L’ANORESSIA NELL’EPOCA POVERA DI INCONSCIO - Sul saggio "IL CIBO E L'INCONSCIO" di Domenico Cosenza

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10 gennaio, 2020 - 10:14
Autore: Domenico Cosenza
Editore: Franco Angeli
Anno: 2018
Pagine:
Costo:
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1.
            È già possibile oggi tracciare le linee di una Summa dell’approccio psicoanalitico lacaniano ai disturbi alimentari? Domenico Cosenza, specialista dell’argomento, pensa di si - questo libro ne è la prova.
            Prima di tutto si tratta però di non fare di ogni erba clinica un fascio diagnostico. Cosenza separa nettamente, ovvero strutturalmente
(1) l’anoressia infantile,
(2) l’anoressia e bulimia che lui chiama nevrotico-isteriche,
e (3) l’anoressia che lui qualifica di vera, specifica soprattutto dell’adolescenza e per 9/10 femminile.
Lui situa questa (3) piuttosto sul versante psicotico, ma non completamente. Se i disturbi alimentari “veri” fossero una forma psicotica, rientrerebbero in qualche modo in una griglia esplicativa classica. Ma non è questo il caso.
L’anoressia infantile coglie indifferentemente maschi e femmine, mentre per le anoressie adulte la preponderanza femminile è schiacciante. È evidente che l’interesse maggiore deve concentrarsi sull’anoressia “vera”, in quanto quella isterico-nevrotica non è altro che un sintomo nevrotico che va trattato come ogni altro sintomo nevrotico. Cosenza dedica comunque anche un capitolo molto illuminante all’obesità, che distingue dalla bulimia.
            Ogni pretesa esplicativa dell’anoressia “vera” deve render conto evidentemente di due particolarità essenziali, e aggirarle significa fallire de facto ogni spiegazione della sindrome:

  1. La specificità quasi totalmente femminile dell’anoressia (ma anche della bulimia), e il suo concentrarsi negli anni della pubertà e dell’adolescenza
  2. La specificità geo-economica, per chiamarla così, dell’anoressia vera: il fatto che essa prosperi nei paesi più industrializzati, in aree dove nessuno più soffre la fame. Anche nelle classi ricche dei paesi più poveri, non industrializzati, l’anoressia è rara.
 Cosenza non si sottrae all’appuntamento con la spiegazione di queste due specificità.




2.
Ci concentreremo sull’”anoressia vera” perché, come risulta dalle riflessioni dell’autore, essa costituisce una sfida alla psicoanalisi. Essa sembra insomma sottrarsi alla presa sia teorica che clinica della psicoanalisi, in quanto l’anoressia vera metterebbe in atto un vero rifiuto dell’inconscio. Nella terminologia lacaniana: l’anoressia non è un appello all’Altro, ma un rifiuto dell’Altro, dell’inconscio (qui il genitivo, credo, va preso nei suoi due versanti, soggettivo e oggettivo). Questo significa che l’anoressia non è veramente un sintomo, dato che il concetto di ‘sintomo’ è inscindibile dalle strutture nevrotica e psicotica che lo supportano: l’anoressia mentale non significa insomma qualcosa d’altro da sé, non è qualcosa da interpretare. Evitare il cibo non è una metafora. Alla via del sintomo, dice Cosenza, l’anoressica vera preferisce la via del rifiuto radicale (del cibo). Il rifiuto anoressico è solo godimento reale, in quanto tale senza senso; un’esperienza di godimento orale. Ciò accosta l’anoressia alle tossicodipendenze, e alle dipendenze in genere – come dipendenza dal gioco o dal sesso – con cui costituisce quel che Cosenza, assieme ad altri psicoanalisti lacaniani, chiama Nuove Forme del Sintomo (NFS).
L’interesse per le NFS è il segno di una crisi – che potrebbe essere di crescita – della psicoanalisi. In effetti, nelle NFS, scrive Cosenza, un individuo non si presenta diviso (come il nevrotico) e nemmeno frammentato (come lo psicotico) ma come indiviso, unificato. Rigidamente uno nel perseguire il suo godimento. Le NFS, anoressia vera compresa, chiuderebbero la divisione soggettiva. Potremmo dire che l’anoressica pratica una vita psichica anti-psicoanalitica. Ma l’ipotesi di un soggetto unificato, indiviso, non è ciò che la psicoanalisi aveva escluso come possibile, non solo tra nevrotici e psicotici, ma tra tutti i soggetti umani? Si delinea qui un ripensamento colossale della teoria psicoanalitica della soggettività.
In effetti, le NFS metterebbero in atto un rifiuto dell’inconscio che è esso stesso inconscio, insomma, questo rifiuto è attività inconscia. Per la psicoanalisi, anche quando il rifiuto di qualcosa di vitale è esplicito, esso non può venire che dall’inconscio. Si coglie qui la paradossalità del discorso: le NFS sarebbero insomma rifiuti inconsci dell’inconscio, dato che il modo di aggirare l’inconscio è esso stesso un meccanismo inconscio.
In effetti, la psicoanalisi spiega unicamente a partire dall’inconscio. Per esempio, Cosenza dice che nell’anoressia vera domina una legge superegoica assoluta senza desiderio: “mangia niente”. Il Super-io comanda alla ragazza l’estirpazione della spinta desiderante dal proprio corpo. Ma il Super-io in Lacan è una figura dell’Altro, insomma è sempre inconscio. Allora, l’anoressia è un paradossale rifiuto dell’inconscio nei confronti di sé stesso? È un auto-rifiuto dell’inconscio?
Per Lacan l’anoressia è una forma di godimento. Anche se Lacan ha oscillato in relazione all’anoressia, un punto è fermo: l’anoressia (ripetiamo, quella ‘mentale’, ‘vera’) non è un non mangiare, ma è azione: è mangiare niente. È interessante che nel suo libro Cosenza non usi il termine niente ma il francese rien. Probabilmente questo è dovuto all’etimologia stessa del termine rien, che è l’accusativo del latino res, cosa. Quando in francese si dice “Je ne mange rien” è come se si dicesse “Io non mangio cosa”. Insomma, rien non è nulla, ma è un oggetto specifico, qualcosa. L’anoressica, mangiando rien o cosa, è una bulimica di niente; si fa scorpacciate di nulla. Se rien o niente è un oggetto, c’è da chiedersi che rapporto esso abbia con gli altri oggetti della classica teoria psicoanalitica delle pulsioni, che Lacan chiama oggetti a.  Che rapporto con l’oggetto seno (nella pulsione orale), con l’oggetto feci (nella pulsione anale), con l’oggetto fallo? E con l’oggetto voce (nella pulsione vocante, secondo Lacan) e con l’oggetto sguardo (nella pulsione scopica, secondo Lacan)? Cosenza si pone la questione e conclude che l’oggetto rien non ha un corrispettivo in una zona erogena specifica, anche se nell’anoressia evidentemente l’oggetto rien è primariamente legato all’oralità.
Il rien, oggetto che fa godere l’anoressica, è quindi un oggetto sui generis, in quanto è tutto in funzione del godimento. Il rien dell’anoressica è come la droga per il tossicodipendente, o come il gioco d’azzardo per il giocatore compulsivo: questi oggetti non suscitano il desiderio, che per Lacan viene sempre dall’Altro, ma ne chiudono lo spazio. Diverso è nelle anoressie come sintomi isterici, ad esempio. L’isterica può dire: “Se non mi ami, non mangio”, oppure “Se mi desideri come donna, non mangio”. Come si vede, sono delle interlocuzioni rivolte all’Altro. Ma l’anoressica vera non interloquisce con nessuno: gode e basta. Rifacendosi a Jacques-Alain Miller, Cosenza dice: “L’oggetto rien è il solo oggetto a che è causa di non-desiderio”. Il che è un paradosso, dato che il non-desiderio diventa qui un effetto, e non un non-effetto. E’ un oggetto di desiderio che cancella il desiderio… L’assenza di desiderio risulta insomma essere qualcosa che si produce, non uno stato neutro della psiche. Questa tesi potrebbe quasi essere presa come una smentita della teoria lacaniana, per la quale l’oggetto a – delle cui declinazioni abbiamo fatto la lista più sopra – è l’oggetto che causa il desiderio. Rien è invece un oggetto che sembra causare non desiderio, ma godimento. E in effetti Cosenza dirà che rien è un significante al posto del fallo, qualcosa quindi di distinto dall’oggetto. Un oggetto-significante, un centauro.
Cosenza scriverà allora che l’anoressia, come abbuffata di niente, è godimento dell’Uno senza Altro. L’anoressica è una, è uni-ficata, manca di Altro. Ma ripeto: fino a che punto possiamo ancora parlare in psicoanalisi di una soggettività senza Altro? Di una soggettività senza inconscio?
Potremmo andare persino oltre, e pensare che le NFS siano in realtà le forme più vecchie, ovvero quelle più fondamentali. In effetti, per Freud, è evidente, l’essere umano è una macchina per godere. Nevrosi, perversioni e psicosi non sarebbero allora le formazioni standard dell’inconscio, ma l’essenza di ogni nevrosi, psicosi o perversione sarebbe proprio nelle addictions, di cui l’anoressia vera fa parte: un modo di godere che aggira completamente l’Altro. Ovvero, in questa ottica, nevrosi, psicosi e perversioni sarebbero casi speciali, obliqui, di una più generale, più fondamentale, soggezione al comando di godere prima di ogni Altro. L’inconscio sarebbe una via lunga, intricata, per giungere comunque al godimento. L’anoressia vera, le dipendenze, sarebbero insomma la forma primaria, nuda, pre-inconscia, del puro esprimersi dello psichismo come teso sempre al godimento. Una ricerca del godimento che corto-circuita la pista simbolica.
 
 
3.
Colpisce l’eliminazione della dimensione erotica dalla vita anoressica. Io stesso ho detto che l’anoressia (vera) è sempre anche una anerosia, una carenza di eros. Cosenza nota che, anche quando l’anoressica instaura un rapporto di coppia, questa scelta sembra più dettata da un bisogno di “fare come le altre ragazze”, da un bisogno di conformità, più che da un reale trasporto erotico per l’altro sesso. L’anoressica non desidera veramente il sesso, né fa nulla per rendersi sessualmente desiderabile.
Cosenza trova una figura originale per esprimere questa esclusione fallica dell’anoressia: essa manca di velo. O la funzione del velo è strutturalmente lesa. Egli parla di un necessario stadio del velo – o di un tempo logico del velo - specifico della pubertà, che l’anoressica appunto mancherebbe. Sarebbe il velo che dovrebbe nascondere il fallo, e che costituisce il senso della cosiddetta mascherata femminile nelle nostre culture – dato che dietro il velo femminile non c’è fallo, non c’è niente. Lacan aveva parlato di un matrimonio femminile col fallo, intendendo con ciò tutto quello che spinge la donna a essere sexy, a provocare il desiderio maschile, insomma a far emergere (erigere) il fallo. Bisogna capire che quando Lacan parla di fallicità, non pensa solo al pene, per lui lo stesso sesso femminile è “fallico” se non altro perché gli è complementare. Il sessuale è fallico, sia per il maschile che per il femminile.
L’evocazione del velo ci riporta a quelle culture, come oggi quella islamica, che impongono il velo (o peggio) alle donne. Di solito pensiamo che l’imposizione del velo tenda a sottrarre le donne al desiderio maschile, ma ben sappiamo che di solito l’effetto è inverso: la donna velata può risultare più desiderabile di quella seminuda. Potremmo considerare piuttosto il velo come un modo per marcare, invece, la fallicità femminile, una celebrazione del “matrimonio con il fallo”. In questa prospettiva, l’anoressica rinuncerebbe al velo proprio perché rinuncia a essere oggetto fallico, sexy. “Il non accesso al godimento fallico – scrive Cosenza (p. 159) – condanna la ragazza anoressica a un godimento smisurato, senza limite, che si accanisce sul suo corpo devastandolo”.
Cosenza evoca il caso di una ragazza adolescente alla quale, mentre lavorava inginocchiata in una vetrina per mettere ordine, alcuni ragazzi guardano il deretano. Essa ne è sconvolta, e si chiude per un mese in casa per non farsi vedere. Che cosa l’ha scompaginata? Evidentemente il fatto che il suo corpo sia desiderato dall’Altro, e per Lacan il desiderio del corpo è sempre fallico. Ma è ciò che l’anoressica non tollera: “Se l’Altro mi desidera, non sono più niente!” C’è una qualità persecutoria del desiderio dell’Altro nell’anoressia (che però, aggiungo, ritroviamo anche in donne non anoressiche).
Insomma, “la risposta anoressica ci rivela après-coup una fondamentale non accettazione dello stato del proprio corpo come corpo pulsionale e femminile” (p. 149), il che spiegherebbe la prevalenza femminile dell’anoressia mentale e della bulimia. In breve, l’anoressia vera è un rigetto del corpo femminile in quanto fallico ed esposto al desiderio dell’Altro.
Da qui la differenza con l’isteria, quando comporta sintomo anoressico. Molto spesso la pubblicistica denuncia l’ideale della donna magrissima lanciato e sostenuto dalle riviste di moda - cosa che evidentemente fa trapelare una teoria cospiratoria sottostante, paranoide. Ora, la magrezza è un ideale isterico (non quindi dell’anoressica vera) proprio nella misura in cu la magrezza assume per l’isterica valore fallico. Le modelle magre nutrono la fantasia isterica di essere fallica, e del resto incontrano anche il desiderio maschile. Anche nell’isteria si produce un rifiuto del corpo sessuale femminile, ma nel senso che l’isterica rifiuta un corpo assoggettato al dominio dell’Altro (in fondo, l’isteria è sempre una lotta per il potere col maschio). L’isterica quindi può privarsi del godimento del cibo o del sesso nella misura in cui infligge all’Altro una mancanza, ma così si costituisce come causa del desiderio dell’Altro. Insomma, l’isterica usa il proprio corpo magro per farsi desiderare dall’Altro, a cui eventualmente rifiutarsi e quindi “punirlo”. L’anoressica vera invece non ha alcuna intenzione di avere un corpo desiderabile, al matrimonio con il fallo – dice Cosenza – preferisce il matrimonio con la morte. È una fidanzata della morte, senza velo.
 
4.
Resta da spiegare perché l’anoressia vera fiorisca soprattutto nelle società più industrializzate e più ricche. Cosenza evoca qui quella che lui chiama “crisi del Convivio”, ovvero la fine del pasto come rituale familiare che si definiva soprattutto come “mensa del Padre”. Penso in particolare alla preghiera di ringraziamento alla divinità o al semplice segno della croce che un tempo inaugurava i pasti nel mondo cristiano. La crisi della funzione simbolica paterna, il rifiuto dell’Altro e dell’inconscio, la crisi del Convivio paterno appaiono insomma fenomeni tra loro collegati. Alla solennità del Convivio – che era anche il luogo però, va detto, dei litigi familiari, momento di conflitto col Padre – Cosenza contrappone l’oscenità del pasto comune in un’istituzione specializzata in anoressia: qui il pasto perde ogni iscrizione simbolica, e si riduce a meticoloso controllo istituzionale, quantitativo, sul cibo consumato.
E Cosenza:
 
“I tempi, i luoghi, le forme del consumo alimentare stanno subendo un processo di pluralizzazione parcellizzante che produce tra le sue conseguenze l’effetto di ridurre la portata simbolica quotidiana del momento alimentare, di aumentare i tempi di un consumo di cibo solitario, desoggettivato, privo della mediazione della parola dell’altro, orientato sempre più verso le mete della pura nutrizione e del godimento indifferenziato” (p. 27)
 
Cosenza evoca qui quella che chiamerei una secolarizzazione dei pasti, parte di quel processo generale di secolarizzazione che la filosofia soprattutto ha messo in evidenza come specificità del mondo occidentale moderno. Secondo lui la famiglia che chiama post-moderna – in cui fiorisce l’anoressia vera – consiste nel fare Uno del legame familiare, senza l’Altro. E’ come se la famiglia perdesse una divisione che la costituiva. Se ne vorrebbe sapere però di più di questa nuova struttura familiare. Ad esempio, fino a che punto è essa legata all’eguaglianza tra i sessi, ovvero alla fine del primato patriarcale e all’emancipazione della donna-moglie-madre nella famiglia? Ovvero, è l’Altro, insomma l’inconscio, strettamente legato a una società che gerarchizza i ruoli sessuali? Se così fosse, si darebbe acqua al mulino di coloro che criticano la psicoanalisi come concezione troppo legata alla struttura ancora patriarcale della società. Insomma, l’inconscio teorizzato dalla psicoanalisi sarebbe un prodotto tipico di una cultura patriarcale e non ancora secolarizzata?
Per quel che riguarda la bulimia, Cosenza fa appello alla definizione bulimica del capitalismo come economia insaziabile del mancato godimento da parte di Lacan (Radiofonia). Ma questa definizione contrasta comunque con la definizione dell’anoressia vera che lo stesso Cosenza ci propone: di essere invece una forma di godimento orale senza limiti. Emerge un’ambiguità della critica occidentale al capitalismo a cui Cosenza sembra richiamarsi: che da una parte il capitalismo viene stigmatizzato come sistema di desiderio che non giunge mai al dispiegamento del godimento, ma allo stesso tempo sarebbe esaltazione del godimento che vanifica la dimensione desiderante ed erotica in senso lato. Il capitalismo viene attaccato come perpetuazione di desideri sempre insoddisfatti, ma anche come offerta profusa di godimenti che uccidono la dimensione desiderante. E’ singolare che le due critiche opposte spesso si sovrappongano.
Resta comunque un punto irrisolto: che legame preciso c’è tra questo “rifiuto del velo fallico” da una parte e questa “crisi del Convivio paterno” dall’altra? Ovvero, quali nessi profondi legano la particolarità femminile dell’anoressia vera alla particolarità iper-industriale di questa stessa anoressia? In che modo la crisi del simbolico – quella che chiamerei Morte del Padre - anche nei rituali alimentari, colpisce più duramente il sesso femminile?
Cosenza si sofferma anche sul cambiamento di ruolo dell’adolescenza, età in cui sboccia l’anoressia vera. Egli nota che oggi l’adolescenza è sempre meno tempo di crisi, è piuttosto un tempo indefinito che non opera più un taglio, una discontinuità, come avveniva prima. Oggi l’adolescente appare relativamente sereno e adattato al contesto sociale, banalizza la sessualità, che così perde l’aura di enigma ai suoi occhi. Questo non toglie che ci sia comunque dissidio col mondo adulto, solo che questo dissidio non si presenta più come conflitto. La tossicomania, o l’anoressia per le femmine, sarebbe allora il modo post-moderno, non-conflittuale, in cui si articola il dissidio. Non riuscendo il soggetto a sintomatizzare la propria pubertà, la dipendenza da una forma di godimento prenderebbe il posto del sintomo. In effetti, Cosenza dice chiaramente che l’anoressia è il fallimento del processo di sintomatizzazione della pubertà; ovvero, la pubertà dovrebbe essere normalmente nevrotica. In effetti, l’incontro con la pulsione sessuale nella pubertà portava normalmente a una costruzione singolare, insomma a un sintomo (p. 145). Ma se questa sintomatizzazione manca oggi alla maggior parte degli adolescenti, perché allora una parte di essi ‘si risolve’ nella tossicodipendenza o nell’anoressia?
 
5.
Come abbiamo detto, l’interesse teorico maggiore dei disturbi alimentari “veri” è il loro costringere lo psicoanalista a una sorta di revisione degli stessi presupposti della psicoanalisi. Se le NFS ci mettono di fronte all’evidenza di un rifiuto dell’inconscio, esse non pongono un limite netto alla psicoanalisi? Il libro si chiama Il cibo e l’inconscio, ma sembrerebbe che il caso più interessante sia quello in cui il cibo prende il posto dell’inconscio. Il cibo O l’inconscio.
Ovvero, la psicoanalisi non ammette così una certa propria impotenza? In particolare, che cosa un analista può fare con un’anoressica o una bulimica “vere”? Come analizzare pazienti che esautorano l’inconscio? Su questo punto Cosenza non ci dà molti elementi, almeno in questo libro. Cosenza si limita a dire che l’analista deve dire sì al soggetto anoressico vero, incarnando per lei ‘un altro Altro’ rispetto a quello da lei incontrato nella sua vita (p. 105). Operazione comunque ardua, se è vero che l’anoressia è un godimento senza Altro, un godimento del rifiuto dell’Altro. Come innestare l’Altro in una soggettività che si impernia sull’Uno? In linea generale, sembrerebbe che l’analista debba mirare a una nevrotizzazione dell’anoressica, perché è solo in un regime nevrotico di domanda all’Altro che l’analista può operare un trattamento. Bisogna riportare il sintomo alla domanda simbolica (che quindi ci sarebbe, anche se sullo sfondo in fondo), fino a ricondurre il soggetto alla sua incurabilità strutturale (p. 29).
Cosenza nota che l’anoressica tende a mettere l’analista nella posizione di Altro rifiutante. E ci si chiede: un Altro rifiutante che cosa? L’Altro rifiuta il rifiuto di cibo dell’anoressica? O rifiuta in qualche modo l’anoressica stessa? “Nelle forme di anoressia vera – scrive Cosenza – la paziente agisce spesso il rifiuto per poter ritrovare confermata, nella risposta rifiutante dell’Altro, la condizione di godimento di essere lei stessa a incarnare il rifiuto dell’Altro” (p. 108). Si profila qui una dialettica vertiginosa su cui vorremmo sapere di più. In effetti per Cosenza nell’anoressia “al principio era il rifiuto”, intendendo il rifiuto del cibo. Nell’anoressia il rifiuto prende il posto della perdita, che è il nucleo del dramma nevrotico. Ma in che senso è all’inizio l’Altro a rifiutare? Cosenza dice che nell’anoressia c’è un rifiuto dell’Altro (nel senso sia soggettivo che oggettivo del genitivo, suppongo), quindi l’Altro – l’inconscio – è pur presente nella forma del rifiuto. Saremmo tentati di dire che nei disturbi alimentari “veri” il meccanismo del rifiuto prende il posto del classico meccanismo della rimozione. Ma questo comporta un rimodellamento dell’intera teoria della psiche che porterebbe molto lontano.
Sembrerebbe che con le NFS il campo lacaniano viva, nei suoi propri termini, una crisi che decenni fa si era prodotta nella psicoanalisi IPA, quando si scoprirono le sindromi narcisistiche (Kohut, Kernberg…). Anche allora si disse che la teoria freudiana, basata sulle pulsioni e sugli investimenti d’oggetto, andava corretta e modificata, per rendere conto di sindromi dove sembra scollarsi ciò che tiene unito il Self. Quella “crisi narcisistica” che una parte della psicoanalisi visse all’epoca, sembra qui assumere, nel campo lacaniano, la forma di “crisi del godimento”, con le forme non sintomatiche, non interpretabili, di devozione al godimento. In entrambi i casi è il confronto con patologie “nuove”, non previste né analizzate dai padri fondatori della psicoanalisi, a innescare la crisi (che può sfociare in un progresso, un ampiamento).
La teoria lacaniana classica distingueva tre strutture fondamentali della soggettività (al di là quindi del patologico): nevrosi, perversione, psicosi. Personalmente ho tentato di dare consistenza a questa distinzione come distinzione tra tre tipi diversi di distonia.
 
Nevrosi         -          Ego-distonia (“Vorrei, ma non posso”)
 
Perversione  -          Etero-distonia (“Godo dell’altro, ma l’altro non ne gode”)
 
Psicosi                      -          Socio-distonia (“Godo o soffro, ma l’altro non mi capisce”)
 
L’anoressia vera sarebbe una NFS come in genere le forme di dipendenza, qualcosa dell’ordine della bio-distonia. In effetti, ciò che ci preoccupa dell’anoressia non è il suo rifiuto del piacere del cibo (molti mangiano senza trarne alcun piacere), quanto la minaccia sulla sua vita che questo rifiuto comporta. Anche nella tossicomania e nella sessuomania, quel che ci preoccupa è la sfida alla salute e alla stessa vita del soggetto. Quanto alla dipendenza dal gioco, qui è minacciata non tanto la vita biologica del soggetto quanto la sua vita sociale, la sua sopravvivenza economica. Le NFS sono insomma essenzialmente ego-sintoniche, ma in distonia con la vita biologica e sociale. Sembrerebbe inoltre che mentre le nevrosi sono effetto di rimozione, le perversioni di sconfessione o diniego (Verleugnung), le psicosi di pignoramento (forclusion), le NFS siano effetto di rifiuto, un meccanismo ancora tutto da precisare.
(Un ragionamento analogo andrebbe fatto con l’autismo, nella misura in cui esso – come in molti pensiamo – non è da confondere con le psicosi. Anche l’autismo uscirebbe dalla tripartizione classica nevrosi/perversione/psicosi mettendo in atto quella che chiamerei una psiche-distonia. Ovvero, una estraneità al concetto stesso di soggettività, propria e dell’altro.)
 
 
Come si vede, questa recensione pone molte domande al testo e al suo autore. Non sono domande retoriche né critiche, dato che io stesso non ho risposte alle mie domande. È merito anzi del testo, il permettere l’articolazione di domande precise, una problematizzazione del suo oggetto, evitando risposte a buon mercato.
 

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