Prima giornata - Mercoledì 11 maggio

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28 novembre, 2012 - 16:49

 

Apre la prima giornata dei lavori congressuali il Dott. G. Mariani, Direttore del DSM di Ascoli Piceno, che ha curato l'organizzazione delle VI Giornate Psichiatriche Ascolane - "La pulsione, il controllo: se i freni si allentano" - il quale si dice onorato di poter presentare questa mattina monumenti della Clinica Psichiatrica Italiana quali il Prof. B. Callieri, Il Prof. R. Rossi ed il Prof. A. Ballarini. Cede quindi la parola all'Ing. Maresca, Direttore dell'ex ASL 13 ascolana ora ASUR, che sottolinea lo stile, l'impronta che da sempre ha voluto dare al metodo di lavoro della propria azienda, vale a dire quella di una squadra coesa, che lavora insieme, in un vero lavoro di "gruppo che funziona" quale quello che ha consentito la nascita di questo congresso, che in qualche modo si riflette anche nella capacita' di affiancare a relatori oramai di consolidata esperienza ad altri piu' giovani, in una reciproca ed affiatata collaborazione. Vero "padrone di casa" dell'evento, Il Sindaco, Ing. Cerani, il quale ha anche quest'anno messo a disposizione quale sede congressuale, il mirabile Palazzo dei Capitani, normalmente sede comunale.

I Sessione

B. Callieri: "Pulsione e controllo: l'inquieto discorrere tra significato e senso"

Il Prof. B. Callieri si interroga su quale punto di vista sia piu' opportuno scegliere: coscienziale, subcoscienziale o intercoscienziale. Non esiste un io senza un tu. Nella ricerca si assiste al chiudersi di vecchi orizzonti ed all'aprirsi di nuove prospettive. A suo parere il miglior filo conduttore è quello del linguaggio comune, il quale ha il pregio, rispetto a complicati tecnicismi che apparentemente sembrano spiegare ma non toccano in realtà il fondo delle cose, di essere d'immediata comprensione e di riuscire nel medesimo tempo a cogliere con finezza le sfumature.

La ricchezza verbo-mimico-motoria è un tutto che permette l'espressione e l'impressione. In una dimensione interpersonale dell'esistenza, per un'approccio che è legato alla persona, all'irriducibilità del singolo, è bene distinguere fra sentimenti sensoriali e vitali. I primi si riferiscono alle sensazioni che si vivono con piacere o dolore fisico, che si esperiscono alla superficie o all'interno del nostro corpo, in una vastissima gamma di risonanza. La metafora è figlia dell'esserci, illumina le funzioni dell'esercizio dei sensi. Termini ibridi sono invece le pulsioni e le tendenze, che ampiamente oltrepassano l'ambito della sensorialità diretta, giungendo anche ai sentimenti vitali. Questi ultimi sono legati alla cenestesi (dal gr. "sensazione comune") che è la vera contenitrice del tendersi, dell'appetire, del volgersi verso, del ritirarsi da, del raccogliere e del lasciar cadere, dell'aprirsi e del chiudersi, con le parole di Goethe "la sistole e la diastole della nostra esistenza". Tali sentimenti rientrano nella sfera del pensare e del sentirsi: ci dicono come stiamo, sono la caratteristica dell'esserci nella nostra finitudine spazio-temporale, il sè somatico rinchiuso nella propria carcassa, sono in grado di soddisfarci e vitalizzarci. I sentimenti psichici sono una gamma di sentimenti cui, secondo la tradizione germanica, dovrebbero succedere i sentimenti spirituali. In un'oscillazione inquietante tra Freud e Jung, talvolta emergono in modo perentorio i sentimenti vitali positivi che portano ad una vita nuova energica e luminosa. L'energia del ritmo vitale biologico e dei bioritmi quotidiani spesso si intersecano e tendono insieme allo spiegamento. Bisogna cercare di comunicare agli altri questa ricchezza del tendere, che va sotto il nome di tendenze, da distinguersi altresì dall'impulso, che è invece una spinta all'azione, improvvisa, inattesa, quasi alla maniera di un riflesso. La pulsione si libera, si scarica ed esaurisce, consumandosi in parte lungo il suo corso, ma è priva d'intenzionalità di scopo. A volte il nostro agito può dipendere dall'impulso, e qui si entra in una serie di competenze che possono avere a che fare con la psicopatologia.

Fondamentale nel pensiero di K. Schneider è il passaggio dal tendere al volere. Tali passaggi sono indicatori psichici importanti: comincia a prospettarsi il campo della decisione, che Callieri definisce "quasi una categoria kantiana", in primis quella di unirsi ad un'altra persona. La decisione può essere influenzata da diversi fattori, per esempio da una sfera solo impulsiva, o da un modello socio-culturale che induce ad essere propositivi nei confronti del futuro, oppure risultare una condotta condizionata dalla situazione, una reazione propulsiva. Ragione e passione si coniugano fra di loro, ma mai in modo del tutto indifferente. Si tratta di una dialettica fra natura e cultura, logos e patos, ragione e passione.

Le azioni impulsive sono per definizione imperative, senza controllo, non è pertanto possibile l'inibizione volontaria o programmata; sono sostenute dalla tendenza a scaricare e loro meta è l'eliminazione dell'eccitamento, inteso come spinta energetica che preme verso una determinata direzione.

R. Rossi: "Vicissitudini degli impulsi: da Oreste a Medea"

Il Prof. R. Rossi apre il proprio intervento, come sua abitudine da un paio d'anni a questa parte, con un suggestivo brano di opera lirica interpretato dalla Callas, tratto dalla Medea, nel quale il figlicidio rappresenta, nella sua opinione, una pulsionalità che si svela. Siamo in una dimensione tragica: da lì non si può scappare. La tragedia è un paradigma di quanto succede dentro di noi.

Il relatore intraprende pertanto un percorso attraverso il quale esplora le pulsioni e le angosce, nonchè la differente capacità di "managing dell'Edipo", di diversi personaggi della tragedia greca, partendo dalla confusione di Edipo sino ad arrivare alla vendetta di Medea. Ecco pertanto la tormentosa trattazione del più o meno consapevole nostalgico cammino a ritroso di Edipo verso la nascita, a partire dalla famiglia di Corinto, all'inconsapevolezza dell'uccisione del padre, alla prova per la regressione, al rientro nell'utero sino al riconoscimento della madre: una spinta lo porta a rientrare nella madre come uomo adulto per uscirne come figlio e quindi riconoscerla. La confusione di Edipo è l'emblema della confusione umana.

Nell'Ippolito si assiste, invece, ad una sorta di Edipo rovesciato, in cui è Fedra, la madre matrigna, a spiare la nudità di Ippolito, nella concezione darwiniana della "seduttività del cucciolo". La via scelta dal protagonista è quella della negazione, dell'intelletualizzazione e della formazione reattiva, che lo conduce alla dedizione per la caccia ed Artemide, alla verginità ed al rifiuto del sesso, ed al disprezzo per la donna, derivandone un atteggiamento spocchioso, supponente, sino al ritorno del rimosso ed al crollo della negazione.

Quello di Oreste sembra essere, invece, un Edipo a ritroso, o meglio un Edipo diretto? Si realizza il matricidio antiedipico: la madre non può essere riconosciuta, è vista dall'interno del contenitore, verso il quale si indirizza la rabbia distruttiva. Cosa fare quindi della sessualità incestuosa, del desiderio di rientro? E' lo stesso problema che si trova a dover fronteggiare lo psicoanalista a proposito del carico di sessualità incestuosa nell'ambito della relazione psicoanalitica. Egli non deve rimuoverlo, non deve negarlo, non deve negare l'oggetto al fine di non distruggerlo. E' il difficile compito di evitare la componente incestuosa, ma al tempo stesso di non perdere la grande funzione evolutiva dell'amore nel rapporto analitico. L'ideale è il raggiungimento della posizione sublimata ed evolutiva di Goethe "Das Ewig-weibliche Zieth Uns inhan", frase con cui egli conclude il Faust.

Nell'Elettra si vede il volgersi della madre al padre, il quale è deputato al controllo delle pulsioni. Il riconoscimento del padre giusto comporta, però, la primitiva separazione, il conturbamento con la ricerca della vendetta.

Infine, funzioni speciali di Medea sembrano essere la morte contagiosa ed il figlicidio, che comporta l'ambivalenza e la scissione. Perchè tale totale distruttività? Per la insanabile ferita narcisistica, la più antica: non v'è cenno della madre. In tale gestione fallimentare, si assiste alla scelta pantoclastica di Medea, per la quale l'amore è impraticabile.

A. Ballerini: "La pulsione a conoscere fra "contenimento" e "contenzione" nella costituzione dei significati"

A conclusione di una densa mattinata di lavori si pone l'intervento del Prof. Ballerini. Riallacciandosi alle figure citate dal prof. Rossi, pone all'attenzione il monito di Clitemnestra all'Edipo sofocleo :"Non voler conoscere!". Edipo pero' segue la "traccia", la logica adduttiva che tende alla conoscenza.

Se la fenomenologia opera una sorta di vivisezione della coscienza per giungere alla percezione dei significati nel percorso della conoscenza, è importante sottolineare il carattere intenzionale della conoscenza stessa; il suo stare ai fatti stessi: non esiste una conoscenza vuota, nè un pensiero vuoto, privo di oggetto.

Si può allora parlare di un movimento proiettivo verso qualcosa. Questa intenzionalità cognitiva non termina con un solo significato, piuttosto ogni stato di conoscenza ha un "orizzonte" intenzionale, una continua protensione che acquista un senso nuovo per ogni percettività. Come osservando un arco di monti all' orizzonte si possono scorgere differenti profili al mutare della nostra intenzionalità, cosi' significati e sensi impliciti divengono espliciti allargando l'orizzonte, cambiando l'intenzionalità. Citando Charbonneau si può così chiosare questo concetto "L'immanifesto ci circonda da ogni lato come il silenzio tra le parole"

Diceva Husserl: se "posso" e "agisco" posso sempre agire in modo differente da come ho fatto. Esistono però, naturalmente, inibizioni che vincolano tale libertà. Ancora, David Hume descrissa di essere immerso nella ricerca di significati tanto da giungere ad una "philosophical delusion".Poi, prosegue, interrompendo tale progressione verso il "delirio", irrompe lo stimolo della fame. E' proprio tale limite naturale che ci protegge dalla follia, da un eccessivo allargamento dell'orizzonte.

Siamo dunque ad una svolta, di un delirio nascente. Una svolta che limita, coarta l'espansione dei limiti della cosienza. Ogni singolo, ogni persona riduce a certi significati il profilo del proprio orizzonte: la peculiarità di tale limite è da ricercarsi nella storia del singolo. In essi s coniugano l'impersonale biologico e il personale storico.

Esistono alcuni presupposti necessari per conoscere, una sorta di precognizione globale sul cui sfondo interpretiamo gli eventi. Non si tratta però di un presupposto statico, piuttosto esiste un circuito, un circolo ermeneutico grazie al quale i nostri presupposti conoscitivi si arricchiscono dell'apporto delle nuova conoscenze.

Il famoso verso di Dante "fatti nono foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza" sembra dirci che il nostro compito consiste nel muoversi oltre il primo spettro dei significati percepiti, traendone altri dall' alone di immanifesto che li circonda.

Esiste un limite a tale "muoversi oltre"? Il rischio, secondo Tatossian, e' che " l'ermeneutique mène à tout, même à la folie". Senz'altro la strada legata all'orizzonte, all'alone di significati è vicina alla creatività, ma è senz'altro anche pericolosa.

In uno studio sulla percezione delirante Blankenbourg confronta un paziente che coglie, osservando un quadro, un annuncio a lui rivolto che " la vita è cambiata" ad un ode di Rilke su un torso arcaico. In tale scultura, priva della testa, Rilke coglie significati e crescenti impressioni tanto che il marmo sembra suggerire che "egli deve cambiare vita". E' intuitivo cogliere la comune base di queste due esperienze: esiste una amplificazione nel cogliere i significati. La differenza sta dunque non nella ricettività ma nella capacità o incapacità di elaborare l'esperienza.. L'abitualità nel saper reprimere, bloccare il traboccare di impressioni, filtrando quelle che superano le nostre possibilità di contenerle. Emerge l'importanza dei limiti, come contenimento al rischio di naufragare nell'oceano di significati possibili.

Il common sense connesso alla naturalità dell'evidenza, inteso in termini "fenomenologici", è quella funzione psichica tesa alla sintonia con gli altri. Non tanto tematica ma piuttosto di "regole del gioco". conoscere implica anche saper avere a che fare con i vincoli del common sense che esprime l'intersoggettività. L'eclissi di questi vincoli, che pure devono essere elastici, porta alla follia; la loro eccessiva rigidità ci rende dei tristi replicanti. Ognuno, dunque, deve poter premettersi di allargare questi vincoli per ottenerne un contenimento adeguato.

La contenzione è invece legata alla rigidità dei vincoli, dei modelli precostituiti, degli "ipse dixit" intoccabili.

Per concludere, nell'approccio clinico al paziente, il metodo investigativo ci deve far muovere dai vincoli di check list precostituite di sintomi verso la ricettività mentale dello psichiatra, nella costante attenzione ad evitare un libero arbitrio naif.

Evento Speciale "La violenza come strumento di controllo: le organizzazioni criminali"

Introduzione - Le culture mafiose come strumento di controllo

Il Dott. N. Cioni, Docente di Sociologia presso l'Università degli Studi dell'Aquila, pone l'attenzione sul contributo che i riflessi sociali comportano nell'educazione del singolo cittadino. Nel momento in cui il sistema sociale viene riconosciuto dai singoli individui e dalla collettività, questo si automantiene e contribuisce al cosiddetto controllo sociale. Se, invece, non viene riconosciuto, si verifica allora l'infrazione. Per "comportamento anormico" si intende il vivere al di fuori delle norme, al di fuori delle regole.

Il relatore propone uno spunto, un elemento sul quale riflettere: attualmente si avverte un forte consolidamento della presenza del potere mafioso, di un'egemonia che tende ad espandersi in aree non conosciute. Si interroga, pertanto, su quale possa essere lo scenario in cui tale processo, un agire delinquente che pensa e che acquisisce un esito (denaro e potere), può compiersi, nascere, affermarsi e consolidarsi, sul perchè sopravviva. L'organizzazione complessa criminale ha un paradigma culturale che si integra in quelli popolari, acquisisce quell'arcaismo primitivo, quei valori rintracciabili nei fondamenti sociali e culturali ritrovabili nelle tradizioni popolari. In più essa coniuga quest'ultimo con le conoscenze più avanzate della società tecnologica, in un binomio di fondamentale valore. Nel panorama sociale può delinearsi una progressiva crisi ed un declino dell'idea, che è già valore, di legalità; il principio di legalità, nel suo insuccesso, può delineare un orizzonte in cui le regole possono essere o meno seguite, in cui la morale di riferimento può essere così sintetizzata: "tutto è lecito".

Cita a tal proposito una frase di L. Sciascia: "...nella terra nostra... la paura e l'insicurezza sono tali che il verbo al futuro non esiste, quando si parla del futuro si parla al presente...". Il relatore ritiene che al momento si soffra dell'assenza di modelli di valori sociali di riferimento.

Un autore a lui caro, Martini, ritiene che, stante tale scenario del declino del senso, il rischio cui si espone l'individuo è quello di stare al mondo come se non ci si stesse, quel rischio costante di non poterci essere in nessun mondo possibile, di essere perduti nel mondo. Che cosa innesca questa regressione nell'individuo? la risposta va cercata nella forte crisi in cui versa il rapporto fra individuo ed istituzioni. Se ne intendeva G. Falcone, il quale riteneva che proprio in questa forte mancanza di valore potesse essere rintracciata la matrice mafiosa, con un ripiegamento egocentrico, tipico dell'individualismo, sulla famiglia, sul gruppo, sul clan, senza alcun riferimento alle regole della vita collettiva.

Cioni considera, in tal senso, la Mafia come espressione di un bisogno di ordine sociale e dello stato, come una forma di trasferimento e di conservazione di ordine sociale, di consenso sociale, e quindi di controllo sociale. Si propone come un potere assoluto di controllo primario, e non secondario. Il suddetto controllo recluta, rende vicini mediante i cerimoniali, e convince che si possa aderire a tale forma di riferimento, che produce dolore fino a sottrarre il valore della libertà.

Vi è una torbida intesa fra coloro che fanno mantenere la legge e coloro che la violano. Non si tratta di un'analisi a perdere: a fronte di questa geometria criminale di coloro che stanno in alto, vi è un risultato di povertà e miseria di chi la deve subire. La violenza della Mafia, infatti, consiste proprio nel togliere la libertà individuale, e non solo quella sociale, per esempio nell'impedire il principio dell'iniziativa economica, e di operare un proprio dominio assoluto, capillare, di controllo sul territorio. Diventa un soggetto globale, una direttiva criminale che si fa globale. La Mafia uccide la coscienza perchè la possiede in un processo mefistofelico in cui l'individuo e la comunità, dove il soggetto criminale s'insedia, patiscono ingiustamente, in una sofferenza sociale ampia entro cui il dolore del singolo si manifesta.

Se predomina l'indifferenza, ci ritroviamo all'interno di quella che Dostoievskji chiama "la dimensione dell'uomo del dolore". Conclude con la considerazione che l'esperienza del dolore è tutta nel bisogno e nella domanda di giustizia.

La prognosi del comportamento violento

Con una modalità alquanto provocatoria, G. Nivoli, Professore Ordinario di Psichiatria dell'Università di Sassari, si interroga sul motivo per il quale un persona arrivi a togliere la vita ad un altro individuo, se si possa accorgersene in anticipo per prevenirlo, e dove gli psichiatri incorrano nell'errore. Si avvale a tale scopo del racconto di alcuni casi clinici di pazienti psichiatrici che abbiano commesso uno o più omicidi, nonchè del classico caso del delitto passionale. Ritiene che nessuno sia in realtà in grado di riconoscere ciò che non conosce e che nella valutazione di un delitto si debba tenere conto delle caratteristiche personologiche proprie non solo dell'autore ma anche della vittima. Secondo il relatore, molta della violenza del malato mentale verrebbe negata da parte degli psichiatri, soprattutto per quanto riguarda il passato, in un atteggiamento di difesa da una possibile violenza perpetuabile nei loro stessi confronti. Per comprendere il perchè una persona uccida è, a suo parere, fondamentale conoscere la sua storia personale, in quanto è proprio lì che si nascondono le ragioni più profonde.

Dopo aver elencato ragioni "squisitamente culturali" per le quali in passato, o anche attualmente, l'omicidio tra simili sia cosa comune, volge alla conclusione dell'intervento. Ritiene che non sia la malattia mentale a portare il soggetto ad uccidere, bensì che sia la sua storia personale a portarlo ad essere violento; la malattia sarebbe responsabile solo della scelta del momento e della modalità. Si deve, a suo parere, fare una fine distinzione tra violenza e malattia mentale.

Ironizzando sulla capacità, o meglio ancora, sull'incapacità dello psichiatra nell'individuare la prognosi corretta del comportamento violento, puntualizza come quest'ultima possa essere di tre tipi: Generica, nel qual caso lo psichiatra deve intervenire, ma non può privare il paziente della propria libertà; Condizionale, ossia manifestarsi solo in determinate condizioni e nei confronti di specifici individui, per cui lo psichiatra deve essere in grado di identificarle e deve intervenire solo nel caso in cui le suddette condizioni si verifichino; infine Immediata, nel caso in cui il processo abbia già avuto inizio, per cui l'intervento dev'essere tempestivo.

La violenza come sistema di potere e di controllo di tipo mafioso: la specificità di Cosa Nostra

L'intervento del dott. M. Russo porta un contributo di esperienza sul campo nell'ambito della violenza come sistema di potere, vissuta in qualità di Sostituto Procuratore nella città di Palermo. Violenza come patologia, ma patologia sociale; non posiamo parlare di malattia mentale riferendoci alle modalità comportamentali tipiche di cosa Nostra.

La Mafia è un' organizzazione violenta che esercita potere. Le sue origini, storicamente rintracciabili in una società, quella latifondista meridionale, in profondo mutamento in cui questa organizzazione di potere violento si pone come alternativa parallela, illegittima, alle problematiche della popolazione.

Di fatto, ancor oggi, all'interno dello stato coesiste questa organizzazione extra ordinem, a "tutela" e "garanzia" di ciò in cui lo Stato legittimo appare gravemente deficitario.Anche questa assenza, non solo l'azione violenta della mafia, può essere responsabile dell' "uccisione" dei diritti civili dei cittadini.

La necessità di ristabilire oggi le norme legittime di tutela dei cittadini è urgente; essa può passare solo attraverso gli strumenti della democrazia, non già solo demandando alla magistratura questo onere.

Ma come appare agli occhi del magistrato l'uomo che si rende "braccio esecutore" della mafia? Il profilo che emerge non appare certo rincuorante: il killer, che opera spesso attraverso istanze altrui, si mostra indiffeente verso il prorpio opeato, verso il dolore scaturito dai suoi stessi gesti. La sottocultura mafiosa è anche l'abitudine a convivere con la morte. Anzi, la mafia diventa foriera di un'identità : (riporto una frase tradotta in italiano dal siciliano, di cui ignoro lo spelling..) "Da essere nessuno mischiato al niente, divento qualcuno". La mafia conferisce ai suoi affiliati potere, che diviene un potere quasi divino: quello di togliere la vita ad altri essere umani. L'omicidio può divenire dunque, per il killer mafioso, un mezzo per affermare la propra identità.

Criminalità organizzata "hard" e "soft": violenza fisica e violenza morale

L'ultimo intervento della giornata, quello del Prof. V. Volterra, si interroga ancora su alcuni aspetti della violenza. Innanzitutto il quesito che si impone prepotentemente è se si possa considerare "normale" una certa violenza. Esiste, cioè, una "normale" risposta ad eventi stressanti, che si esplica con la violenza? e se sì, come può il clinico valutarne l'appartenenza o meno al range della normalità? Se si cerca nei comuni sistemi nosografici non esiste d oggi una patologia della violenza. Dobbiamo dunque considerare questa modalità di comportamento umano piuttosto come un sintomo. E come tale ecco che lo ritroviamo in numerose patologie, potremmo definirlo quasi ubiquitario. Esistono, d'altronde, differenti aspetti del comportamento violento. Al di là delle ipotesi lombrosiane, forse ritornate ad una certa popolarità oggi, di predisposizione personologica alla violenza, esistono anche aspetti come quello contestualista. La violenza, cioè, che emerge da specifici contesti socio-culturali. E forse il caso, viene da pensare, di quella sottocultura mafiosa cui accennava il precedente relatore. Infine è importante considerare la violenza situazionalista, quella che compare in determinate circostanze.

In un noto carteggio tra freud ed Einstein sul tema della guerra e della violenza ad essa connessa, veniva esaminato il quesito dell'uomo costretto alla violenza della guerra dallo Stato che la promuove, in antitesi con la visione della Stato che legittima, in circostanze belliche, la violenza "naturalmente" presente nell'uomo.

Per illustrare, venendo ad una realtà a noi contemporanea, dierse modalità di presentazi0one della vilenza, cosìddetta "soft" e "hard", con la passione e la grande conoscenza per il cinema che lo caratterizza, il Prof. Volterra ha voluto introdurre nella seconda parte del proprio intervento, la proiezione di due esempi cinematografici di tale tematica. Le scene di violenza cieca, spietata, orribile di alcuni pezzoni del capolavoro di S. Kubrick Arancia Meccanica messe in confronto con la meno irruenta, ma altrettanto letale violenza "gentile" subita dal Nicoletta Braschi in "Mi piace lavorare" (F. Comencini, 2004) hanno ben dipinto le multiformi sembianze della violenza, nei modi in cui essa viene perpetrata e nella reazione emotiva che suscita all'osservatore. Il comune denominatore rimane, per entrambe, la grave efficacia lesiva.

(a cura di E. L. Fiscella e P. C. Rossi)

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