Apertura della Sezione clinica di Parigi

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Nota editoriale de La Psicoanalisi, n. 55, 2014

La pubblicazione della traduzione in italiano del volume Altri scritti di Lacan ha fornito l’occasione per una proficua giornata di studio all’Istituto freudiano di Roma. I diversi autori hanno elaborato il proprio intervento prendendo spunto da una frase più o meno breve, che essi stessi hanno estrapolato da uno dei quarantaquattro testi contenuti nel volume. Interventi che potrete leggere in questo numero de La Psicoanalisi.
È tuttavia soprattutto sul testo di Lacan pubblicato in apertura – testo finora inedito in italiano - che vorremmo portare l’attenzione del lettore: si tratta dell’intervento che Lacan fece il 5 gennaio 1977 come Apertura della Sezione clinica di Parigi.
La Sezione clinica di Parigi è stata per lungo tempo l’unica e poi la capostipite di una lunga serie di Sezioni cliniche che sono state aperte nel Campo freudiano, tutte poste sotto l’egida dell’Università popolare Jacques Lacan diretta da Jacques-Alain Miller. Ricorderemo che le prime Sezioni cliniche a essere state fondate, e contemporaneamente, sono quelle di Bruxelles, di Barcellona e di Roma - ripresa, quest’ultima, nell’Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza, istituto abilitato dallo Stato italiano dal 1993 alla formazione all’attività psicoterapeutica, in quanto applicazione della psicoanalisi freudiana nel suo orientamento datole da Lacan. Il compito di ogni Sezione clinica è infatti quello di trasmettere e sviluppare nella pratica clinica il sapere che proviene dall’esperienza psicoanalitica.
Lacan situa la formazione dei suoi allievi su due assi: il primo concerne il ‘divenire’ psicoanalista, il secondo riguarda il ‘sapere’ dello psicoanalista. La formazione che concerne il ‘divenire’ psicoanalista avviene necessariamente secondo il modello di una psicoanalisi freudiana. Lacan ne ha affidato il compito a quell’insieme di analisti che ha chiamato Ecole, Scuola, per sottolineare il valore precipuo di formazione: un analista è sempre un analizzante in formazione. In Italia questo compito è svolto dalla Scuola lacaniana di psicoanalisi, che fa parte dell’Associazione mondiale di psicoanalisi.
La formazione che concerne il ‘sapere’ che lo psicoanalista deve acquisire è invece compito specifico della Sezione clinica.
Due anni prima la presente Apertura, ossia nel 1975, Lacan aveva già dato un testo programmatico, che era servito da ouverture al primo numero di Ornicar?, rivista dello Champ freudien. Sotto il titolo, dato dalla redazione, Forse a Vincennes…, c’era l’indicazione “Proposta di Lacan”. Scriveva Lacan: “Forse a Vincennes si aggregheranno gli insegnamenti in merito ai quali Freud ha formulato che l’analista debba trarne appoggio, per dare ulteriore supporto a ciò che ha tratto dalla propria analisi: cioè per sapere non tanto a che cosa questa è servita, ma di che cosa si è servita”. E in questa occasione egli pone, nel novero degli insegnamenti indispensabili, la linguistica, la logica, la topologia e l’antifilosofia.
Nell’Apertura della Sezione clinica che qui presentiamo Lacan non riproprone una lista di saperi con cui lo psicoanalista deve cimentarsi, ma mette in luce la tessitura che si articola tra la clinica psicoanalitica, i diversi saperi e, finalmente, il sapere dell’inconscio. Alcune affermazioni lasceranno il lettore sbalordito, come quella in cui afferma: “L’inconscio […] non è di Freud, devo dirlo, è di Lacan. Ciò non impedisce che il campo sia freudiano”. Oppure la seguente: “Non sono molto incline stasera a dire che quando si fa psicoanalisi, sappiamo dove andiamo. La psicoanalisi, come tutte le altre attività umane, incontestabilmente partecipa dell’abuso. Si fa come se si sapesse qualcosa. Non è tuttavia sicuro che l’ipotesi dell’inconscio abbia più peso dell’esistenza del linguaggio”.
Finalmente, Lacan propone che il compito della Sezione clinica – di ogni Sezione clinica – sia quello di mettere in questione il sapere dello psicoanalista, vale a dire “sia un modo di interrogare lo psicoanalista, di spingerlo a dichiarare le sue ragioni”. Formulazione che metterei in parallelo con quanto Lacan considera il compito che ha lo psicoanalista nella direzione della cura. Già negli anni ’60 egli scriveva: “Dobbiamo penare per far capire, in un ambiente infatuato del più incredibile illogismo, che cosa comporti interrogare l’inconscio come facciamo noi, cioè fino al punto in cui esso dia una risposta non dell’ordine del rapimento o dell’atterrimento, ma una risposta in cui ‘dica perché’. Se noi conduciamo il soggetto da qualche parte, è appunto a una decifrazione che suppone già nell’inconscio questa sorta di logica: in cui si riconosce, per esempio, una voce interrogativa, oppure il procedere di un’argomentazione”.

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