ecc.

 

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