Si puo’ fare… di Giulio Manfredonia, Italia, 2008

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2 ottobre, 2012 - 17:27

POLit 2008

‘Si puo’ fare’ e’ un piccolo film insolito nel panorama italiano.

Insolito perche’, nonostante la Legge 180 sia una delle poche riforme che il nostro Paese possa a ragione vantare (e di cui possa vantare l’assoluta originilita’ e primogenitura), la cinematografia se ne e’ occupata piuttosto poco, e sempre marginalmente.

Il clima della riforma rientra nello sfondo storico-sociale ben rapprentato da Giordana ne La meglio gioventu’, tanto per citare un esempio recente e noto, cosi’ come fa da elemento collaterale in diverse pellicole italiane, ma raramente il tema ha assunto dignita’ contenutistica a se’ stante. Ancora meno, il cinema si e’ occupato di raccontaregli esiti, gli effetti e le conseguenze della riforma psichiatrica sia sui pazienti stessi, prima di tutto, ma anche sull’ambiente sociale e sull’immaginario collettivo del Paese.

Questo piccolo tenero film, parla appunto di questo: il resinserimento lavorativo degli ex degenti degli Ospedali Psichiatrici ad opera delle cooperative sociali (in gergo tecnico: cooperative di tipo B), iniziato nei primi anni ’80, dopo la chiusura avvenuta nel ’78, e proseguito fino ad oggi.

L’argomento non avrebbe riscosso il successo e la buona accoglienza che il film ha ricevuto, credo, se non fosse stato maneggiato con la delicatezza con cui la regia di Giulio Manfredonia e l’interpretazione di Bisio lo trattano e lo sviluppano.

Pur non riuscendo ad evitare una certa ingenuita’ alla Franz Capra ed una leggera caricaturizzazione dei personaggi (ricaduta sempre presente, in questi casi), tuttavia Si puo’ fare e’ nel complesso un film godibile, commovente senza eccessi di sdolcinature, sufficientemente onesto e sincero, spassionatamente dalla parte dei nostri simpatici e strampalati pazienti. L’ottimismo che lo percorre non e’ quello della maniacalita’ (e’ tutto possibile), ma quello dell’intelligenza della volonta’ quale motore delle possibilta’ (si puo’ fare, we can).

Siamo a Milano, 1983. Nello e’ un sindacalista in crisi che viene mandato a dirigere una cooperativa di pazienti psichiatrici, ricoverati in ospedale e che, stancamente, appiccicano francobolli sulle buste per conto del Comune. Nello non sa niente di psichiatria, non sa chi sia Basaglia ne’ che, 5 anni prima, la legge che portera’ per sempre il suo nome ha chiuso definitivamente un’epoca, quella manicomialista. Nello e’ un comunista problematico che crede nella cooperazione, si dedica appassionatemente a quello che fa e vive con una fidanzata di cui e’ innamorato, ma con la quale non e’ sempre facile comprendersi. La crisi della sinistra e’ assolutamente sullo sfondo; la vicenda e’ tutta umana e si gioca fra i personaggi.

E’ proprio l’ignoranza di Lello la sua carta vincente. I pazienti, per lui, sono persone: un po’ goffe, in difficolta’, ciascuno coi suoi tic e le sue modalita’ bizzarre di espressione, ma essenzialmente persone che devono lavorare in una cooperativa. Percio’, essi sono per lui dei soci.

L’immissione di questo termine, socio, nell’universo piatto e stereotipo del reparto, con i suoi carrelli di farmaci e i cliché’ di medici e infermieri, cambia improvvisamente la percezione di se’ che ciascuno ha.


POLit 2008

Inizia l’esaltante avventura, per Nello e per gli ex degenti oggi divenuti lavoratori, della responsabilita’. Non piu’ soggetto passivo destinato a ricevere (cure, assistenza, intrusioni), ogni paziente diventa il signor Fabio, il signor Luca, ognuno ha un ruolo e contribuisce al successo della cooperativa, ne divide gli onori (uno stipendio vero e non una paghetta) e gli oneri (rispettare gli orari e le consegne). I pazienti diventano portatori di una soggettivita’ propria, unica, ineludibile.

Il principio di responsabilita’, in una sorta di processo a cascata virtuoso, libera altri desideri, anzi il Desiderio: quello sessuale, che poi diventa di amare ed essere amati, di essere riconosciuti dall’Altro. Di essere meno sedati, di possedere una propria casa, di potervi ricevere gli amici, di farsi chiamare per nome e non con infantilizzanti dimunitivi, di ribellarsi ai genitori, di pretendere di piu’ da se stessi. L’avventura e’ davvero esaltante, come lo e’ per tutti noi quando diventiamo padroni del nostro essere nel mondo (se riusciamo in questo compito tutt’altro che indolore), ma non senza vittime, effetti collaterali, delusioni. Uno dei pazienti, non reggendo ad una frustrazione sentimentale, si suicidera’.

Conosco bene questa materia. Nel 1998 ho avuto il privilegio di dirigere, per due anni, una struttura residenziale destinata agli ultimi pazienti che ancora risiedevano negli Ospedali Psichiatrici, quel residuo manicomiale, come lo si definiva, che il decreto Bindi volle smantellare definitivamente. Gli Ospedali Psichiatrici dal ’78 non ricoveravano piu’ alcun paziente, ma si calcolava che qualche centinaio, tra anziani, disabili e ‘molto gravi’, erano rimasti li’ in quanto del tutto privi di parenti, o troppo gravi per trovare altra collocazione, o per altre ragioni ancora. Dunque, nel ’98 per alcuni professionisti della salute mentale in Italia, si e’ potuta ripercorrere, in piccolo, quella straordinaria esperienza. Percio’ la definisco un privilegio.

Il film coglie quella che fu anche la nostra intuizione, e la fortuna del progetto: essere ignoranti. Come Nello, non sapevamo quasi niente degli Ospedali Psichiatrici, eravamo relativamente giovani e venivamo da una psichiatria, diciamo cosi’, gia’ liberata.

Trovarsi bionianamente in una posizione senza memoria e senza desiderio, senza ricordi e con poche aspettative, non solo per lo psicoanalista in seduta, ma anche per l’educatore e l’operatore psichiatrico a vario titolo, e’ una posizione difficile, ma di assoluto privilegio. A differenza del direttore del reparto, ingombrato dalla memoria, Nello non conosceva prima la storia e la diagnosi di nessuno di loro, non ha il desiderio di guarirli (in quanto non ha ben chiaro il concetto di ‘sono malati’), ha solo in mente di far funzionare la cooperativa, ottenere appalti e ricavarne soddisfazione e benessere.


POLit 2008

Poiche’ il manicomio e’ un tipo di residenza che tende a riprodursi in psichiatria, non basta abbattere i muri. L’atmosfera manicomialista, ossia quell’assenza di curiosita’ e di speranza con cui si guarda al paziente psicotico col passare del tempo (e con cui egli stesso si guarda), facilmente si ricrea anche in una moderna comunita’, in una cooperativa, in una famiglia, persino in un rapporto paziente-terapeuta. Per tali ragioni, io sono fra coloro che pensano che sia utile far ruotare gli operatori nelle strutture residenziali, immettere personale nuovo, di volta in volta ignorante che, anche a rischio di qualche ingenuita’, sia costretto a scoprire il mondo personale dei pazienti e le loro risorse come se fossero sempre, ogni volta, degli sconosciuti di cui non si sa nulla e su cui non si hanno troppe aspettative. Quando questo e’ possibile, in alcune fortunate esperienze come fu la nostra alla Comunita’ Skipper, operatori e pazienti riescono davvero a fare un’esperienza unica, vitale, di reciproca creativa scoperta. Purtroppo, non e’ sempre cosi’, e forse non e’ destinato a durare per molto.

La qualita’ innovativa che Nello riesce, quasi incosapevolmente, ad attivare, e’ quella qualita’ che Antonino Ferro definisce come "qualita’ negativa dinon persecuzionenon intrusionenon decodificazione" che consente la "trasformazione dal clima di terrore ed incubo, al clima familiare domestico e di gusto per la ricerca"(Nella stanza d’analisi, 2006). La capacita’ negativa, forse aldila’ delle intenzioni del regista, si pone qui come una delle capacita’ essenziali all’agire psicoterapico, sia in campo analitico che nel reinserimento alla vita (non solo al lavoro. o meglio al lavoro in quanto identitario) di persone reduci da un’istituzione totalizzante.

A 30 anni dalla Legge 180, e a 10 anni dal definitivo superamento degli Ospedali Psichiatrici, ecco un piccolo film italiano che oscilla con intelligenza tra la favola hollywoodiana e la commedia di genere, e puo’ sensibilizzare un pubblico di non addetti ai lavori alla grande rivoluzione silenziosa che la legge ha consentito, e che periodici tentativi di revisione e smantellamento tentano di rimettere in discussione anche oggi. Occorre sempre vigilare, da parte nostra.

Se c’e’ una cosa che fa bene agli esseri umani, a tutti gli esseri umani, che e’ davvero terapeutica, e’ la responsabilita’ di se stessi. Cosi’ racconta la vicenda di Nello e dei suoi simpatici nuovi soci: prendersi in mano come soggetti ed autodeterminarsi, sapendo che non saranno tutte rose e fiori, che forse qualcuno non ce la fara’, come dice alla fine il direttore, ma che vale comunque la pena. Gli errori di Nello, forse identificati con i limiti della stessa visione basagliana, ne escono perdonati dal film, sono gli errori inevitabili della forza del cambiamento, del narcisismo di leader buoni ossessionati dai loro progetti, su cui devono mantenere saldamente ferma la speranza.

Si puo’ fare. We can.

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