RECENSIONE SAGGIO: " TRACCE VIVE" di MATTIA MORRETTA

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3 novembre, 2017 - 09:46
Autore: Mattia Morretta
Editore: Viator, Milano
Anno: 2016
Pagine:
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Lo psichiatra Mattia Morretta nel suo Tracce vive (Viator, Milano 2016) offre – mi sia permesso citare, un po’ pleonasticamente, il sottotitolo – sette restauri di esistenze fuori dall’immaginario, proseguendo nell’intento di «riqualificare culturalmente, con l’elaborazione di un pensiero raffinato e prezioso e non con rivendicazioni politiche» la cosiddetta “questione omosessuale”, come si proponeva nel precedente Che colpa abbiamo noi, dato alle stampe due anni prima dal medesimo gruppo editoriale.
Questa volta lo stile è leggermente diverso: accantonato per un poco il tono dell’accorato appello paterno, l’autore parte in pellegrinaggio per omaggiare sette vite esemplari – «ponendo l’accento sul termine ex-emere, cioè cavar o prender fuori» (p.9) – che hanno intrecciato in vari modi il desiderio verso persone del loro stesso sesso con esperienze artistiche, letterarie e poetiche. Ne emergono cicatrici, ansie e rivendicazioni, ma pure prodigi intellettuali.
Si parte dalle remote atmosfere efebiche di Elisàr von Kupffer (1872-1942), fondatore di un Santuario dell’Arte a Minusio, in Canton Ticino, che fungeva da Tempio-Museo del movimento esoterico ed estetico denominato “clarismo”. Il secondo personaggio che incontriamo è il poeta messinese Lucio Piccolo (1901-1969), che tra onirismo e descrizione pittorica si mostra consapevole dell’esistenza di un mondo invisibile e spirituale al di là delle apparenze fenomeniche. Ci si imbatte in Samuel Butler (1835-1902) mediante una lapide commemorativa presso il Sacro Monte di Varallo; lo scrittore inglese – che si proclamava «unorthodox and militant» – a partire dalla sua «inversione sessuale» libera la mente e lo spirito «aprendo spiragli di senso» (p.52) con battute paradossali, non-sense e improvvisi rovesciamenti, ma al contempo rifugge da frontali lotte titaniche.
Parlando poi del re Ludwig II di Baviera (1845-1886) veniamo proiettati nel favoloso Castello di Neuschwanstein, opera evocativa di trasfigurazione spirituale. Morretta osserva: «Ludwig tentava di realizzare una sorta di specchio magico nel quale poter vedere soltanto le parti migliori di sé […] mirando a fare della materializzazione delle sue aspirazioni interiori un monito imprescindibile a vivere all’altezza dei più puri ideali» (p.59). A suo avviso, Ludwig era ben conscio della propria condizione; nei suoi diari segreti emerge il tentativo di rivendicare una perfetta sovranità anche sulle pulsioni e sui gesti sessuali, con un’apertura estetica che voleva imprimersi eternamente nell’immaginario collettivo e così elevare (ed elevarsi) all’immortalità.
La penna di Marguerite Yourcenar (1903-1987) ha contribuito a valorizzare l’omosessualità maschile con una riscoperta della visione classica che affonda le radici nella grecità, quasi a dover riparare la sofferenza dei contrasti che vivevano quei suoi carissimi amici che cercavano altri amici; essere amata da uno di loro costituiva per la scrittrice uno dei desideri più forti. Al contempo ella non temeva di passeggiare abbracciata alla sua Grace – con la quale ha convissuto per ben quarant’anni – ma la Yourcenar ha comunque sempre evitato di intervenire pubblicamente sulle scelte sessuali, principalmente «per non dover subire la morbosità o la strumentalizzazione altrui» (p.82-83).
Le ultime due esistenze sono quelle di Germano Silva e Pier Paolo Pasolini; due italiani, entrambi scrittori, ma ovviamente dal calibro ben diverso. Silva (1910-2003), sconosciuto quasi a tutti, con il suo romanzo E noi, chi siamo? voleva ergersi a strenuo difensore del “terzo sesso” per rivendicare a gran voce un qualche diritto all’esistenza; lo ha provato a fare intagliando una collezione di pensieri sparsi, privi di un serrato senso logico. Qui, riconosce Morretta, è in ogni modo possibile «trovarvi le tracce di un percorso esistenziale sofferto e significativo, la forza d’animo e la solitudine di un uomo che ha disperatamente mirato a difendere la propria dignità di persona in quanto omosessuale» (p.91). Per omaggiare Pasolini, invece, Morretta si reca sulla sua tomba a Casarsa della Delizia; l’autore posa un vaso di crisantemi gialli e un breve messaggio poetico «in forma di rosa» (p.113). Non si tratta solo di «commozione narcisistica», ma anche di una concreta necessità di ricostruire «parentele ideali» (ibidem) con il Poeta, la cui salma mortale riposa in seno alla terra materna, mentre lui – e la sua voce critica, nonostante lo «sciacallaggio post mortem» (p.116) – continua a vivere nelle opere. Pasolini – asserisce lo psichiatra – ha «personificato e in-carnato l’omosessualità (con risvolti cristologici quasi presi alla lettera da lui medesimo), ne è stato rappresentante e ambasciatore, sia nel preciso momento storico, sia in generale, a prescindere da quel che ne ha detto e taciuto, da come l’ha vissuta, dal livello di coscienza e accettazione» (p.124). Da sola, la sua figura sarebbe sufficiente per «sintetizzare la storia contemporanea dell’omosessualità in Italia»; Pasolini si colloca esattamente sullo spartiacque tra i tempi in cui essa era bandita e quelli attuali che, dopo un mutamento antropologico e sociale, l’hanno portata ad una completa banalizzazione LGBT. Al contempo, ripercorrendo la parabola esistenziale del Poeta, è possibile notare come egli sia passato dalla «goliardia boccaccesca» all’«inferno sessuale», che si traduce in «pura distruttività»; resta però nei fatti un testimone di come sia possibile essere se stessi contribuendo «al gruppo di appartenenza, facendo la propria parte con onestà» (p.150).
Così si conclude il peregrinare di Mattia Morretta; nel suo libro precedente aveva affermato che «c’è più valorizzazione dell’omofilia […] nella lettura di opere cadute in oblio, che nel sesso sprecato, le rivendicazioni urlate, le coppiette a braccetto nei viali del tramonto» (Che colpa abbiamo noi, p.336). Ecco, il restauro delle sette esistenze sopra menzionate si inscrive precisamente in tale direzione. Una direzione di immortalità, perché, parafrasando alcune righe di Samuel Butler che ci vengono proposte, finché si è in grado di influire sugli altri si è vivi; è la «cosiddetta morte» a rendere possibile il «pieno influsso sul prossimo», senza distorsioni. In sintesi, solo cessando di vivere si può diventare veramente vivi; di quanto possano essere vitali le tracce di questi sette incontri – nonostante gli ingrati oblii e le cesellate omissioni – Morretta ne offre esemplare dimostrazione
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