CUORE DI TENEBRA
Viaggio al termine della psichiatria
di Gilberto Di Petta

SENTINELLA, QUANTO RESTA DELLA NOTTE? (Isaia: 21,11)

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30 marzo, 2020 - 05:55
di Gilberto Di Petta
“Forse tutto è così,
crediamo che attorno ci siano creature simili a noi e invece non c’è che gelo,
pietre che parlano una lingua straniera,
stiamo per salutare l’amico ma il braccio ricade inerte,
il sorriso si spegne,
perché ci accorgiamo di essere completamente soli”.
Dino Buzzati
 
 
“Va, e dì agli Spartani, o viandante, che qui noi giaciamo, obbedienti alle loro leggi”
Simonide
 
“Mancò la fortuna, non il valore”
El Alamein
 
Tutto tace. La notte buia stende il suo velo pietoso su tutta la spianata (la schiana) dove sorge questo ospedale. Hanno ampliato la morgue. Le bare, adesso, giacciono accatastate, le une accanto alle altre, in completa solitudine. Penso al feretro di mio zio, unico fratello di mio padre, vittima di questa epidemia, che giace tra gli altri nella camera ardente cimitero del paese natio. Senza un rito, senza un saluto, famiglia quarantenata. Penso a mio padre, chiuso in casa da un mese, che non ho potuto abbracciare. Perché io, il figlio, che lavora in ospedale, sono diventato potenzialmente un pericolo per lui. Enea che non può più portare Anchise sulle spalle. Siamo diventati tutti clandestini dell’esistenza, viaggiamo con una carta in tasca come passaporto. Perché il mondo esterno è un paese straniero, dove non siamo più accreditati a camminare. Il vento stanotte spazza l’aria come se volesse tornare l’inverno. Le fronde dei pini, quasi come salici piangenti, si piegano a terra. La natura, forse, sanifica l’aria infestata dal maledetto morbo invisibile. La primavera, sbocciata nei giorni scorsi, ha avuto invece un completo arresto. Le gemme gelano sui rami. Nessuno in giro. Neanche le ombre. Tacciono, anche, per incanto, le sirene delle ambulanze che scandiscono i minuti della giornata. Tace il martello pneumatico degli operai che stanno allestendo un grande reparto COVID al piano di sopra di questo SPDC. Il PS non COVID, quello per i pazienti comuni, e dunque anche per i nostri in fase acuta, è ristretto ormai a due stanzette. Tutta l’ala dei codici rosso giallo e verde è interdetta, dedicata al percorso dei COVID che arrivano alla spicciolata, inguainati in sarcofaghi di plastica trasparente, condotti da monatti sopravvissuti al contagio. E’ morto, per collasso respiratorio improvviso, anche l’autista, giovane, di una delle nostre ambulanze. Era sempre pronto a dare una mano a tutti. Come sono abituati a fare tutti, senza essere eroi, per mandare avanti la carretta. Questa notte di guardia, che io stesso non so più quando è cominciata, sembra tuttavia non finire mai. Ci muoviano, di giorno, per i reparti dell’ospedale, bardati come antichi tuareg del deserto, di noi e dei pazienti si percepiscono solo gli occhi.  La mimica facciale è perduta. Non mi ero mai concentrato, come ora, tanto sullo sguardo. E parole, tra noi e i pazienti, arrivano velate, la voce contraffatta da bavagli di varia foggia. Ci si tiene, l’uno dall’altro, alla distanza repulsiva dei magneti, quando sono girati per opposizione di campo, l’uno contro l’altro. La paranoia dell’untore e la fobia di contaminazione sono diventate, da dimensioni psicopatologiche,  dispositivi di sopravvivenza incoraggiati dai media, prescritti dal governo, mezzi interni e assetti comportamentali di protezione individuale. L’altro è un nemico a prescindere, anche se l’altro è il proprio figlio. I nostri colleghi affetti da patologie croniche sono stati posti in congedo cautelativo. A noi ancora “sani” tocca serrare i ranghi, vivendo, ogni giorno, come se fosse l’ultimo. I caduti accorciano la lista dell’appello. Stanotte Lorenzo, in reparto, si lamenta in continuazione. Ha un’angoscia incontenibile. Mi chiama da dietro il vetro. Sbatte pugni contro la porta. Non ci sono farmaci che tengano. Le angosce “ordinarie” dei nostri pazienti, di per sé straordinari, ma oggi diventati improvvisamente “ordinari”, si impregnano probabilmente anche di questa potente e diffusa angoscia collettiva, e trovano, purtroppo, noialtri meno disposti all’ascolto, così travolti dall’emergenza, che è diventata quotidiana, così stanchi, confusi da ordini, contrordini e da mancanza di ordini. Non so se stiamo vivendo una Caporetto o un 8 settembre. In Medicina, invece, mi hanno chiamato poco fa per una signora appena ricoverata, completamente dissociata. Il quadro clinico di presentazione è così desueto che i colleghi internisti, dopo due TAC negative, aspettano RMN encefalica. Il sospetto da escludere, secondo loro, è una encefalite da COVID. Potrebbe, invece, essere proprio lei, che si chiama Anna, una delle prime pazienti “postraumatiche” di questa apocalisse che non arriva, ma che è continuamente annunciata. Speriamo che il suo caso sia solo una rondine che non faccia primavera. Sembra, al colloquio, quei soldati descritti nei vecchi lavori degli psichiatri militari con la diagnosi di “nevrosi di guerra” o “schizofrenia dei tre giorni”. Anna non ricorda nulla, neanche quanti figli ha, e come si chiamano, risponde di traverso, non sa dove sta e che giorno e che mese è. Non è dialogica, presenta disturbi formali del pensiero. Come tangenzialità, ripetizioni, agglutinazioni e condensazioni espressive. Ha un’ aria assai smarrita, con l’accenno ad un sorriso fatuo, tipica della “belle indifference” descritta nei casi di grande hysterie da Janet, Charcot, Freud e Breurer. Fino a qualche giorno fa Anna, diplomata in ragioneria, era un valido elemento della polizia municipale, mascherina, paletta e pistola, schierata in strada in turni massacranti, con due genitori a casa ultranovantenni, più la sua famiglia a casa, con figli minori Mentre tornavo in reparto dalla consulenza, notavo che tutto l’ospedale è diventato un immenso cantiere a cielo aperto. Si stanno scavando “trincee” dappertutto. Si attende il “picco”, la grande offensiva virale, la marea montante dell’epidemia. Intanto scarseggiano, già ora, tamponi e reattivi, per tacere dei dispositivi di protezione, dei respiratori. Sembriamo, visti dall’alto, quei fantaccini francesi aggrappati all’illusione della inviolabile linea Maginot, in attesa spasmodica  della grande offensiva tedesca. La Maginot fu costruita dal 1930 al 1937, come una linea difensiva lunga 400 chilometri di confine col Belgio, in parte sotterranea, con postazioni di fuoco statico, camminamenti, torrette, trincee. Doveva rappresentare uno sbarramento protettivo assoluto. Fu travolta, purtroppo, dalle Panzerdivisionen tedesche, come se fosse di burro, nel maggio 1940. Così sento può accadere a noi. Questo ospedale, allora, come la fortezza Bastiani di Buzzati, attende il Godot di Brecht, attende, nel deserto che ormai ci circonda, l’arrivo dei Tartari. Cioè attendiamo di giorno in giorno, quando già siamo in crisi per l’afflusso continuo di pazienti, la grande marea montante dell’epidemia e io mi sento, chiuso stanotte nella mia solitudine di sentinella che veglia,  come il tenente Drogo, il quale scruta, dal suo spalto, il deserto nell’attesa dei Tartari. Ho fatto un sogno, ieri notte, nella mia unica ora di sonno, quasi una memoria rimossa delle traduzioni dal greco al liceo: i giavellotti dei lancieri persiani che coprivano la volta celeste, una nube di speroni mortali che oscurava gli occhi ardenti del sole Helios. Le lance, sul profilo dell’orizzonte, apparivano come una linea di mare scuro. Nessuno di noi è Leonida, nessuno di noi è i trecento opliti, e non ci sono le Termopili. Nessuno di noi vuole finirla qui. Non siamo mai stati, come adesso, tanto attaccati alla vita, direbbe Ungaretti, il poeta soldato del Carso. Stanno arrivando, tra l’altro, chiamate assurde dei sindaci di vari comuni, per nostri pazienti che non rispettano la chiusura nei palazzi quarantenati, e pretendono che noi li ricoveriamo in TSO anche se non presentano segni franchi di scompenso psicotico, solo perché vanno camminando. Pretendono che noi li “chiudiamo”, li “togliamo dalla circolazione”, come se avessimo, per incanto, di nuovo i manicomi. Le nostre strutture intermedie sono chiuse. Le comunità sono chiuse. Come si fa a tenere “a tutti i costi”, in ottemperanza di una quarantena, un paziente psicotico in casa? E’ come se i nostri psicotici si dividessero in due categorie, ci sono gli eremiti e i nomadi. Gli eremiti stanno, in genere, da sempre, seppelliti nei tuguri delle loro stanze, chiusi dentro con le cuffiette nelle orecchie, con le persiane calate, il letto sempre sfatto, l’aria viziata, i portacenere stracolmi di cicche. Questi  sono i negativi, e poi, invece, ci sono i nomadi, i produttivi, quelli che parlano da soli, che camminano sempre senza meta, che elemosinano una sigaretta a chiunque incontrano, nelle ore più strane, come la mattina presto o il pomeriggio.  Quanto può durare tutto questo? Fino a quando ce la faremo a reggere? Che faremo fronte al cedimento dell’assistenza ai nostri malati? Il mondo, preso dalla propria sopravvivenza, è diventato ancora più espulsivo nei confronti dei nostri pazienti che, guarda un po’, non stanno alle regole. Quelli chiusi nelle loro stanze, gli eremiti, adesso rischiano di essere contagiati dai familiari che, comunque, escono; quelli nomadi si vanno a prendere il virus per strada e rischiano di diventare untori, esposti anche al linciaggio della popolazione esasperata. Chi si sta preoccupando, in questo momento,  per loro? Rischiamo un eccesso di TSO impropri, di sicurezza. A parte che non sapremmo neanche dove metterli, vista la risicatezza dei posti. Stamane è arrivato in PS un ragazzo, già ricoverato da noi un anno fa, dimesso con terapia LAI non più ripetuta, che, dopo aver effettuato ieri il tampone del nostro PS per febbre e addensamento polmonare basale, e dopo essere stato rimandato a casa in attesa di esito tampone, è andato in agitazione. E’ andato in agitazione perchè la famiglia non lo ha fatto rientrare in casa, per paura del contagio. Ha passato la notte in macchina fino a quando la gente della zona non ha chiamato i carabinieri e il 118. Intervenuta la salute mentale, è stato proposto e convalidato un TSO. Giunto al nostro PS siamo stati chiamati perché volevano che il paziente aspettasse il risultato del tampone in “isolamento” nel nostro reparto, dove, allo stato, non abbiamo alcuna possibilità di “isolamento”. Dopo questo episodio critico abbiamo ricevuto disposizione dalla Direzione di creare un’aria di isolamento COVID psichiatrico in SPDC. Gli infermieri sono terrorizzati. Non so come ne usciremo. Ho dedicato la mia vita allo studio e alla comprensione e, quando possibile, alla cura della follia, mi sento inerme di fronte  microscopici topi che mangiano gli alveoli polmonari degli esseri umani. Neanche io so se ce la farò. Dopo aver saltato alcune sedute, in ottemperanza ai veti governativi, ho raccolto la proposta della mia analista di utilizzare lo spazio della seduta a telefono. Mi sembrava un assurdo, sulle prime. Poi ne ho sentito acuto il bisogno. All’orario convenuto, mi sono disteso sul letto di casa ed ho spento la luce della lampada. Devo dire chè è stata un cosa molto bella. E’ stato piacevole risentirci. Ho sentito di esistere per lei, l’ho sentita preoccupata per me. Avevo bisogno anche del suo taglio incisivo sulla risalita di alcuni aspetti di me che ritenevo superati, ma che mi aspettavano come coccodrilli del Nilo, acquattati nel fango della riva. Con questa emergenza, io come gli altri, ho perso tutto. Mi è rimasto solo questo turnare in reparto, sperando che ogni giorno non sia l’ultimo, trovando nella mia équipe i migliori compagni di questo che potrebbe essere il nostro ultimo viaggio, condividendo un boccone insieme allo smonto, un caffè tra una crisi e l’altra. L’ultimo gruppo, in carcere, non ce l’ho fatta a condurlo, ho voluto essere un paziente come le altre, lo ha condotto Arianna. Sono finito al centro e, una dopo l’altra, donne che portano nell’anima le ustioni della storia e della vita, senza dirmi gran che, solo con lo sguardo, mi hanno ricucito pezzo per pezzo. Ho sentito che il dolore è diventato leggero, attraversato la filo intimo del nostro legame,  fino al punto in cui Arianna ci ha chiesto di chiudere gli occhi. E siamo riamasti tutti sospesi, galleggianti, così lontani e così vicini, sentendo, come nell’infinito di Leopardi, quanto dolce fosse perfino il naufragio in questo mare del silenzio, in questo mare del nulla, in questa notte, nera come il petrolio. Era un modo tutto femminile di accogliere il dolore, più che con la rete a meglie di ferro di un gladiatore, con uan tela di ragno che, per quanto la puoi strappare, rimane sospesa e si ritesse. In quel momento, in quel silenzio a fine gruppo, con gli occhi chiusi, calmato dall’onda della vita, ho risentito la voce di mia madre che spesso, nelle sere d’inverno, mi sussurrava la filastrocca di Pascoli: “Il bimbo dorme e sogna i rami d’oro,/ gli alberi d’oro e le foreste d’oro,/ mentre il cipresso, nella notte nera,/ piegasi al vento, piange alla bufera”  Quanto resta, allora, sentinella, di questa lunga e nera notte? Che senso ha questa attesa spasmodica della fine del mondo? Sembra di essere, mai come ora, vicini emotivamente a quei nostri pazienti che franano verso la schizofrenia e sentono che qualcosa è improvvisamente drammaticamente cambiato, che qualcosa di terribilmente sinistro sta per accadere, ma, al tempo stesso, anche qualcosa di numinoso, di palingenetico. E’ questa,  quell’esperienza che gli psicopatologi chiamano Wahnstimmung, ovvero presentimento o presagio della follia, o di una verità assoluta, l’ora del vero sentire, l’ora della mezzanotte, l’imminete fine di un mondo e l’inizio di un altro. E’, questa,  la situazione che vive Gérard de Nerval, allucinato e suicida, e che descrive nella sua fuga nelle tenebre, l’ opera incompiuta “Aurélia, la reve et la vie”, come se al termine di questa notte il sole, invece di risorgere, dovesse spegnersi, diventando nero, oppure esplodere. Eppure sappiamo che ogni viaggio al termine della notte finisce, perché nessuna notte può essere eterna. Anche questa notte andrà verso l’alba, e quelli che di noi la vedranno, la vedranno anche con gli occhi di chi non ce l’ha fatta. ”Le illusioni cadono l'una dopo l'altra come le bucce di un frutto, e il frutto è l' esperienza. Ha un sapore amaro; ma ha qualcosa di aspro che fortifica” (Gérard de Nerval). Perche se, come scrive Celine, la vita è una scheggia di luce che si perde nella notte, io stanotte sono la sentinella che vuole fissare, fino alla fine, non piu’ l’orizzonte che si profila nero, ma la scia luminosa di quella scheggia, dovunque essa porti, anche oltre e aldilà del mondo.

 



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