Genitori e figli: quando il Sintomo si sostituisce alla Comunicazione

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1 ottobre, 2013 - 08:12
Le famiglie si configurano come il primo contesto emotivo entro cui gli individui costruiscono, attraverso processi di scambio reciproco, di ascolto, di rispetto e di valorizzazione delle caratteristiche individuali, un’immagine di sé e quindi il senso della propria individuazione (Fruggeri 1998). La famiglia fornisce sicurezza e cura e ha l’importante compito di fornire il limite.
I genitori del nostro periodo storico sono molto competenti nello svolgere funzioni legate all’affettività (famiglia affettiva) come la protezione e l’accudimento, più in difficoltà quando sono chiamati a svolgere una funzione di contenimento e  stabilire regole e limiti.
L’Adolescente che affronta i difficili processi di separazione/individuazione nell’ambito della famiglia può incorrere in impasse dolorosi tali da mettersi a rischio attraverso comportamenti di rottura. In adolescenza vi è una fisiologica accentuazione dell’aggressività, ma laddove il conflitto evolutivo si inasprisce, le tendenze aggressive non si pongono al servizio della crescita, ma assumono connotazioni distruttive.
Il denominatore comune agli adolescenti che stanno male, qualunque siano le cause del malessere, rimanda alla difficoltà di trovare la propria identità (Pommereau 2009) e una “giusta” distanza emotiva dai genitori. L’Adolescente invischiato in una relazione marcatamente ambivalente con i genitori, di grande dipendenza affettiva e contemporaneamente di paura, può mettere in atto comportamenti auto ed etero aggressivi o pericolosamente trasgressivi. L’autosabotaggio delle proprie potenzialità, di cui il fallimento scolastico è una delle espressioni più frequenti, caratterizza la patologia dell’Adolescente.                                             Lo stare male, la rabbia che spingono il ragazzo a drogarsi, a non andare a scuola, a chiudersi a casa, “non sono una scelta ma una tentazione perché forniscono un certo sentimento di controllo, in cui il sintomo viene usato come un buon mezzo per rassicurarsi” (Jeammet 1995).
Inoltre se il ragazzo sente da parte dei genitori forti dubbi sulle sue capacità di affrontare e superare i problemi o percepisce il dolore, o in alcuni casi il disprezzo, dei genitori per aver fallito e deluso le loro aspettative facilmente passerà al passaggio all’atto. Se i figli adolescenti avvertono i genitori come fragili possono esacerbare certi comportamenti aggressivi per controllare la paura del crollo dei genitori. L’Adolescente problematico non ha fiducia né in sé né negli altri, si ripiega su se stesso e la distruttività può diventare la risposta all’orgoglio ferito.
L’inerzia e il non interessarsi a niente, l’assenza di piacere, rendono infelici, ma proteggono dalla delusione, quindi rassicurano. È come se il ragazzo dicesse “sono ferito e deluso, sono impotente, ma ho sempre la possibilità di distruggere me stesso e gli altri” (Jeammet 1995).
L’aggressività può esprimere l’impossibilità a tollerare una distanza troppo ravvicinata, in genere da uno dei due genitori, spesso la madre, per via della confusione e dei timori generali dell’emergere della sessualità puberale.                                                                                                                                                                              Le manifestazioni di aggressività molto spesso sottendono anche la rabbia per un riconoscimento mancato del proprio valore, anche da parte dei coetanei. I comportamenti autodistruttivi sono quasi sempre preceduti da relazioni di eccessiva vicinanza con uno dei genitori, relazioni in cui l’apertura verso gli altri viene vissuta come minaccia per sé e per il legame con i genitori.
L’uso di sostanze stupefacenti può essere spesso in stretta relazione con una dipendenza oggettuale dai genitori, marcatamente conflittuale; la droga, il bere, il cibo possono diventare un mezzo per padroneggiare gli scambi tra sé e l’oggetto e stabilire distanze tollerabili (Jeammet 1995). Adolescenti che non hanno fiducia nelle proprie capacità e possibilità non si sentono in grado di rispondere alle richieste esterne (ansia da prestazione, aspettative deluse rispetto al grande potenziale di sollecitazioni) possono soffrire cronicamente di disforia, ansietà, tensione emotiva che possono esercitare effetti negativi sia a livello cognitivo (es. apprendimento) sia nelle relazioni interpersonali. L’adolescenza è quella fase della vita in cui il soggetto si trova maggiormente esposto al rischio di insorgenza di fobie, episodi depressivi, comportamenti alimentari anomali nonché di sviluppare dipendenza da sostanze legali ed illegali (Burke et al. 1991)
Quando un adolescente soffre, non dorme, è ansioso ed angosciato, arrabbiato, va incontro ripetutamente a fallimenti scolastici e/o attacca il proprio corpo; i genitori vivono in uno stato di profondo malessere, si sentono impotenti per non riuscire a porre rimedio.                                                                                                               
Figli e genitori sono entrambi delusi rispetto alle reciproche aspettative. Sono turbati, fragili e insicuri. Il desiderio dei genitori è spesso quello di mettere fine alla crisi che sta attraversando il proprio figlio ristabilendo gli equilibri dell’infanzia. Spesso giungono alla consultazione con uno stato d’animo di preoccupazione ed inquietudine e la richiesta di aiuto per il loro figlio è sovente contraddittoria, oscillano infatti tra il desiderio e la paura di un contatto con un esperto e temono di poter perdere “posizioni” raggiunte in famiglia, disfunzionali, ma a loro modo rassicuranti. Anche i ragazzi temono di poter essere fagocitati da una relazione di cura, di rimanere intrappolati in una minacciosa relazione di dipendenza dal terapeuta.
E’ indispensabile, pertanto, per gli operatori che si occupano del disagio giovanile, porre le basi per un “buon incontro” con l’adolescente e la sua famiglia.

 
 

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