Legge Basaglia?

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Quanti prevedevano che l'applicazione della legge sarebbe stata conflittuale e difficile, furono ben facili profeti. Non rientra nell'ambito della presente nota l'analisi, la valutazione ed il commento delle vicende degli ultimi vent'anni che solo in questi mesi registrano la definitiva chiusura degli ex Ospedali Psichiatrici.
Certo, la riforma fu varata in un quadro politico - il governo di “unità nazionale” che si dissolse pochi mesi dopo, e che fu seguito da una fase di radicalizzazione del confronto culturale e politico.
In tale clima, l'applicazione di una legge che poteva travalicare i suoi aspetti tecnici e coinvolgere generali “categorie” culturali, sociali e politiche (libertà e ordine, sicurezza e diritto alla soggettività, dovere di curare ed autogestione della salute e del corpo ecc. ecc.) divenne talvolta terreno di contrapposizioni semplificate e strumentali caratterizzate non raramente da un rozzo manicheismo aggressivo.
Su un punto si verificò una sospetta convergenza: nel denominare “Legge Basaglia” il complesso delle misure riformatrici adottate nel 1978.
Tale denominazione fu inizialmente usata dalla “destra” per attaccare la riforma omologandola interamente ad una linea vigorosamente e globalmente contestativa la cui valenza travalicava l'ambito psichiatrico ed includeva generali proposte rivoluzionarie.
Ma tale denominazione era accettata e gradita anche da coloro che, sin dagli anni '60, avevano sostenuto e praticato con grande impegno, prospettive e pratiche anti-istituzionali in collegamento con gli scritti e le iniziative di Basaglia e con la sua complessiva proposta politica.
Per parte sua Franco Basaglia, nell'arco di tempo purtroppo assai breve che intercorse tra il varo della 180 e la sua prematura scomparsa, si guardò bene dall'attribuirsi la paternità di una legge alla cui stesura, di fatto, non aveva concorso. Tuttavia è certo che essa fu possibile anche perché, sul concreto terreno dei fatti, a Gorizia, a Trieste, ad Arezzo ed altrove, sulla sua linea, numerosi operatori psichiatrici di avanguardia avevano dimostrato che la deistituzionalizzazione psichiatrica era possibile.
La riforma psichiatrica fu, quindi, il risultato di spinte culturali, morali, teoriche e pratiche, scientifiche e sociali molteplici, complesse e diverse.
Essendone stato partecipe, per vocazione e vicende personali e per il ruolo di “relatore” alla Camera, credo di poter affermare che la “180” non è “attribuibile” ad una persona o ad un gruppo. Essa, piuttosto, fu il punto di arrivo - o, almeno, tappa decisiva - di un lungo cammino che ha conosciuto apporti diversificati e preziosi, spesso non convergenti e talvolta persino conflittuali, ma anche per questo essenziali ad evitare semplificazioni arbitrarie e pericolose estremizzazioni.
Nella fase finale (1976-1978) fu il risultato di una mediazione alta, raggiunta con il contributo di uomini noti ed oscuri, di società scientifiche e sindacali (Sip, Amopi, Psichiatria Democratica), di intellettuali, di forze politiche e, di alcuni parlamentari di grande onestà intellettuale e di limpido rigore morale.
Nessuno e tanto meno Basaglia, vide integralmente accolte le sue tesi nel testo finale.
Se proprio dobbiamo indicare i genitori della 180, possiamo dire che essa ebbe molti padri e, come sempre accade, una sola madre, e cioè la Repubblica, nella sua più democratica espressione: il Parlamento.

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