GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Giugno 2013 III - Fratelli, colori e libertà

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27 giugno, 2013 - 06:59
di Luca Ribolini

Eros invitto in battaglia 
di Sarantis Thanopulos, ilmanifesto.it, 15 giugno 2013 

Al Teatro Greco di Siracusa è stagione di drammi antichi. Spettatori di tutte le età si stipano a migliaia sulle sue gradinate e fanno rivivere il rito della cittadinanza fatta interrogare dai suoi stessi dilemmi. Nessuna delle opere tragiche sopravvissute ha perso la sua capacità di mettere in movimento le nostre emozioni e il nostro pensiero. Nell’attuale crisi del nostro rapporto con l’alterità, Antigone è, tra tutte, quella che più ci impegna. Nell’agone tra Antigone e Creonte va in scena il conflitto tra i sacri e inviolabili diritti dell’uomo che non sono materia di negoziazione e le leggi di gestione dello Stato che esprimono rapporti di potere. I diritti dell’uomo sono derivazione della fraternità degli esseri umani ma la fraternità spesso si riduce a discorso retorico che resta inapplicato. Sofocle va oltre l’impasse cogliendo la natura vera della fraternità (che detta le condizioni del suo rispetto): il suo fondamento è l’Eros. «Sono nata non per odiare ma per amare», dice Antigone. Vale a dire: «Nasco, sono viva se amo e se l’altro è per me un oggetto di desiderio. Se lo mortifico, se annullo la sua libertà, il mio desiderio, la mia vita, muore con lui». La premessa dell’amore è la libertà dell’amato di contraddirlo, di diventarne nemico. L’amore non ammette calcoli, non prevede garanzie di sicurezza: è esposizione. Nata per amare Antigone sa anche odiare. Per lei però l’odio é parte dell’amore: scalda il desiderio nei tempi bui della sua eclissi e prepara il suo ritorno. Quando l’oggetto amato ci diventa nemico al punto di minacciarci mortalmente con l’egoismo del suo desiderio, come accade con Polinice, si può perfino ucciderlo nel nostro sentimento. Tuttavia una volta ucciso è necessario seppellirlo come nemico mortale per recuperarlo e farlo rivivere dentro di noi come oggetto d’amore. Non lo si può lasciar marcire nel nostro mondo interno. Polinice con la sua morte non è più nemico e torna ad essere fratello. La sua sepoltura è un diritto del desiderio e la premessa di ogni diritto. Creonte segue la via opposta: rigetta il desiderio per il nemico e contrappone l’odio all’amore. Nega la libertà dell’oggetto desiderato (Emone, Antigone) di diventare nemico (Polinice) del suo desiderio, lo vorrebbe inerte. Rendere l’altro per forza omogeneo al nostro desiderio priva la nostra relazione con lui di vita, la fa abitare dalla morte. Tenerlo morto dentro la relazione, senza sepoltura, è confondere la vita e la morte. Sofocle sa che le relazioni del desiderio sono vulnerabili, che se permettiamo il loro danneggiamento finisce male per tutti: cattivi e buoni. Non chiede a noi cittadini a tifare per Antigone ma di assumere la responsabilità di una situazione nella quale siamo totalmente coinvolti. Ci invita a farsi carico di un errore che potremmo commettere o potremmo permettere di commettere, anche quando lo combattiamo. Nello spazio tragico (il cuore della Polis) non c’è posto per chi si vuole innocente ma solo per chi intende assumere come suo l’errore. L’errore di pensare che si possa combattere il desiderio che proviamo per l’altro.
http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2n1/20130615/manip2pg/15/manip2pz/341831/manip2r1/thanopulos/
 

La rivincita del figlio unico
di Massimo Ammaniti, repubblica.it, 17 giugno 2013

Il vecchio continente europeo è ormai in fase di stagnazione, economie in gravi difficoltà, disoccupazione che colpisce soprattutto i giovani, un senso diffuso di insoddisfazione per il futuro, ma anche incapacità di rigenerarsi, nascono meno bambini e la popolazione tende a invecchiare. In Italia la situazione è ancora più grave: mentre nel 2008 i bambini nati erano 576.000, dopo pochi anni, nel 2011, sono stati 546.000 con una riduzione di 30.000 nascite. Questa consistente riduzione di nascite in Italia è stata sottolineata in un articolo pubblicato recentemente nel quotidiano inglese “Financial Times” che ne ha discusso le possibili conseguenze negative.
Soprattutto fra i cittadini italiani si è verificata la riduzione più consistente della natalità, parzialmente compensata dagli immigrati che dal 2001 ad oggi sono triplicati raggiungendo i 4 milioni.
Sono indubbiamente molte le ragioni che hanno comportato la riduzione della fecondità femminile in Italia, per ogni donna di origine italiana il numero medio di figli è di 1,39 nel 2011, mentre per le donne straniere il numero medio di figliè di 2,09. Negli ultimi decenni le nascite si sono ridotte per una migliore pianificazione delle nascite, per un maggiore ingresso di donne nel mondo del lavoro, ma anche per la crisi economica.
Ormai da anni i giovani hanno difficoltà a svincolarsi dalla famiglia, spesso continuano a vivere in famiglia fino ai trent’anni, se non oltre, perché è difficile trovare un lavoro stabile e il lavoro precario non consente di metter su famiglia. Mettere al mondo un bambino viene rimandato, per le donne italiane l’età media per il primo figlio è di 32 anni, mentre per le donne straniere è di 28 anni e addirittura nel 7% delle nascite le madri sono ultraquarantenni. I figli arrivano più tardi e questo ha riflessi sulla relazione che i genitori hanno col figlio. Mentre quando si è più giovani si affronta la gravidanza e l’allevamento dei figli con una maggiore immediatezza senza rifletterci troppo, dopo i trenta e soprattutto dopo i quarant’anni la lunga attesa crea maggiori precauzioni e attenzioni, con un atteggiamento più razionale ma che forse scoraggia un comportamento più intuitivo. Avendo i figli più tardi è quasi inevitabile che si avrà un unico figlio. Quando in passato si avevano più figli vi era una chiara distinzione fra il mondo degli adulti e quello dei bambini, che vivevano con i fratelli nel loro spazio regolato da abitudini e prescrizioni che ne ritmavano la loro vita. Solo col tempo i bambini venivano ammessi nel mondo degli adulti, ad esempio mangiare a tavola insieme ai genitori, rituali di passaggio che scandivano la crescita e confermavano l’identità dei bambini.
Che succede oggi al figlio unico? Entra fin dall’inizio nel mondo degli adulti perché non ha fratelli con cui passare il tempo oppure per tranquillizzarsi al momento dell’addormentamento. È sempre orientato verso i genitori e condivide la loro vita senza un confine protettivo, ad esempio viene portato in pizzeria a pochi mesi alterando il ritmo del sonno o ancora peggio in ambienti rumorosi.
Questo ha riflessi importanti sulla costruzione del sé del bambino, che può avere difficoltà a riconoscersi separato dai genitori. E per i genitori il figlio unico assume più facilmente un valore narcisistico, viene assecondato senza porgli quei limiti e quelle regole che vigevano in passato. Se la mancanza di fratelli potrebbe stimolare lo sviluppo intellettivo del figlio unico, come viene sostenuto nel libro americano, ne può ostacolare l’apprendimento sociale, vive infatti più centrato su di sé ed incontra difficoltà a mettersi nei panni degli altri. Tutto questo ha poi conseguenze negative quando si entra nella scuola in cui si devono accettare le regole del gruppo e non si è più al centro dell’attenzione dei genitori.
Per fortuna non è un destino obbligato per i figli unici, soprattutto se vengano abituati fin dai primi anni a stare con gli altri bambini oppure se i genitori siano in grado di definire regole e confini. Per rimettere in moto le nascite in Italia servono più servizi sociali, come è stato raccomandato dall’Unione Europea moltiplicando gli asili a tempo pieno per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro dei genitori. È quello che è stato realizzato in Francia attraverso una politica rivolta alle famiglie, ad esempio facilitando le donne ad occuparsi dei figli nel primo anno di vita oppure introducendo facilitazioni fiscali. Il risultato di questa politica è sotto gli occhi di tutti, la fertilità femminile è aumentata in Francia raggiungendo il numero di due figli per donna. E in Italia? Si parla tanto di difesa della famiglia soprattutto nelle campagne elettorali ma fino ad ora non si è approntato un serio programma di sostegno ai genitori .
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/06/17/la-rivincita-del-figlio-unico.057.html?ref=search
 

Il boom dell’auto nera
di Marco Belpoliti, lastampa.it, 17 giugno 2013

Il grigio ha lasciato il posto al nero. Non so se ve ne siete accorti, ma il colore che sta superando il grigio nel parco macchine italiano è appunto il nero. Sempre più spesso si vedono automobili di questo colore, così che la maggioranza delle auto in circolazione oggi sono nere, grigie o bianche.
Pochi veicoli rossi, rare quelli gialli, più frequenti, ma in minoranza i verdi; l’azzurro rarissimo. Le auto sono sempre meno colorate. Almeno al Nord, mentre al Centro e al Sud c’è più colore. Scomparsi i colori profondi degli anni Novanta, si ritorna forse al nero del modello T della Ford, la prima automobile prodotta alla catena di montaggio nel 1908? Il nero indica eleganza e insieme riservatezza. Nere sono le auto ministeriali, dei top manager, dei potenti: ambasciatori, ministri, capi di stato; nere con vetri fumé le vetture dei boss della mala (cinese e russa). Il nero è sempre stato un colore – in realtà non è proprio un colore, come il bianco – che «dissolve tutto ciò che la coscienza considera reale e prezioso», scrive James Hillman al riguardo inPsicologia alchemica (Adelphi).
Lo psicoanalista junghiano gli attribuisce una forza negativa. Il nero sarebbe la rottura del paradigma. Per questo è il colore preferito di riformatori religiosi e politici, ma anche di adolescenti, ribelli, pirati, signori della notte, adepti dei vari culti, seguaci dei riti satanici, puritani, anarchici, preti. Insomma tutti i «non conformisti», scrive Hillman, che «rimangono poi intrappolati dalla loro identificazione con il nero, confondendo uno stadio dell’esistenza con l’esistenza stessa». Lo psicoanalista ne parla a proposito dell’alchimia, ma anche riguardo allo spettro di Newton, e nota la conversione nel mondo contemporaneo del nero da non-colore a colore. Che sia questo il significato delle automobili nere che vediamo circolare sulle nostre strade? Quando un’auto con questo colore/non-colore s’affianca alla nostra, si prova immediatamente un piccolo sussulto, si percepisce qualcosa d’aggressivo nella manovra del veicolo nero, una minaccia, seppur larvata. È questo il messaggio che vogliono darci vetture che possiedono, indipendentemente dalla forma, qualcosa degli squali? Nel corso dell’ultimo decennio la forma delle automobili si è arrotondata. Ora però il nero fa assumere un significato differente alle forme morbide; paradossalmente le rende spigolose, acute. Siamo entrati in un’epoca in cui far paura è più importante che provarla? Probabile. L’automobile è solo un sintomo.
http://www.lastampa.it/2013/06/17/cultura/opinioni/minima/il-boom-dellauto-nera-AfzKrfkRe0JsjBWcQklPaL/pagina.html
 
 
Hillman inedito. Così Miles Davis mi svelò il segreto dell’alchimia
di Luciana Sica, la Repubblica, 18 giugno 2013

Emoziona riascoltare la voce di James Hillman, l’avventura del suo pensiero imprevedibile, la sua scrittura coltissima ed elegante. È un viaggio nei colori Psicologia alchemica (Adelphi), un libro esoterico e ammantato di mistero, ma laico per non dire pagano, privo di ogni deriva spiritualista. Non molto tempo prima di morire nell’ottobre di due anni fa, lo stesso Hillman ha raccolto gli articoli e gli interventi scritti tra il ’77 e il 2004 sull’alchimia, un tema di decisa derivazione junghiana. Per sua scelta, il libro è uscito nel 2010 da Spring, l’editore americano che sta pubblicando tutta l’opera hillmaniana. Ma da noi era inedito, tranne il capitolo su L’azzurro alchemico e la unio mentalis.
È l’anima che cambia colore, la sofferenza può avere tonalità molto diverse. Come il blu che con il suo presagio d’argento tende a liberarsi dall’oscurità, e somiglia tanto alla tristezza che emerge dalla disperazione. O come la volta del caelum che consente la perdita di sé in un’estasi della mente. Qui sorprende la lunga citazione dall’Autobiografia di Miles Davis, la devozione di Hillman per quel genio musicale e anche la sua competenza in fatto di jazz. Il primo ricordo del grande trombettista – aveva tre anni – è legato a «una fiamma blu che saltava fuori da una stufa», a emozioni fortissime come il calore così vicino alla faccia e la paura più profonda, ma anche un senso d’avventura e una gioia selvaggia: «Ho sempre pensato e creduto fin da allora che i miei movimenti avrebbero dovuto spingersi in avanti, oltre la sommità di quella fiamma».
Incantato dall’esperienza infantile del musicista, Hillman ragiona sull’attrazione di Miles Davis per quella fiamma di un colore imprevisto. La vede come una sfida ad affacciarsi sull’orlo «con il suo uso inventivo della sordina, gli a solo come se “pensasse” la musica, i titoli dei suoi pezzi migliori, Kind of BlueBlue in Green... ». Ma da Novalis a Goethe, da Proust a Cézanne, tante storie si intrecciano prima di arrivare alla conclusione – con Merleau-Ponty – che la coscienza satura di azzurro illimitato è il cielo stesso. È unus mundus.
Prima di ogni altro colore, c’è comunque l’assolutezza del nero – della Nigredo – che costituisce la base dell’opus alchemico e spesso un passaggio obbligato dell’opus analitico. Quando a prevalere è la voce del corvo, si è impigliati nella rete traumatica del passato e in una dolorosa unilateralità del pensiero, alla base di ogni nevrosi. Lo spirito nero che abita il mondo depressivo della notte va allora “decapitato”, con un gesto netto che libera l’anima dalla sue cupe identificazioni, come del resto indicava già Jung. La decapitazione è la risposta degli alchimisti alla “seduzione del nero”: è una ritrovata capacità di separare, di compiere distinzioni.
È solo allora che la Nigredo potrà cedere il passo all’Albedo, il pallore della Luna nel simbolismo cromatico dell’alchimia, il bianco con la sua luminosità, il colore dell’analisi. Una meta sembra raggiunta, una modalità più impersonale di pensare e di immaginare, senza coincidere con l’esperienza soffocante dell’identità. È uno stato che non desidera altra luce, altro calore: per dirla con Hillman che cita Figulus, l’erede di Paracelso: «La materia, portata a bianchezza, rifiuta di essere corrotta». E invece a imporsi sarà proprio la corruzione, altra parola-chiave dell’alchimia che – in un’accezione nient’affatto negativa – indica la possibilità del cambiamento, anche il pericolo di regredire o invece di affrettare il passo. Il viaggio continua e Hillman – d’accordo con gli alchimisti sconsiglia di precipitarsi nell’irrossimento della Rubedo, termine che allude solo con apparente chiarezza a una più sanguigna colorazione dell’anima.
Qui siamo in piena “opera al giallo”, in un capitolo stupefacente, con un post- scritto dell’autore datato ottobre 2009. Se il giallo ha connotazioni negative come la codardia e la gelosia, ne ha anche di solari come il grano, i fiori primaverili, il miele… In più, da Edgar Allan Poe a Van Gogh, a Kandinskij, nel campo dell’arte la pazzia si colora di giallo. Ma questa doppia polarità non consente di cogliere «l’importanza del giallo per una psicologia che sia alchemica». Il punto è un altro: se il bianco rifiuta di essere corrotto, rischia di rimanere uno stato astratto, “morto”. Sarà l’ingiallimento a infondere vita, a rappresentare simbolicamente una “resurrezione” (citrinatio est resuscitatio).
Alla mente ingiallita non basta più la coscienza imbiancata, la consapevolezza, perché si contamina con lo sporco del mondo, riconosce la complicazione delle emozioni. Quando è il giallo a insinuarsi, «ci sentiamo più acutamente vivi »: usciamo dai recinti della soggettività, più fuori di noi, più dentro l’Anima Mundi. A Hillman non interessa però l’alchimia come un manuale di istruzioni da adattare alla psiche. A catturarlo è il suo linguaggio metaforico – fluido e oscuro – così vicino alla base poetica della mente, così distante dalle «parole prosciugate del loro sangue». Anche con insofferenza per certe concettualizzazioni che vorrebbe “deletteralizzate”, tanto da scrivere con amabile sfrontatezza: «“l’Io” e “l’Inconscio”… Chi li ha mai incontrati, se non nei libri di psicologia?». Una boutade da fuoriclasse che farà tanto arrabbiare alcuni geometri della psiche.
Ma non Luigi Zoja, grande nome dello junghismo e grande amico del fondatore della psicologia archetipica: «La prima volta l’ho incontrato allo Jung Institut di Zurigo, era il ’68. L’ultima volta a New York, nel 2009… È un percorso eccentrico il suo, ma rigoroso, comunque segnato dalla scelta a poco più di sessant’anni di non fare più analisi individuali. È Hillman a dirlo con la relazione che tiene al congresso di Parigi dell’89, ora in Psicologia alchemica.
Da allora, l’anno della sua svolta, l’ho sempre visto come un sublime narratore dell’anima, con l’idea che la psicoanalisi debba smetterla di contemplarsi allo specchio e invece guardare alla finestra, affacciarsi sul mondo… Non è però mai stato un saggista pop e lo dimostra questo libro a tratti impossibile, di così evidente impronta junghiana». Il grande eretico, il traditore del maestro, alla fine della sua vita torna alle origini, all’amato-odiato Jung. Non a caso il suo estremo lascito sarà un libro Sulle immagini, scritto con Silvia Ronchey, a partire dalla celebre visione di Jung nel 1913 al mausoleo di Galla Placidia di Ravenna (uscirà da Rizzoli il prossimo anno). Restando nel mood alchemico, le scelte di Hillman fanno venire in mente l’Ouroboros, quel serpente che si morde la coda, un simbolo molto antico per rappresentare l’eterno ritorno, la natura ciclica delle cose, un processo che una volta concluso è destinato a ripetersi.
Psicologia alchemica è una raccolta di saggi di James Hillman (Adelphi, traduzione di Adriana Bottini, pagg. 444, euro 35)

Segnalato da http://foglianuova.wordpress.com
http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=1ZSPG6&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1

 
M5S, il processo alla Gambaro lede il diritto alla libertà d’opinione
di Barbara Collevecchio, ilfattoquotidiano.it, 18 giugno 2013

Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, Art. 21: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Beppe Grillo e i suoi più fedeli seguaci ha deciso di ledere questo diritto insindacabile?
Persino la nostra psiche ha bisogno della diversità: la rigidità dell’io, del Super-io, sono dannose per il singolo individuo e portano a nevrosi. Affinché ci sia sanità mentale la nostra psiche ha bisogno di sintesi tra antinomie, di più visioni, di elasticità. Un individuo rigido mentalmente oltre a soffrire personalmente struttura la sua vita in regole inficianti e difficili da sostenere anche per gli altri. Le regole sono cosa buona e giusta fino a quando non diventano pensiero unico, rigidità e paranoia.
Tutto questo trasportato in un gruppo diventa pernicioso. Se il mito fondante di un gruppo si basa su paranoia, rigidità, mito messianico e terrore del pensiero libero e delle differenze, come si può pensare che i fini di questo gruppo possano contribuire alla democrazia? Se persino la democrazia individuale è assicurata da una mente elastica che sa vagliare vari punti di vista, figuriamo in un gruppo, per di più politico, quanto sia importante saper tollerare, accogliere e riflettere sulle diversità di vedute. Che Grillo interrompa subito questo scempio.
Chi ha una critica da esporre, chi ha il coraggio di esprimere un’opinione diversa, va accettato, ascoltato , rispettando il diritto al libero pensiero. Questo processo alla senatrice Gambaro è uno spettacolo indecoroso e può sancire una deriva da cui sarà difficile tornare indietro.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/18/processo-del-m5s-alla-gambaro-lede-diritto-alla-liberta-dopinione/629330/

Oggi, se ci fate caso, la libertà è diventata un lusso
di Diego Gabutti, italiaoggi.it, 20 giugno 2013

Sempre di meno la libertà fa problema. Un tempo era il punto centrale d’ogni discussione politica sensata. Quello tra comunisti e anticomunisti, o tra liberali e fascisti, come tra clericali e laici, era esclusivamente un confronto (e non soltanto un confronto teorico) pro o contro la libertà: libertà d’opinione, di stampa, di voto, libertà di disporre della propria vita senza ostacoli. Oggi la libertà è diventata un lusso, come la palestra, o i figli all’università, secondo il redditometro. Chi parla di libertà sul blog di Beppe Grillo si becca subito un «vaffa». Se poi a parlarne è un parlamentare del movimento, il minimo è l’espulsione, ed è meglio che dopo la Caduta si muova con la scorta se non vuole incorrere nelle ire dei sit in, magari sparuti però d’aspetto trucibaldo, che manifestano a favore dell’Amico del Popolo stazionando davanti alle due camere.
«Lo psicoanalista, per vizio professionale, guarda sempre con sospetto chi si ritiene portatore d’istanze di purificazione della società, chi agisce in nome del bene. Lo psicoanalista sa che chi si ritiene puro no ha tolleranza verso la diversità. La purga staliniana era la metafora fisiologica radicale di questa intolleranza. Lo stato mentale d’un movimento o d’un partito si misura sempre dal modo in cui sa accogliere la dissidenza interna. Sa tenerne conto, valorizzarla, integrarla o agisce solo tramite meccanismi espulsivi? Sa garantire il diritto di parola, d’obiezione, d’opinione personale oppure procede eliminando l’anomalia, estromettendola con la forza dal suo corpo? Grillo non ha esitazioni da questo punto di vista» (Massimo Recalcati, Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana, Minimum Fax 2013, pp. 124, 10,00 euro).
Non si parla del Comico, dei suoi trionfi elettorali prima, del suo flop dopo, del suo moVimento con la «V» (immagino di «vaffanculo» e non di vittoria») nel mezzo perché Grillo, in sé, meriti tutta quest’attenzione. In realtà non ne merita nessuna (qualunque cosa ne pensi lui, o ne pensino i suoi compagni di strada e sponsor, per esempio i politici che pensano di potersene servire per i propri scopi o i giornalisti eternamente in cerca di tiranni cui tirare la volata, vedi mai che prima o poi non ricambino il favore). Ma il suo volo dalle stalle alle stelle e poi (speriamo) daccapo alle stalle è il punto d’arrivo d’una parabola iniziata in Italia con la fine della prima repubblica. Quando non crollarono soltanto le ideologie e i Muri tra l’ovest e l’est ma anche il senso stesso della politica.
D’un tratto la politica, da discorso sulla società e sulle sue trasformazioni, si trasformò in un discorso sulla contabilità, sulle entrate fiscali, su chi prende e chi dà: la politica secondo consigli d’amministrazione, pretesi professori d’economia e tribunali. Cambiò il suo vocabolario. Nacquero d’un tratto espressioni fino a un attimo prima inimmaginabili: «azienda-nazione», per esempio. Gl’imprenditori, a sorpresa, furono prestati alla politica.
«Ricordo ciò che Jacques Lacan disse una volta ai giovani del ’68 che lo aggredivano nel corso d’un dibattito all’Università di Vincennes: voi contestate il potere, il sistema, contestate il padre-padrone, l’autoritarismo borghese dei vostri padri, ma in realtà state cercando un nuovo padrone, e l’avrete!» (Massimo Recalcati, Patria senza padri…).
Dopo l’azienda-nazione, dopo gl’imprenditori prestati alla politica, quando a Palazzo Chigi sedevano (a turno, spintonandosi e trappetandosi) un cavaliere del lavoro e un manager di stato, la politica si trasformò in ragioneria, e per di più in una ragionieria che si spacciava, sotto elezioni, per filosofia morale. Una filosofia che spacca, da allora, il mondo in due: buoni e cattivi, evasori e impiegati pubblici. Col tempo, poi, con le crisi economiche globali e le disgrazie nazionali, la normale ragioneria si è trasformata in ragioneria caviar: bocconianesimo e loden. Che cosa ci faccia lì (dopo Silvio Berlusconi e Romano Prodi, dopo Mario Monti) il povero Enrico Letta non è facile capire.
Dell’ideologia, e delle sue dispute umanistiche, i discorsi a favori della libertà, quelli pro eguaglianza, sono rimaste le caricature: l’antipolitica à la Beppe Grillo e la questione lombardo-veneta, due disumanesimi.
«Si proibisce che ciascuno parli e pensi con la propria testa, si esige una sorveglianza su ogni rappresentante eletto perché non si stacchi dalle decisioni condivise. Ma [ _ ] la minaccia di revocare l’articolo 67 della Costituzione repubblicana sulla libertà di pensiero dei nostri nuovi rappresentanti parlamentari sono state prese di posizione discusse democraticamente? Come può essere credibile in fatto di democrazia un movimento che attribuisce al suo leader la posizione d’incarnare un’eccezione assoluta? In questo senso profondo il Movimento 5 Stelle è antipolitico. Il culto demagogico della trasparenza assoluta nasconde queste presenza antidemocratica d’una leadership incondizionata» (Massimo Recalcati, Patria senza padri…).

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1830855&codiciTestate=1&sez=notfoundG&testo=Massimo+Recalcati&titolo=Oggi,%20se%20ci%20fate%20caso,%20la%20libert%C3%A0%20%C3%A8%20diventata%20un%20lusso
  
(Fonte: http://rassegnaflp.wordpress.com)
 

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