Salute mentale e lavoro di rete in aree non urbane

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3 dicembre, 2012 - 19:39

 

Dott. Rocco CANOSA

Coordinatore del Gruppo Tecnico-Consultivo Regionale "Salute Mentale"

 

 

Fino al 31 dicembre 1996 la Basilicata aveva il più alto tasso di ricoverati in ospedale psichiatrico rispetto alla popolazione. Infatti vi erano oltre 500 persone rinchiuse nel manicomio Don Uva. Inoltre, per le ASL lucane, era possibile ricoverare in manicomio nuovi pazienti a fini riabilitativi, grazie ad un articolo della legge regionale del 1985.

La situazione dell'assistenza psichiatrica in Basilicata era, così, caratterizzata da una pesante e pervicace presenza manicomiale la quale, nei fatti, impediva, a circa 20 anni dalla promulgazione della "180", lo sviluppo di servizi psichiatrici territoriali.

La legge finanziaria che decretava la chiusura degli ospedali psichiatrici entro il 31 marzo 1998 su tutto il territorio nazionale, ha smosso le acque stagnanti della burocrazia, ha stimolato volontà di amministratori, ha incoraggio l'impegno di tecnici. Infatti, sia la Regione che le ASL hanno messo in atto tutta una serie di provvedimenti dando un'accelerazione incredibile allo svuotamento dell'ospedale psichiatico. Si pensi che nel giro di 18 mesi sono state dimesse 273 persone dall'ospedale psichiatrico Don Uva ed ospitate quasi tutte in case-famiglia, con massimo 15 posti letto, per cui non si sono verificati casi di trans-istituzionalizzazione, cioè di passaggio dal manicomio ad alte istituzioni, e le persone sono ospitate in strutture assolutamente dignitose. Questo per contrastare il luogo comune secondo cui una casa-famiglia può diventare un manicomio; il manicomio è una cosa ben più pesante e la casa-famiglia lo può diventare, ma tutti facciamo in maniera che non lo diventi.

Questi sono dati che danno un po' il senso del lavoro svolto dagli operatori della Regione Basilicata e dalle singole ASL, da cui emerge chiaramente che i centri di salute mentale, che prima erano degli ambulatori, diventano servizi, che altri 8 punti ambulatoriali vengono aperti presso i distretti, che i centri diurni vengono implementati e che le case-famiglia da 11 passano a 20.

Mi sembrava doveroso sottolineare che in Basilicata c'è una situazione di buona sinergia tra gli operatori, tra operatori e privato sociale, tra operatori e amministratori, tra operatori ed enti locali. Questi aspetti ci permettono di parlare di un lavoro di rete in Basilicata.

Nella costruzione di nuovi servizi in Italia si è passati da una concezione di riparazione del danno alla produzione di salute, cioè si è passati dalla psichiatria alla salute mentale. Tale approccio, caratterizzato dalla valorizzazione dei percorsi della normalità, non solo cambia radicalmente la qualità della relazione curante-curato, ma anche la faccia stessa della psichiatria. In particolare, con i servizi a centralità territoriale, assistiamo ad una sdrammatizzazione di sintomi con il conseguente ridimensionamento della valenza psicopatologica ed una progressiva riduzione dell'uso di risposte repressive come la contenzione o l'uso massiccio di psicofarmaci.

La presa in carico che negli anni '80 rappresenta l'asse centrale della pratica di servizi realmente alternativi al manicomio, ma ancora vissuta tutta all'interno della psichiatria, negli anni '90 diventa lo strumento per stabilire collegamenti ed attivare connessione nel sociale allargato. Appare chiaro, nello stesso tempo, che, nonostante la crescita quantitativa dei servizi, peraltro limitata per la cronica scarsa disponibilità di denaro, i bisogni degli utenti sono talmente multiformi ed estesi che non possono essere soddisfatti solo dai professionisti dei servizi psichiatrici. Quindi cambia anche l'oggetto del lavoro dei servizi, non più limitato all'utente/paziente/cliente/matto, ma allargato al suo contesto, alle sue istituzioni, alla famiglia, al gruppo di appartenenza.

Proprio dallo spostamento del punto di vista dal caso individuale al contesto, emerge la presenza di nuovi soggetti istituzionali e non, prima riconosciuti o addirittura non visti, da quegli operatori che si muovevano in un'ottica di intervento sul singolo utente. Più precisamente, ci riferiamo, oltre che alla famiglia, alle reti informali, al terzo settore (nell'articolazione del volontariato, delle associazioni, delle cooperative sociali, delle associazioni familiari e dei gruppi di autoaiuto). Tutti nuovi soggetti che sono venuti fuori all'interno di questa dinamica forte di costruzione di servizi territoriali in Italia.

A proposito delle reti naturali o primarie, soprattutto quelle parentali ed amicali, la loro valorizzazione discende dalla constatazione che l'individuo vive dentro un sistema di relazione che condizionano in positivo e in negativo la sua vita. L'esplorazione di tali reti, lo scambio tra queste e i servizi, possono concorrere alla creazione di un supporto sociale che aiuti la persona ad affrontare situazioni ed eventi stressanti o dolorosi della sua vita.

Il volontariato, nato sotto forma di impegno altruistico, sta assumendo in Italia, ma non solo nel nostro paese, una fisionomia di agenzia di servizi, mantenendo nel contempo le caratteristiche associative legate allo spirito di solidarietà. Nelle associazioni, invece, si possono rintracciare, a nostro avviso, due ordini di funzioni: la produzione di servizi e la difesa e la promozione di diritti, come azione di controllo sull'operato dei servizi, di pressione a livello politico-amministrativo, di promozione e di tutela sociale.

Le motivazioni all'associazionismo non sono, per statuto, altruistiche così come accade per il volontariato, ma si poggiano su una comunanza degli obiettivi e dei valori rispetto a ciò che si ritiene possa essere conseguito associandosi.

Le cooperative sociali hanno avuto negli ultimi anni, in Italia, uno sviluppo straordinario tanto che la lettura del fenomeno merita un approfondimento. Alcuni autori ritengono che le cooperative attivano reti tanto più importanti in quanto si inseriscono in situazioni in cui si moltiplicano i fenomeni di isolamento, di anomia, di ritiro e di ripiegamento identitario. Altri autori evidenziano la loro "ambiguità". Il terzo settore nasce come effetto di una dissoluzione e di una caduta e, insieme, come tentativo di risposte e di rimedio a quella caduta, come prodotto di una crisi, per certi versi epocale, e come strumento di soluzione di essa; come forma della crisi e, insieme, come terreno di superamento di essa verso un modello di relazioni che si definirebbero più umane. Come prodotto della crisi, le cooperative sociali rischiano di accelerare un processo di smontaggio dello Stato sociale, incorporando gli aspetti più negativi del post-fordismo (la precarietà del lavoro, la totale flessibilità e i bassi salari). Come superamento della crisi, le cooperative costituiscono il terreno di forme nuove di autorganizzazione, di autovalorizzazione degli individui, di azione sociale dal basso capace di creare, consolidare e trasformare la rete locale delle risorse sociali.

Pur non cadendo nel luogo comune per cui il terzo settore è bello, sta emergendo la necessità, per poter superare la disgregazione sociale, di ricomporre la contrapposizione tra crescita economica e benessere sociale, innestando relazioni sinergiche tra questi due mondi sempre più separati.

Uno strumento efficace in tal senso si è dimostrato in Italia l'impresa sociale che non è concepita come un'organizzazione, ma come un processo teso a generare e coltivare un sociale altrimenti debole e lacerato, mettendo in relazione settori e risorse altrimenti e tradizionalmente separate come l'ambito della Sanità, dell'assistenza, del privato imprenditoriale e del privato sociale.

L'associazionismo di familiari ha avuto un forte impulso negli ultimi 15 anni a partire dalla propria esperienza, quasi sempre drammatica, dei familiari. Accanto alle rivendicazioni portate avanti senza delegare nessuno, emergono forme di solidarietà tra familiari molto vicine al self help e di alleanza con i servizi pubblici impegnati sul fronte dell'applicazione della legge di riforma psichiatrica. In ogni caso, la responsabilità della cura tende a tradursi in una responsabilità civica, che riguarda anche gli altri cittadini, dando vita a nuovi soggetti sociali al confine tra il pubblico e il privato.

Nei gruppi di autoaiuto o di self help le persone che vivono problemi comuni si incontrano per far qualcosa per risolverli attraverso la valorizzazione della propria esperienza/sofferenza, attraverso l'aiuto interpersonale, la condivisione e l'autogestione di momenti di vita.

L'emergere di nuovi soggetti e di nuove situazioni, impone il ripensare al proprio lavoro come intervento di rete, come reperimento, attivazione e valorizzazione di tutte le risorse disponibili. Gli aspetti caratterizzanti sono: riconoscere, valorizzare e potenziare le energie e le competenze degli stessi soggetti portatori del problema; promuovere e rafforzare le reti naturali esistenti; promuovere un'estensione della rete; ampliare i diritti e gli aiuti alle famiglie che curano, con un'attenzione a chi assiste e non solo agli assistiti; promuovere la costituzione di gruppi di autoaiuto di utenti e/o di familiari; favorire e sostenere lo sviluppo di iniziative di volontariato; collaborare a progetti ed iniziative di azione a livello locale.

Lo sforzo deve essere diretto a favorire connessioni tra i vari soggetti concretamente coinvolti nell'aiuto ad una persona o ad una categoria di persone con problemi. Mettere insieme le forze in campo produce, infatti, un'energia aggiuntiva.

Le trasformazioni radicali dei modi di produzione hanno impoverito ulteriormente le realtà più deboli. Il lavoro di rete diventa tanto più importante, dunque, quanto meno sono disponibili risorse umane, culturali e finanziarie. Se un dato appare evidente, nell'attuale processo di riorganizzazione delle imprese e nel loro rapporto con il territorio, questo è la crescente difficoltà a separare l'area del lavoro da quella del non lavoro; emergono prepotentemente stati intermedi tra la dimensione del lavoro stabile e quello dell'assenza totale di lavoro. Lavori intermittenti, stagionali e a domicilio, caratterizzati, cioè da forte precarietà. Questo ha un effetto devastante sul sistema di garanzie legate al diritto del lavoro, esso stesso fortemente in crisi.

Se tali gravi fenomeni sono presenti in tutte le società industrializzate, diventano devastanti nei piccoli paesi che non hanno mai conosciuto un vero welfare, ma solo l'assistenzialismo, e dove i processi di inurbamento e i modelli di sviluppo, troppo spesso basati sul mito della reindustrializzazione che viene dal nord, rendono il tessuto sociale assai fragile.

Quando cerchiamo di fare salute mentale in queste piccole comunità ci troviamo di fronte a soggetti deboli che vivono in contesti deboli. L'isolamento, la povertà economica, la difficoltà di collegamenti e di scambi culturali, oltre all'incertezza rispetto al futuro, tendono a rendere queste comunità sfiduciate e passive. Prevalgono, cioè, condizioni affettive negative.

Ci pare, dunque, che diventi decisivo, per un processo di empowerment delle fasce a bassa contrattualità sociale, coinvolgere i soggetti istituzionali, enti locali in primis, e puntare ad un'integrazione/collaborazione del mondo sociale con quello sanitario (e pensiamo, a tal proposito, al ruolo prezioso dei medici di medicina generale).

In altre parole, non basta l'apporto del terzo settore — importantissimo — ma diventa necessario che i servizi di salute mentali possano fungere da cerniera tra reti istituzionali formali e primarie. Si passa, così, da un approccio di salute mentale ad un approccio di salute mentale di comunità. La salute mentale di comunità si propone di stimolare e mantenere vivo il potenziale affettivo positivo della comunità e di canalizzarlo verso attività che, sul piano pratico sono utili per risolvere i problemi concreti, e sul piano psicologico funzionano da elemento di rafforzamento dell'affettività positiva.

L'esperienza dimostra che i processi psicoaffettivi coscienti che si traducono in successi pratici — cioè in concrete capacità di cambiare la realtà a proprio vantaggio — vengono rafforzati da questi successi che, a loro volta, alimentano nuove iniziative. Ciò può essere chiamato ciclo affettivo positivo della comunità e dei gruppi che la compongono.

A questo punto diventa fondamentale, per le nostre piccole comunità, capire quale modello di sviluppo deve essere adottato. Sviluppo e salute mentale hanno in comune questa caratteristica: sono strettamente collegate ai processi di soddisfazione dei bisogni. Lo sviluppo ne vede il carattere economico, sociale e storico-culturale politico; la salute mentale ne considera l'aspetto psicologico e psicosociale, mettendo l'accento sulla capacità mentale di ciascun individuo di dare il suo contributo, cioè partecipare, ai processi di sviluppo stesso e, insieme, di beneficiarne. Lavorare per produrre salute mentale significa favorire lo sviluppo e, viceversa, lavorare per lo sviluppo significa promuovere la salute mentale.

L'idea attuale di sviluppo è che esso sia umano e sostenibile: umano se ha come obiettivo la soddisfazione equilibrata dei diversi bisogni di tutte le persone; sostenibile se la soddisfazione di oggi non pregiudica quella di domani.

Se lo sviluppo è così inteso, anche gli individui e le comunità a bassa contrattualità sociale possono giocare un ruolo di protagonisti; non più il ruolo di chi riceve le briciole, e perciò continua a lamentarsi, ma di chi alza il capo non più vergognandosi della sua diversità, proposta, invece, agli altri come ricchezza di chi pretende giustamente di essere guardato ed apprezzato come un cittadino "normale", con tutti i suoi diritti, compreso il diritto di sbagliare e di ammalarsi e, per questo, di essere aiutato e non compatito. Non più come unità cresciuta con un senso di inferiorità rispetto ai tanti "Cristi" che si sono fermati ad Eboli, ma tesi a ricostruire identità distrutte dai miti delle metropoli e dal consumismo illimitato, e perciò devastante.

Comunità che, pur vivendo la contraddizione natura-cultura, non rinunciano alla modernità. Essere moderni non significa necessariamente omologarsi alle culture dominanti, né subire supinamente modelli di sviluppo non rispettosi della storia di un popolo né delle persone. Tecnologie tradizionali, rispetto dell'ambiente, progetti di lavoro che tengono conto del rapporto con la natura, non solo rispondono ai bisogni attuali della gente e perciò sono moderni, ma indicano una strada per uno sviluppo sottratto alle logiche del mercato su scala planetaria.

Il pensiero meridiano è radicato qui, dice Franco Cassano, nella resistenza della molteplicità delle voci, delle vie, della dignità, nella capacità di rovesciare in risorse, quelle che nell'ottica primitiva dello sviluppo sembrano solo vincoli, limiti e vizi. Uso delle risorse, allora, come valorizzazione delle persone, come rispetto per chi è differente da noi, come ricerca costante di una vita più dignitosa per noi e per chi ha più bisogno di noi, come condivisione della diversità, come coraggio trasgressivo di essere con.

E risuonano nei vicoli dei nostri paesi i versi del poeta Rocco Scotellaro: "Urla la nostra canzone araba perché solo gli zingari noi abbiamo creduto; gli zingari rubano le mandrie ai padroni e noi cantiamo, cantiamo nella notte con loro. E solo gli zingari ci fanno ridere e piangere così per diletto".

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