VOCI DAL SILENZIO
Messaggi in bottiglia agli/degli Specializzandi in Psichiatria
di La Primula Rossa

QUANDO IL GIORNO È PASSATO

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7 agosto, 2018 - 20:41
di La Primula Rossa
                                                                                                                                                   
Premessa                                                                                                                                                  

Mentre sono in viaggio leggo la recensione di Giuseppe Ceparano a EROINICHE VITE, di Gilberto Di Petta e Pietro Scurti. Mi sento coinvolto, in particolare perché sono cresciuto in un luogo impregnato di eroiniche vite, ma anche perché sono reduce da un mese lavorativo difficile, ricco di pazienti risultati positivi al tossicologico. Sta diventando quasi la norma, ma paradossalmente risulta una cosa quasi rassicurante, come se garantisse una non appartenenza. I pazienti risultati positivi all’esame tossicologico, se possibile, non dovrebbero essere ricoverati di default in SPDC solo perché agitati, se non dopo adeguata osservazione in PS o in altro reparto medico, in modo da spegnere la fase acuta (psichica e organica) e indirizzare il paziente verso una presa in carico idonea. Credo che siamo tutti d’accordo. Tuttavia, allargando il campo visivo, c’è (non so da voi, ma nella mia Scuola respiro questo sentimento e questo messaggio) una tendenza a considerare la psicopatologia secondaria a problemi di dipendenza come psicopatologia di seconda classe: le sostanze sporcano il quadro. Stiamo lì a cercare le oscillazioni dell’umore in fase di intossicazione o di astinenza per dire: Ah! Beccato, non è un vero depresso. Ci sono pazienti che, abbandonata la dipendenza necessaria a farsi prendere in carico dal SerT, si fanno (di qualcosa) saltuariamente perché rimasti intrappolati nel mondo della sostanza anche senza sostanza, eppure l’idea rimane la stessa: la sostanza sporca il quadro, crea una specie di quadro di seconda mano, un mondo psicopatologico preso in prestito, per il quale una pasticca si trova. E sento anche di dire che il pregiudizio e il disprezzo per “i tossici” spesso intossica la disposizione ad occuparsi di questi problemi, dunque “la presa in carico idonea” diventa essa stessa il problema. Perdonatemi se ho detto stupidaggini che non corrispondono alla pratica sul territorio o alla formazione che alcune Scuole forniscono, ma d’altronde è questo ciò che respiro. Rivolgendomi agli specializzandi, mi piacerebbe sapere se sono un’isola.

 

 Day is done - Nick Drake
                                                  
                                                                                                                                                                           
                          

Luce luce lontana 
più bassa delle stelle

quale sarà la mano 
che ti accende e ti spegne 

(Ho visto Nina volare – Fabrizio de André)


Partenza                                                                                                                                                     
Ultimo giorno di reparto prima delle ferie estive, chiudo la porta allarmata dietro di me, lasciando B. a letto, intossicato e contenuto, lasciandolo al rimpallo tra SerT e CSM, lasciandolo sull’isola che non c’è.

Nel mio paese le strade sono inermi, lo stesso asfalto, le stesse buche, le stesse curve che masticavo a 17 anni prima ancora di prendere la patente, pieno della voglia di scappare per poi inevitabilmente tornare. Butto la valigia e scrivo a Davide che sono tornato e che ci vediamo al bar, come ogni anno, come ogni estate. Davide è sopravvissuto ai suoi anni 90, quando al paese giravano tante canne e l’eroina. È riuscito ad attraversare tutte le generazioni e tutte le droghe, e sorride compiaciuto quando sornionamente gli chiedo “come hai fatto a non bruciarti dopo tutti questi anni di schifezze?”. In un'altra cultura sarebbe uno sciamano, un curandero, perché lui sa come vanno certe cose e come non farle andare, o almeno gli piace pensarlo e a me piace ascoltarlo, come a tutti in questa piccola comunità. Mi piace ascoltare la sua vena ironica mentre racconta i fatti del mondo e del paese, come prende in giro e si prende in giro, come ride di se stesso e come fa ridere gli altri, mi piace osservare la sua arguzia e la sua cultura di documentari e trasmissioni politiche. Una mattina, dopo essere stato in campagna a curare le viti che produrranno quel vino paesano che fa gonfiare i linfonodi della gola, mi scrive che questa vita non fa proprio per lui, che “l’aria pura gli fa male”. Ride nel dirlo, ogni volta. Poi, quando il giorno è passato, soddisfatto traghetta la nostalgia verso gli aneddoti della sua vita spericolata in un eterno andirivieni di risate e riflessioni fino a notte, quando le luci dei lampioni si spengono e rimaniamo da soli ad ascoltarci.
Davide a 18 anni era un ragazzo sottile, bello, intelligente come adesso, pieno di emozioni e vita. Già allora si drogava e da allora quelle emozioni gli sono rimaste addosso, trasudano come il latte dalla pelle dei neonati. Non rinnegherà mai quella vita o quella morte, per quanto le abbia rabbonite, e quando una volta la psicologa del SerT gli ha chiesto pateticamente “perché lo fai?” lui le ha risposto “ma l’hai mai provata (e poi ha commentato: cretina, che cazzo di domanda mi fai)?”. Ora il suo peso fa male alle caviglie e il suo sorriso tradisce il suo passato tossico e una sorta di nostalgia. Assaporo la sua esperienza, anche se non ho mai provato l’eroina né l’MDMA, le sue droghe preferite, la prima per la sua dolcezza, la seconda per la sua magnanimità. L’eroina si insinua, trova la chiave giusta per entrare anche quando sei solo. Se con l’anfetamina senti la musica, con l’MDMA vai in fondo al motivo, senti il suono del mignolo che si muove e fa swaaaam, come se aprisse le tende sul mondo. La cocaina dovrebbe essere eliminata come droga, soldi buttati nel cesso (vuoi stare ancora più lucido?), mentre il crack… la rota peggiore, provi a fumare anche i sassolini della spiaggia caduti sul tappetino della macchina sperando sia una pietra buona che ti è caduta dalla tasca qualche giorno prima.
Continuo fino a notte a navigare in questo Mondo Altro, un mondo in cui la libertà ha acquisito un carattere perentorio, come gli abiti dell’imperatore. C’è una donna che aleggia nella sua vita da anni, in un altro luogo, un’altra città, un’altra regione e c’è una figlia, forse, che ha i suoi occhi. Hanno questa mania delle apparenze, mi si chiede di nascondere il mio passato e se mia figlia torna a casa sballata non dovrei dirle che sono stato io il primo e toglierla dai guai. No, io la sera vado a dormire a casa mia. Non è giusto che qualcuno debba distorcere se stesso, per che cosa poi? Per non dire o non far vedere cosa? Che siamo stati tossici? Io voglio tornare a casa per farmi una risata, non per farmi mettere in croce come Cristo. Dovrei vivere senza elettricità. Tutti concentrati a parlare di cose intelligenti, io voglio anche le cazzate, io non ce la posso fare, proprio non ce la posso fare!
Davide sembra sopravvissuto nei suoi racconti di una notte, dove la nostalgia di Bologna, di Napoli e dei luoghi sommersi dove la vita gli ha dato emozioni sembra così dolce e sostenibile: non è più il tossico di una volta e non è l’uomo che gli altri vorrebbero che fosse. È uno strano equilibrio il suo, è una strana nostalgia. A volte lo immagino in quelle campagne illuminate da una luce stanca, fatta apposta per perdercisi dentro attraversando il mondo, e lo immagino anche nella nostalgia della sua isola creata per tenere le emozioni lontane dalla terra ferma. Quanti si sono persi in quell’isola? Quante sono le zattere naufragate nel tentativo di raggiungere campagne, seppur stanche, come quelle di Davide? Già, perché raggiungere la nostalgia è meglio del lavaggio del cervello che ti fanno in comunità, torni come un robot, non sai più chi sei e chi sei stato, è tutto costruito. Io non rinnego, non posso cancellarmi.
Non so cosa pensare, provo a non pensare a niente, a vedere quel mondo di giorni e di notti, di viti, di ulivi, di campagna, di bosco, di fiume, di strade inermi, di documentari, di marijuana, di metadone nel cassetto che non si sa mai e di un funghetto se un giorno capiterà.
Torno a casa pieno di certezze che crollano, pieno di domande sulla libertà, su ciò che è vita e ciò che è morte, sul lavoro, sull’amore, sui legami familiari, sul vuoto post sballo e sulle alternative mentali che si possono creare, su quanto il contesto faccia la differenza, su come in Specializzazione ci preparano all’incontro con i tossici o con chi tossico lo è stato. Provo a dirmi che non è un problema mio, basta farmi la domanda che viene posta a Bruno Callieri in questo video appassionato che vi propongo. Sono sicuro che per Davide i nostri dialoghi siano importanti, ma ancora di più lo sono per me, che torno a Scuola un po’ cambiato dalla sua esistenza che probabilmente incontrerò negli occhi di molti.

Esco sul terrazzo a fumare una sigaretta: alle due di notte il mio paese piomba nel silenzio, riesco chiaramente a sentire qualche sassolino in lontananza che rotola sull’asfalto e il sussulto del vetro del lampione. Sospendersi nel silenzio in alcuni casi è la dimensione giusta.
                                                                                                                                                                             
Ripartenza                                                                                                                                               
B. è stato dimesso presto. Cercava ancora il sole, ma in fondo “non era nostro”.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                          

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Commenti

Cara Primula Rossa,
il tuo racconto, di clinica e di vita, tocca un nervo scoperto della psicopatologia del presente. E, dentro di me, non può non evocare tanti volti. Sono volti di giovani ardenti e scomparsi, che continuano a sorridermi, in quella memoria ammobiliata dai congedi impossibili, tipici di uno psichiatra per il quale il passato è più del futuro. O, per dirla nel tuo linguaggio, il giorno che è passato è più del giorno che resta. Dagli anni Settanta del secolo scorso è in atto una guerra chimica, pandemica, che ha portato via buona parte di ogni generazione. E' una sorta di eutanasia dell'Occidente. Un modo di anticiparne il tramonto. Un modo di sottrarsi, attraverso la chimica, al totale disincantamento del mondo. I caduti sono stati e sono tanti. Non solo i morti, gli scomparsi, anche i prigionieri del viaggio, quelli che esitano nella follia di seconda classe, follia di serie B, come la chiami tu, follia chimica, follia sintetica, come la chiamo io. La psichiatria italiana ha scotomizzato il problema in una prima fase. Allora (anni Settanta) la battaglia era contro il manicomio. Inoltre l'emergenza era infettiva. Poi c'è stato il ritorno di fiamma. Adesso c'è l'inondazione. Se continua così tra un poco la follia nature sarà da museo. Ho trascorso molto della mia vita a contatto con gli psiconauti. E' difficile con loro conquistare una distanza giusta, tra la fascinazione totale che trasmettono e il rigetto che provocano. Quello che posso dirti è che non possiamo ormai non considerarli nostri pazienti. E che probabilmente ci aiuteranno a scardinare molti pregiudizi. Anche se ci faranno sentire molto, ma molto impotenti. Grazie per non esserti girato dall'altra parte.


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