La trasmissione nelle generazioni

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Nota editoriale de La Psicoanalisi, 42, 2007

Diamo come titolo a questo numero della rivista: la trasmissione nelle generazioni. Vi si trovano due modalità di trasmissione: una che riguarda quella che si realizza nelle generazioni così com’è vissuta nella nostra società attuale, un’altra che riguarda quella particolare trasmissione che produce delle generazioni di tutt’altro ordine e che avviene nell’ambito prettamente analitico.

Nel primo caso il veicolo di trasmissione è la famiglia, nonostante tutte le varianti che la nostra società ipermoderna comporta. Nel secondo caso il veicolo di trasmissione è da reperire all’interno delle Società o, come le chiamiamo noi, allievi di Lacan, Scuole di psicoanalisi.

In verità i due temi trattati – la trasmissione nella famiglia e la trasmissione nella psicoanalisi – si trovano riuniti in questo numero per una fortunosa contingenza: da un lato, lo spunto fornito dal convegno annuale della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi sul tema delle famiglie ipermoderne e di cui abbiamo riportato se non tutti almeno alcuni degli interventi e, dall’altro, la nomina di tre colleghi al titolo di AE, Analyste de l’Ecole, Analista della Scuola, il titolo più elevato e più ambito nelle Scuole dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi, e che si ottiene sottoponendosi a quel dispositivo inventato da Lacan con il nome di passe. Quando uno dei cartelli preposti alla passe dichiara AE un passant, costui, per tre anni, ha il compito di trasmettere alla Scuola quegli elementi clinici e teorici che la propria esperienza analitica gli ha insegnato. Prima di svilupparla dal punto di vista più strettamente epistemico, la sua testimonianza inizia sempre con la parte clinica: il nuovo AE parla di se stesso come di un caso clinico. Egli parla del proprio percorso, ne sottolinea le svolte, ne puntualizza quegli interventi che permettono di comprendere in che modo la parola ha avuto una qualche efficacia sul sintomo e infine in che modo la cura si conclude logicamente. In questo numero vengono riportate la testimonianza clinica di due AE con il commento di Eric Laurent, Delegato generale dell’AMP. La testimonianza della terza persona nominata AE sarà pubblicata successivamente, dopo l’intervento che farà al prossimo congresso che si terrà in aprile a Buenos Aires.

La passe non è l’analisi. “La passe - dice Lacan nell’intervento riportato qui di seguito - consente a qualcuno che pensa di poter essere analista, a qualcuno che vi si autorizzi da sé e che stia per farlo, di comunicare che cosa lo abbia spinto a decidersi e a impegnarsi in un discorso di cui non è affatto facile, io credo, farsi il supporto”.

L’intento di Lacan era quello di vedere in che modo fosse possibile rendere trasmissibile il succo di un’esperienza che prende inizio dal particolare del sintomo soggettivato e si conclude nel reperimento, tramite il funzionamento della catena significante inconscia nella clinica sotto transfert, di quel qualcosa che è, per un soggetto, a lui proprio, a lui tipico, a lui singolare. Come può questo singolare, nucleo estratto dal particolare del sintomo di un soggetto, diventare un elemento di un sapere trasmissibile e quindi valido per tutti? Ecco la scommessa di Lacan sulla trasmissione della psicoanalisi: si tratta di una trasmissione di sapere ma che non è valutabile secondo i criteri della cosiddetta valutazione scientifica poiché, mentre quest’ultima si basa sulla quantità statistica, l’altra si basa sulla qualità dell’uno per uno.

Il meccanismo che permette la trasmissione nel campo analitico non dev’essere quindi ricercato nel meccanismo tramite cui avviene la trasmissione generazionale nell’ambito della famiglia.

Nella famiglia, ma anche genericamente nel sociale, la trasmissione tra le generazioni avviene tramite identificazioni. Sono le identificazioni che trasmettono di generazione in generazione delle insegne, dei tratti, dei dettagli, delle lettere, degli elementi che sono dell’ordine simbolico, quindi significanti. Ma perché questi significanti vengono consciamente o inconsciamente ripresi, oppure - non dimentichiamolo – rifiutati essi devono essere supposti veicolare qualcosa del godimento: è il godimento supposto veicolato dal significante a determinare l’accettazione o il rifiuto. Il significante è come un involucro. Ma ciò che gli dà valore è il godimento, vero o supposto, ma sempre comunque reale, che contiene e viene trasmesso. È questo il segreto di ogni scena traumatica. È questa la trama di ogni romanzo familiare. È questo il motivo di tante scelte di vita, nel campo dell’amore o del lavoro. Amore e lavoro, non a caso ambiti privilegiati, come Freud ricorda, di quel simbolico che s’impone e si ripete con il suo nucleo di godimento e che chiamiamo sintomo.

Si potrebbe credere che anche nel caso della psicoanalisi la trasmissione avvenga tramite identificazioni. Non è così. Non si diventa analisti né con il beneplacito del proprio analista né identificandosi con i suoi tratti – cosa stupida ma corrente – oppure, istericamente, con l’oggetto del suo desiderio oppure del proprio. Non si diventa analisti neppure per cooptazione dei propri simili, dei propri pari o dei propri padri e padrini – cosa corrente ma analiticamente scorretta. Si diventa invece analisti solo tramite l’elaborazione di quel nucleo di godimento che il proprio sintomo celava e svelava insieme e che Lacan chiama oggetto a ovvero, facendo il verso a Marx, plusgodere. Solo nell’elaborazione della propria analisi il soggetto riesce – a volte sudando sette camicie, com’egli ricorda – a tenere e a isolare questo nodo del sintomo.

Sia nel caso della trasmissione familiale sia nel caso della trasmissione analitica in gioco è quindi questo nucleo di godimento. Però, almeno con una differenza. Mentre nel caso della trasmissione familiale è l’Altro – l’altro genitoriale ovvero l’altro della serie delle identificazioni – a iscrivere nella storia del soggetto quei significanti veicolo di godimento di cui egli è l’effetto, nel caso invece della trasmissione analitica l’Altro – in questo caso l’analista – non iscrive nessuna storia ma permette che dalla storia del soggetto che si schiude come un fiore giapponese vengano messe in luce quelle trame della struttura inconscia di cui il soggetto è puro e semplice effetto. Lui, l’analista, non sta lì nella cura a fare né la madre né il padre né la zia né il nonno poiché il suo compito non è quello di aggiungere qualche elemento significante in più: la sua funzione è invece quella di far sì che si sveli il segreto iscritto in quei significanti che già fin dall’infanzia hanno morso la carne del soggetto e l’hanno mutata in carne che soffre. O meglio, per essere più esatti con la struttura dell’inconscio, in corpo che si gode.

Insomma, mentre il desiderio dell’Altro genitore serve a costruire l’impalcatura del soggetto, il desiderio dell’analista serve invece a decostruire questa impalcatura per arrivare al suo osso: l’osso del godimento.

La copertina del numero è del fotografo Roberto Graziano con la sua bella foto dal titolo Franelatango.

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