INTERVISTA A ERNESTO VENTURINI

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( La testimonianza di uno psichiatra militante, 30 anni di psichiatria italiana nell'intervista di Leonardo Montecchi)

Sono arrivato a Imola, città che per me, romagnolo, conserva memorie politiche (Andrea Costa, Nenni) ma ha anche un valore semantico legato al manicomio. "L'hanno portato a Imola" si diceva, "guarda che ti mando a Imola" si minacciava scherzosamente, ma non tanto. Imola è il manicomio dello zio matto di Amarcord.
Vado a trovare Ernesto Venturini, che conosco da tempo, nella sede del Dipartimento di Salute Mentale. Andiamo a pranzare al "Parlamintè", una piacevole osteria ricca di ricordi anarchici.

Raccontami come mai ti trovi qui a Imola, qual'è stato il tuo percorso?
Ho studiato alla Università Cattolica di Roma. All'inizio del 1968 ero da poco laureato e avevo funzioni di insegnamento in psichiatria. Mi ritenevo fortunato ed ero soddisfatto del mio lavoro. Mi trovavo in un percorso dominato da certezze. I sintomi aderivano perfettamente alle diagnosi e a ogni diagnosi corrispondeva un preciso dosaggio farmacologico. Se l'esito non era un successo, il demerito era del paziente, in quanto "non responder" ( non risultava allora, come non risulta oggi, che gli psichiatri, gli psicoanalisti o gli psicoterapeuti potessero risultare "non responder" ai bisogni del paziente). Guardavo tuttavia con attenzione all'esperienza che Basaglia stava conducendo allospedale psichiatrico di Gorizia. Era di moda trascorrere le ferie militanti in quellospedale (lo avevo fatto anchio) e uno dei testi che circolavano nelle riunioni studentesche, vero oggetto di un feticcio, era "L'istituzione negata". 
Un bel giorno ho deciso di lasciare la capitale per quella piccola città di provincia, mi sono lasciato alle spalle una carriera sicura per lanciarmi in una avventura piena di rischi. Il mondo geometrico delle conoscenze universitarie ha subìto un brusco sovvertimento. Smarrite le rassicuranti certezze ho incontrato la dialettica e il dubbio: dubbio sistematico come metodo di conoscenza, pensiero "debole" opposto alla cecità del pensiero forte, sapere pratico in luogo di un sapere astratto. La diagnosi accurata e il principio attivo del farmaco, in quel contesto, perdevano il loro significato assoluto. Fuori dal setting e dall'atmosfera di laboratorio della clinica universitaria, cambiava la malattia..o, per meglio dire, cambiavano i malati. Tutto era "contaminato": gli schizofrenici potevano essere presi sul serio, la riabilitazione poteva riguardare la società e il nemico non era più dentro le persone. Il nemico che tutti opprimeva e tutti limitava aveva un nome: era il manicomio!
Ho sempre pensato che il manicomio, paradossalmente, potesse essere assimilato a un buon testo scolastico: consentiva, tutto sommato, di smascherare le mistificazioni di un sapere "teorico", assoggettato alle esigenze del controllo sociale. Non poteva esservi comprensione dell'evento malattia, né possibilità terapeutica- diceva Basaglia- se esistevano carcerieri e carcerati. Ogni gesto terapeutico, ma anche ogni evento psicopatologico ( lo stesso delirio del paziente, nei suoi contenuti e nella sua intensità emotiva) assumeva significati profondamente diversi, semplicemente a seconda che l'ospedale fosse chiuso o "aperto". Nel momento in cui si eliminavano le incrostazioni istituzionali, si toglieva alla malattia quel "doppio", che ce ne nascondeva il senso.
Sartre era solito dire:" se volete vedere una realtà dove si elabora un sapere pratico, andate a Gorizia". La trasformazione istituzionale che vi si stava attuando era diventata qualcosa di più di un processo di riforma, era un luogo di elaborazione collettiva , un nuovo sapere teorico-pratico, un nuovo paradigma. 

E' stata la tua scelta di vita?
Indubbiamente e non ho rimpianti per aver lasciato l'università. Purtroppo l'Accademia, è rimasta estranea, in tutti questi anni, ai processi di cambiamento. E si badi bene stiamo parlando di cambiamenti epistemiologici, di una vera rivoluzione copernicana. L'università e il settore paludato della psichiatria sono rimaste invece immobili, subalterne alla cultura nordamericana e agli interessi delle case farmaceutiche. Se guardi anche oggi le pubblicazioni scientifiche internazionali ,puoi renderti conto che la maggior parte delle ricerche riguarda proprio il settore biologico sostenuto dalle case farmaceutiche.
D'altronde la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità accetta il contributo economico delle multinazionali farmaceutiche per alcuni suoi progetti e io continuo a pensare che nessuno regali qualche cosa senza aspettarsi nulla in cambio . Ma forse temo soprattutto la povertà culturale dei nostri giorni :la psichiatria è ricacciata all'interno del suo specifico, è settorializzata.
E' stata tutt'altra cosa il movimento di Psichiatria Democratica che ha saldato il cambiamento della psichiatria con spinte analoghe in altre discipline. Ricordo il legame intellettuale e umano che ci univa a Maccacaro, promotore di innovazioni nella medicina del lavoro e dellambiente, oppure a Minguzzi e Misiti, che operavano con gli stessi intenti nella psicologia sperimentale e in quella applicata, ricordo Risso e Galli, che si muovevano criticamente nellambito della psicanalisi, e Terzian che si muoveva in quello della neurologia ,oppure Maldonado che si apriva a nuove riflessioni epistemiologiche. La scuola di Palo Alto, la fenomenologia, l'esistenzialismo avevano già aperto una riflessione critica sul ruolo del terapeuta nella sua relazione con l'Altro: essere dentro alla relazione cambiava le prospettive e i significati. La scuola di Francoforte fondava intanto una nuova teoria dei bisogni e introduceva il problema del potere. Cera poi la scoperta del pensiero di Kuhn, di Feyerabend, di Popper ,di Habermans e la sperimentazione delle loro parole nella nostra pratica. Ma i veri maestri, almeno per me, erano soprattutto Gramsci e Foucault.

Perché non vi siete posti il problema della formazione?

In realtà ci siamo sempre posti il problema della formazione.
E sulla ipotesi di una nuova scuola che abbiamo espresso una certa diffidenza. Non volevamo limitare la ricchezza delle pratiche a una tecnica, né ci volevamo muovere come una sorta di Scuola di Vienna, nel timore di riprodurre un sapere separato dalla realtà. Basaglia ha manifestato più volte una sorta di pessimismo nella capacità delle teorie di non generare immediatamente nuove ideologie. Di fronte ai misfatti delle teorie e alla facilità con cui le parole in questo secolo sono state recuperate e tradite, una sorta di pudore ci ha imposto prudentemente di riferirci alle pratiche. 
E tuttavia la lettura degli scritti di Basaglia (che per inciso raccomando per la loro straordinaria attualità) evidenzia un pensiero concettualmente strutturato. E tutti noi - al momento opportuno - non abbiamo difficoltà a definirci allievi di Franco Basaglia, oppure ci sentiamo legittimati a interpretare gli eventi facendo riferimento al suo pensiero: in sostanza lidea di scuola è inequivocabilmente presente dentro di noi!
Alcuni hanno affrontato, con coraggio e passione, proprio il tema della sistematizzazione di questo pensiero. Penso soprattutto a Sergio Piro, a Vieri Marzi, a Paolo Tranchina e a tutto lo straordinario materiale dei Fogli di informazione. Penso alla Invenzione collettiva di Agostino Pirella, di Paolo Henry e di Cristiano Castelfranchi ,penso a Franco Rotelli e alla Istituzione inventata di Trieste, alla scuola del Centro Studi di Pordenone e al contributo di Benedetto Saraceno, di Ota De Leonardis e di tanti altri. Senza considerare alcuni contributi folgoranti di Pier Aldo Rovatti e di Sergio Moravia. Insomma ci troviamo di fronte a una teoria piuttosto ben sviluppata, che però fatica a riconoscersi e a proporsi come un corpo di saperi.
Daltra parte non bisogna dimenticare latteggiamento dell università: impermeabile se non ostile ai processi di cambiamento. All eretico Basaglia non fu mai offerta in vita la possibilità di un insegnamento. A parte poche e significative eccezioni ,la didattica e la ricerca in psichiatria, fanno finta, ancor oggi, che non sia successo nulla in questi anni. Sono rimaste ferme, in un certo senso, all'universo tolemaico, negano la scoperta dell'America. Per la verità luniversità si mostra insensibile e distante a molti altri eventi sociali e culturali, è fuori dalla storia ,nella sua inutile torre eburnea eppure continua ad avere risorse e potere!
Ritengo invece che la strada intrapresa da altri soggetti ( e penso proprio all'istituto Bleger) sia feconda di sviluppi e rappresenti una possibilità vera di confronto. La sento vicina al mio bisogno di collegamenti, di reti che consentano percorsi e nodi, dove le soggettività, le esperienze e i saperi possano incontrarsi nel rispetto reciproco e nellascolto. Sento lesigenza di nuovi punti di vista, di certezze non codificate, di chiavi di lettura non definitive. Temo invece la scuola come imposizione, induzione di una visione predeterminata del mondo. Hai presente certe discussioni dei casi, durante le sedute di supervisione? Sembrano discussioni di casi polizieschi ,alla ricerca di un colpevole.. Non posso fare a meno di pensare al bellissimo libro di Carlo Ginzburg Miti, emblemi, spie e alla sua analisi del metodo investigativo. Solo che in questo caso le tracce, gli indizi sono già selezionati nella testa dei ricercatori e conducono al risultato atteso. Ciò che si trova non è la realtà, è semplicemente una realtà, è la verità di quello specifico modo di ragionare. Basta infatti trattare lo stesso caso con il supervisore di unaltra scuola per rendersi conto che le tracce hanno altri significati e altre letture. Ogni ipotesi può essere vera, ma non è mai assoluta(SIGMA) Nelle scuole rilevo invece la ricerca dell assoluto, il rischio di un sapere dogmatico. Le scuole producono conoscenza, ma possono produrre anche impoverimento e restrizione!..

Riprendiamo, se vuoi, il tuo percorso professionale per cercare di comprendere le tensioni e le motivazioni che hanno originato la legge di riforma psichiatrica?

Le rappresentanze politiche di Gorizia si opponevano in quegli anni alla uscita dellesperienza fuori dal manicomio: listituzione poteva essere migliorata, resa più umana ,ma non negata. Assecondare questo progetto avrebbe significato assumere ancora una volta il ruolo di carcerieri. La decisione fu inevitabile: dimettere tutti i ricoverati e rassegnare le dimissioni. Si chiudeva Gorizia e si apriva Trieste!
Trieste è stata ed è tuttora lutopia realizzata, l immaginazione al potere! Marco Cavallo- il grande cavallo azzurro costruito dagli utenti e liberato un giorno nella città- è diventato il simbolo della incontenibile volontà di libertà di questa esperienza. Abbiamo distrutto il manicomio- pezzo per pezzo- creando contemporaneamente la possibilità, per utenti e operatori, di uscire sul territorio. Per impedire ogni ritorno al passato abbiamo individuato il modello organizzativo del servizio forte: servizio aperto sulle 24 ore, capace di prendersi carico del paziente psichiatrico grave.
La strada segnata svalorizzava il ricovero ospedaliero e il bisogno di incanalare il conflitto sociale e relazionale, insito nellevento follia, in una cornice clinica. Questa costrizione ci obbligava allinventiva, ci portava ad agire danticipo, ottimizzava le risorse, allargava la rosa dei protagonisti, richiedeva l'empowerment degli utenti. Non ci siamo limitati a sconfiggere il manicomio, abbiamo voluto sconfiggere anche il bisogno di manicomio: la domanda di delega e di controllo sociale, la sottrazione di risorse presenti nella rete sociale e lo sbocco nella dipendenza e nellassistenzialismo, labbandono e lalienazione. E nata così una organizzazione sociosanitaria fondata sulla solidarietà e su un modo nuovo di intendere l a contrattualità : l'impresa sociale . Dalla istituzione negata alla istituzione inventata, dalla marginalità assistita alla centralità della nuova produzione sociale, attraverso un gruppo teatrale, una boutique, un gruppo teatrale, un albergo, una barca a vela oppure dando vita a una impresa di pulizie, a una azienda agricola, a uno studio di design. 
Il manicomio intanto si era sgretolato , era scomparso malgrado le leggi e gli apparati istituzionali e scientifici che ancora lo giustificavano. Forse commettevamo degli errori, incorrendo in qualche ingenuità , eppure il processo rivelava un suo ammirevole rigore scientifico.
Altre esperienze (Arezzo, Perugia) stavano conseguendo i nostri stessi risultati. I convegni di Psichiatria Democratica, sempre tesi e straripanti di folla, si rivelavano ogni volta degli eventi di grande rilevanza culturale e scientifica. Basaglia ,con grande abilità, manteneva la autonomia del movimento da ogni strumentalizzazione politica e riusciva a far convergere sulle tesi di Psichiatria Democratica un consenso sempre più vasto . Quando nel OE78 si affacciò la ipotesi del referendum del partito radicale per labolizione del manicomio, godevamo di grande credibilità. Il lavoro pratico era la nostra carta di credito.
L'ipotesi di una legge divise tuttavia la sinistra: alcuni paventavano l'imbrigliamento delle spinte antistituzionali del movimento, altri volevano abolire qualsiasi possibilità di Trattamento Sanitario Obbligatorio, altri ancora volevano risolvere contemporaneamente anche il problema dellOspedale Psichiatrico Giudiziario . Come sempre Basaglia riuscì a far convergere tutti su soluzioni realistiche e avanzate. La prospettiva di un referendum abrogativo della vecchia legge sembrava infatti destinata al fallimento. Lopinione pubblica chiedeva ordine e legge, a ridosso del sequestro e delluccisione di Moro. E se, alla fine, si fosse rifiutata labrogazione della vecchia legge, non sarebbe più stata possibile nessuna riforma. Sull'onda di queste pressioni fu strappato un vasto consenso in Parlamento e furono stralciati dalla Legge sulla riforma sanitaria, già approvata dalla Camera, pochi articoli. Essi diventarono la Legge n.180 per Accertamenti Sanitari Obbligatori, legge quadro, sufficiente però a inserire la psichiatria nel contesto della legislazione sanitaria italiana e a modificare il concetto stesso di malattia mentale. La legge aggregò una maggioranza enorme e si inserì in quella stagione ,breve ma felice, di riforme istituzionali e di grande tensione morale e politica che caratterizzò la fine degli anni 70
.
Come valuti oggi la legge 180?

Il clima politico che aveva condotto alle riforme finì rapidamente. La legge 180 e la stessa Riforma Sanitaria furono tradite e abbandonate dai governi che avrebbero dovute applicarle . Il mancato governo provocò reazioni drammatiche ,specie da parte dei familiari dei pazienti, e da più parti si chiese la revisione della legge.
Eppure la legge, o meglio il cambiamento sancito dalla legge, ha retto. Segno che le ideologie sono facilmente recuperabili, mentre le pratiche lo sono molto meno..
Complessivamente ritengo che il successo della legge sia stato straordinario . Non esiste nessuna legge dello stato, di portata innovativa, che abbia conseguito risultati quantitativamente e qualitativamente analoghi. Basta analizzare i dati riportati nelle relazioni dellIstituto di Medicina Sociale per rendersi conto che, fatta eccezione per alcune voci, sono state rispettate le più rosee previsioni. E paradossalmente proprio i 50 progetti di controriforma, tutti abortiti, testimoniano limpossibilità di un ritorno al passato, per la validità e la profondità dei cambiamenti attuati.
In realtà esistono anche delle ombre, ma il problema è più generale e riguarda tutta la sanità o meglio lidea stessa di stato sociale. Ci dimentichiamo troppo spesso di essere dentro a un sistema di mercato e che la vecchia idea di welfare è irrimediabilmente finita, presa nella forbice tra vincoli crescenti di spesa ed emergenza di nuove e complesse domande sociali.
I grandi sistemi istituzionali- la sanità, l'educazione, la sicurezza sociale- sono inadeguati. Il pubblico inteso come monopolio della stato ha mostrato i suoi limiti e le sue perversioni, ma non è assolutamente vero che il privato sia intrinsecamente buono e che il mercato si autoregoli secondo principi di equità: è vero il contrario!
Perse le vecchie regole, non abbiamo trovato ancora quelle nuove. Percepiamo che l'idea del mercato sociale è quella che ci consentirà di ridisegnare il nuovo welfare, ma questa idea oscilla troppo tra forme di privatismo, di opportunismo e di atomismo individualistico e altre fondate sulla equità distributiva e sulla solidarietà.
Al primo versante corrisponde la deospedalizzazione o la transistituzionalizzazione dei pazienti, al secondo versante corrisponde invece la deistituzionalizzazione , vero cambiamento di paradigma scientifico e nuovo modo di rappresentanza e di pratica dei diritti.
Il modo con cui abbiamo cercato di applicare la legge 180 ,a Imola ,è stato tutto teso verso questa seconda ipotesi e testimonia ,fra grandi difficoltà, tensioni e limiti, che la utopia della società senza manicomi è possibile. Abbiamo chiuso il manicomio, sul serio, collocando tutti i ricoverati fuori ,sia attraverso soluzioni individualizzate che allestendo 26 case in 13 differenti comuni. Su questo progetto abbiamo mobilizzato la collettività intera e abbiamo creato una nuova rete, fondata sulle cooperative del non profit ,sul volontariato, sulle associazioni degli utenti e dei familiari.
Abbiamo realizzato anche un sogno di Basaglia. Franco era solito dire che bisognava distruggere il manicomio, analogamente a quanto facevano gli antichi romani con le città vinte: spargendo il sale sulle mura e passandovi laratro. E un giorno a Imola abbiamo invitato, nellospedale ormai deserto, tutti gli ex internati, i loro parenti, i cittadini, tutti gli operatori e gli amici che in vari anni avevano, a vario titolo, contribuito a quel successo e, insieme, abbiamo sparso il sale su quellarea perché mai più germogliasse lidea di un manicomio. Contemporaneamente abbiamo piantato un albero in ciascuna delle nuove case. Abbiamo chiamato quella festa Il sale e gli alberi. Cerano grandi buoi con l'aratro , c'era Marco Cavallo, tanti bambini, cera ancora una volta la possibilità di una rappresentazione simbolica che consentisse di esprimere la parte migliore di noi stessi.
Voglio esprimerti una ultima provocazione: io sono solito dire che spero di non aver mai riabilitato nessuno.
Critico in sostanza l'elemento di dominio insito nel concetto di terapia, critico lidea stessa di pedagogia. Io spero invece di aver aiutato le persone a riabilitare sé stesse, rivendico, cioè, la loro libertà di scelta. Quello che dovremmo fare è fornire conoscenze, mettere a disposizione la nostra competenza, creare le condizioni perché certi eventi, certe prese di coscienza possano determinarsi.. Ebbene sappi che non è per niente facile mettere in pratica queste belle parole, così scontate, ma così faticose da rappresentare!
Peraltro mi piace ricordare che, nel mondo economico, le imprese dei servizi, le più attente e anche quelle che oggi ottengono i maggiori successi, pongono al centro delle loro scelte il cliente, che sempre più muta la sua identità di consumatore per assumere anche quella di produttore. Penso a Richard Norman e alla sua idea di circoli virtuosi, alla capacità di sviluppare autopromozioni, alla centralità del cittadino, vero protagonista dei processi che lo riguardano .. Forse , come vedi, possiamo trovare degli alleati insperati!

Torno a Rimini pensando a questa intervista e ad uno slittamento semantico. Credo che per me Imola comincerà ad avere un nuovo senso: un senso di libertà.

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