DROP IN PROJECT

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26 novembre, 2012 - 19:05

Il ragionamento fatto dai ricercatori era che, se dovevano 
sperare di fare qualcosa di utile nei confronti dell’uso della 
droga tra i giovani, per prima cosa avrebbero dovuto 
"capire in modo realistico il mondo della droga"
(H. Blumer- The world of youthful drug use-1967)




 

L’esperienza bolognese del "Drop in Project", intervento di riduzione dei rischi e dei danni centrato sulle sostanze da party, rappresenta un esempio particolare e unico nel suo genere. In generale il progetto può essere letto come esempio di autorganizzazione sociale che trova riconoscimento e legittimazione sia nel più ampio campo sociale cui si rivolge (il mondo dei consumatori) sia nelle istituzioni che in quel campo operano (Regione, ASL, cooperative, ecc.)
Ciò attraverso una filosofia e una metodologia dell’intervento molto chiare sin dall’inizio - mentre per nulla definito era dove potevamo arrivare, come si sarebbe sviluppato il progetto, quali risultati sarebbero stati raggiunti.
Chi scrive ha partecipato al progetto dalla sua nascita nel 96 sino all’inizio del 2003, pertanto le note che seguono si riferiscono solo ed esclusivamente a quel periodo.



La storia del progetto



Una breve storia della nostra esperienza può essere utile per spiegare meglio il funzionamento del progetto e coglierne gli aspetti più interessanti dal punto di vista della partecipazione nell’intervento sociale.
Verso la fine del 96 all’interno del centro sociale Livello 57 un gruppo di persone, tra cui molti consumatori, prende atto di due aspetti che meritano di essere considerati o riconsiderati: 
1.durante i party del centro sociale, a base di musica techno e a cui partecipano migliaia di persone provenienti da tutto il centronord della penisola, il consumo emergente non è più quello della cannabis ma quello di sostanze sintetiche spesso mischiate tra loro. 
2.L’attività antiproibizionista del centro sociale deve rimodularsi tenendo conto di questi nuovi consumi di cui però si sa poco.
Cominciamo così, come laboratorio antiproibizionista L57 ad occuparci di ecstasy.
Cominciamo a raccontarci le nostre esperienze, passate e presenti, con le sostanze. Ci interroghiamo sugli effetti, durante e dopo, sui modi d’uso, sulle condizioni che massimizzano il benessere e quelli che minimizzano i danni. Non ci interessa tanto il perché le persone le usino (in genere per ottenere piacere) ma cosa succede quando le usano e come questo uso incida sulla loro vita.
E’ da queste prime discussioni e incontri che si forma spontaneamente la pratica del peer support. In realtà il termine support è forse in questo caso esagerato, si tratta più di una conoscenza prodotta e condivisa tra pari, che in alcuni casi fornisce anche supporto e che consente di sviluppare quella che all’epoca abbiamo chiamato la cultura dell’approccio. In tal modo si sviluppa un primo bagaglio di conoscenze che da un lato vogliamo approfondire, dall’altro crediamo utile cominciare a diffondere.
Per i consumatori sono i consumatori stessi le principali fonti di conoscenza, e allora è proprio ai consumatori esperti - psiconauti, ricercatori, studiosi - che ci rivolgiamo. In particolare vogliamo ricordare Erik Fromberg, stabile consulente e collaboratore del progetto, per anni responsabile della riduzione del danno al Trimbos Instituut di Utrecht ( i primi in Europa a fare i test sulle pasticche) e Giorgio Samorini, ricercatore e autore di numerose pubblicazioni sulle sostanze.
Ci viene poi incontro l’antropologia, che sulle droghe è interessata relativamente agli aspetti rituali e simbolici e ci offre una chiave interpretativa adeguata a ciò che vediamo nei party dei fine settimana al centro sociale.
Georges Lapassade, eminente studioso degli stati modificati di coscienza, comincia a collaborare con noi e ci aiuta a vedere meglio il rapporto con le sostanze come fenomeno culturale. L’antropologia ci dice che il 90% delle società ricorre a stati modificati di coscienza per diversi motivi: terapeutici, religiosi, estetici. Per i giovani del nord del mondo legati alla cultura techno (intendendo non solo la musica ma piuttosto l’uso generalizzato della tecnologia, tra cui anche quella applicata alla chimica) l’ecstasy è uno dei principali induttori di questi stati.
Non vogliamo che le nostre conoscenze restino quelle di un circolo chiuso e pubblichiamo un primo opuscolo dal titolo Ecstasy: allargamento della coscienza e restringimento dello stomaco che viene distribuito in migliaia di copie nei giri rave e centri sociali. Già il titolo indica l’ambivalenza della sostanza, che si presta a produrre effetti desiderati e indesiderati e all’interno sono indicati i rischi dell’abuso, i pericoli di un normale consumo in condizioni poco appropriate e i modi per approcciare le sostanze riducendo i rischi di farsi male. E’ questo un primo strumento di peer support, informazione dal consumatore al consumatore.
Ma ci rendiamo conto che il nostro sapere esperienziale, seppur affiancato dalle ricerche di consumatori esperti e supportato dall’ottica esplorativa e non giudicante dell’antropologia deve confrontarsi meglio con il sapere scientifico.
Il confronto con la cultura dei "tecnici": farmacologi, tossicologi, medici e operatori dei servizi è molto fruttuosa: si produce uno scambio reciproco che aiuta gli uni e gli altri a capire meglio il mondo del consumo.
Tutto ciò avviene all’interno di percorsi di formazione che promuoviamo all’interno del centro sociale. E’ una formazione che accanto ai maggiori esperti scientifici vede il protagonismo di chi si occupa di culture giovanili, aperta agli operatori, ma che in primo luogo attrae consumatori.
La formazione ha un carattere aperto, che mette in relazione e contamina mondi diversi.
Ciò produce due risultati. Il nostro gruppo si allarga, nuove persone legate alla scena dei rave e dei consumi si avvicina a noi, nella scena si cominciano a diffondere le parole d’ordine di consumo consapevole, riduzione dei rischi, chill out. Il linguaggio raver si contamina con quello dell’intervento sociale. Sono gli organizzatori dei rave che apprezzano per primi i il nostro intervento e ci chiedono di collaborare con loro.
Ma anche il mondo dei servizi comincia ad apprezzare le nostre conoscenze. In particolare gli operatori formati sull’eroina che sui nuovi consumi si sentono completamente disarmati e che riconoscono la validità del nostro metodo d’intervento.
A questo punto avviene "l’istituzionalizzazione" del nostro progetto.
Ci sentiamo operatori a tutti gli effetti, abbiamo sviluppato una notevole professionalità anche se il nostro profilo è poco definibile e visto che sino ad allora tutto era stato realizzato su base volontaria, con le risorse messe a disposizione dal centro sociale, riteniamo utile usufruire delle risorse economiche legate alla legge 45 (fondi per gli interventi sulle sostanze stupefacenti).


Le premesse su cui il progetto si fonda si possono sintetizzare in alcuni punti:

1.Le sostanze da party come fenomeno culturale e non come problema sociale.
In questo punto sta secondo noi la differenza fondamentale tra il nostro approccio e quello dei servizi. Le sostanze per noi appartengono agli stili di vita, alle esperienze, fanno totalmente parte del nostro sistema culturale. Da almeno vent’anni per i più anziani del gruppo le sostanze erano considerate come risorse per ottenere piacere e arricchire la propria esperienza. E proprio a partire da qui l’attenzione si è posta subito sui possibili rischi. In pratica la nostra posizione era: le sostanze sono ambivalenti ed il consumo di alcune è decisamente più rischioso, sull’ecstasy sappiamo troppo poco, è il caso di cominciare a capirci qualcosa 
L’approccio alle droghe come problema sociale, di cui pure riconosciamo l’importanza, a nostro parere isola un solo aspetto del fenomeno, ne riduce il significato ed il valore complessivi, circoscrivendoli ad un ambito d’intervento specifico per i saperi e le pratiche sociosanitarie. In tal modo però si rischia fortemente di non capire nulla di realistico sul consumo e su come comunicare efficacemente ai consumatori.
Ci siamo sempre considerati una generazione che poteva disporre anche di droghe… Solo alcune sostanze venivano ritenute problematiche: l’eroina naturalmente, ma anche la cocaina se abusata, o gli psichedelici se usati inconsapevolmente. Sull’ecstasy all’inizio eravamo pieni di interrogativi: senz’altro si trattava di un fenomeno da indagare, anche se non c’erano segni visibili di un problema da affrontare. Senz’altro, guardando alle giovani generazioni legate al consumo di sostanze in discoteca, notavamo una forte differenza con la nostra esperienza, ma chi tra noi era già passato per quella fase - e, adolescente nella seconda metà degli anni 80 quando l’ecstasy è arrivata in Italia, aveva già vissuto e superato il periodo "paste e disco per il week end"- più facilmente riconosceva in quei consumi e comportamenti un classico "rito di passaggio". A pieno titolo quindi le nuove droghe e tutto quanto ci sta intorno ci sembrano un fenomeno culturale.

2.Pari dignità e contaminazione del sapere esperienziale e del sapere scientifico. 
Fedeli al principio della psicologia di comunità secondo cui i gruppi direttamente toccati dal fenomeno (i consumatori) rappresentano la principale risorsa da attivare per governare il fenomeno stesso e affrontare i problemi connessi, nel nostro caso eravamo consapevoli che il nostro sapere, per quanto grezzo e limitato, poteva rappresentare una buona base di partenza.
Il sapere dei praticanti, o esperienziale, non solo illumina aspetti del fenomeno che altrimenti resterebbero sconosciuti (ad esempio come si impara a consumare, il rapporto tra contesto culturale e consumo) e che sono di fondamentale importanza per capire il mondo delle droghe ma apre ad un’epistemologia, a modi di conoscere e di intervenire, molto più ricchi ed efficaci perché capaci di operare dall’interno del fenomeno e non dall’alto.
Detto questo, forse anche per la composizione del gruppo - oltre a persone qualificabili semplicemente come consumatori erano presenti operatori sociali, ricercatori universitari, psiconauti che oltre alla sperimentazione si informano studiano e si aggiornano sulla letteratura in materia - non abbiamo mai limitato le nostre conoscenze alle nostre esperienze. Il sapere scientifico ci è sempre parso come una risorsa cui attingere, come base di confronto e di apprendimento ulteriore, semplicemente eravamo convinti che da solo non bastasse per comprendere adeguatamente il mondo delle droghe. Inoltre nel nostro caso, siamo nella seconda metà degli anni 90, anche in letteratura poco si trovava e poco si diceva in merito alle "nuove droghe". La contaminazione tra saperi ci è dunque sembrata utile, sia sul piano della conoscenza, sia su quello delle strategie operative da applicare.

3.Sperimentazione dei modelli di intervento
Come si può intervenire in modo efficace su un contesto?. Innanzitutto è necessaria un’analisi specifica del contesto. Nel nostro caso ci interessava operare nel mondo dei rave e dei party legati alle culture alternative (centri sociali e simili). Contesti decisamente diversi dalle discoteche frequentate dagli adolescenti. Normalmente l’attenzione alle droghe è più marcata negli ambienti da noi frequentati e generalmente il pubblico è di età superiore. Fatte le dovute differenze e, per la limitatezza delle risorse, operando solo dei "nostri contesti" abbiamo comunque riconosciuto sin dall’inizio che c’erano almeno alcuni aspetti non risolti nel mondo dei consumatori a noi vicino:
-superficialità nel distinguere tra uso e abuso
-poca attenzione ai mix tra sostanze diverse.
Su questo piano l’informazione è stata la prima leva azionata. Ma quale informazione? Ovviamente un informazione che senza moralismi descrivesse il consumo nella sua ambivalenza: creativo/ripetitivo, liberatorio/autodistruttivo. Siamo partiti dall’assunto che il consumo non si sconfigge, si tratta di regolarlo. Ma fare informazione è sempre un processo comunicativo che può esser articolato con modi e strumenti diversi. La domanda era : Cosa/come comunica un rave party? Il rave è un dispositivo che nel suo insieme induce al consumo e alla modificazione dello stato di coscienza. Ciò può rappresentare un problema. Si tratta pertanto di operare sul dispositivo stesso per indirizzarlo verso un consumo non problematico. Anche qui è nell’esperienza dei praticanti che si trovano le risposte. Le chill out sono spazi allestiti per il riposo e la ristorazione all’interno dei rave. Sono gli organizzatori stessi che ne prevedono la realizzazione. Ma la chill out non è semplicemente uno spazio dove trovare alimenti, dove potersi sdraiare dopo tante ore a ballare, o trovare operatori che ti accolgono, ti sono vicini in caso di bisogno e ti sanno dare informazioni appropriate. La sua presenza indica un’attenzione al benessere delle persone e al consumare la festa consapevoli che corpi e menti vanno curati, che il consumo va regolato. Questo l’avevamo visto all’estero. In Italia non era diffusa una pratica di questo tipo fino a che grazie anche al nostro esempio molti organizzatori di rave hanno imparato ad utilizzare le chill out. Si tratta in questo caso di uno scambio/apprendimento all’interno del mondo rave e di una pratica che successivamente verrà appresa anche dagli "operatori della notte" dei tanti progetti che negli ultimi anni sono stati realizzati.


4.Stretto rapporto tra piano politico e operatività.
Lavorare sulle nuove droghe non era per noi un semplice intervento sociale: se delle sostanze si sa poco è anche perché nella nostra cultura prevale l’idea che, essendo pericolose, è bene non parlarne normalmente, trattandole invece come qualcosa di misterioso, sottolineando gli aspetti oscuri e quindi pericolosi. In tal senso il proibizionismo ci è sempre sembrato in primo luogo un proibizionismo della parola e della conoscenza. Affermare che l’ecstasy può avere aspetti positivi, come del resto affermato da diversi psicoanalisti che l’hanno utilizzato in terapia, nel regime proibizionista è una sorta di scandalo. Nascondendo questo aspetto si impedisce però di rendere convincente e credibile agli occhi del consumatore ogni discorso in merito. Per noi fare un ‘informazione completa sull’ecstasy, e poi la ketamina e altre sostanze, è un modo per mostrare la necessità di un cambiamento generale delle politiche sulle droghe. 
E il cambiamento per noi avviene non solo nel merito ma anche nel metodo. Se ad occuparsi di droghe non sono solo i tecnici, ma, in piena "autonomia del sociale" anche gli animatori di un centro sociale, forse si riesce, in questo caso specifico, a dare concretezza e senso a concetti e "progetti" come quello di "comunità competente". Se comunità competente significa capacità di un sistema sociale circoscritto di affrontare da sé i propri problemi, senza delegare risposte e soluzioni agli specialisti., nel nostro caso crediamo di operare proprio in questa direzione.

5.Consapevolezza di essere parte attiva nel processo circolare di costruzione e definizione sociale del fenomeno su cui si sta intervenendo
Sostanze da party (o nuove droghe) in sé non significa nulla, è l’attribuzione di significato che le rende di volta in volta qualcosa di particolare: tema per la propaganda politica, motivo d’allarme e di ripensamento dell’operatività per i tecnici, strumenti di divertimento per i consumatori, oggetto di paure per i genitori, merce di valore per gli spacciatori, fenomeno mediatico per influenzare l’opinione pubblica.
A seconda della connotazione ricevuta le sostanze possono così apparire molto pericolose e di conseguenza demonizzate o all’opposto poco problematiche con il rischio di approcci superficiali. 
Sulla base della prospettiva da cui le si guarda si definiscono successivamente:
-linee di intervento: prevenzione/repressione/riduzione del danno ecc.
- enunciati e giudizi che influenzano, o pretendono di influenzare i comportamenti (non calare la tua vita / o ci sei o ti fai / l’ecstasy ti frigge il cervello/ sale sale e non fa male) 
-pratiche di consumo: abuso / uso consapevole
- in generale, le culture entro cui il fenomeno viene interpretato e trattato.
Essere parte attiva nel processo di costruzione sociale di questo fenomeno ha per noi significato impegnarci nella produzione di informazione e conoscenza, di dispositivi per il consumo non problematico e in parte per l’intervento su quello problematico, lottare per la realizzazione di politiche più efficaci finalizzate al benessere delle nuove generazioni )




 

Motivazioni e competenze


E’ innegabile che all’interno del gruppo, la cui composizione è peraltro variata nel corso degli anni, le motivazioni e le competenze erano diverse.
Una motivazione comune è però sempre stata quella di autoprodurre informazione e realizzare azioni finalizzate in modo assolutamente libero dai vincoli istituzionali. Di fatto ciò significava dare maggior coerenza al nostro operare nel centro sociale: uno spazio dove è consentito consumare sostanze ma dove proprio per questo è necessario creare le condizioni per un uso non problematico.
C’era una forte motivazione politica: fare antiproibizionismo per noi significa anche produrre cultura sulle droghe, considerandole come risorse disponibili senza disconoscerne i pericoli connessi
E poi c’erano motivazioni personali: se a tutti interessava non solo conoscere di più, ma anche fare di più in relazione ai consumi, per qualcuno questo aveva/ha a che fare con il proprio lavoro di operatore sociale(educatore/formatore/ricercatore/psicologo/medico) al di fuori del centro sociale, per altri era un modo per apprendere come gestire meglio i propri consumi, per altri era forte il bisogno di gestire più efficacemente i processi interni al centro sociale, per altri ancora era un modo di fare politica antiproibizionista attiva.
Una forte motivazione è sempre stata quella legata ai processi di gruppo: prendere parte al progetto significa fare azioni dotate di senso all’interno di un gruppo con cui sviluppare socialità, fare amicizie, imparare cose nuove, divertirsi, sentire condivisione e appartenenza. Sono le stesse motivazioni che spingono generalmente le persone a frequentare un centro sociale e che in questo caso hanno trovato un contenuto particolare. Per certi aspetti potremmo dire che il processo è più importante del contenuto. Ciò spiega anche l’abbandono e il ricambio dei volontari del progetto: l’interesse per il contenuti può rimanere alto, ma la disponibilità al lavoro di gruppo è venuta meno.
Per alcune persone la spinta reale alla partecipazione è indubbiamente il bisogno di appartenenza.

Le competenze erano molto diverse e questa è stata una grande ricchezza.
Per realizzare i nostri interventi di riduzione dei rischi le competenze di un Dj valgono quanto quelle di un giovane medico. Se vogliamo creare uno spazio informativo credibile abbiamo bisogno di allestitori che sappiano come rendere attraente quello spazio, altrimenti all'interno di un rave, il banchettino informativo non se lo fila nessuno.
Se un consumatore navigato sa riconoscere più facilmente le cause di un malessere guardando negli occhi la persona che sta male, un operatore competente nel primo soccorso sa come intervenire in modo appropriato.
Le competenze di chi per mestiere si occupa di formazione, insieme a quelle di chi è ricercatore universitario (psicologia, storia dei consumi) sono competenze alte che vengono "processate" con quelle di chi sa organizzare un grande evento culturale e politico (es. Street parade). Ne esce un quadro complesso di "intelligenza collettiva" che consente al sapere e alle pratiche di stare dentro i processi sociali con una modalità più flessibile e più ancorata al reale di quanto lo siano i progetti di intervento fondati sulle competenze classiche degli educatori.



Esiti ed efficacia nello sviluppo dell’intervento


Il progetto è nato come intervento rivolto ai consumatori e successivamente ha assunto una connotazione da servizio istituzionale.
Rispetto ai consumatori che frequentano il centro sociale: nonostante i consumi siano molto alti e la partecipazione ai party molto numerosa : 4/5.000 persone a evento, pochissimi sono stati negli anni i ricorsi all’ambulanza e i malori significativi. 
Sul piano dello sviluppo di sensibilizzazione e consapevolezza dei consumi è interessante riportare la dichiarazione di un operatore del Sert di Faenza che, durante un intervento notturno al Livello 57 in collaborazione con il Drop in project, si stupì, al pari degli altri operatori della sua equipe, dell’alto livello di conoscenza e consapevolezza sulle sostanze e sui rischi da parte dei ragazzi da loro intervistati durante il party.
Sono gli stessi partecipanti ai party che ci ringraziano per l’utilità del nostro intervento, perché sanno di poter accedere ad informazioni e conoscenze difficilmente reperibili altrove e perché si sentono più sicuri sapendo che c’è un gruppo pronto ad intervenire in caso di necessità.
Un altro indicatore di successo è l’esportabilità del progetto. Progetti simili sono sorti in altre parti del paese e da anni siamo regolarmente chiamati a testimoniare e fare formazione a gruppi di operatori interessati a sviluppare interventi simili.
Alcuni dei volontari che hanno seguito il progetto negli anni hanno sviluppato una professionalità spesa poi in altri contesti e altri progetti. 

Legittimazione e accreditamento
E’ indubbio che un ruolo fondamentale è stato giocato dall’Assessore Regionale alle Politiche Sociali Gianluca Borghi, che con particolare sensibilità politica e culturale ha fortemente creduto nel progetto.
Ma anche i dirigenti del Sert di Bologna hanno dimostrato un’attenzione ed un interesse inaspettato. Senz’altro ha giocato il fatto che noi autonomamente e con notevole competenza abbiamo saputo fornire risposte credibili a rispetto ad un ambito (le nuove droghe) che fino a pochi anni fa era totalmente scoperto e rappresentava una sorta di territorio sconosciuto ai servizi.
Inoltre la nostra disponibilità al confronto e alla collaborazione ha decisamente modificato la percezione e il giudizio sul mondo dei centri sociali, aumentando la fiducia nei nostri confronti.



Vecchi e nuovi consumatori e l’ipotesi del peer support


Abbiamo sempre pensato di essere un attore sociale qualificato rispetto al nostro ambito d’intervento. La conoscenza del mondo dei servizi, dentro cui alcuni di noi avevano lavorato, ci dava la sicurezza di poter intervenire in modo competente. La sorpresa è stata riconoscere che anche a livello internazionale il nostro modello trovava referenti e compagni di strada. Ciò ci ha reso più decisi nel negoziare con le istituzioni, mai percepite come un nemico ma come possibili partner oltrechè fonti di finanziamento.

Questo progetto considerato nel suo sviluppo ci conferma nell’ipotesi che il "sociale" può trovare al suo interno le risorse necessarie per rispondere ai propri problemi. Con una piccola forzatura potremmo parlare di contribuire alla realizzazione di una "welfare community", considerando come comunità sia il mondo dei raver e dei centri sociali, sia la comunità territoriale bolognese.

La professionalità che ci siamo costruiti è anomala, perché non ci sentiamo semplicemente operatori sociali (e in quanto tali pensiamo che le competenze si possano in gran parte, ma non totalmente, costruire sul campo), ma anche operatori culturali e politici.
Pertanto, guardando alla nostra esperienza, non sentiamo il dilemma tra informalità e professionalizzazione, nel nostro caso l’una è stata il presupposto dell’altra, nel senso che il tipo di intervento realizzato richiede proprio una professionalità che si può costruire solo nell’informale (ad esempio non si può comunicare efficacemente con un consumatore all'interno di un rave se questo non sente che tu sei come lui, appartenente a quella comunità dove il confine tra lecito e illecito è spostato molto in avanti ).
Rispetto allo scenario futuro un modello simile al nostro, ed esteso ad altri ambiti, può rappresentare un importante pezzo di autorganizzazione sociale che contrasti i danni creati dallo smantellamento del Welfare e dal progressivo abbandono del sociale in nome dell’individualismo proprietario.

Lavoriamo sulle aggregazioni e i gruppi sociali con l’idea che è nei gruppi che si possono trovare quelle risorse che le politiche liberiste vogliono sottrarre alla società 

Scheda progetto (1997 — 2003)

Il progetto si muove su due binari paralleli: uno autonomo e autorganizzato, l’altro istituzionale, legato ai fondi della legge 45 per gli anni 2000 —01 e, secondo finanziamento, 02 —03. 
E’ un progetto di intervento nei contesti notturni, illegal rave e party in centri sociali e strutture simili, finalizzato a sensibilizzare, informare e fornire assistenza ai consumatori di sostanze.
Il progetto nasce nel 97, all’interno del centro sociale Livello 57, a cura del Laboratorio antiproibizionista, uno dei gruppi interni al centro sociale. Si allestiscono le prime "chill out", spazi per il riposo e la ristorazione (alimenti energetici, frutta, acqua), al cui interno sono presenti banchetti con materiale informativo sulle diverse sostanze e personale in grado di intervenire nel primo soccorso, fornire informazioni sui rischi, fare osservazione partecipante e ricerca sui comportamenti legati al consumo. 
Il progetto prevede anche la realizzazione di convegni e seminari internazionali rivolti a consumatori e operatori sociali che consentono al gruppo di creare una rete europea di gruppi per la riduzione del danno (progetto Basics ).
Il progetto è totalmente autofinanziato fino al 2000, ma nel 98, per la realizzazione del percorso formativo "Sostanze pianeti interventi" ha usufruito di circa venti milioni di lire attraverso il programma comunitario Gioventù per l’Europa.
Nel 2000 visto l’interesse dell’Assessorato alle Politiche Sociali della Regione Emilia Romagna e dell’ASL di Bologna il progetto viene potenziato attraverso i finanziamenti regionali. Si acquista un Camper, nuovi materiali e strumenti per la chill out e le risorse umane vengono rimborsate per i loro interventi. Una quota del finanziamento è per le due figure di coordinamento del progetto. Il progetto è a titolarità ASL, che si appoggia alla cooperativa sociale Grado 16 (di cui è socio uno dei coordinatori del progetto e a cui collaborano altri operatori), che fa da referente istituzionale non essendo il Livello 57 ente giuridico.
Nel 2002, a causa di ritardi nel rinnovo della convenzione il progetto è continuato su base volontaria, senza percepire fondi.

Obiettivi: la riduzione dei rischi e dei danni, lo sviluppo di un "consumo consapevole" anche attraverso la produzione e diffusione di materiale informativo tra i consumatori, la sensibilizzazione degli organizzatori di rave verso dispositivi di chill out, l’assistenza in caso di problemi ai frequentatori dei rave.

Equipe: è formata da alcuni animatori del centro sociale. Alcuni di essi sono operatori sociali, altri ricercatori universitari, altri semplici consumatori. L’equipe si autoforma attraverso incontri interni e formazione con esperti europei. Il numero dei partecipanti varia tra 10 e i 20 durante gli anni, la struttura dell’equipe è volutamente aperta, tutti possono prendere parte alle azioni attraverso primi momenti di affiancamento al personale più esperto. Il numero minimo di partecipanti alle uscite notturne è di 5 persone, 20 nel caso di grandi eventi. In genere gli interventi durano dalla mezzanotte alle prime ore del mattino.

Azioni istituzionali: realizzazione chill out, informazione, formazione
Azioni autonome: attività di controinformazione, test per l’analisi chimica delle pasticche forniti ai consumatori, attività politica (Conferenza governativa di Genova, Mdma, Social Forum di Firenze, Street parade antiproibizioniste).

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