One hour photo, la fotografia di difesa e di attacco

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15 gennaio, 2018 - 13:30
di: Matteo Balestrieri
Anno: 2002
Regista: Mark Romanek
  Mi è capitato di rivedere questo film, già visto alcuni anni fa al momento della sua uscita (2002). Ero rimasto con la voglia di rivederlo, e dopo questa seconda proiezione mi sono convinto che si tratti di un piccolo capolavoro del regista Mark Romanek e soprattutto una conferma straordinaria del talento di Robin Williams, spesso impiegato in ripetitivi ruoli di brillante ed agitato eroe della pellicola (“Patch Adams”, “Will Hunting”, “Peter Pan”, “L’attimo fuggente”, “Mrs. Doubtfire”, ecc. ecc.). Al contrario, in questo film Williams regala al suo personaggio capacità di sottrazione e misura dei gesti, lasciando allo spettatore impressioni, suggerimenti, spunti di approfondimento.
  Per buona parte del film nulla sappiamo di questo personaggio, misurato anche nel nome (Sy), commesso presso un laboratorio di sviluppo fotografico rapido (“One hour photo”) in un grande magazzino. E’ un timido, introverso, isolato individuo. Il suo mondo si riduce al lavoro, che lo impegna in modo maniacale, tanto da infuriarsi con chi non apprezza anche pochissime variazioni nell’esposizione cromatica delle foto. Intuiamo, aiutati anche dal sottofondo musicale, che il fragile equilibrio raggiunto da Sy non può durare a lungo. Sotto la facciata di gentilezza verso i clienti, iniziamo a capire che cova la brace di un’intolleranza rispetto alle imperfezioni non solo fotografiche, ma della vita intera degli altri. Sy ha sviluppato in particolare una passione morbosa per la famiglia di una cliente abituale (Nina), di cui ha visto crescere il figlioletto ormai di nove anni (Jack), spesso presente insieme alla madre al laboratorio fotografico. Esiste anche il marito Will, che pure Sy conosce attraverso le foto ma che finora non ha mai conosciuto di persona. L’idealizzazione di questa famiglia è giunta al punto di indurre Sy a tappezzare una parete del suo appartamento con tutte le loro foto che ha sviluppato negli anni, in una sorta di voyerismo della famiglia felice.

  Ci rendiamo progressivamente conto che i confini imposti dalle regole di vita personale e lavorativa e le rappresentazioni interne di Sy non sono sempre coincidenti. Sy concepisce gli acquirenti come propri clienti, mentre il direttore del personale più volte gli fa presente che sono clienti del supermercato e non può perciò agire di propria iniziativa, regalando ad esempio a Jack una macchina fotografica usa-e-getta per il compleanno. Inoltre la fantasia di Sy lo porta sempre più spesso a immaginarsi di essere benevolmente accolto all’interno della famiglia, considerato come uno zio.
  Le cose precipitano per l’improvviso licenziamento di Sy, a causa delle innumerevoli infrazioni lavorative commesse per coltivare la sua passione verso questa famiglia e per ingraziarsela con piccoli favori. Contemporaneamente Sy intuisce, attraverso il rullino che gli ha portato un’altra acquirente, che il marito sta tradendo Nina. Il suo mondo crolla improvvisamente. Non più sorretto dall’investimento maniacale sul lavoro, e tradito dall’immagine idealizzata di questa famiglia, monta la rabbia a lungo repressa e Sy si trasforma in un efferato delinquente fornito dell’arma che meglio conosce, la macchina fotografica. Inizia così a minacciare il direttore del personale consegnandogli foto ritratte di nascosto della sua piccola figlia e recapita a Nina le foto del tradimento del marito, senza peraltro suscitare in Nina alcuna reazione importante. Ennesima disillusione, neanche lei è perfetta (Sy commenta “che razza di famiglia è questa?”).
  Allora abbandona il comportamento da stalker e passa all’azione violenta: in una scena memorabile scova Will con l’amante e sotto la minaccia di un coltellaccio li costringe a mimare un rapporto sessuale. Temiamo per la loro sorte, ma Sy è un giustiziere fotografico e non un assassino. La polizia nel frattempo ha allarmato tutti ed è sulle sue tracce, giungendo a catturarlo. Nella scena finale intuiamo dalle caute parole di Sy all’ispettore della polizia che la sua vita è stata traumatizzata da esperienze brutali impostegli da bambino, e comprendiamo come la passione per la fotografia è il diretto sviluppo di tali esperienze e che soprattutto la fuga dalla realtà, l’accenno di pedofilia e la necessità di credere nella possibilità di una famiglia ideale sono funzionali al bisogno di superare il trauma.
  La sensazione che produce questo film è quella del piacere cromatico e visivo della scenografia e dell’interesse suscitato da un argomento, quello del trauma e abuso infantile, trattato con grande delicatezza, direi quasi accennato per ellissi. Robin Williams ci regala un personaggio fortemente traumatizzato, chiuso e triste (Jack, ragazzino sensibile, se ne accorge prima degli altri…), che – come spesso capita – di fronte alla frustrazione reagisce con una rabbia incontrollabile. Per una volta, un film americano che rappresenta uno spaccato di vita verosimile, con un protagonista al quale ci legano sentimenti ambivalenti di angoscia e affetto.
 

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