PSICHIATRIA E RAZZISMI
Storie e documenti
di Luigi Benevelli

Il manicomio di Robben Island (Sud Africa)[1]: seconda parte

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1 gennaio, 2021 - 10:50
di Luigi Benevelli
 

Razzismo e riforme liberali

Nel corso dei primi anni del 19° secolo l’amministrazione del Capo, riformò le leggi olandesi in vigore nella Colonia, favorendo cambiamenti nel trattamento dei prigionieri e dei “lunatici” istituzionalizzati, nella direzione delle riforme umanitarie dell’Illuminismo europeo. Anche i medici fecero pressione per tali riforme: il Comitato Medico condannò nel 1825 e nel 1826  le bastonature dei folli da parte dello staff del Somerset Hospital e predispose nuove regole per il buon funzionamento dell’Ospedale, l’unico ospedale civile nel Capo. In Gran Bretagna si era affermato negli anni ’30  il no-restraint di John Connolly insieme all’espansione dopo il 1835 di nuove consistenti provvidenze da parte dello Stato a favore dei folli.
I medici della colonia erano a conoscenza di questi sviluppi anche se avevano minori opportunità di  farli propri. Il dr. Laing, del Colonial Medical Committee del Capo, aveva visitato l’Inghilterra alla fine degli anni ’30 e fatto conoscenza dei metodi del trattamento morale. I medici divennero sempre più importanti nel trattamento dei folli. Agli inizi degli anni ’40 il Cape Medical Committee richiese un maggior controllo medico sulla gestione degli ospedali e dei manicomi. L’aumento del numero dei letti e delle ammissioni di folli nell’Ospedale durante gli anni ’30 e l’apertura nel 1846 del manicomio di Robben Island rafforzarono la collaborazione fra medici e ospedali;  fino al 1890, l’ala per folli del Somerset Hospital e il manicomio di Robben Island furono diretti dal General Surgeon in carica. Tale situazione cambiò con il crescere delle istituzioni psichiatriche e l’affermarsi della professione di psichiatra nell’ultima parte del 19° secolo.
A differenza della Gran Bretagna  e di altre colonie britanniche, in Sud Africa la gran parte dei folli era assistita in casa o in  alloggi gestiti da privati; solo i casi più disperati finivano nel manicomio: nel 1890 il rapporto dei folli bianchi rispetto al resto della popolazione bianca  era tre volte inferiore a quello registrato in Irlanda, Nuova Zelanda, Victoria (Australia). Nel Capo era inoltre assai maggiore la proporzione di folli criminali rispetto alla Gran Bretagna; a Robben Island la maggior parte dei folli criminali era di persone di colore. Questo era il risultato del sistema di giustizia criminale della colonia, prevalentemente teso a controllare la forza lavoro dei neri. E, giustamente, il manicomio era visto dai neri come un tipo di carcere ed era da loro assai poco usato per ricoveri volontari.
Il manicomio di Robben Island  fu aperto dal governo coloniale di Montagu[2] nel 1846 come sezione di una Infermeria Generale per lebbrosi, malati cronici e “lunatici” con fini più di custodia che di cura;  doveva servire a “fare “pulizia” a Cape Town dopo l’Emancipazione. Per il governo coloniale l’assistenza medica ai poveri non costituiva un diritto ma un privilegio che si intendeva concedere ai soli schiavi emancipati e agli immigrati britannici nuovi arrivati. Il manicomio dell’isola concepito all’inizio come un servizio medico destinato alla “sanificazione” sociale fu quindi più un luogo per persone bandite dalla buona società che una opportunità di isolamento a fini di salute. Nel 1850 la gestione del manicomio di Robben Island  fu criticato dagli avversari di Montagu perché simbolo di un governo coloniale autocratico e inumano.
Seguirono riforme umanitarie ispirate dalla classe media della colonia che voleva dare di sé un’immagine di modernità e nei primi anni ’70 l’asilo acquisì l’immagine di un’ istituzione orientata alla cura, gestita con i metodi moderni e umani del trattamento morale e del no-restraint. Vi si ricoverarono molti più pazienti della classe media- specie donne-  che furono accolti in un edificio eretto nel corso degli anni ’70. Quando nel 1876 aprì il manicomio di Grahamstown, molte di queste pazienti lasciarono Robben Island e, ancora più quando nel 1891 aprì a Valkenberg, in Cape Town, un altro istituto per pazienti della classe media. Robben Island divenne così un istituto per pazienti neri, criminali classificati come violenti. Macchiato dal pessimismo terapeutico sull’efficacia del trattamento morale e da crescenti dubbi che la malattia mentale fosse sempre e per tutti la stessa cosa, il manicomio di Robben Island  non costituì più un modello di “modernità” da esibire.

La classificazione dei pazienti ricoverati nel manicomio

Una delle questioni che occuparono il dibattito su Robben Island riguardò la scelta di quali spazi riservare alle persone secondo il loro status sociale e la loro collocazione razziale.
Robben Island fu usata come carcere per i criminali, soprattutto per gli Indiani prigionieri di guerra[3] e gli indigeni Africani per tenerli lontani dai confini fisici della colonia del Capo che aveva visto l’inizio dell’insediamento bianco; inoltre l’isola era fuori dal controllo degli indigeni perché non era mai stata abitata da loro. Robben Island  divenne quindi una discarica di soggetti che avevano causato difficoltà, problemi nel controllo del territorio della Colonia.
Nell’isola il mantenimento delle distinzioni sociali fra i detenuti  era un mezzo importante di controllo (scoraggiava la ricerca e la possibilità di alleanze comuni) e costituiva un  “prototipo” delle relazioni sociali “corrette” da tenersi sul continente. Fin dall’inizio nel manicomio le donne furono separate dagli uomini: per i riformatori degli anni ’50, la segregazione per sessi era un criterio importante della moralità  della classe media e del potenziale rieducativo dell’istituzione. Così pure fu disposta una collocazione a parte dei pazienti delle “classi superiori”.
Alla fine del 18° secolo nei manicomi britannici si era discusso se la follia appiattisse o meno le differenze nelle scale sociali, ma i dirigenti dei manicomi si erano fatti fermamente convinti della scelta di replicare negli asili le norme in uso nella società esterna. Privilegi erano riconosciuti ai nativi di rango più elevato.  Non c’erano neri di una classe sociale migliore, ma i pochi bianchi delle classi inferiori  non ebbero all’inizio sistemazioni in spazi separati da quelli che ospitavano i pazienti neri. La predisposizione degli spazi nell’istituto di fatto corrispondeva alla segregazione razziale praticata in Cape Town.
Prima delle riforme i folli europei erano tenuti ben differenziati rispetto ai neri. Di fronte a una Commissione governativa, il Direttore dell’ospedale di Sommerset affermò che la gran parte dei folli trasferiti a Robben Island nel 1856 era composta da gente di colore di varie razze, molti di loro in uno stato semi-selvaggio,  che per le loro abitudini non richiedevano lo stesso grado di attenzione nel trattamento dovuto agli Europei: la mancanza quindi di umanità nel trattamento era imputata ai costumi “selvaggi” dei pazienti di colore. Tale argomento, a differenza di quelli usati negli anni ’80, non si basava su una analisi specifica della follia nella gente di colore, ma era un semplice stereotipo.  Quando la riforma umanitaria portò un maggiore interesse per la follia e la sua cura, le differenze fra la follia degli europei e quella dei colorati vennero espresse con i termini di solito usati a proposito delle differenze di classe, secondo  un punto di vista moralistico e pessimistico. Il Cape Monthly Magazine nel 1859 scriveva:
E impossibile da ogni punto di vista paragonare un manicomio al Capo a qualsiasi altro manicomio europeo o americano. Quella che è differente è la classe di appartenenza dei pazienti, una parte consistente dei quali  proviene dagli strati più bassi della società, incapaci di apprezzare o beneficiare di molti dei raffinati trattamenti praticati in Hanwell o Gartnavel (Manicomi britannici).
Secondo la filosofia del “trattamento morale” era fondamentale adeguare il trattamento allo stato sociale del paziente.
In India, dove erano grandi le differenze nell’accesso da parte degli indiani ai privilegi dei pazienti bianchi, i progetti per predisporre a favore di Europei e Indiani condizioni simili a quelle del manicomio di Hanwell  furono bocciati alla fine degli anni ’40 perché la prossimità sociale non era accettata, non perché le autorità coloniali ritenessero che il “trattamento morale” non fosse efficace per i pazienti indiani.
Al Capo il termine “coloured” aveva una connotazione di classe ed aveva la funzione di identificare e fissare lo status sociale. La gran parte dei pazienti neri e dei bianchi più poveri che appartenevano al sottoproletariato urbano erano inviata dalla giustizia criminale. Eppure la differenza fra europei e colorati fu assunta essere più profonda della differenza di classe. Scriveva il Medico Sovrintendente nel 1861:
l’europeo povero è più capace di un colorato di apprezzare il comfort di un decoroso manicomio britannico (…) Alcuni colorati di classe superiore sono abbastanza intelligenti come un europeo, ma non hanno gli stessi gusti.
Queste differenze nei gusti e nel grado di “educazione” furono usate per giustificare le diversità nei trattamenti: gli europei non avrebbero dovuto sopportare fatiche, portare sulle spalle  i pesi dei colorati: avevano vestiario più nuovo, i letti più puliti, il lusso delle lenzuola ed erano sepolti in bare anziché avvolti in una coperta.
Il discorso sulla differenza dei “selvaggi” continuò ad ispirare l’assistenza nel manicomio.
Nel 1860 il Direttore di Robben Island propose per la prima volta  la separazione fra bianchi e neri, ma non ottenne i finanziamenti necessari. Ma i folli neri , e pochi bianchi  più “pericolosi” furono assegnati a una sezione separata detta kraal, mentre la gran parte dei pazienti bianchi e alcuni dei neri più rispettabili furono tenuti nell’isolato dei lunatici. Questa segregazione de facto collocò la gran parte dei neri in uno spazio di violenza animale ( kraal  è un recinto per animali) mentre la gran parte dei bianchi stava in uno spazio razionale, di stampo europeo.
Il governo britannico proibì la legislazione razzista.  Edmunds, il nuovo Sovrintendente medico (Surgeon Superintendent) nominato dopo il rapporto della Commissione, disse che non vi erano ragioni per differenziare fra le razze perché considerava il trattamento della follia di natura universale, identico in ogni parte del mondo. Il suo obiettivo fu di adeguare agli standard dei manicomi europei  le modalità di trattamento e la vita quotidiana  dei pazienti. Nel 1862 riferì di molti progressi: anche i neri morti erano sepolti in bare e ricevevano lenzuola e coperte dal magazzino centrale. Edmunds propose di dividere i folli in quattro sezioni, separando i ribelli, dai tranquilli, dagli incurabili e dai sudici. Più dei due terzi potevano stare in stanze singole. Nel marzo 1867 la divisione dei maschi in tre sezioni sulla base del comportamento interruppe la pratica della separazione per razza perché tutte le sezioni ospitavano sia bianchi che neri: la prima quelli di classe sociale superiore e i convalescenti; la seconda i violenti e i disturbatori; la terza  idioti, epilettici, sudici incontinenti e lavoratori.
È da dire che la maggior parte dei pazienti della prima sezione erano bianchi e per questo non aveva cessato di funzionare del tutto la separazione per razze. Nella prima sezione del manicomio femminile, la “Stanza delle signore” (Ladies’ room) (per larghissima parte donne bianche) era separata dalla “Stanza grande” (large room) in cui stavano soprattutto donne di colore. Una nuova sezione femminile fu aperta nel 1867  per le pazienti più tranquille e di classe superiore: qui molte avevano la stanza singola.
Ma  ancora nel vecchio reparto le altre pazienti erano chiamate “Kafir”, epilettiche, idiote e altri epiteti dispregiativi benché molte di loro fossero impegnate nei lavori di cucito e lavanderia. Ma anche gli stessi pazienti richiedevano più separazione fra bianchi e colorati, col sostegno del Cappellano.
Nel 1880 il Sovrintendente medico (Surgeon Superintendent) dr. Biccard, riteneva che era desiderabile una maggiore separazione fra disturbatori e tranquilli, fra paganti e non paganti. In ogni caso queste categorizzazioni portavano ad una rilevante segregazione razziale. Lo staff del manicomio non voleva abbandonare il criterio di classe associato al sistema del trattamento morale. Il Reverendo Willshere osservò che anche se la maggioranza dei folli di colore non avrebbe dovuto mescolarsi con i pazienti bianchi per la rozzezza dei costumi e perché bestemmiavano; tuttavia c’era  una parte dei colorati che avrebbe potuto trarre vantaggio da un trattamento simile a quello riservato ai bianchi. Così Biccard:
Nel manicomio, la separazione fra bianchi e neri deve essere osservata quanto più possibile, ma bisogna tenere in considerazione la classe dei pazienti che state trattando. Alcuni potrebbero ottenere buoni risultati insieme, mentre altri appartengono a una categoria che li vedrebbe meglio separati.
Intorno al 1880 andò aumentando la pressione dei Capetonians per una esplicita segregazione razziale in tutte le classi sociali. Fu usato l’argomento che i pazienti neri rispondevano meno al trattamento morale e forte fu la spinta a costruire nuovi asili solo per bianchi.
Nel 1880 fu progettato un nuovo manicomio sul Continente a Valkenberg che aprì nel 1891. I criminali folli sarebbero rimasti a Robben Island e non avrebbero dovuto essere mescolati  con i folli “ordinari”, con i paganti. Nella geografia simbolica del Capo, i “nativi” dovevano essere sistemati  il più lontano possibile da Cape Town, l’epicentro della civilizzazione, al Capo Orientale o a Robben Island.
L’immagine negativa intorno al  nero folle portò a non chiamarlo più “colorato”, ma “Kafir”, “nativo”. Gli africani  del Capo Orientale e del Natal furono inviati in numero sempre maggiore a Robben Island. Lo staff del manicomio aveva scarsissime affinità linguistiche e culturali con questi pazienti; a questo si aggiungeva lo stereotipo del nero criminale, pericoloso, folle, incurabile. Di qui l’elaborazione di una psichiatria razzista per la quale i neri avrebbero sofferto di una forma di follia sostanzialmente diversa, meno sofisticata rispetto a quella dei bianchi.


Il discorso razzista scientifico sulla follia che cominciò ad emergere negli anni ’80 dell’Ottocento si rifaceca ai pregiudizi sociali che avevano caratterizzato  la pratica medica a Robben Island già negli anni ’40.  Non c’era bisogno di discutere dei trattamenti e delle cure in un contesto essenzialmente di custodia.  L’importante  tradizione del liberalismo del Capo che aveva spinto a riformare i sistemi di cura a Robben non era priva di pregiudizi razziali, ma nondimeno spingeva per assimilare i neri  all’ideale Britannico, riconoscendone le potenzialità a civilizzarsi piuttosto che negarle in ragione di differenze innate, inalterabili.  Tutti i folli avrebbero dovuto essere trattati usando gli stessi metodi europei. Il discorso universalistico liberale del trattamento morale sfidò le più esplicite teorie e pratiche razziste che erano già state incorporate nel manicomio intorno agli anni ’60. L’idea che tutti i pazienti, al Capo come in Gran Bretagna, potessero rispondere al trattamento morale si accompagnava all’opinione che per avere il massimo di efficacia il trattamento morale doveva tener ben conto della classe sociale del paziente. Ma anche forme di discriminazione razziale furono mantenute insieme a quelle di classe. Così i neri “rispettabili” che avevano goduto di qualche privilegio insieme ai folli bianchi negli anni ’60, nel decennio successivo,  furono via via spinti  nei reparti delle classi inferiori di colore, discriminati. Negli anni ’80 solo i bianchi furono ritenuti  possibili beneficiari del “trattamento morale”, andando così  a giustificare istituzioni separate.
Il riconoscimento della classe sociale come base delle differenze e la stretta associazione fra classe e divisione razziale favorirono la psichiatria del Capo a sviluppare teorie nel solco del razzismo coloniale. Intorno agli anni ’90, la psichiatria del Capo pose le basi del modello che sarebbe proseguito nel XX secolo, tenendo insieme razzismo coloniale e l’ammirazione per l’universalità della scienza.
 
Luigi Benevelli ( a cura di)

Mantova, 1 gennaio 2021
 
P.S.  nel penitenziario di Robben Island Nelson Mandela ( 1918-2013), leader dell’African National Congress, premio Nobel per la pace nel 1993, primo presidente nero  del Sud Africa, trascorse molti dei 27 anni di durissima detenzione cui fu sottoposto dal 1962 al 1990.
Buon anno a tutte e a tutti.
 



[1] da: Harriet Deacon, Racial categories and psychiatry in Africa, in Waltraud Ernst and Bernard Harris (eds), Race, science and medicine 1700-1960. Routledge, London. 1999, pp. 101-122.
[2]  John Montagu, (1797-1853) fu Colonial Secretary della Colonia del Capo dal 1843 al 1853.
[3] Il 1857  fu l’anno della cosiddetta “rivolta dei Sepoys”, truppe coloniali indiane che si ribellarono  all’oppressione e allo sfruttamento esercitati dalla Compagnia delle Indie sulla società indiana.

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