PLENARIA CONCLUSIVA: Le conclusioni di Mirella Ruggeri

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Gli stimoli provenuti dal lavoro dei gruppi sono tanti ed è difficile riassumerli in un commento rapido. Mi fa piacere che sia stato colta l’importanza di mantenere un forte legame tra la raccolta di dati, intesa come diritto - qualcuno ha detto che la documentazione è identità e garanzia anche per gli utenti — il fare valutazione e e il diffondere le informazioni. Fare valutazione senza diffondere i risultati delle valutazioni è come non farla, anzi è peggio, perché in questo modo si impiegano risorse per una attività che non riesce a diventare bene comune. Ho ascoltato vari accenni all’importanza del coinvolgimento degli utenti, importanza che condivido. Mi spiace aver dovuto abbreviare la mia relazione, in cui avevo previsto una parte di presentazione dei dati e degli strumenti da proporre come modello di valutazione degli esiti; se li avessi potuti mostrare, anche coloro che non hanno familiarità con il tipo di ricerche che ho condotto e, in generale, con gli studi epidemiologici in questo ambito, avrebbero notato l’importanza che assumono in questi approcci epidemiologici innovativi gli strumenti per la misurazione del vissuto soggettivo. La misurazione del vissuto soggettivo degli utenti è uno degli elementi che più di tutti ha reso la valutazione dell’esito un approccio estremamente elastico e applicabile a situazioni anche molto complesse. Sto pensando all’importanza, alla legittimazione, che ha avuto negli ultimi anni la misurazione della soddisfazione degli utenti; è questo un ambito in cui lavoro da molti anni, che mi sta molto a cuore. Gli studi sulla soddisfazione degli utenti spesso sono in grado di individuare le differenze tra i diversi tipi di approccio meglio ancora che i cambiamenti nei sintomi, che i cambiamenti nella disabilità. Desidero chiarire, se mai ci fosse stato un equivoco nella comprensione della mia presentazione, che fare valutazione degli esiti non significa valutare gli esiti attraverso gli occhi degli esperti, ma bensì coniugare tutti i diversi punti di vista, e fra questi punti di vista, il ruolo della valutazioni soggettive è importante, anzi, in alcuni casi, è il solo metodo che ci consente di comprendere l’esistenza di determinati problemi. Ad esempio, i dati che hanno dimostrato in maniera maggiormente significativa la differenza tra un approccio basato sulla ospedalizzazione e un approccio basato sulla territorialità sono proprio i dati che derivano dalle misurazioni della soddisfazione degli utenti.

Parte del dibattito nei gruppi conferma anche quanto sia difficile avere accesso a tutte le informazioni disponibili. Mi fa piacere che sia stato sottolineato questo che è uno dei problemi prioritari da risolvere: non si possono pianificare nuove azioni (ricerche, interventi, ecc.) se prima non si ha un chiaro panorama dei dati già esistenti. Se non si fa questo, il rischio di uno stallo e di uno spreco di risorse, è molto alto.

Infine è emerso il tema del rapporto tra evidenze e pratiche. Questo è un nodo difficile, che ritengo debba essere affrontato nei servizi con saggezza e misura. Vorrei tuttavia invitare tutti a riflettere su di un esempio apparentemente lontano dalla pratica della psichiatria. Pensiamo a cosa desidera ricevere da un medico un paziente malato di cancro - io ne vedo spesso nella mia attività clinica nell’ambito della psichiatria di consultazione. Io ritengo — ovviamente con una semplificazione — che il paziente in quella condizione desideri innanzitutto avere la certezza che il medico che lo cura sia aggiornato sui trattamenti più efficaci, che li sappia attuare in maniera tale da adattarli ai suoi bisogni e che sappia fare tutto questo con umanità e comprensione. Perché invece gli operatori della salute mentale, dovrebbero sentirsi legittimati ad avere un rapporto diverso con le evidenze? Nella pratica clinica tutte e tre queste componenti - la conoscenza delle evidenze più aggiornate, la capacità di individualizzare i trattamenti e le doti di empatia ed umanità - debbono essere presenti e garantite nelle pratiche di routine, ed è privo di senso arrogarsi il diritto di privilegiare l’una o l’altra.

E’ emerso poi un ultimo aspetto: lo scetticismo rispetto alla congruenza fra ciò che si dice di fare, ciò che poi si fa, ciò che si pensa di fare, scetticismo che peraltro condivido. Va detto che la valutazione può essere di grande aiuto nel ridurre le incongruenze fra queste tappe e mi auguro che anche l’iniziativa di questo ciclo di Seminari miri ad aumentare tale congruenza.

Infine, mi fa piacere rilevare che nel lavoro dei gruppi si è parlato molto dell’utilità degli strumenti di verifica in una accezione che non guarda ai sistemi di verifica con ostilità o considerandoli una minaccia ma li immagina (e richiede che siano) sistemi ragionevoli in cui tutti gli attori che operano nei servizi possano imparare a vigilare a che non vengano impiegate risorse in maniera inappropriata o con esiti non ottimali.

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