Lezione 23 Al di la' del principio del piacere

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Una delle grandi opere di Freud: siamo nel 1920 e Freud scrive “Al di là del principio di piacere”.
La prima cosa che si vorrebbe dirgli è: “Tu che scrivi un libro che s’intitola ‘Al di là del principio di piacere’, hai nella tua libreria un libro con un titolo del tutto simile (‘Al di là del bene e del male’), e non ne citi l’autore!”. Freud temeva i filosofi?
La seconda osservazione è: “Di cosa tratta al di là del principio di piacere?”: descrive ciò che muove la mente al di fuori della ricerca del piacere; ma se l’uomo non persegue il piacere cosa deve perseguire? La risposta è la morte in virtù dell’istinto di morte. È un’affermazione talmente rivoluzionaria che da sempre si fa fatica ad accettarla. Essa provocò la scissione lacaniana, e contribuì a produrre il contrasto con le sinistre europee. Dice Freud: “l’uomo ha nel suo interno la spinta a procurare agli altri e a sé stesso la morte”.
Da cosa nasce questo concetto? Siamo nel 1920, dopo la prima guerra mondiale, e la morte, con i suoi costi mostruosi, era emersa prepotentemente.
Quando Freud comincia a parlare della morte, si riferisce a due argomenti apparentemente lontani tra di loro: la nevrosi di guerra e il mondo infantile. Affronta il tema delle nevrosi di guerra, di cui considera, quale punto centrale, la coazione a ripetere. Egli si domanda perché esista questa tremenda tendenza umana a riprodurre situazioni penose, perché questa ricerca continua della sofferenza.


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Esprime analoga considerazione riguardo al gioco infantile. Prende, a questo proposito, l’esempio del suo piccolo nipote, che fa il gioco del rocchetto che scompare e poi ricompare. Questo continuo far scomparire e ricomparire lo riporta al concetto di coazione a ripetere. In altre parole, l’elemento centrale che accomuna questi due fenomeni è la costrizione interiore a ritornare nella stessa situazione una volta che uno se ne è allontanato. “Quando hai ritrovato il rocchetto perché lo fai scomparire di nuovo, soffrendone, per poi ritrovarlo e farlo ancora una volta scomparire? Perché ti rappresenti sempre in mente le stesse condizioni di sofferenza e morte?”.
Freud ritiene che ci debba essere qualcosa che porta a questa tendenza. E qui c’è il grande paradosso: se c’è un istinto a produrre qualcosa, vuol dire che questo qualcosa non è sicuro. Per Freud la morte non è sicura: “Chi lo dice che dobbiamo morire? Moriamo tutti ma non è così obbligatorio: moriamo perché tutti noi individui pluricellulari pretendiamo di tornare allo stato d’assenza di vita, tendiamo a ritornare a spegnerci”. Su questa base abbiamo bisogno dell’istinto, che, se fosse per qualcosa di sicuro, di accertato, sarebbe superfluo: non si crea un istinto per fare qualcosa che automaticamente esiste; si crea l’istinto per qualcosa che può non esserci e deve essere realizzato. La natura crea l’istinto sessuale o l’istinto di vita perché potrebbe non esserci l’incontro e fallire la conservazione della specie.
In seguito a gravi scosse meccaniche, scontri ferroviari e altri incidenti che implicano un pericolo mortale si può verificare una situazione che è stata descritta da tempo e a cui è stato dato il nome di “nevrosi traumatica”. La terribile guerra che si è appena conclusa ha determinato la comparsa di molte affezioni di questo genere …                                                                                                                                                                                                                                                                                     
È, però, diverso trovarsi su un treno che deraglia dal trovarsi bloccato in trincea circondato dagli spari. Come si fa a tollerare questa situazione e tutte le altre atrocità della guerra? Incidenti c’erano sempre stati, descritti anche in letteratura: Cirano de Bergerac muore travolto da una carrozza; Iacopo Ortis, andando a cavallo, travolge un povero contadino e rimane oppresso dal senso di colpa: lui che è un onest’uomo, si accorge di aver lasciato una vedova e figli inconsolabili per il suo capriccio aristocratico di cavalcare là dove non doveva andare. C’erano questi fatti, ma c’erano anche le guerre napoleoniche, con i cannoni e le granate: situazioni in cui i traumi diventavano la regola.
… ma almeno ha posto termine al tentativo di farle risalire a lesioni organiche del sistema nervoso derivanti dall’azione di una forza meccanica.
Basta con la storia delle lesioni organiche! La gente confusa che ha vissuto l’esperienza di incidenti ferroviari ha subìto traumi meccanici; tuttavia, nei reduci dalla guerra che non sono stati colpiti da traumi dello stesso tipo, basta una rievocazione per provocare la nevrosi traumatica.
Il quadro clinico della nevrosi traumatica si avvicina a quello dell’isteria per la grande varietà di sintomi motori analoghi, ma di regola lo travalica per i segni spiccati di una sofferenza soggettiva che ricorda l’ipocondria o la melanconia, e per le prove che offre di un ben più esteso generale indebolimento e turbamento delle facoltà psichiche.
Freud è un clinico straordinario: “è come l’isteria, ma c’è qualcosa di più”.
Finora non si è giunti a una spiegazione completa né delle nevrosi di guerra né delle nevrosi traumatiche del tempo di pace. Nel caso delle nevrosi di guerra il fatto che lo stesso quadro clinico si determinasse talvolta senza il concorso di una grande violenza meccanica parve illuminare e confondere le cose al tempo stesso. Nel caso delle comuni nevrosi traumatiche emergono chiaramente due caratteristiche sulle quali riflettere: in primo luogo è sembrato che esse siano determinate anzitutto dalla sorpresa, dallo spavento; in secondo luogo di solito una lesione o ferita patita simultaneamente agisce contro l’instaurarsi di una nevrosi. I termini “spavento”, “paura” e “angoscia” sono usati a torto come sinonimi; in realtà corrispondono a tre diversi atteggiamenti di fronte al pericolo. L’“angoscia” indica una certa situazione che può essere definita di attesa del pericolo e di preparazione allo stesso, che può anche essere sconosciuto. La “paura” richiede un determinato oggetto di cui si ha timore; lo “spavento” designa invece lo stato di chi si trova di fronte ad un pericolo senza esservi preparato, e sottolinea l’elemento della sorpresa. Non credo che l’angoscia possa produrre una nevrosi traumatica; nell’angoscia c’è qualcosa che protegge dallo spavento e quindi anche dalla nevrosi da spavento. Ritorneremo su questo punto più avanti.
Lo studio dei sogni può essere considerato il metodo più attendibile per l’esplorazione dei processi psichici profondi. Ebbene, la vita onirica delle persone affette da nevrosi traumatica ha la caratteristica di riportare continuamente il malato nella situazione del suo incidente, da cui egli si risveglia con rinnovato spavento. Ci si stupisce davvero troppo poco di ciò. Si pensa al fatto che l’esperienza traumatica si imponga continuamente al malato, persino nel sonno, sia appunto una prova della sua forza: …
C’è la ripetizione dell’evento. Invece di allontanarlo, sulla base del principio di piacere, viene ripetutamente rappresentato. Qui Reich direbbe: “non è l’istinto di morte ma è il masochismo, il piacere trovato attraverso la sofferenza”. Freud dice che nel sogno c’è la ripetizione del trauma, ma se sia proprio vero non lo sappiamo. Freud espone una tesi in contrasto con la nostra evidence-based (dovrei prendere 100 persone con nevrosi di guerra, 100 invece che mentre c’era la guerra erano in vacanza, come gruppo di controllo, esaminare i sogni dei due gruppi, e statisticamente valutare la differenza) strutturata e stagnante. Freud qui parte dai sogni, “i sogni dei traumi di guerra ricorrono”, ma chissà se è così...
… il malato sarebbe, per così dire, fissato psichicamente al suo trauma. Tali fissazioni all’esperienza che ha fatto esplodere la malattia ci sono note da tempo, nel caso dell’isteria. Nel 1893 Breuer e Freud hanno dichiarato che gli isterici soffrono per lo più di reminiscenze. Anche nel caso delle nevrosi di guerra, osservatori come Ferenczi e Simmel hanno potuto spiegare alcuni sintomi motori con la fissazione al momento del trauma.
Tuttavia non mi risulta che nella vita vigile coloro che soffrono di nevrosi traumatica siano molto occupati dal ricordo del proprio incidente, Forse si sforzano piuttosto di non pensarci. Se si ritiene ovvio che il sogno notturno trasponga nuovamente queste persone nella situazione che ha creato la loro malattia si mostra di non avere compreso la natura del sogno. Sarebbe più coerente con la natura del sogno se al malato si presentassero piuttosto immagini risalenti all’epoca in cui si stava bene, o relative alla guarigione che spera di raggiungere. Se non vogliamo che i sogni di coloro che soffrono di nevrosi traumatica ci turbino nel nostro convincimento che il sogno tende all’appagamento di un desiderio, non ci resta che una via d’uscita: ammettere che in questa situazione anche la funzione del sogno, come molte altre cose, viene disturbata e deviata dai suoi scopi; a meno di non voler ricorrere alle misteriose tendenze masochistiche dell’Io. [O.S.F., Vol 9, pag. 198, 199]
Questa di Freud è un’opera controversa non solo sul piano teorico, ma anche su quello politico. Vi fu la contrapposizione con la scuola di psicoanalisi marxista, la scuola di Francoforte, capeggiata da Fromm, che diede origine alle posizioni di Marcuse e di Goffman. I movimenti del ‘68 avevano come base teorica l’opera di Marcuse, teorico tedesco, che si occupò dell’eros nella civiltà. Goffmann scrisse un libro in cui metteva in crisi il senso delle strutture istituzionali, come l’ospedale psichiatrico, la struttura ospedaliera, il carcere. La posizione di costoro era: “I criminali esistono perché esistono i giudici, i malati esistono perché esistono gli psichiatri”, posizione che a suo tempo ebbe un grande successo, nel movimento di rivolta. All’origine c’era la scuola di Francoforte, di cui l’epigono fu Fromm, e alla lontana W. Reich, che introdusse in alcune opere, - “La rivoluzione sessuale” e “La psicologia di massa del fascismo” -, un concetto preciso: “Esiste una tendenza del potere a inviluppare le pulsioni in modo da spegnerle e metterle al servizio del funzionamento del potere stesso, da parte dei detentori dei mezzi di produzione e di una piccola parte della popolazione”. Questo faceva sì che la posizione reichiana fosse contro la famiglia (l’istituzione in cui le pulsioni dell’individuo ancora immaturo vengono frustrate e manipolate), e di ciò si ha un altro esempio nel libro di Cooper “Morte della famiglia”. L’istituzione familiare, per questi autori, è la prima delle istituzioni di potere. Reich era rimasto entusiasta della rivoluzione sovietica dei primi tempi, che promuoveva l’abolizione del nucleo familiare, il concetto di libero amore e dell’inutilità dei legami; i figli che nascevano potevano essere allevati a spese e responsabilità dello stato, concetto che però (per fortuna!) non fu mai del tutto realizzato. Reich fu invitato nell’Unione Sovietica e accolto trionfalmente ma, intelligente e acuto com’era, si accorse subito che qualcosa non andava, che vi era un’atmosfera intensamente repressiva, esattamente il contrario della sua posizione anarchico-libertaria. L’analista di sinistra è anarchico-libertario, considera il potere gestito da un Superio artificioso. Reich si contrappose alla posizione freudiana riguardo all’istinto di morte. Tutto quel che condusse al maggio parigino poggiava su di una solida base analitica: l’opinione prevalente era che la libertà pulsionale non creasse problemi, che l’uomo fosse fondamentalmente “buono”; perché se un uomo è cattivo deve intervenire il controllo, e se interviene il controllo è la fine della posizione anarcoide. La posizione di Reich era “Romolo ha ucciso Remo perché il potere, ha creato l’idea del confine, dell’aratro che traccia il solco, della spada che lo deve difendere, del controllo”.
Nella concezione freudiana, noi non possiamo permetterci una totale libertà pulsionale, perché tra le pulsioni c’è Eros, ma anche Thanatos, l’istinto di morte, e Romolo uccide Remo non per diventare re, ma proprio perché vuole ucciderlo, e se non avesse avuto il pretesto del potere lo avrebbe ucciso lo stesso”.
Freud partiva dal concetto della coazione a ripetere del bambino e del dolore nelle nevrosi di guerra. Queste posizioni hanno profondamente influito su tutta la cultura occidentale.
Quando Reich scrisse “L’analisi del carattere masochista”, uno dei più interessanti lavori che siano mai stati scritti, questo fu pubblicato dalla rivista della società psicoanalitica. Freud, però, pretese una cosa assurda: che fosse precisato che tale lavoro veniva pubblicato, ma era stato fatto al servizio del partito marxista. Freud probabilmente rimase spaventato dalla posizione reichiana.
Di tutti questi movimenti è rimasto ben poco, se non un generico “populismo” di sinistra che ormai, perduta la base teorica marxista, mantiene una posizione genericamente democratica: “il popolo deve dire la sua”. Freud direbbe “voi credete che il popolo dica la sua quando adunate le masse, ma, in realtà, le decisioni sono prese altrove”. Freud avverte il cambiamento del mondo moderno, che vedremo meglio in “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”. Egli si rende conto di quel che sta succedendo a livello collettivo e scrive questo libro, che nessuno si sarebbe aspettato nel 1895, quando pubblicava gli ‘Studi sull’isteria’.
Ritorniamo ad “Al di là del principio di piacere” ed al rapporto, che Freud individua, fra nevrosi di guerra e gioco infantile. Freud ha un andamento un po’ poetico, dantesco: Dante ad un certo punto è tra i beati che guardano Dio: “E come fantolin che ‘nver’ la mamma / tende le braccia, poi che ‘l latte prese, …”, la metafora è straordinaria. I grandi scrittori hanno la capacità di creare metafore eccezionali di questo genere. Freud fa un salto, sul piano stilistico è tipico: passa dalle trincee, dalle cannonate al gioco.
… ho sfruttato un’occasione che mi si è offerta per chiarire il significato del primo gioco che un bambino di un anno e mezzo si era inventato da sé. Si è trattato di qualcosa di più di una fuggevole osservazione, poiché sono vissuto per alcune settimane sotto lo stesso tetto del bambino e dei suoi genitori, ed è passato un certo tempo prima che riuscissi a scoprire il significato della misteriosa attività che egli ripeteva continuamente.
Lo sviluppo intellettuale del bambino non era affatto precoce; a un anno e mezzo sapeva pronunciare solo poche parole comprensibili e disponeva inoltre di parecchi suoni il cui significato veniva compreso dalle persone che vivevano intorno a lui. In ogni modo era in buoni rapporti con i genitori e con la loro unica domestica, ed era elogiato per il suo “buon” carattere. Non disturbava i genitori di notte, ubbidiva coscienziosamente agli ordini di non toccare certi oggetti e non andare in certe stanze, e, soprattutto, non piangeva mai quando la mamma lo lasciava per alcune ore, sebbene fosse teneramente attaccato a questa madre che non solo lo aveva allattato di persona, ma lo aveva allevato e accudito senza alcun aiuto esterno. Ora questo bravo bambino aveva l’abitudine — che talvolta disturbava le persone che lo circondavano — di scaraventare lontano da sé in un angolo della stanza, sotto il letto o altrove, tutti i piccoli oggetti di cui riusciva ad impadronirsi, talché cercare i suoi giocattoli e raccoglierli era talvolta un’impresa tutt’altro che facile. Nel fare questo emetteva un “o-o-o” forte e prolungato, accompagnato da un’espressione di interesse e soddisfazione; secondo il giudizio della madre, con il quale concordo, questo suono non era un’interiezione, ma significava “fort” [“via”]. Finalmente mi accorsi che questo era un giuoco, e che il bambino usava tutti i suoi giocattoli solo per giocare a “gettarli via”. Un giorno feci un’osservazione che confermò la mia ipotesi. Il bambino aveva un rocchetto di legno intorno a cui era avvolto del filo. Non gli venne mai in mente di tirarselo dietro per terra, per esempio, e di giocarci come se fosse una carrozza; tenendo il filo a cui era attaccato, gettava invece con grande abilità il rocchetto oltre la cortina del suo lettino in modo da farlo sparire, pronunciando al tempo stesso il suo espressivo “o-o-o”; poi tirava nuovamente il rocchetto fuori dal letto, e salutava la sua ricomparsa con un allegro “da” [“qui”]. Questo era dunque il gioco completo – sparizione e riapparizione – del quale era dato assistere di norma solo al primo atto, ripetuto instancabilmente come giuoco a sé stante, anche se il piacere maggiore era legato indubbiamente al secondo atto.
L’interpretazione del giuoco divenne dunque ovvia. Era in rapporto con il grande risultato di civiltà raggiunto dal bambino, e cioè con la rinuncia pulsionale (rinuncia al soddisfacimento pulsionale) che consisteva nel permettere senza proteste che la madre se ne andasse.
Lui è un bravo bambino, la mamma si attardava e lui sta lì bravo. Ma quanto è duro per lui questo! Sappiamo i costi di questa rinuncia pulsionale che il bambino deve fare; poi, però, la mamma deve ricomparire. Vi sono diversi livelli: il gioco, la mamma.
Il bambino si risarciva, per così dire, di questa rinuncia, inscenando l’atto stesso dello scomparire o del riapparire avvalendosi degli oggetti che riusciva a raggiungere. È ovvio che per dare una valutazione del significato affettivo di questo giuoco non ha importanza sapere se il bambino lo aveva inventato da sé o se esso gli era stato suggerito da altri. Il nostro interesse è diretto ad un altro punto. È impossibile che l’andar via dalla madre riuscisse assai gradevole…
Che glielo abbiano detto o che lo abbia fatto lui è la stessa cosa, vive nella sua fantasia interna.
… o anche soltanto indifferente al bambino. Come può dunque accordarsi col principio di piacere la ripetizione sotto forma di giuoco di questa penosa esperienza? Forse si risponderà che l’andarsene doveva essere necessariamente rappresentato, come condizione che prelude alla piacevole ricomparsa, e che in quest’ultima risiedeva il vero scopo del gioco.
Questo, direbbe Reich, lui lo fa scomparire per farlo ricomparire, la mamma scompare e così ricompare, il rocchetto scompare e poi ricompare. L’interpretazione riguarderebbe l’aspetto masochistico, il masochismo consiste nel cambiare di segno il piacere. In realtà non è il dolore quello che va cercando il masochista, ma il piacere connesso all’elemento dolore.
Qui la morte non c’entra più, non c’è niente di più vitale della parafilia. La parafilia, se viene inquinata dalla morte, non è più para-“filia”: viene fuori ‘Jack lo squartatore’; poiché manca della qualità di raffinatezza necessaria per poter godere, si “defonde” l’istinto.
Una regola fondamentale: “Tanto più la pulsione regredisce, tanto più si ‘defonde’”. Nella pulsione genitale evoluta, l’istinto distruttivo e quello amoroso sono fortemente fusi, e l’interesse finale è quello di conservare l’oggetto d’amore, e conservarlo nel modo migliore. Infatti, nella genitalità, quanto più l’oggetto d’amore è bello e raffinato, tanto meglio è. Nell’oralità è diverso: l’istinto si defonde perché c’è un solo modo di amare ed è quello di distruggere, e il bambino ha un solo modo di amare la mamma al seno, quello di incamerarla: il bambino non ne sa niente di ghiandola a secrezione interna o esterna, il bambino sa che sta mangiando la mamma. Quando la pulsione regredisce e si defonde, la componente distruttiva si libera da quella erotica e viceversa.
Ma questa interpretazione sarebbe contraddetta dall’osservazione che il primo atto, l’andarsene, era inscenato come giuoco a sé stante, e anzi si verificava incomparabilmente più spesso che non la rappresentazione completa, con il suo piacevole finale.
Freud dice: “non è vero che lo fa scomparire per farlo comparire; c’è una spinta che lo spinge a farlo scomparire e un’altra che lo porta a farlo riapparire”: c’è la coazione a ripetere l’atto doloroso.
L’analisi di un caso singolo come questo non permette di formulare un giudizio sicuro e definitivo; se si considera la cosa in modo imparziale, si ha l’impressione che il bambino avesse trasformato questa esperienza in un giuoco per un altro motivo. All’inizio era stato passivo, aveva subito l’esperienza; ora invece, ripetendo l’esperienza, che pure era stata spiacevole, sotto forma di giuoco, il bambino assumeva una parte attiva. Questi sforzi potrebbero essere ricondotti ad una pulsione di appropriazione che si rende indipendente dal fatto che il ricordo in sé sia piacevole o meno. Ma si può anche tentare un’interpretazione diversa. L’atto di gettare via l’oggetto, in modo da farlo sparire, potrebbe costituire il soddisfacimento di un impulso che il bambino ha represso nella vita reale, l’impulso di vendicarsi della madre che se n’è andata; in questo caso avrebbe il senso di una sfida: “Benissimo, vattene pure, non ho bisogno di te, sono io che ti mando via.” Questo stesso bambino che avevo osservato ad un anno e mezzo intento sul suo primo giuoco, l’anno dopo, quando era in collera con un giocattolo, usava gettarlo per terra esclamando: “Va in guella!” A quel tempo gli avevano raccontato che il papà assente era in guerra; il bambino non sentiva affatto la mancanza del padre, anzi dava chiaramente a vedere che non desiderava essere disturbato nel proprio possesso esclusivo della madre. Sappiamo anche di altri bambini che amano esprimere simili impulsi ostili scaraventando lontano oggetti in luogo di persone. Ci sorge allora il dubbio se la spinta a elaborare psichicamente e a impadronirci appieno di un evento che ha suscitato in noi una forte impressione possa manifestarsi primariamente e indipendentemente dal principio del piacere. A ben vedere, nel caso che stiamo discutendo, il bambino potrebbe ripetere nel giuoco un’esperienza sgradevole solo perché a questa ripetizione è legato l’ottenimento di un piacere di tipo diverso, ma non meno diretto.
Neppure un ulteriore esame del giuoco dei bambini ci aiuta ad optare per una delle due ipotesi tra cui esitiamo. È chiaro che i bambini ripetono nel giuoco tutto quello che nella vita reale ha suscitato in loro una forte impressione, è vero che così facendo abreagiscono la forza dell’impressione e diventano per così dire padroni della situazione. Ma d’altro canto è evidente che tutto il loro giocare è influenzato da un desiderio che domina quest’epoca della loro vita: il desiderio di essere grandi e poter fare quello che fanno i grandi. Si può anche osservare che il carattere spiacevole di un’esperienza non la rende sempre inservibile per il giuoco. Se il dottore ha guardato in gola al bambino o se gli ha fatto una piccola operazione, possiamo essere certissimi che questa spaventosa esperienza sarà il tema del prossimo giuoco; ma in questo caso non va trascurato che il bambino ottiene il piacere da un'altra a fonte. Passando dalla passività dell’esperire all’attività del giocare, egli fa subire l’esperienza sgradevole che gli era capitata a un compagno di giochi, e in tal modo attua la sua vendetta sulla persona di questo sostituto.
In ogni caso da queste discussioni emerge il fatto che per spiegare il giuoco non è necessaria supporre l’esistenza di una particolare pulsione imitativa. Per concludere possiamo ancora ricordare che la rappresentazione e l’imitazione artistica degli adulti, a differenza di quella dei bambini, sono indirizzate alla persona dello spettatore e, pur non risparmiandogli le impressioni più dolorose – nella tragedia per esempio – possono tuttavia suscitare in lui godimento elevatissimo. Ciò è una prova convincente del fatto che anche sotto il dominio del principio di piacere esistono mezzi e vie a sufficienza per trasformare ciò che in sé è spiacevole in qualcosa che può essere ricordato e psichicamente elaborato. Questi casi e situazioni che alla fin fine si concludono con l’ottenimento di un piacere potrebbero essere studiati da un’estetica orientata secondo il punto di vista economico; per i nostri scopi non servono, perché presuppongono l’esistenza e il dominio del principio del piacere, mentre non provano l’esistenza di tendenze che operano al di là di principio di piacere, tendenze cioè più originarie del principio di piacere e da esso indipendenti. [Ibidem, da pag. 200 a pag. 203]
Dice Freud “Ho il sospetto che dietro, al di là del principio di piacere, ci sia qualcosa d’altro. Ho provato a spiegare queste cose con il principio del piacere, la ricomparsa del piacere dopo l’abolizione, l’autosufficienza, ma cresce il sospetto che ci sia qualcosa al di là, di più antico: che l’uomo tenda alla distruzione, alla morte”.
Ancora dice “Noi sappiamo che c’è la tendenza al ritorno all’immobile”. La filosofia greca aveva già elaborato questo concetto, che adesso noi conosciamo grazie alla biologia: c’è questa tendenza a ritornare all’immobilità, allo stato della pietra, allo stato chimico originario. I fisici direbbero “temperatura e movimento”: se c’è calore c’è movimento ossia gli atomi si muovono; quando la temperatura s’abbassa il movimento rallenta fino a cessare.
Possiamo ipotizzare lo zero, che i fisici chiamano zero assoluto, in cui il movimento delle particelle non c’è più. Al di sotto non si può andare. Quindi la tendenza di tutto l’universo è di andare allo zero assoluto. Freud diceva “s’arresta il movimento e tutto ritorna allo stato di quiete”.
Ciò che la psicoanalisi svela a proposito di fenomeni di traslazione dei nevrotici si può ritrovare anche nella vita di persone non nevrotiche che suscitano l’impressione di essere perseguitate dal destino o vittime di qualche potere “demoniaco”; ma la psicoanalisi ha sempre pensato che questo destino sia creato da costoro in massima parte con le loro stesse mani, e sia determinato da influssi che risalgono all’età infantile. La coazione che in essi si manifesta non è diversa dalla coazione a ripetere dei nevrotici, anche se queste persone non hanno mai mostrato i segni di un conflitto nevrotico che abbia dato luogo alla formazione dei sintomi. Esistono così persone le cui relazioni umane si concludono tutte allo stesso modo: benefattori che dopo qualche tempo sono astiosamente abbandonati dai loro protetti – per diversi che siano tra loro questi ultimi sotto altri riguardi –, e che quindi paiono destinati a vuotare fino in fondo l’amaro calice dell’ingratitudine; uomini le cui amicizie si concludono immancabilmente con il tradimento dell’amico; o altri che nel corso della loro vita elevano ripetutamente un’altra persona a una posizione di grande autorità privata o anche pubblica, e poi, dopo un certo intervallo di tempo, abbattono essi stessi quest’autorità, per sostituirla con quella di un altro; o, ancora, persone i cui rapporti amorosi con le donne attraversano tutti le medesime fasi e terminano allo stesso modo ecc.  [Ibidem, pag. 207, 208]
Freud era interessatissimo a ciò e, infatti, ci sarà dopo un piccolo lavoro che parla delle precognizioni. Egli è un rigido razionalista, non ha mai creduto che c’è qualcosa al di là del proprio corpo, però ne dà una spiegazione. La psicoanalisi ha dato un grosso colpo alla parapsicologia, perché spiegando questi fenomeni ne nega la natura autonoma ed il carattere extra-corporeo e extra-sensoriale. Freud spiega il mistero attraverso la ragione. Il principio è “dove c’è l’Es deve esserci l’Io”.
Questo “eterno ritorno dell’eguale” non ci stupisce molto se si tratta di un comportamento attivo del soggetto in questione e se in essi ravvisiamo una peculiarità permanente ed essenziale del suo carattere la quale debba necessariamente esprimersi nella ripetizione delle stesse esperienze. Un’impressione più forte ci fanno quei casi in cui pare che la persona subisca passivamente un’esperienza sulla quale non riesce a influire, incorrendo tuttavia immancabilmente nella ripetizione dello stesso destino. Si pensi ad esempio alla storia di quella donna che si è sposata per tre volte di seguito con persone che dopo breve tempo si ammalavano, e che essa doveva assistere fino alla morte. La più commovente descrizione poetica di questo destino è stata data da Tasso nella epopea romantica della Gerusalemme liberata. Senza saperlo l’eroe Tancredi ha ucciso in duello l’amata Clorinda, le cui sembianze erano nascoste sotto l’armatura di un cavaliere nemico.
Clorinda incontra Tancredi ed egli le dice: “Che vai cercando?”, e lei risponde “Morte”; e Tancredi: “Io non ricuso se la cerchi”. La uccide, e quando va a vedere chi è e alza la celata, si accorge che era l’amore suo. (Altro scenario simile a questo è Achille e Pentesilea).
Dopo che essa è stata sepolta Tancredi si addentra nella sinistra foresta magica che terrorizza l’esercito dei crociati; con la spada colpisce un alto albero, ma dal tronco squarciato sgorga sangue, e la voce di Clorinda, la cui anima è imprigionata nell’albero, rimprovera a Tancredi di aver infierito ancora una volta sulla donna che ama.


 

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