RECENSIONE di "IL TRADITORE" (Marco Bellocchio, 2019)

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8 maggio, 2020 - 19:49
di: Rossella Valdrè
Anno: 2019
Regista: Marco Bellocchio
Tradire significa uscire dai ranghi.
 Tradire significa uscire dai ranghi e partire verso l’ignoto

 
                                                                       (M. Kundera)
 
 
In un’intervista Bellocchio ha dichiarato che questo film ha rappresentato una novità per lui, nel senso che è il primo film in cui qualche modo non parla di sé, in cui non ha messo se stesso: occorre riconoscere che, forse grazie a quest’alterità rispetto ad un personaggio assolutamente diverso, Bellocchio ci consegna uno scioccante capolavoro. Di questa sua terza, felice stagione creativa (dopo l’esplosivo esordio con “I pugni in tasca”, la dubbia fase “psicoanalitica” e il ritorno ad una nuova poetica cinematografica con “Buongiorno notte”), “Il traditore” è senz’altro il più potente, il più forte, il più vero e al tempo stesso fantastico. Cronaca, cronaca italiana piuttosto nota a tutti, che nelle mani del regista, diventa poesia. Tra le molte che si possono scegliere, in un film lineare come sono i film biografici ma complesso per la continua incursione della fantasia nel reale, le due angolature che mi paiono più psicologicamente, e psicoanaliticamente pregnanti, sono la personalità di Tommaso Buscetta, e il suo rapporto col giudice Falcone.
La lunga storia è nota. Primo e grande ‘pentito’ della storia giudiziaria italiana, con le sue rivelazioni Buscetta permise un colpo mortale storico a Cosa Nostra, cui seguirono centinaia di arresti. Buscetta segna un mondo, un mondo antico e le sue leggi, che cambia: sul finire degli anni ’80, apertura del film, Cosa Nostra è morente, soccombe alla rivalità spietata nello spaccio di eroina di cui Palermo è il centro, con la più crudele, per certi versi, la più spietata e rozza tipologia di mafia nota come clan dei Corneolesi e capeggiata da Totò Riina. Buscetta, uomo illetterato ma intelligente, semplice “soldato”, ossia gradino basso della gerarchia mafiosa ma leader naturale, è il primo a cogliere il segno dei tempi, il tramonto di un’epoca, di una mafia “buona”, che protegge la povera gente come dirà a Falcone, fatta di uomini d’onore come lui e comprende, dopo l’uccisione di quasi tutti i suoi familiari, che “è tempo di parlare”. Avrà ferocemente contro tutti gli appartenenti a Cosa Nostra, a quello che ne restava, tutto il suo mondo fino ad allora; ma, una volta deciso dopo le prime titubanze, Buscetta non torna più indietro e il suo percorso, con cui lo spettatore si identifica e con cui non può non parteggiare, diventa quasi percorso eroico, mitico.
La prima qualità del film, e il suo registro narrativo (che rievoca in parte “Buongiorno notte”), è dato dal mantenere assoluta fedeltà alla Storia e alla cronaca, senza appiattirsi in un pur perfetto film biografico: irruzioni di ricordi e fantasmi che come flash gli tornano alla mente, il perfetto incastro con le musiche che danzano con gli stati d’animo del personaggio o dei personaggi, la stessa presenza scenica del personaggio, col suo corpo massiccio e il viso segnato, che si fa sempre più, nel corso del film, presenza introspettiva, presenza che si guarda dentro mentre assiste al teatro che il maxiprocesso, con le sue mille, folli presenze, mette in atto come tragica e grottesca pièce teatrale.
Si inizia con un uomo ricco, che si gode con la terza moglie e i molti figli i frutti della sua ricchezza a Rio, e si srotola via via una coscienza, il senso di una responsabilità, potremmo dire una paradossale moralità. Buscetta nelle mani di Bellocchio, e nella perfetta mimesi di Pierfrancesco Fasino,  da “soldato” intelligente della “piramide” della sua cupola, diventa progressivamente un uomo. Usando un’esagerazione, ma neanche troppa, si assiste ad una evoluzione che può richiamare quella di un percorso analitico: un soggetto che agisce senza conoscersi finisce per piangere, alla fine del tutto, la morte dei figli che non ha saputo evitare.
Che cosa innesca questa svolta nel personaggio? Non solo i dati di realtà, non solo la prospettiva di salvarsi collaborando con la giustizia: un incontro, quello con Falcone.
A Falcone sono dedicate pochissime scene, eppure l’incontro è centrale per l’uomo Buscetta; è questo incontro, come avviene in un’analisi e come avviene nella vita quando siamo pronti a cambiare e qualcosa, qualcuno ci cambia, a farsi motore di un cambiamento. Qui il secondo snodo psicologico del film: Falcone e Buscetta, uomini teoricamente agli antipodi, un criminale e un giudice, diventano paradossalmente insieme, e solo insieme, i due fautori della rivoluzione: il film lascia intendere che senza la specificità di questo incontro, Falcone come unico uomo di cui Buscetta si fida, la confessione non ci sarebbe stata. Antitetici per scelte di vita, eppure simili: entrambi leali, entrambi assolutamente dignitosi, entrambi consci della responsabilità, entrambi non spaventati dalla morte. Si muore sempre, dice Falcone. Si muore sempre, ripeterà Buscetta in una delle scene finali quando, dopo il suo omicidio nella strage di Capaci, decide di tornare in Italia a confessare l’inconfessabile, i legami di Cosa Nostra con lo Stato e in particolare con Andreotti. Se si muore sempre, tanto vale che sia per qualcosa che conta. Falcone conquista la sua fiducia mettendo in comune le sue sigarette: le ho fumate solo perché il pacchetto era già aperto, dirà Buscetta. Cosa vuol dire, un’ammissione che sembra inutile? Vuol dire che anche lui, tanto quanto il giudice, ha una morale, un’etica da rispettare. Il film avrebbe potuto infatti intitolarsi “Il pentito”, ma sarebbe stato inesatto: Buscetta non si pente mai, capisce che il suo mondo, che la sua vecchia mafia è al tramonto e, amante della vita e della famiaglia, decide di salvarsi, ma non è pentito nel senso comune della parola. È invece un traditore, in effetti, agli occhi di tutti. Il titolo designa quindi il punto di vista del gruppo da cui si affranca, lui il più intelligente, lui il più carismatico, lui che ha saputo cambiare. Tradire, a volte, è necessario. Tradire ci smarca da vecchie, malate appartenenze, ci pone a una svolta, è riconferma di un’identità che non si riconosce più in un gruppo; non è un tradire vile, il suo, né opportunistico, ma coraggioso. La peculiarità, infatti, del Buscetta di Bellocchio sta nel fatto che non è per gli ovvi motivi di salvarsi e essere protetto che Buscetta confessa; non solo per quelli. Si avverte, progressivamente, una spinta interna, quasi un’urgenza paradossalmente morale, che nutre la progressiva presa di coscienza, una spinta che lo assimila all’unico altro uomo che avverte la moralità quanto la avverte lui, Falcone. E’ questa spinta, questa sorta di pulsione alla verità in entrambi i personaggi, che li rende affascinanti e diversi da tutti gli altri, perfettamente disegnati nella coralità del film.
Se non proprio epico, certamente poetico è il Buscetta di Bellocchio: un uomo nato nella povertà, con un destino segnato, che riesce ad incidere su quel destino sollecitato dal comprendere lo spirito del tempo e grazie ad un incontro ‘mutativo’, l’incontro con un simile nella differenza, con cui “gli piace parlare, discutere, anche litigare….mi piaceva la sua testa”, dirà in un’intervista.
Il film percorre tutta la parabola del personaggio fino alla fine, seguendo parallelamente i fatti storici e il destino di quelli che ha denunciato, mantenendo una tensione continua quasi come in un giallo. Eppure non si aspetta nessun colpevole: è la tensione che deriva sia dalla potenza scenica, sia dal contatto empatico che si stabilisce con la mente di un uomo di cui percepiamo, nelle pieghe, tutta la sofferenza, la dignità, la confusione, il rimorso, il rimpianto di non aver avuto un destino diverso (mi spiace non avere cultura, dirà all’atto finale del processo). Comprendiamo infine, nei pochi istanti finali in cui “si confrontano”, l’assoluta differenza con Totò Riina: Buscetta è molto più simile a Falcone che al suo rivale Riina. A differenziarli non è solo l’appartenenza a due clan diversi, l’uno più ‘storico’, l’altro più spietato, ma una precisa psicologia nel rapporto col principio di piacere: Riina ne è totalmente privo, non si godette niente della fortuna accumulata, mente a Buscetta, fino ad un certo punto, piaceva vivere.
Attorniati dalla moltitudine, e costantemente in pericolo, Buscetta e Falcone sono due uomini soli. Il film rimanda perfettamente, nel canto brasiliano sulla “soledad”, il senso profondo di una solitudine irriducibile, insanabile. Soli nella Storia, ma autenticamente insieme nel loro incontro.
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