A 50 ANNI DALLE LEGGI RAZZIALI: Sul vissuto di chi è stato espulso.

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15 novembre, 2018 - 07:13
L’Università alla quale mi iscrissi nel 1873, mi procurò da principio notevoli delusioni. Anzitutto mi feriva l’idea che per il fatto di essere ebreo dovessi sentirmi inferiore e straniero rispetto agli altri… Non ho mai capito perché avrei dovuto vergognarmi della mia origine o, come già allora si cominciava a dire della mia razza… Queste prime impressioni universitarie ebbero la conseguenza importantissima di abituarmi fin da principio al destino di stare meglio nelle file dell’opposizione e all’ostracismo della “maggioranza compatta”. In questo modo furono gettate le basi per una mia certa indipendenza di giudizio.Sigmund Freud, Autobiografia, 1924, p. 77.
 
   La memoria è spesso oggetto di contese e divisioni e può essere declinata in tanti modi quanti sono i testimoni, gli interpreti, gli esegeti, perché è materia viva che si intreccia con le nostre esistenze, le nostre visioni del mondo, con il nostro modo di vedere il presente e il futuro. Un conto però è prendere atto delle diverse possibili declinazioni, un altro è negare le pulsioni razzistiche che hanno caratterizzato la nostra storia e specificamente quanto avvenne in Italia prima con il Manifesto della razza e poi con le leggi razziali del 1938, a cui gli italiani reagirono con indifferenza e spesso con aperto appoggio. Oggi questa operazione falsificante è impossibile anche per il più incallito dei negazionisti. L’antisemitismo è solo una variante del razzismo da cui oggi abbiamo il dovere di guardarci.

   La cacciata dal lavoro di molti professionisti ha provocato intensi vissuti di vergogna, un sommovimento interiore fatto di pudore, umiliazione, mortificazione, imbarazzo. La vergogna rimanda alle esperienze di carattere traumatico, nel corso delle quali il soggetto vive una esperienza di impotenza, si trova immerso in uno stato di assenza di risorse di fronte alla irruzione di stimoli troppo intensi per potere essere psichicamente elaborati (Baranger M., Baranger W. e Mom J.M., 1988).
   La scrittrice e giornalista Lia Levi (2018) ricorda il mutismo del padre, quando lei bambina gli chiedeva perché non andasse a lavorare e commenta: “Capii solo in seguito che era solo la vergogna a renderlo muto”.
   Le separazioni a cui sono stati obbligati i professionisti ebrei con le leggi del ’38 sono state violente, traumatiche, brutali, profondamente non desiderate, ma hanno portato anche passaggi, moderne transumanze, transizioni da un paesaggio culturale all’altro, passaggi d’idee, trasposizioni di concetti, di modelli da un mondo all’altro (Diena, 2016).
 
   Le migrazioni richiedono un ‘passaggio di confine’ non solo geografico, ma soprattutto culturale ed esistenziale. La dimensione del passaggio dunque coinvolge un complesso processo di trasformazione psichica e di negoziazione sul piano relazionale e culturale. I poli dell’emigrare sono l’origine e la destinazione. Emigrare vuol dire entrare in contatto con il nuovo, con l’ignoto, farsene attraversare senza farsi assimilare, senza farsi annichilire dallo sgomento, senza farsi impaurire dalla minaccia e contemporaneamente conservare ben salde le proprie radici, valorizzarle nel confronto ibridante con l’altro-da-sé senza farsi risucchiare dall’identità originaria attraverso la mitizzazione della società e della cultura d’origine, senza evitare la fatica del lavoro di trasformazione che porta a separarsi dall’ovvio, dallo scontato di troppo facili appartenenze per tenere testa al vissuto di perdita dell’oggetto contenitore, legato alla sottrazione dei punti di riferimento indigeni. Si tratta di mettere in atto le necessarie acrobazie per tollerare e magari valorizzare un’ambivalenza tanto insuperabile quanto feconda, senza cadere nel vuoto dell’indistinzione e dell’ambiguità, ma restando in equilibrio instabile sul crinale che separa sicurezza da insicurezza, noto da ignoto, riconoscimento da spaesamento, identificazione con l’origine da identificazione con lo straniero (Schinaia, 2016).
 
   Vi è il rischio (un rischio che necessariamente va corso nel percorso di strutturazione della nuova identità), della costituzione di un meccanismo compensatorio di iper-adattamento al nuovo ambiente, un’assimilazione superficiale e posticcia della nuova cultura che spinge a diventare più autoctoni degli autoctoni, a imitare in tutto e per tutto gli indigeni, senza un’autentica elaborazione, attraverso un rimaneggiamento troppo rapido delle coordinate di orientamento della propria esistenza.  Il timore del fallimento dell’adattamento al nuovo contesto, anche a causa dell’impossibilità di giovarsi di un affidamento ad identità collettive consolidate e riconosciute (famiglia, comunità, nazione) che l’ambiente originario assicurava e che potevano sostenere l’individuo nell’eventuale fallimento, favorirebbe la costituzione di un falso Sé robotico con caratteristiche conformistiche, di rigida sottomissione alle regole e di inibizione degli affetti in mancanza nel nuovo ambiente di un contenitore disposto ad accogliere e modulare angosce così profonde.
  
   Lo scarto linguistico, non comprende soltanto il vocabolario e la sintassi da apprendere, ma le mimiche e i gesti da riconoscere, i simboli da apprezzare (Pélicier, 1964). Le modalità espressive dei sentimenti, la gaiezza e le afflizioni non hanno dappertutto la stessa traduzione, per cui è sostanziosa la possibilità di inevitabili errori d’interpretazione del mondo che ospita e dei suoi messaggi (Frigessi Castelnuovo e Risso, 1982).
 
   L’esperienza sia psichiatrica che psicoanalitica si modella su nuovi sistemi culturali e sociali, su nuovi tradizioni temporali e spaziali, attraversata da nuovi paradigmi scientifici. Le proposizioni scientifiche, vissute come indiscutibili e assolute vengono sottoposte a verifica teorica e pratica. Si trasformano i modelli, si integrano le pratiche. La costruzione di nuovi punti di riferimento, l’abituarsi a nuovi panorami, l’ambientarsi in nuovi contesti, le necessarie mediazioni e traduzioni ci consentono di “apprendere ad apprendere” (Bateson, 1972), di rivisitare connotazioni date come automaticamente scontate in omaggio a una coerenza storica sostanzialmente chiusa e asfittica, di rimetterci in gioco, attivando fantasie di nuovo inizio in opposizione a sensazioni di aspetti autentici di sé sacrificati, bloccati o censurati dall’ambiente.
 
   Le sofferenze che questi professionisti costretti ad emigrare, in fuga dalla loro terra, sperimentano, li spingono ad accogliere con più sensibilità le sofferenze che i nuovi pazienti che incontrano (Diena, 2016).
 
   Fra gli psichiatri, gli psicologi e gli psicoanalisti travolti dall’antisemitismo in Italia ricordiamo: Gustavo Modena, vicepresidente della Società Italiana di Psichiatria; Marco Levi Bianchini, che dovette nascondersi per sottrarsi alle persecuzioni; Anselmo Sacerdote, Isidoro Imber, Luisa Levi e Guido Treves dovettero dimettersi dagli Ospedali psichiatrici torinesi; Evelina Ravitz da quello triestino; Giuseppe Muggia morì ad Auschwitz; Edoardo Weiss, Emilio Servadio, Ettore Rieti, G. M. Hirsch, Enzo Bonaventura, Stefano Fajrajzen, Ladislao Kovacs, Amedeo Limentani, Silvano Arieti scelsero l’esilio. Scelse l’esilio anche Hans Loewald, tedesco di origine, laureato in Medicina a Roma nel 1934 e che operava a Padova, quando dovette fuggire dall’Italia a causa delle leggi razziali. Rifugiatosi negli Stati Uniti, divenne uno degli psicoanalisti americani più noti; a lui si devono importanti studi sulla sublimazione.
 
 
BREVI ANNOTAZIONI SUGLI PSICOANALISTI GENOVESI
 
 NOTA BIOGRAFICA SU EMILIO SERVADIO
 
   Di solito si ricorda che Genova (Sestri Ponente) ha dato i natali a Emilio Servadio nel 1904, noto perché fu l’unico italiano a pubblicare nel 1935 un lavoro scientifico sulla rivista Imago (Psicoanalisi e telepatia), diretta da Freud.  Nel 1938 emigrò in India, dove svolse il suo lavoro pionieristico di analista a Bombay. Dopo la caduta del fascismo, Servadio tornò in Italia e rifondò la Rivista di psicoanalisi nel 1945 e nel 1947 ricostituì ufficialmente la Società Psicoanalitica Italiana, diventandone presidente e da cui si separò nel 1992 per costituire l’Associazione Italiana di Psicoanalisi. Morì a Roma nel 1995.
 
   Meno si sa di altri due psichiatri e psicoanalisti che per una parte della loro vita hanno vissuto a Genova, dove avevano insegnato Lombroso e Morselli, costituendo un bastione di resistenza della psicoanalisi. Nel chiuso del conservatorismo vetero-positivista nacquero germi di opposizione. Su di loro mi soffermerò. Fin dal 1907, si formò un piccolo gruppo di psichiatri che gravitava intorno al dottor Terravagni, che mostrarono simpatie verso il pensiero di Freud, al punto da tradurre e discutere insieme il saggio sulla Gradiva. Si distinse un giovane assistente dell’Ospedale di Cogoleto, Ettore Rieti.
 
NOTA BIOGRAFICA SU ETTORE RIETI (HECTOR JOSEPH RITEY)

   Ettore Rieti nacque da una famiglia ebrea sefardita il 17 agosto del 1900 ad Alessandria d’Egitto. Psicoanalista freudiano, criminologo e psichiatra infantile, fondò il Metropolitan Center for Mental Health di New York.
   Venne in Italia nel 1916 per studiare come pianista concertista, ma si diede poi agli studi psichiatrici frequentando le Università di Firenze, Roma, Torino e Genova, ed esercitando come psichiatra in vari istituti, fra cui L’O.P. di Grugliasco, gli ospedali psichiatrici genovesi: prima quello di Quarto e poi, dal ‘32 al ’39, quello di Cogoleto. Ammiratore di Freud, fu tra gli aderenti alla prima Società Psicoanalitica Italiana, fondata nel 1925 presso l’Ospedale psichiatrico di Teramo da Marco Levi Bianchini, il quale nel 1932 ne cedette la guida a Edoardo Weiss e in cui fu nominato Segretario Tesoriere della nuova Società Psicoanalitica Italiana. Nel 1932 fu fra i fondatori della Rivista Italiana di Psicoanalisi, la cui pubblicazione fu soppressa dal fascismo due anni dopo. Nel 1933 tentò un bilancio critico della psicoanalisi in Italia.
   In conseguenza delle leggi razziali fasciste, emigrò prima Parigi, dove lavorò con René Allendy, che aveva fondato nel 1926, insieme a Marie Bonaparte e a diversi altri, la Societé Psychanalytique de Paris, e poi negli Stati Uniti, dove prese il nome di Hector Joseph Ritey e visse gran parte della sua vita professionale, ottenendo ampia fama. Si occupò ampiamente dei rapporti tra religione e psichiatria. La sua opera più importante è The Human Kingdom: A Study of the Nature and Destiny of Man in the Light of Today’s Knowledge.
   Tra le sue opere, quando era in Italia ricordiamo “La volontà come sintesi” (1929), “Le disposizioni eidetiche visive dei malati di mente” (1932) e “Tecnica dell’esame psicologico sperimentale in psichiatria e medicina legale” (1937).
   È morto il 14 ottobre del 1968 a New York. In suo onore è stato piantato un boschetto nella foresta Kennedy in Israele a cura dello Jewish National Fund.
   Fino a quando fu vivo Morselli, non ci fu spazio per i cultori della psicoanalisi. Alla sua morte Morselli fu sostituito da Cerletti, l’inventore dell’elettroshock. A sostituire Cerletti nel 1935 fu chiamato Leonardo De Lisi, un neurologo con aperture verso l’arte. Amico di De Chirico, De Lisi creò una cerchia di discepoli fra cui quello che divenne più tardi un importante psicoanalista: Stefano Fajrajzen.
 
NOTA BIOGRAFICA SU STEFANO FAJRAJZEN

   Nacque a Lodz nel 1910, da padre ebreo e commerciante di legname che si trasferì a Genova (suo fratello Aleksander fu il drammaturgo, attore e regista Alessandro Fersen, amico di Emanuele Luzzati e Giorgio Colli e sua nipote, la figlia di Alessandro, Ariela attualmente dirige un piccolo kibbutz Bar’ am in Israele al confine con il Libano e che è custode della memoria del padre, le cui opere sono conservate presso l’archivio Fersen presso il Museo dell’attore di Genova). Si iscrisse a Medicina e seguì le lezioni di Cerletti e De Lisi e, appassionatosi alla psicoanalisi, studiò il tedesco per fare un’analisi a Vienna, dove si trasferì nel 1934 e fece l’analisi con Rosa Walke, allieva di Paul Federn, che poi fu uccisa dalla Gestapo a Parigi nel 1942.
   Ritornato a Genova riprese gli studi e si specializzò in Neuropsichiatria con una tesi sull’astinenza sessuale. Emigrò in Svizzera e poi a Londra, dove fece un’analisi con Bibring. Nel 1940, come altri cittadini italiani che risiedevano in Inghilterra, fu internato nel campo di concentramento dell’isola di Man, dove conobbe Amedeo Limentani. Rientrato a Londra lavorò come pediatra per guadagnarsi (poco) da vivere. Ritornò a Genova, ma poi ripartì per gli Stati Uniti, da cui si allontanò nel 1948 per trasferirsi a Roma, dove pubblicò nel 1950 un volume sull’astinenza sessuale con la prefazione di Levi Bianchini. Non riuscì ad avere fortuna accademica in Italia, per cui ritornò negli Stati Uniti e lavorò all’Hillside Hospital di Long Island a New York, dove grazie anche agli insegnamenti di Harold Searles, gli fu possibile estendere la tecnica psicoanalitica anche ai borderline e agli psicotici, superando i limiti del setting tradizionale, coinvolgendo il personale ospedaliero in un lavoro di équipe. Fajrajzen tornò definitivamente a Roma nel 1961 e divenne didatta della SPI. Morì nel 1994.
   In un suo lavoro del 1973 c’è una citazione tratta dal film Les enfants du Paradis  di Marcel Carné. “C’est simple d’aimer” viene pronunciata da Garance, ma Baptiste è alla ricerca di un amore assoluto e senza condizioni e non sa apprezzare la disponibilità reale di Garance, perdendo il suo momento magico e rincorrendola inutilmente per tutta la vita. Non riesce ad accettare, come scrive Fajrajzen, la simbiosi “reale, superando il desiderio narcisistico dell’altro. “È così semplice amare”: nella sua disarmante semplicità questa frase costituisce un insegnamento rigoroso per la cura dello psicotico.
 
CONCLUSIONI
   Concludo con i versi tratti da un sermone di Martin Niemöller[1], un pastore luterano tedesco, per sottolineare i rischi connessi all’apatia e alla disattenzione nei confronti della violenza e dell’odio:
"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare".
 
BIBLIOGRAFIA
Baranger M., Baranger W. e Mom J. M. (988). Il trauma psichico infantile dai giorni nostri a Freud: trauma puro, retroattività e ricostruzione (pp. 157-186). In Baranger, W. e Baranger, M., La situazione psicoanalitica come campo bipersonale. Milano: Cortina, 1990.
Bateson, G. (1972). Verso un’ecologia della mente. Trad. it. Milano: Adelphi, 1976.
David, M., e Schinaia, C. (2006). Agli albori della psicoanalisi in Liguria: Rieti e Fajrajzen. Il vaso di Pandora, XIV, 1: 31-36.
Diena, S. (2016). Psicoanalisi dell’esilio (pp. 133-143). In Preta, L. (a cura di) Cartografie dell’inconscio. Un nuovo atlante per la psicoanalisi. Milano: Mimesis.
Freud,  S. (1924). Autobiografia. OSF, vol. 10.
Frigessi Castelnuovo, D. e Risso, M. (1982). A mezza parete. Torino: Einaudi.
Levi, L. (2018). Leggi razziali. Robinson. La Repubblica, 4 novembre.
Pélicier, Y. (1964). Aperçus généraux sur la psychologie des transplantés. Le Concours Médical, 86, 17: 2717-2723.
Schinaia, C. (2016). Interno esterno. Sguardi psicoanalitici su architettura e urbanistica. Roma: Alpes.

 

[1] La frase è stata erroneamente attribuita a Brecht, ma l’origine del testo viene da un sermone  del pastore luterano e teologo tedesco Martin Niemöller. Dopo un sermone antinazista, Niemöller fu arrestato per ordine di Hitler e rinchiuso nel campo di concentramento  di  Dachau. Riuscì a sopravvivere e passò gli anni ’40 e ’50 a predicare a favore della pace e contro le discriminazioni. Non esiste una versione scritta e definitiva, per questo nel tempo il testo è stato rimaneggiato più volte. Una versione è inscritta nel Monumento all’Olocausto a Boston in Massachusetts.
 
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