EVULVANDO
Comizi d'Amore del III Millennio
di Ilaria Cerioli

Uno nessuno centomila: quando il sesso si moltiplica

Share this
7 giugno, 2018 - 08:53
di Ilaria Cerioli

Lasciate 
ogni speranza, voi ch'intrate, questo potrebbe leggersi sulla porta che sto per varcare. E mi viene alla mente il verso che immediatamente segue, perché varcare quella soglia vuol dire andare tra la perduta gente… Ma soprattutto, si andrà verso l’eterno dolore o verso l’eterno piacere?
Non m’importa, ed entro nel noto locale swinger che un amico solitamente ben introdotto mi ha segnalato. L’ambiente è accogliente, diverso da quello che mi sono immaginata. Nessun buttafuori vestito in pelle nera, solo una leggera penombra che avvolge le forme del personale che, cortese, mi conduce per il locale. Siete già stati ospiti nostri? Flauta la donna che mi precede, e senza attendere una risposta passa a enumerare i molti pregi dei privé. Qui si può socializzare con coppie, appartarsi per giocare da soli, e tante altre cose dilettevoli che scoprirete. Da parte nostra garantiamo la massima discrezione e la massima serietà. Mi lascio guidare dal mio compagno, che si muove con assoluta e sospetta disinvoltura. È più grande di me, frequentatore di un mondo che io non sono mai riuscita a comprendere e ad accettare fino in fondo. Così lo seguo timidamente, con gli occhi bassi come il cane che porto alla sera a passeggio; muta per non metterlo in imbarazzo con domande del tutto ovvie. Come ad esempio quella più scontata: ma dobbiamo fare sesso con altri? Taccio, anche perché so d’infastidirlo quando parlo troppo; me lo fa capire, trasformando le parole in semplici e stentati grugniti. Così rassegnata, lo seguo docile fino al bar dove lui ordina Gin Tonic.
Odio gli alcolici, ma verrei essere completamente sbronza. Quindi Cameriere, me dia un altro!
Strane presenze si muovono furtive attorno a me, donne col passo della pantera e l’occhio affamato; le guardo e invidio la loro sicurezza, e il mio abitino estivo mi brucia sulla pelle.
Sta facendo lui. Sta chiacchierando al bancone con un altro uomo. La sua donna guarda il mio uomo, e si capisce con uno sguardo che vorrebbe addentarlo subito, senza troppi complimenti. Guardo meglio il compagno di discussione del mio Lui. Sulla quarantina, decisamente eccessivo nell’affastellarsi di simboli del lusso che ricoprono ogni sua parte di corpo. Forse un po’ più giovane Lei, abbronzata e strizzata in un abitino rosso che pare essersi ristretto addosso. Dicono di frequentare il locale da un po’ di tempo, e che siamo nel posto migliore che potessimo trovare. Lui mi guarda e ammiccante mi dice che la clientela è qui molto selezionata. Quell’occhiata, che mi ha denudata, mi turba un po’. Il mio compagno se n’è accorto, allora mi prende e mi fa sedere sulle sue ginocchia. Poi mi accarezza il collo e mi sussurra parole gentili. Come al solito funzione, e così mi lascio finalmente andare. Accolgo allora con gioia la sua lingua che entra nella mia bocca, perdendo subito il senso dell’orientamento. E sento addosso le mani, che mi trasportano e mi fanno planare sul letto che magicamente è comparso sotto le mie natiche. Riesco ancora a scorgere la presenza di più persone, che guardano attenti ciò che succede; uomini, donne, linee e profili che si confondono nella luce attenuata e rossastra. Sento anche delle mani, molte mani, che mi accarezzano; sento il calore umido del respiro del mio compagno, dell’altro uomo, di altri uomini che mi sono addosso. Potrei aprire gli occhi e mettere a fuoco quel che avviene, ma una voce sottile e glaciale mi intima di lasciarli chiusi, di non guardare e limitarmi a sentire col solo corpo. Sono ormai pelle, niente altro che pelle che freme quando una mano sconosciuta mi tocca e mi penetra.
Sento adesso il cuoio, duro e ruvido, che mi lega alla ringhiera del letto. E mentre lui mi bacia avidamente una figura senza volto mi apre delicatamente le gambe. Posso? Quanto è strana quella forma di cortesia, sono schiava e senza volontà, eppure quella persona sconosciuta non si abbandona alla brutalità del parlare. Il mio compagno annuisce, si limita a chiedere con un cenno che quello sconosciuto indossi un preservativo. Quanto è gentile e premuroso, quanto lo adoro quando mi dimostra tanto amore. Resto con gli occhi chiusi, sentendo il ritmo che si velocizza dentro il mio corpo. Guardo il mio compagno. Sorride. E penso che mi sta concedendo ad altri, come fossi un oggetto di cui può disporre come meglio ritenga, Anche rompendolo, se crede. Prego, fate. Non fatevi problemi, a lei piace. Ad un cazzo ne segue un altro, ed un altro ancora. In un crescendo di odori anche il mio olfatto si perde (di questa serata ricorderò, infatti,  il sentore fragola, per l’uso generoso di unguenti profumati). Non riesco più a respirare, dentro la mia bocca non passa più aria; e sento esplodere di dolore l’ano che qualcuno ha senza troppa fatica forzato. Non riesco ad opporre resistenza, in balia di mani, lingue che mi frugano ovunque. Il collo, il seno, l’incavo tra le gambe. Sento anche le mani di una donna, ne avverto i seni morbidi che strusciano contro il mio bacino, come spire di un serpente che risale dalla tana. Ne distinguo il tocco delle mani affusolate, più calde di quelle maschili. Tutti mangiano in questo banchetto, dove la portata è una sola. Dove la portata sono io.

Riesco a parlare, non so come. Quel tanto per riuscire a dire di volere rimanere da sola con lei. E una volta insieme torno a respirare, torno alla vita. Lei mi domanda se mi piacciono le donne. Si, amo le donne; le trovo rassicuranti e profumate. Per qualche minuto i nostri corpi si strofinano delicatamente, le mani si intrecciano e le lingue si cercano. Mi allarga le gambe, poi la sento scivolare via; ne sento l’ansimare e capisco che è stata presa dal mio compagno. Che sorride, felice e diabolico accanto a me. Quattro, siamo in quattro su questo grande letto. Un incrocio di mani e ginocchia. Una matassa di ansimi e gridolini smorzati, fino al coito del mio compagno dentro alla bella sconosciuta. Lei grida e io penso che è stata fortunata, perché lui non è per tutte e un giorno lo rimpiangerà.  Qualcosa però adesso è cambiato, con una mano la allontano e con l’altra strattono il corpo di lui per portarlo a me. Che mi prenda, per Dio!

FOTO DI ALESSANDRO LONZI


 

            

> Lascia un commento



Totale visualizzazioni: 560