Anche i terapeuti sono abbagliati dal trauma (come i loro pazienti)? Oltre la pan-traumatologia.

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28 agosto, 2022 - 07:16
Negli ultimi vent’anni il costrutto di trauma è diventato centrale praticamente in ogni concettualizzazione psicoterapeutica. Tanto da attrarre a sé quasi tutta la riflessione psicopatologica: sembra che tutto ciò che arriva al clinico sia oggi di origine post-traumatica. La traumatologia, spiegando ogni cosa, diventa così pan-traumatologia. Quali sono le ragioni dell’affermazione di questa prospettiva, esplosa recentemente dopo quasi cent’anni di trascuratezza? E cosa rischiamo di perdere assumendo una prospettiva pan-traumatologica? Tutta la psicopatologia è, insomma, post-traumatica, oppure i terapeuti sono - essi stessi - abbagliati dai traumi dei loro pazienti?

Questo breve scritto – intenzionalmente più in linea con lo stile di un pamphlet che di un articolo scientifico – è un tentativo di provocare una discussione su qualcosa di così condiviso da essere dato per scontato. Sappiamo bene che quando qualcosa diventa scontato rischia di non essere più ‘pensato’ e per questo ci apriamo, con questo piccolo contributo, a qualsiasi commento critico e discussione costruttiva.

Mettiamo, o lasciamo, dei punti fermi: tutti noi cerchiamo il senso del disagio dei nostri pazienti nelle storie più o meno traumatiche delle loro vite, nulla da eccepire su questo. Dare senso alla sofferenza è una chiamata fondamentale di tutte le forme psicopatologiche e un compito centrale della psicoterapia. 

Ma è questo l’unico luogo da esplorare per trovare ed esaurire il senso del loro (e del nostro) soffrire?

 

  1. Una sera di primavera a Vienna, anno 1896

Per cominciare, ricordiamo che la storia della psicoanalisi inizia quando Freud mette in relazione i disturbi isterici che incontrava nelle sue pazienti con la presenza di traumi infantili rimossi. Nell’aprile 1896, in una conferenza alla Società Viennese di Psichiatria e Neurologia Freud presenta uno studio condotto su 18 casi di isteria femminile. In tutte le donne l’analisi aveva rivelato la presenza di abusi sessuali infantili. Freud ipotizza – in modo rivoluzionario - un nesso causale fra quelle esperienze traumatiche e l’emergere di sintomatologie isteriche nelle donne adulte. Il decano della Società che presiedeva la serata, il Professor Krafft-Ebig, conclude la conferenza ringraziando il giovane collega per le fiabe scientifiche che aveva presentato. L’effetto di quella accoglienza fu devastante per Freud: gli anticorpi sociali e culturali nella società borghese e patriarcale della Vienna della Belle Epoque non lasciavano spazi per una psicopatologia socialmente così rivoluzionaria. Il rimosso personale, infatti, è sempre anche rimosso sociale. Nel settembre 1897 Freud aveva già rivisto la sua teoria: l’isteria non era più il risultato delle esperienze infantili abusanti che le pazienti ricordavano durante l’analisi. Queste erano invece fantasie inconsce che le pazienti confondevano con la realtà (De Zulueta, 2009). Ecco che lo status quo borghese era salvo e le idee stravaganti del giovane neurologo erano più innocue. Un’altra linea, convergente con quella sopra descritta, è quella portata da Carol Gilligan (2002). L’autrice collega il cambiamento di prospettiva del fondatore della psicoanalisi, avvenuto fra il 1896 e il 1897, alla malattia e morte del padre e al conseguente passaggio di Freud verso la posizione di “padre”, di perpetuatore della società patriarcale. Da una posizione potenzialmente “rivoluzionaria”, dal dare voce alle donne, non rappresentate nell’organizzazione sociale, Freud assume una posizione conservativa, pur se intellettualmente sempre critica dell’ordine esistente (Lisi, 2019). Soprattutto, rinforza il dualismo e la polarizzazione fra individuo e società: come se la verità e la realtà dovessero indiscutibilmente stare da una parte sola

Ovviamente, le pazienti venivano, così, caricate dal peso del dolore sociale, che ora precipitava, nuovamente, tutto su di loro. Anche se ormai uno spiraglio si era aperto e l’eredità del primo Freud era comunque destinata a dare frutti, l’abuso infantile già negato in famiglia e in società, veniva negato anche nella stanza d’analisi. La storia della psicoanalisi e della psicoterapia è stata purtroppo segnata dalla ri-traumatizzazione di pazienti a cui i loro analisti non hanno creduto, a dispetto delle denunce degli eretici, da Ferenczi a Perls, solo per citarne due a noi cari e per esplicitare chiaramente il nostro punto di vista e di partenza.

Gli eretici rimanevano tali e quindi poco influenti sulla teoria e sulla prassi dominante: l’origine della sofferenza era da ricercarsi non nelle storie traumatiche reali, ma nei conflitti inconsci tra istanze psichiche che lottavano fra di loro. Più in generale, quella che veniva transitoriamente persa era l’occasione di un cambiamento sociale, la possibilità della psicoterapia di incidere in modo più netto nella società. Veniva, al contrario, amplificata la polarizzazione fra realtà individuale e realtà “esterna”, “oggettiva”, che risultavano incompatibili e opposte l’una all’altra.

Molta strada era ancora da fare per dare un senso all’espressione individuale, non in quanto vera e assoluta, ma in quanto voce, corpo, azione, che contribuisce a costituire la società stessa e quindi la realtà.

 

  1. La riabilitazione del trauma: necessaria, ancorché tardiva.

Il movimento che negli ultimi decenni ha dato valore alla realtà del trauma ha anche ridato dignità alle esperienze vissute dai pazienti.

Dicendo questo, non vogliamo certo trascurare che la sottolineatura e la quasi totalizzante rilevanza della dimensione individuale e soggettiva facciano parte dell’attualità postmoderna e che quindi, come sempre avviene, i movimenti teorici degli approcci psicoterapici echeggino i cambiamenti sociali. Né intendiamo dimenticare i rischi impliciti anche nel dare, nella sessione terapeutica, un credito totale e acritico alla narrazione del paziente. Vorremmo però, in questa sede, soprattutto sottolineare quanto ridare dignità al trauma e alle esperienze vissute sia stata una svolta importante e profondamente positiva, che ha radici complesse. Fra queste, le numerose ricerche cliniche e neurofisiologiche effettuate negli Stati Uniti sui reduci della guerra in Vietnam a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. Tuttavia, in psicoterapia, il trauma diventa un costrutto centrale negli ultimi vent’anni circa. Tanto da presentarsi oggi come una chiave ermeneutica onnipresente e apparentemente esaustiva. Potremmo dire una moda. Le ragioni di questo successo sono a nostro avviso da correlare a due svolte paradigmatiche che hanno attraversato la psicoterapia e la psicoanalisi nelle decadi più recenti: la svolta relazionale e la svolta corporea. I due approcci mainstream – la psicoanalisi e il cognitivismo – grazie al concetto di trauma accedono alle due grandi aree tradizionalmente piuttosto trascurate nei loro modelli: l’ambiente e il corpo.

In primo luogo, se la sofferenza è di origine traumatica, per comprenderla e trattarla dobbiamo prendere in considerazione anche l’ambiente, cioè le storie reali vissute. Non basta analizzare i conflitti intrapsichici o la cattiva formulazione dei pensieri e delle credenze. In secondo luogo, il trauma lascia segni corporei duraturi: non basta un approccio interpretativo o cognitivo per curarlo, occorre considerare la dimensione corporea, fino ad allora secondaria per gli psicoanalisti e per i cognitivisti.

Il trauma ha insomma consentito un salto quantico per questi due approcci dominanti, senza metterli nelle condizioni di riconoscere il debito storico verso i loro eretici o verso approcci minoritari che insistevano sul ruolo dell’ambiente e della corporeità da oltre mezzo secolo. Il risultato di questa svolta è di aver ampliato immensamente gli orizzonti della psicoterapia e della psicoanalisi: oggi gli eventi di vita e la corporeità sono dimensioni centrali per ogni terapeuta ben informato.

 

  1. Cosa dimentica la pan-traumatologia?

Dunque, la centralità della storia reale traumatica ha trascinato uno sviluppo importante e positivo nella clinica psichiatrica e psicoterapeutica. Ma c’è un ma. Il problema di guardare tutta la psicopatologia come effetto del trauma trascura quegli elementi costitutivi della sofferenza umana che non sono post-traumatici. E che peraltro agiscono anche quando ci sono traumi nella storia della persona. La complessità del formarsi della sofferenza psicopatologica non può essere colta da modelli che utilizzino una epistemologia causalistica semplice, dove a dati eventi corrispondono date conseguenze. La dimensione più grande, profonda e invisibile - un vero e proprio elefante nella stanza – che influenza il prendere forma della sofferenza è costituita dalle forze culturali e sociali in azione in ogni ambiente. Siamo già sempre immersi in un campo sociale e culturale in cui siamo spinti a formulare o non formulare, a integrare o a dissociare, certe aree della nostra esperienza. Tutto ciò che non può essere formulato, perché appartenente ad aree non strutturate, lasciate fuori dalla costruzione di un certo sistema sociale (Douglas 1975), o che, viceversa, prende una forma predefinita dal campo sociale, arrivando anche a strutturarsi in modo fisso e ripetitivo, contribuisce a costruire modalità specifiche, a volte rigide e limitate, di fare esperienza.

Si tratta di fenomeni spesso invisibili, perché troppo normali, e altre volte ipervisibili, perché nuovi e creativi rispetto alle forze e alle costruzioni sociali, implicite ed esplicite. Fenomeni che, nel primo caso, riducono le potenzialità creative che in quelle zone potrebbero radicarsi e trarre linfa vitale. E’ l’area enorme della psicopatologia sociale, espressione delle forme culturali della situazione sociale dalla quale emergiamo, della forma sociale, sempre temporanea e già in mutamento, di un dato tempo e luogo. Il modo in cui normalmente siamo costruiti (Antropopoiesi – Remotti, 2013) è insomma uno dei modi infiniti in cui possiamo essere, con tutte le aree cieche e rigide che questa normalità comporta. Ed è proprio la psicopatologia che le può rendere visibili nei pazienti, se mantiene uno sguardo situazionale e di campo sufficientemente lucido. Una pan-traumatologia riduce a storia individuale, o al massimo a storia traumatica condivisa da famiglie, gruppi o società, la sofferenza individuale. La pan-traumatologia guarda, e quindi vede, gli eventi che spiccano nella vita della persona, che la segnano, che fanno cronaca di violenza, abuso o negligenza. Ma può perdere lo sfondo su cui tutto questo accade e che è già – inevitabilmente, fatte salve le figure più marginali e “profetiche” (Gecele, 2021) - un terreno con le proprie invisibili cecità.

E può anche perdersi - la pan-traumatologia - in un eccesso di polarità e dicotomie, la stessa dicotomia accennata nella parte iniziale di questo scritto: è vero quello che dice il paziente o è vero quello che dice il mondo? E ancora: il terapeuta, a sua volta, è un rappresentante e difensore di una realtà “oggettiva” o, viceversa, è totalmente, anche a rischio di ingenuità, devoto alla realtà narrativa del paziente? Naturalmente, così descritte ed esplicitate, queste dicotomie perdono tutta la loro forza. Ma non è così quando rimangono implicite, sfondo non pensato del processo terapeutico. Rischiamo continuamente di perdere le sfumature, le sfaccettature attraverso cui, incessabilmente, costruiamo la realtà, il mondo, la vita. Come il trauma congela e blocca una storia (individuale o collettiva che sia), la pan-traumatologia, estrapolando nuovamente il trauma dal flusso della vita, lo fissa e lo reifica, diminuendo le possibilità di sostegno per il suo attraversamento e per l’assimilazione: diminuendo le possibilità, individuali e collettive, di mettere in atto efficaci adattamenti creativi. Paradossalmente, la pan-traumatologia, proprio nel ridare potere al paziente, glielo toglie, ne riduce le potenzialità.

Facciamo un esempio: l’attuale crescita, a tratti uno tsunami, di una angoscia che prende diverse forme negli adolescenti (spaesamenti, deragliamenti, disturbi proteiformi e cangianti, comportamenti autolesivi), non può essere compresa solo a partire da una storia  più o meno traumatica del paziente. Certo, questa ha una rilevanza profonda, ma insufficiente a dare senso all’esperienza sia personale sia collettiva. Caricare il significato della sofferenza del paziente che incontriamo solo sulla sua cronaca individuale e familiare diminuisce le risorse a disposizione della terapia perché tende a mettere in luce prevalentemente le inadeguatezze personali e familiari. In questo senso si rischia un intervento iatrogeno: il vuoto sociale è infatti una componente centrale del disagio attuale degli adolescenti e, se il terapeuta è cieco a questa dimensione, si riproduce questo vuoto anche nella stanza di terapia. Il vuoto drammatico presente a livello sociale - e che è parte del soffrire - rischia di non essere tematizzato nella clinica - e quindi di non diventare risorsa per la cura. Si tratta infatti  di cogliere un’onda ben più vasta della storia individuale nella quale collocare la vicenda  dell’adolescente che incontriamo. Così possiamo cogliere quanto sia normale sentire questa angoscia nel formarsi della personalità in un momento in cui la comunità a cui si appartiene è inconsistente e inaffidabile. Già nominare una ‘comunità a cui si appartiene’ suona strano, fuori tempo e fuori luogo: di quale comunità e appartenenza stiamo parlando?  Comunità e appartenenza sono necessari per la crescita  e allo stesso tempo parole che non dicono (quasi) nulla nel mondo di oggi. Dimenticare questa collocazione ripete la scissione fra la dimensione personale e sociale che è un elemento tipico del trauma (Bromberg, 2011) e che è stata denunciata come una scissione nevrotica di base nel testo fondante la psicoterapia della Gestalt (Perls et al., 1951). Ovviamente non intendiamo ridurre l’importanza degli eventi traumatici e neppure l’importanza degli effetti traumatici attraverso le generazioni, che peraltro costituiscono una nostra linea di ricerca (Francesetti, 2022). Non vogliamo però dimenticare che la storia traumatica del paziente emerge da uno sfondo sociale, culturale, storico – atmosferico – in cui anche il terapeuta è immerso. Non è riconducibile a specifiche cronache traumatiche, ma ad un Zeitgeist del tempo. Dimenticare questo, significa trascurare aspetti essenziali della clinica e quindi della cura del paziente e del terapeuta stesso.

 

  1. Un ultimo sassolino: la prospettiva psico-traumatologica ci rende di fatto terapeuti relazionali e corporei?

Abbiamo visto che la valorizzazione del trauma per la comprensione della psicopatologia mette in rilievo sia la relazione del soggetto con l’ambiente (oltre l’intrapsichico) sia la dimensione corporea (oltre quella cognitiva). Tuttavia questo spostamento di focus non conduce di per sé ad un approccio psicoterapeutico relazionale e corporeo. Certo, dipende cosa si intenda con questi termini. Proviamo a chiarire: un approccio relazionale in psicoterapia considera i fenomeni come emergenti da una matrice bi-personale o di campo. Molta psico-traumatologia osserva invece il funzionamento del paziente (per esempio, il grado di arousal e la presenza di parti dissociate di esperienza) e interviene su questo funzionamento per migliorare la regolazione del paziente e l’integrazione delle esperienze. Non intendiamo criticare questo tipo di intervento, ma chiarire che non si tratta di una prospettiva relazionale. Un approccio relazionale, infatti, focalizza e modula più la presenza del terapeuta nella situazione clinica piuttosto che gli interventi tesi a modificare il funzionamento del paziente

Circa la corporeità: un intervento psico-traumatologico molto spesso si avvicina alla corporeità secondo un approccio medico, dove il corpo è Koerper, cioè un organismo anatomo-funzionale, da meglio regolare, appunto. Anche qui non intendiamo criticare il tipo di intervento, ma chiarire che una prospettiva corporea in psicoterapia ha orizzonti molto più ampi e complessi, fino a considerare la corporeità vissuta – Leib - come co-emergente dal campo situazionale attuale e l’intervento – di nuovo – come una modulazione della presenza incarnata del terapeuta per consentire alle forze in campo di effettuare il processo terapeutico (Francesetti, 2020).

Occorre quindi ricordarsi che non basta la riabilitazione del trauma per acquisire una prospettiva relazionale e incarnata nel lavoro terapeutico.

 

  1. Dammi l’acqua,

dammi la mano,

dammi la tua parola

che siamo,

nello stesso mondo1.

 Concludiamo dicendo che la svolta psico-traumatologica ha reso giustizia storica a una vicenda nella quale molti pazienti e molti clinici hanno subìto negligenze e traumatizzazioni. Riconosciamo il merito di riportare l’ambiente, storico e sociale, nel gioco della psicopatologia. E di rimettere al centro della cura la corporeità e la memoria incarnata.

Ma cogliamo anche il rischio che questi meriti oscurino quanto viene negletto. Perché ogni negligenza teorica diventa negligenza clinica, e quindi cecità del clinico e oblio del paziente.

L’attuale sviluppo della psicoterapia, quello secondo noi più promettente, è un movimento verso una prospettiva di campo. Il concetto di trauma, se considerato anche nella sua curvatura culturale e sociale, può sostenere questo movimento. Ma può anche ostacolarlo, se viene assorbito inconsapevolmente da un modello medico causalistico e mono-personale. In questo modo, invece di sostenere davvero lo sviluppo dei nostri modelli, diventa un cambiamento che gattopardianamente non produrrà alcun cambiamento. Vogliamo invece che la psico-traumatologia contemporanea sia l’occasione per sostenere lo sviluppo di un’apertura culturale capace di guardare oltre la visione individualistica dell’essere umano.

In fondo ciò che fa il trauma è frantumare il tessuto di legami che rendono l’essere umano quello che è. La cura non può permettersi di trascurare questa matrice e curare l’individuo come se fosse un organismo isolato. Perché curare il trauma significa proprio riconnetterci a questa matrice da cui tutti emergiamo.

E che ci dà la parola che siamo, nello stesso mondo.

 

Bromberg P.M. (2011). The shadow of the tsunami: The growth of the relational mind. Routledge, New York. Tr. it. L’ombra dello Tsunami. La crescita della mente relazionale. Cortina, Milano 2012.De Zulueta F. (2009), Dal dolore alla violenza. Le origine traumatiche dell’aggressività, Raffaello Cortina, Milano.

Douglas M. (1975), Purezza e pericolo, Il Mulino, Bologna.

Francesetti G. (2020), Fondamenti di psicopatologia fenomenologico-gestaltica. Una introduzione leggera, Fioriti, Roma.

Francesetti G. (2022) “I bambini e i cani di casa sanno tutto, e soprattutto quello che non viene detto”. Le atmosfere come media della trasmissione transgenerazionale. In Francesetti G., Griffero T., Psicopatologia e Atmosfere. Prima del soggetto e del mondo. Giovanni Fioriti, Roma.

Gecele M. (2021), Gli sfondi dell'alterità. La terapia della Gestalt nell'orizzonte sociale e culturale: tra frammentazione e globalizzazione, Giovanni Fioriti Editore, Roma.

Gilligan C. (2002), La nascita del piacere, Einaudi, Torino.

Lisi R. (2019), Isteria e Gestalt Therapy. Quando tutto è pertinente. Il Pozzo di Giacobbe, Roma.

Perls F., Hefferline R., Goodman P. (1951). Gestalt Therapy: Excitement and Growth in the Human Personality. Julian Press, New York. Tr. it. Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Vitalità e accrescimento della personalità umana. Casa Editrice Astrolabio, Roma 1977.

Remotti F. (2013), Fare umanità: I drammi dell’antropo-poiesi, Laterza, Bari.

 

1 Candiani L. C. (2017) Fatti vivo, Einaudi, Torino.

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