GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Novembre 2014 IV - Rappresentare e appartenere

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6 dicembre, 2014 - 12:26
di Luca Ribolini

VEGETTI FINZI: “MARC CHAGALL: SOGNARE PER SOPRAVVIVERE”
di Silvia Vegetti Finzi, giancarloricci.blog.tiscali.it, 23 novembre 2014 

Ospitiamo, ringraziandola, l’intervento di Silvia Vegetti Finzi sulla figura e l’opera di Marc Chagall*
(Giancarlo Ricci)
 
I termini “sognare” e “sopravvivere” sottendono un nesso, non immediatamente evidente, che cercherò di spiegare proiettandoli indietro nello spazio e nel tempo sino a giungere nelle piccole comunità ebraiche dell’Europa Orientale, di tradizione mistica chassidica. Credo che quello sfondo ci aiuti a comprendere, come vedremo, la funzione salvifica attribuita da Freud e Chagall al sogno e all’immaginazione. Il padre di Freud, figlio di un rabbino chassidico, proveniva dalla Galizia, mentre i genitori di Chagall risiedevano da generazioni in Bielorussia. In quei piccoli villaggi la minoranza ebraica, priva di rappresentanza politica e istituzionale, viveva sotto la costante minaccia di pogrom, esosi balzelli ed editti arbitrari che mettevano costantemente a rischio la sua stessa sopravvivenza. Conservare, in terra straniera, memoria della propria storia e della propria cultura, affermare un’identità diversa e, per altri, incomprensibile, non abiurare la fede dei padri costituiva un impegno che animava ogni minimo gesto, infondendo un aura di sacralità alla modesta vita quotidiana. Sarà proprio quella precarietà ad attivare, come vedremo, processi psichici destinati a plasmare la mentalità e la cultura moderna. È forse possibile, osserva Walter Benjamin, attingere alle risorse ermeneutiche del misticismo chassidico per decifrare i segni della contemporaneità.
Nella Interpretazione dei sogni (1900), Freud ricorda che, quando era bambino, il padre gli fece questo racconto: “Quando ero giovanotto – mi disse – un sabato andai a passeggio per le vie del paese in cui tu sei nato. Ero ben vestito, e avevo in testa un cappello di pelliccia, nuovo. Passa un cristiano e, con un colpo, mi butta il cappello nel fango urlando: giù dal marciapiede, ebreo!”. E tu che cosa hai fatto?, domandai io. Andai in mezzo alla via e raccolsi il cappello, fu la sua pacata risposta. Chi è colui che si china a raccogliere il cappello nel fango?”.
Se questo è un uomo, non è certo un signore nel senso aristocratico del termine, che avrebbe risposto con ira all’offesa, sfidando a duello l’avversario, non un servo, addestrato all’obbedienza, né un suddito per il quale la subordinazione è una necessità e neppure un cittadino, che si sarebbe appellato alla Legge per ottenere giustizia. Jacob Freud è un’altra cosa rispetto a queste figure della storia d’Europa: è un ebreo, una presenza marginale ma destinata ad assumere valore emblematico della condizione umana. Come il servo, anche l’ebreo subisce prevaricazioni e soprusi: Ma, nonostante l’apparente somiglianza dei loro comportamenti, la sua morale è profondamente diversa. L’etica dell’ebreo chassidico consiste, secondo Harold Bloom, nel riconoscersi diverso e altrove. Un altrove che, secondo la psicologia mistica, non è esterno ma interno ai più intimi moti dell’anima. Infatti, “scendendo nelle profondità del suo essere, l’uomo attraversa tutte le dimensioni del mondo; in se stesso abbatte tutte le barriere che separano mondo da mondo e sfera da sfera; in se stesso trascende i limiti dell’essere creato, li annulla, per scoprire finalmente – senza uscire mai da sé – nel cosiddetto mondo superiore, che Dio è tutto in tutto e che non vi è nulla al di fuori di Lui”. Nonostante l’estrema lontananza di quella cultura è forse possibile, suggerisce Walter Benjamin, “attingere alle risorse ermeneutiche del misticismo chassidico per decifrare i segni della contemporaneità”.
 
L’altrove 
Uno dei termini più ricorrenti nella letteratura contemporanea, “altrove”, rappresenta la cifra costitutiva dell’identità ebraica, il crogiuolo immaginario ove, dopo la diaspora, si elabora da secoli la sua identità. Per Freud quella dislocazione assume la configurazione dell’Inconscio, un luogo della mente ove convergono storia individuale e storia collettiva, il passato della memoria e il futuro del desiderio. Caratteristiche dell’inconscio sono: assenza del principio di non contraddizione, mobilità degli investimenti libidici che si spostano da una rappresentazione all’altra, atemporalità e sostituzione della realtà esterna con la realtà psichica. In se stessi i processi inconsci sono inconoscibili, addirittura “inesistenti” dice Freud, ribadendo il carattere ipotetico della sua toponomastica, ma possiamo scorgerli in atto nella dinamica dei sogni. La stessa che organizza l’opera di Marc Chagall, la più prossima a Freud, la più fedele alla scenografia del teatro psicoanalitico.
Tra le quinte del sonno si rappresentano l’ordito della nostra vita e le trame della nostra storia in una commistione che solo il lavoro analitico può districare sottraendole alla manipolazione della censura. Benché l’Inconscio sfugga a ogni geometria e cronologia, quando i suoi contenuti raggiungono la coscienza e diventano narrabili, sono costretti a inserirsi nelle coordinate della razionalità, nelle categorie logiche del linguaggio. Anche l’anarchica iconografia di Chagall non può non essere letta, con effetto regolatore, come la pagina di un libro: dall’alto al basso, da sinistra a destra e, trasformata in narrazione, linearizzarsi in una sequenza temporale. Una volta che il contenuto del sogno è stato rappresentato e, sotto forma di parole o di immagini, predisposto alla comunicazione, i suoi enigmi chiedono di essere interpretati. L’interpretazione, spontanea o intenzionale, non è un procedimento superfluo ma una necessità in quanto, perseguire la verità, è per gli uomini un bisogno vitale. “Di menzogna si muore” afferma Bion.
Il cosmo, che le tele di Chagall ci hanno lasciato in eredità, non è mai stato realmente percepito né concretamente vissuto. In quanto appartiene all’impossibile vaga in uno spazio indeterminato e in un tempo indefinito, tuttavia non è mai puro inconscio, memoria impersonale, perché esperienze soggettive, remote e attuali, lo organizzano e storicizzano. Sarebbe riduttivo imprigionarlo nella sola dimensione onirica perché Chagall è anche nella realtà, nell’autobiografia e nella storia. Agli occhi dello spettatore risulta immediato e intuitivo collocare un suo dipinto negli anni trascorsi a San Pietroburgo piuttosto che in Germania, in Francia o negli Stati Uniti, prima o dopo la fine della guerra. Vi è un patrimonio inconscio di simboli, verbali, iconici, musicali, a disposizione di tutti. Ma solo gli artisti sanno calarsi in quegli archivi e, sottraendoli all’indeterminato, selezionarli e introdurli nel laboratorio della mente, ove elaborarli in modo originale e irreplicabile, sottoponendoli anche alla resistenza della materia. Per i pittori, la tela, la cornice, i colori.
Ma non tutto ciò che abbiamo sognato, pensato e vissuto si riversa nella coscienza, resta comunque un residuo immemore di esperienze non rappresentabili, irraggiungibili, irrecuperabili. Come osserva Freud, l’ombelico del sogno comunica con l’ignoto. È quindi sullo sfondo del “nulla” (che Malevic raffigura come un quadrato dipinto di bianco) che Chagall apre le porte della notte. I suoi quadri evocano un altrove che rinvia a ulteriori alterità, in un perenne gioco di rimandi e di contaminazioni. Come ogni utopia il suo mondo è alternativo rispetto all’esistente, ma si tratta di un’utopia aperta perché, non solo quell’isola non c’è ma, plastica come una colata di lava, muta continuamente la sua configurazione.
 
L’immaginazione chassidica 
Nella nostra esperienza, i pensieri del sonno differiscono da quelli della veglia per il disordine cognitivo ed emotivo che li contraddistingue e, salvo qualche effetto di perturbante trascinamento, noi passiamo dall’uno all’altro chiudendoci la porta alle spalle. Nella tradizione chassidica invece questa antinomia non esiste e la contrapposizione tra la notte e il giorno lascia il posto a una dimensione intermedia ove l’immaginazione non teme di utilizzare l’assurdo per dire l’indicibile. Il gallo di Chagall canta nella notte più nera e lo splendore dei fiori provenzali si affianca al remoto villaggio russo, impastato di freddo e di fango. Mentre la cultura occidentale considera la fantasia come qualche cosa di infantile e di superfluo, una illusione destinata a sparire a contatto con la realtà materiale, per la mistica ebraica si tratta di una facoltà performativa, creativa, divina.
Secondo la tradizione kabbalistica, in particolare nella versione offerta da Luria a metà del ‘500, la creazione del mondo è rimasta incompiuta perché Dio si è prematuramente ritirato in se stesso, la sua luce si è contratta, e le lettere del suo nome, semi dell’universo, sono deflagrate, per un eccesso di potenza, in elementi frammentari e caotici che solo una razionalità mistico-intuitiva può cogliere. Spetta da allora in poi all’uomo portare a termine l’opera del creatore tramite una messa in ordine dei suoi elementi, mai conclusa una volta per tutte.  Il passaggio dal Caos al Cosmo si configura come una trasformazione perennemente aperta alla creazione e alla rielaborazione. Nel tempio dell’immaginario mistico, il mondo si estende in una dimensione intermedia tra il dentro e il fuori, tra la realtà psichica e la realtà oggettiva, parimenti incisive e determinanti.
Per Freud i sogni, ad occhi chiusi o aperti, sono tentativi, non sempre riusciti, di esaudire i nostri desideri e la fantasia, compresa quella che si realizza nell’arte, svolge una funzione di riparazione in quanto permette di cicatrizzare le ferite della vita e di esaudire mentalmente i desideri che ci sono interdetti realmente. In quanto conforto e rimedio, la fantasia viene suscitata e alimentata dal dolore, dalle frustrazioni e dalle delusioni dell’esistenza.  Se questa è la sua funzione, si capisce come fosse sollecitata e ravvivata dalle misere condizioni sociali e dalle tensioni psichiche che affliggevano gli Ebrei orientali. Descrivendo quelle comunità, scrive Henri F. Ellenberger: “Il tratto principale era la paura, paura dei genitori, degli insegnanti, dei mariti, dei rabbini, di Dio e soprattutto dei gentili”. Ma, come abbiamo visto nella pacata reazione del padre di Freud, quel mondo non era tutto. C’era comunque un “altrove”, costituito dall’immaginario condiviso, in cui era possibile conservare dignità e orgoglio. E Chagall, da grande visionario, è quella dimensione che recupera e ricrea utilizzando una sorta di onnipotenza mistica e alchemica per riportare alla luce un mondo sommerso, mai esistito eppure ancora capace di coinvolgerci ed emozionarci. Alle ristrettezze del mondo reale corrisponde un’ipertrofia del mondo mentale.
Tutti gli uomini fantasticano ma l’ebreo abita l’immaginazione, ne fa la sua dimora, e la utilizza, come descrive Freud nel Motto di spirito, per esprimere impulsi erotici e aggressivi che, se non fossero stravolti dall’assurdo e mediati dall’ironia, potrebbero incrinare la coesione della comunità e la sicurezza personale. Le fantasie, dice Freud, si svolgono entro le trame della cultura, ma la materia prima è costituita dalle pulsioni infantili, rimosse dallo sviluppo sessuale, dalla morale e dall’educazione. La loro funzione è di mettere in scena il desiderio, indissolubilmente legato al divieto, e di appagarlo mentalmente. Ed è proprio il divieto – prima di tutto l’interdizione biblica di rappresentare la figura umana – il motore dell’espressione artistica di Chagall. La sua opera è sempre trasgressiva perché, sollevando le barriere imposte dalla censura, rende pervia la membrana che separa l’inconscio dalla coscienza. I fantasmi che l’attraversano vengono accolti sulla tela che, senza irrigidirli in una ortopedia correttiva, li dispone in una segreta cosmogonia ove coesistono, come nella mitologia chassidica, il bene e il male, Dio e il Demonio.
Analizzando il proprio procedimento pittorico, Chagall dichiara: “Dipingo come addormentato, in sogno”; nei suoi quadri convivono i contrari, coesistono le contraddizioni, si contaminano le forme. Nella sua notte brillano il sole e la luna, la vacca è un agnello, il maschile è anche femminile, la sposa è bifronte, gli amanti si separano restando uniti, gli occhi sono aperti e chiusi, ebraismo e cristianesimo si fondono, morti e vivi convivono in un’illimitata accoglienza dell’essere e del nulla. Nel suo procedere, l’immaginazione chassidica si separa dalla realtà mondana e la guarda da lontano, dall’alto di un pianeta raggiunto con l’astronave della fantasia, dove la paura viene esorcizzata dall’immediatezza dei sensi, dal piacere di esistere nonostante tutto, dalla possibilità di godere di quello che Giovanni Raboni definisce “il reliquiario del poco”. “L’Ebreo è per la gioia e la gioia è per l’ebreo” scrive Freud alla fidanzata Martha il cui nonno, rabbino capo della comunità di Amburgo, sosteneva: “L’ebreo è fatto per il godimento”. Chagall simbolizza quella felicità semplice e immediata nel violino, nel muso dolce della giumenta, nel volo degli uccelli, nell’abbraccio degli sposi, nel colore dei frutti, nella luce dei fiori.
Solo le persecuzioni antisemite metteranno in crisi quel mondo ideale. Scrive infatti nel 1938: “Devo dipingere la terra, il cielo, ciò che porto nel cuore, la città in fiamme, la gente in fuga, i miei occhi pieni di lacrime”. Un mese dopo la salita di Hitler al potere, nell’aprile del 1933, la pittura di Chagall diviene l’emblema dell’arte degenerata e il suo quadro, intitolato “Il rabbino”, mandato al rogo con quelli di Klee, Kandinskij, Otto Dix, George Grosz. Nel maggio successivo bruciano, a Berlino, le opere di Freud. Perché i nazisti considerano così pericolosa l’opera di Chagall? Suppongo che vi scorgano la più compiuta rappresentazione dell’“altrove”, di un mondo incollocabile, che sfugge al loro controllo, che si sottrae al dominio dell’Essere, alla realizzazione dello Spirito hegeliano di cui Hitler si considera rappresentante ed esecutore.
Sappiamo, dalla recente pubblicazione dei Quaderni neri, che la colpa più grave che Heidegger imputa all’ebreo è l’oblio dell’Essere. Il suo antisemitismo metafisico, non condanna tanto la razza, la mobilità, l’accumulo, l’usura e la diversità degli Ebrei, quanto l’inganno che perpetrano contro lo Stato per il solo fatto di non appartenervi, di essersi mentalmente dislocati altrove, come sostiene Carl Schmitt, “estraniati” dal mondo. Stretto in un chiasma, l’ebreo è altrove perché perseguitato ed è tale perché altrove. Mentre gli si impedisce l’integrazione, gli si imputa l’alienazione.
“Nel non-essere dell’ebreo, scrive Donatella Di Cesare, risuona l’annientamento”. Una minaccia che Chagall coglie già negli anni ’20, tanto che, nella tela “Angelo cadente”, del 1923, troviamo rappresentati i presagi della prossima tragedia. Una tragedia che l’artista rappresenterà con un Cristo crocefisso di forte impatto emotivo nel 1945, dopo la sconvolgente scoperta dei campi di sterminio, nella grande tela “Apocalisse in Lilac”. Infine, nel quadro “don Chisciotte”, che conclude la rassegna milanese, immedesimandosi nell’eroe visionario partito alla ricerca dell’ideale, Chagall invia dal suo pianeta lontano un messaggio di speranza alla Terra, a quel mondo che egli ha attraversato a rovescio, dalla parte notturna, ove tutto permane e tutto si trasforma. Considerata nel suo insieme, l’opera di Chagall si configura come un’illimitata trama dell’immaginario che rappresenta al tempo stesso la storia e l’autobiografia, il cosmo oggettivo e il microcosmo psichico, la perennità e la caducità del tempo.
Nel secolo delle grandi catastrofi, lo schermo della fantasia, fragile e forte, si erge come un baluardo contro l’ingiustizia e la violenza assicurandoci che, anche quando tutto sembra perduto, è possibile sopravvivere all’annientamento collocandoci “altrove”, nel cuore segreto dell’umanità.
 
*La mostra su Marc Chagall è a Palazzo Reale, Milano, fino al 31 gennaio 2015

Al link le immagini delle opere di Chagall collegate al pezzo:

 
http://giancarloricci.blog.tiscali.it/2014/11/23/marc-chagall-sognare-per-sopravvivere-di-silvia-vegetti-finzi
 

IL VISITATORE, HABER E BONI ALLE PRESE CON FREUD. La commedia del belga Schmitt in scena al Quirino. Nella Vienna occupata dai nazisti, lo psicanalista si rifiuta di fuggire dalla propria città 
di Rodolfo Di Giammarco, roma.repubblica.it, 25 novembre 2014

Non lo riconoscereste affatto, se voi lo aveste davanti, il 54enne Éric-Emmanuel Schmitt, drammaturgo-scrittore-sceneggiatore belga di origini franco-irlandese, naturalizzato parigino, i cui romanzi (gli ultimi pubblicati da noi sono, attenti ai titoli, La giostra del piacere e Elisir d’amore) hanno venduto oltre 10 milioni di copie in 50 paesi, e le cui commedie private, filosofiche, misteriose, assertive, psicologiche, religiose e allettanti (e avversate dagli intellettuali che ne denunciano il “falso dibattito”) scatenano a periodo ciclici un boom di allestimenti clamorosi (come quando nel 1998 sulle scene parigine Alain Delon e Jean-Paul Belmondo recitarono ogni sera in differenti teatri due distinti suoi copioni).
Ora, da stasera, al Quirino, va in scena Il visitatore, risalente al 1993, pièce che in Francia si meritò tre Premi Molière (Rivelazione teatrale, Miglior autore, Miglior spettacolo di teatro privato), lavoro che conoscemmo nel 1996 con protagonisti Turi Ferro e Kim Rossi Stuart, e che col marchio della Goldenart di Federica Vincenti torna a porre di fronte, in un’ambientazione del 1938 nella Vienna occupata dal Terzo Reich, rispettivamente le performance di Alessandro Haber e di Alessio Boni alle prese nientemeno che con la figura di Freud e di un non-identificato forestiero nei cui panni alberga forse un angelo o forse Dio in persona, con traduzione, adattamento e messinscena odierne firmate da Valerio Binasco.
Una regia, quella di Binasco, sempre presumibilmente al di fuori dei canoni, un’accoppiata irrituale come quella di Haber e di Boni che non indulgono di solito all’enfasi, e quindi una rilettura di Schmitt che pare debba in definitiva essere incline al “sorriso” e alla “leggerezza”, e all'”umanità fragile” e all'”antiretorica”, dovrebbero condurre, qui, a un’ottica meno psicanalitica ed esistenziale, in favore di una chiave, come annuncia Binasco, di “uomini che si parlano”.
E uno come Schmitt sostiene, vedi caso, che siamo fatti per amare (in chissà quanti sensi) e per parlare (in chissà quanti modi). Perciò lo spettacolo dovrà pur avere, senza filosofemi, senza domande grosse che pure qua e là ci sono quando scatta l’interrogativo “se Dio esiste, perché permette tutto ciò?”, dovrà pur avere (anche nel rispetto d’una formula “commovente, dolce ed esilarante”) una sua naturale fascinazione di tipo assertivo, fondandosi molto sul piacere del dire. Con Freud/Haber e il Visitatore/Boni in scena assieme ad Anna la figlia di Freud (che mette in ansia il padre per un fermo ad opera della Gestapo)/Nicoletta Robello Bracciforti, e a un nazista/Alessandro Tedeschi. L’autore, stasera, è annunciato in platea. Tanto, non lo riconoscerete.
http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/11/25/news/il_visitatore-101327506/
 

MA LA DONNA NON È UNA NUTRIA 
di Luigi Ballerini, avvenire.it, 25 novembre 2014

«Interrompere una gravidanza dovrebbe essere considerato un evento comune, perfino normale, nella vita riproduttiva di una donna. Proprio come avere un figlio». Questa frase della scrittrice statunitense Katha Pollitt campeggia sulla copertina del numero 1.078 dell’“Internazionale” accanto alla foto di una donna, dal volto di ragazza. La giovane indossa sopra i jeans una maglietta nera con una scritta bianca: «I had an abortion» (ho abortito).
A prima vista potrebbe avere tutte le carte in regola per sembrare un manifesto pro-aborto. Ma non lo è. È piuttosto il manifesto di una riduzione. La riduzione del corpo a organismo, la riduzione della donna alla sua componente biologica. Vita riproduttiva, ecco il termine centrale e determinante. La donna sarebbe quindi un organismo che nasce, cresce, si riproduce (o non si riproduce) e muore, un organismo per cui sarebbe uguale far nascere un figlio oppure eliminarlo.

Per continuare:
http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/ma-la-donna-non-e-una-nutria.aspx
 
«ETEROLOGA E FAMIGLIE GAY SONO UNA SFIDA ANCHE PER LA PSICOANALISI»
di Elena Tebano, 27esimaora.corriere.it, 29 novembre 2014


Cosa significa nascere e crescere con genitori omosessuali? Per la prima volta in Italia è la Società Psicoanalitica (la Spi, la più importante associazione degli psicoanalisti italiani) a porsi questa domanda, con una mattinata di studi organizzata oggi dal Centro Milanese di Psicoanalisi. Se i dati più recenti confermano che il benessere dei figli è influenzato più dalla sicurezza del legame e dal tipo di relazione con i genitori che dal loro genere e orientamento sessuale, dal punto di vista della psicoanalisi molti sono gli interrogativi sollevati dalle famiglie con due genitori dello stesso sesso.
Tra gli interventi previsti oggi c’è quello di Paola Vizziello, psicoanalista, neuropsichiatra e direttore Unità per la Disabilità Complessa e le Malattie Rare del Policlinico di Milano, che si è occupata dei bambini nati con la fecondazione eterologa, da genitori etero e gay. «Da un punto di vista psicoanalitico il pensiero del concepimento è fondamentale, perché l’idea che il bambino e i suoi genitori hanno di come è stato concepito influenza il suo sviluppo psichico, visto che ad essa sono legati desideri e aspettative – spiega la neuropsichiatra –. E per il bambino chiedersi come è nato significa anche affrontare il conflitto di fondo: a chi appartengo? Le teorie del sé inoltre fanno in buona parte riferimento a desiderio, parto, gravidanza. Cosa ce ne facciamo della sessualità e degli impulsi sessuali, così centrali per la riflessione psicoanalitica, nelle gravidanze eterologhe? Gravidanze cioè in cui il concepimento avviene fuori dalla coppia e senza sessualità? Come si formano i legami tra genitori e bambino se non ci sono gravidanza e parto? Dagli studi scientifici sappiamo che uomini e donne nati da gravidanze eterologhe stanno bene, ma queste domande rimangono».
Tra le questioni più importanti c’è quella che riguarda se e come dire ai bambini come sono stati concepiti: «Da diversi studi è emerso che solo il 10% circa dei bambini concepiti grazie a fecondazione assistita eterologa all’età di 11 anni conosce la propria origine genetica. Sembra che questo non crei problemi a livello psicologico, ma non significa che sia meglio non dirlo. Il non detto può condizionare la struttura delle relazioni a livello inconscio, scatenando ad esempio iper protezione e ansia, o meccanismi di difesa nei genitori».
È una tendenza abbastanza spiccata anche in Italia: «La maggior parte dei genitori che ha fatto ricorso alla fecondazione assistita sostiene di non aver mai parlato al bambino della propria nascita, intendendo con nascita il concepimento – spiega Vizziello –. Considerano il concepimento come un evento privato della coppia, che non riguarda il figlio, e non intendono discuterne come fanno in effetti anche i genitori “spontanei”. Che infatti non parlano del concepimento con i bambini ma della gravidanza e del parto». Ma c’è una differenza: non dire ai figli nati con la fecondazione assistita come sono stati concepiti significa nascondere la verità sulla loro nascita e la loro origine.
Mentre le coppie eterosessuali possono sempre pensare di avere figli senza dover ricorrere alla fecondazione assistita (che di solito è un’ultima ratio dovuta a problemi di fertilità o di salute), le coppie gay sono obbligate a scegliere una qualche forma di eterologa. Sanno che per avere figli hanno bisogno dell’aiuto di qualcuno esterno alla coppia. E tendono a dirlo prima e più spesso anche ai loro figli.
«A me sembra che i parametri che abbiamo usato finora, anche in psicoanalisi, non sono adeguati per capire una modalità del nascere diversa – dice Vizziello –. Servono soprattutto dati e ricerche: per questo abbiamo avviato un progetto con il centro di fertilità del Policlinico di Milano per seguire le coppie che fanno l’eterologa. Le seguiremo con colloqui psicologici in fase preimpianto, con psicoterapia psicoanalitica corporea con alcune mamme e poi osserveremo per un anno il comportamento in famiglia di dieci bambini nati da queste fecondazioni».
http://27esimaora.corriere.it/articolo/eterologa-e-famiglie-gay-sono-una-sfida-anche-per-la-psicoanalisi/ 

FABRIZIO BENTIVOGLIO: “IL MIO GRANDE AMORE? IL TEATRO” 
Le donne per lui sono state importanti. Ma “le storie si modificano”. Come avvenne tra lui e Valeria Golino. Che ora recitano insieme in Il ragazzo invisibile, il nuovo film di Gabriele Salvatores 
di Paolo Conti, iodonna.it, 27 novembre 2014 

Fabrizio Bentivoglio, nel nuovo film di Gabriele Salvatores Il ragazzo invisibile che vedremo dal 18 dicembre, lei interpreta il personaggio dello psicanalista Basili e tenta di capire il perché delle “sparizioni” improvvise di alcuni ragazzi. Pensa che gli adolescenti siano davvero complessi da comprendere? «I nostri figli stessi sono i migliori maestri per spiegarci come vanno seguiti. Non si nasce padri già formati. Bisogna prestare attenzione, nutrire una continua curiosità per loro, tentare una sintonia che produca poi un dialogo indispensabile per parlarsi e per capirsi. Regola che funziona per ogni rapporto. Vanno seguiti anche gli spostamenti lessicali. Insomma, i genitori si devono aggiornare, se vogliono capire i figli». 
Che adolescente è stato, Fabrizio Bentivoglio? 
Estroverso e, direi, genericamente solare fino all’adolescenza. Poi a quattordici anni persi mio padre. E cominciò una sorta di introversione che mi accompagnò a lungo. Mio padre faceva il dentista e quindi il mio futuro era in qualche modo previsto. All’università infatti mi iscrissi a Medicina. Sostenni gli esami di Chimica, Fisica, Istologia, Anatomia Uno…  
Un modo per rispettare il patto con suo padre.  
Direi di sì. Ma subito dopo ebbi l’impulso di iscrivermi alla scuola del Piccolo Teatro di Milano. Pensavo che mi avrebbe aiutato a esprimermi come volevo. Poi è stata una scelta di vita che ha accompagnato la mia maturazione di uomo come meglio non avrei potuto sperare. Non so che uomo sarei stato senza il teatro. Anzi, davvero non so se ora sarei la stessa persona. Il lavoro ci forgia. Ci forma. 
L’introversione è stata uno strumento per recitare? 
Il nostro lavoro è usare noi stessi, quantomeno ciò che di noi stessi serve in quel momento. Dimenticando il resto. 
Lei interpreta un analista. Crede nell’analisi? 
Penso che in determinati snodi di una vita sia importante trovare un padre, soprattutto se non lo si ha, per tirare delle somme. Certi rapporti terapeuta-paziente durano una vita. Ma a me sembra più sano collocare quel legame in un arco di tempo destinato poi a chiudersi.
Ora è sposato, ha tre figli. Quanto ha cambiato la sua vita questa scelta compiuta in età matura?
Una assunzione di responsabilità. L’occasione per scrollarmi definitivamente di dosso il ruolo di figlio orfano e diventare finalmente padre. Un passaggio cruciale. 
Ha impiegato molto tempo. Perché? 
Sono un soggetto a lenta maturazione. Sono un bradipo. 
Qual è il filo rosso che unisce tutti i personaggi che lei ha interpretato in una carriera ormai lunga? 
Sono io stesso. Potrei inventarmi qualcosa di più poetico, ma non mi viene. Il filo è l’attore, che magari non riconosci. Il miglior complimento mi arrivò da Suso Cecchi d’Amico che mi vide nel 1998 in Del perduto amore di Michele Placido. Era al telefono con la figlia Caterina che le chiese: “Che ti è sembrato di Fabrizio?”. E Suso: “Ma non c’era, nel film”. Caterina le indicò il personaggio di Antonio. E Suso: “Ma nooo!”. E mise giù il telefono. Se non riconosci un attore, significa che è bravissimo. Da ragazzino mia madre era fissata con Alec Guinness. Io faticavo a riconoscerlo. Era sempre un altro. Come dev’essere un vero attore. La riconoscibilità viene interpretata come l’essenza di un interprete. Invece è vero il contrario. La bravura è l’invisibilità. 
Nel film di Salvatores lei recita con Valeria Golino, a lungo sua compagna nella vita. Non tutti riescono a mantenere rapporti così buoni con un ex partner. 
Non tutti, è vero. Ma ho sempre pensato che le storie si modifichino strada facendo. E questo modificarsi, rinnovarsi, va assecondato, non ci si deve ostinare a fermare il momento, che si chiama così perché destinato a finire. Non ho mai considerato una compagna come una esclusiva “proprietà”. Sono in buoni rapporti con le donne importanti della mia vita. Basta una mano per calcolarle. 
La bellezza è stata un ostacolo o un aiuto, nella sua vita? 
In quella professionale, a tratti è stata un ostacolo. Mi ricordo Bellocchio che mi disse: “Ma tu sei… troppo bello!”. Nella vita privata, credo che un attore debba avere una sua etica. Finito lo spettacolo, quando il pubblico ti viene a salutare in camerino… ecco, non puoi approfittarne. Niente scorrettezze. Credo di essere stato chiaro. 
Che rapporto ha con l’età che va avanti? 
Bisogna saper accompagnare il proprio corpo nei suoi cambiamenti. C’è stupore, meraviglia, magari anche un po’ di amarezza. Ma l’abbiamo visto affrontare dai nostri genitori, questo nodo. Be’, ci riusciremo anche noi.

http://www.iodonna.it/personaggi/interviste/2014/fabrizio-bentivoglio-intervista-50-50136961835.shtml

“IL VISITATORE”, APPLAUSI AD HABER E BONI 
di Maurizio Bonanni, opinione.it, 29 novembre 2014

“Dio esiste?” Freud vi direbbe di “No!”: perché la fede non si nutre di prove, ma di se stessa; perché il mondo non è assurdo, ma misterioso! Infatti, tutta la sua opera è ispirata all’uomo per l’uomo, come il Barone di Münchhausen, che si teneva sospeso per i capelli. Ma, alla fine della sua vita, l’annoso dubbio amletico torna a visitarlo, in quel drammatico marzo 1938 dell’Anschluss (annessione dell’Austria alla Germania nazista). Proprio mentre sotto le finestre del suo studio, in Berggstrasse n. 19, sfilano le truppe d’occupazione tedesche, il cui passo cadenzato è accompagnato dalle coreografie e dai canti militari, che resero famosi e lugubremente belli i fasti hitleriani.
Al Teatro Quirino di Roma va in scena Il Visitatore (fino al 7 dicembre), per la regia di Valerio Binasco e testo di Éric-Emmanuel Schmitt, e che ha come impagabile protagonista un istrionico e affascinante Alessandro Haber, nella parte di un Freud gravemente malato, con il respiro strangolato dal male che lo afferra alla gola; malfermo sulle gambe, perennemente incurvate ad arco e tremolanti; mentre anche il più timido dei gesti della sua mano destra appare arrendersi al tremito parkinsoniano. La scena di apertura vede il padre della psicanalisi in compagnia della figlia più giovane, Anna (Nicoletta Robello Bracciforti), che non vuole saperne di andare a riposare, presentendo l’orrore della tragedia storica, che sta per avvolgere in un immane sudario biblico l’intero popolo di Israele.
Anna implora e supplica il padre di firmare l’accettazione del salvacondotto (ottenuto attraverso la mediazione dell’Ambasciata americana), per espatriare in Francia e, di lì, in Inghilterra, dove Sigmund morirà appena un anno dopo, a pochi giorni dall’inizio della Seconda guerra mondiale. Freud resiste, perché razionalmente non vuole e non può abbandonare a un destino atroce di persecuzione la sua stessa gente. O, forse, soltanto perché non riesce a credere nel Male globale, quel Black Hole dell’evo contemporaneo, in cui è destinata a scomparire l’intera luce dell’intelligenza. E Anna solleva, allora, con inaudita forza espressiva, la pesante cortina del genocidio incombente, enumerando all’attonito padre le atrocità già commesse sui concittadini ebrei, delle quali è stata testimone diretta, dopo che le SS si sono scatenate nella caccia al giudeo, lungo le strade di Vienna. Ma, se nomini il Diavolo, lui non si fa mai attendere: ora, ha il volto e l’espressione feroce di un fanatico caporale della Gestapo, che bussa violentemente all’uscio di casa Freud, per l’ennesima, inutile, quanto minacciosa perquisizione nello studio del maestro. Perché nei libri -recitano i cultori del buio cosmico- ci sono sempre verità nascoste, appunti sovversivi, incitazioni alla rivolta contro la purezza della razza.
E, tuttavia, poiché nella psicanalisi v’è tutto il disagio mentale dell’umanità folle, nulla di specifico può essere rinvenuto tra quelle pagine dal banale inquisitore terreno. Nulla, che non appartenga a quel tratto generale, in cui confluiscono e si accumunano tutte le devianze, generate dall’unica fonte di una Mente che prova, disperatamente, a riflettere su se stessa, senza l’aiuto di Dio. E Anna che, come una furia, non sa resistere a inondare di tutto il suo disgusto il fanatico e corrotto caporale, trapassandolo con una furia di parole, attraverso un’efficace psicanalisi di prima approssimazione, urlata come un atto liberatorio, e tesa a dipingerne tutto lo squallore esistenziale. Perché quel soldatino fanatico, uomo completamente fallito come tanti, trova nella potenza surrogatoria della divisa e delle armi la maschera e l’alibi alla sua impotenza sessuale e all’omosessualità latente. Con il risultato scontato e voluto, di essere trascinata a viva forza in una delle tante spelonche della Gestapo. Perso nella sua solitudine, preoccupato oltre il limite per le sorti della figlia, Sigmund richiama angosciato l’Ambasciatore americano Vienna, affinché interceda per la salvezza di Anna.
Ma, come lo spazio vuoto non è mai tale, essendo (grazie alle teorie di altri geniali fisici ebrei) un luogo di creazione-annichilamento di particelle e antiparticelle, ecco materializzarsi, all’improvviso, il divino, sotto le sembianze di un bellissimo uomo (Alessio Boni). All’inizio, sembrerebbe il suo Doppio, così ben informato su certi, acuti e devastanti dettagli della prima infanzia di Sigmund, quando scoprì di essere solo e circondato da un mondo ostile. Poi, mano a mano che i dialoghi si addensano, diventando sempre più analiticamente filosofici, scopriamo che potrebbe trattarsi di un folle che si vanta di essere il dio incarnato, che non vuole convertire, quanto sfidare il Maestro della Mente, mettendone in crisi le più profonde convinzioni sulla negazione della sua esistenza. In fondo, non è forse la sofferenza indicibile e intollerabile che ci spinge a ricercare e invocare il soprannaturale? Se trovassimo razionalmente l’elisir di lunga vita, cercheremmo ancora il miracoloso conforto di Dio?
Perché, Dio sarà pure imputabile di tollerare tutto il Male del mondo, per aver concesso alla lebbra nazista di inondare di sangue la Terra, ma è anche colui che dice: “L’Uomo ha fatto tutto da sé, perché gli è stata concessa la libertà di fare”. Oppure, il dio folle si racconta come l’Essere immortale che si annoia della sua immortalità, non esitando a meravigliarsi del genio di Mozart! Il secondo ingresso del caporale nazista (nell’ottima interpretazione di Alessandro Tedeschi) è da manuale freudiano: il proverbiale ricattatore e manipolatore in grigioverde, a sua volta preso in trappola e ricattato da un Freud che -ispirato dal divino pazzo – lo prende per il naso, mostrandogli una foto di famiglia, sorta di specchio magico, con il potere di riflettere il soma dell’ebreo che è in lui, nascosto a fatica sotto il cappello con l’aquila uncinata. Bellissimo il duetto serrato, senza pause e respiro, tra l’apostata dei sogni e lo sconosciuto intruso (un Boni da applausi a scena aperta!), che psicanalizza il maestro della psicanalisi per distillarne la certezza dal dubbio, l’affermazione dalla negazione. Insomma: un teatro vero, intenso, come non se ne vedeva da tempo!
http://www.opinione.it/cultura/2014/11/29/bonanni_cultura-29-11.aspx
 
TRE LADRI, UNA DONNA INNAMORATA E IL MAGNATE. «IL FURTO DEL SECOLO». Arriva a Milano la Madonna Esterházy di Raffaello, protagonista, nel 1983, di uno storico furto a Budapest. La ricostruzione di quella incredibile vicenda 
di Roberta Scorranese, corriere.it, 30 novembre 2014
Tutto, in quella notte tra sabato 5 e domenica 6 novembre del 1983, sembrava predisporsi per far risplendere il «furto del secolo» in Ungheria: la scarsa illuminazione di piazza degli Eroi a Budapest (l’economia sovietica mostrava da tempo le sue crepe anche se pochi volevano vederle); il rudimentale sistema di allarme del Szepmuveszeti Muzeum, museo d’arte moderna con una ricca collezione di opere italiane; un’impalcatura montata da mesi (per lavori a rilento) sul retro che fece da comoda scala a tre italiani, Ivano Scianti, Graziano Iori e Carmine Palese, i quali entrarono senza alcun problema e scelsero sul momento le opere da trafugare, fuggendo subito dopo con una Trabant (e con l’appoggio di altri «pali»).
 
Per continuare a leggere il resto del pezzo con l’intervento di Silvia Vegetti Finzi e vedere l’immagine dell’opera di Raffaello: http://www.corriere.it/cultura/14_novembre_30/tre-ladri-donna-innamorata-magnate-il-furto-secolo-3a4ec8f8-788e-11e4-9707-4e704182e518.shtml
 
 
AUDIO
Cuore e denari: "Senza barriere" 
da radio24.ilsole24ore.com, Cuore  e denari, 25 novembre 2014
Seconda puntata in diretta da Matching, alla Fiera di Milano a Rho, un’iniziativa in cui le aziende hanno l’occasione di incontrarsi, confrontarsi e formarsi, imparare qualcosa di nuovo, ed è ciò che facciamo anche noi oggi su un tema che ci sta molto a cuore: l’accessibilità, in particolare nel settore del turismo. Parliamo quindi di vacanze senza barriere, architettoniche e non solo. Perché ci sono anche altre barriere che non si vedono ma che mettiamo e che ci rendono inaccessibili agli altri, per presunzione o per difesa.
Roberto Vitali è il presidente di Village for All, che promuove il Marchio Qualità Internazionale Ospitalità Accessibile, con la mission è di garantire “A ciascuno la sua vacanza”. Ci racconta la sua battaglia per un turismo accessibile, che permetta alle persone disabilità di godere del diritto di vivere una vacanza di qualità come tutti gli altri.
Quando si parla di barriere si fa fatica ad andare oltre la definizione. Se io cammino bene, vedo e sento, se mi sposto agevolmente, se sono nella condizione di trovare subito un’alternativa di anticipare un pericolo la barriera è solo una parola. Oltre alle barriere visibili ci sono anche quelle “immateriali” e sono i muri che costruiamo per difenderci dell’altro. Ne parliamo con dr. Luigi Ballerini, medico, scrittore e psicoanalista e Franco Lisi, Vice Presidente della Sezione Unione Italiana dei Ciechi e Ipovedenti di Milano e direttore di Dialogo nel buio.
 
Per ascoltare vai al link:
http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/cuoridenari/2014-11-25/senza-barriere-104652.php?idpuntata=gSLAba8xo&date=2014-11-25

 
VIDEO 

IL VISITATORE DI VALERIO BINASCO, SE FREUD INCONTRA DIO
da rainews.it, 26 novembre 2014
Vai al video:
http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Il-visitatore-di-Valerio-Binasco.-Se-Freud-incontra-Dio-053d2f0f-240e-4534-8d27-c19680081286.html

(Fonte: http://rassegnaflp.wordpress.com)

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