Ri-progettazione del credito scientifico nell'era dell'economia dell'informazione globalizzata

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4 novembre, 2012 - 22:36

 

RIASSUNTO

Recentemente è sorto l’interesse per la valutazione dell’impatto delle recenti modifiche nella legge sulla proprietà intellettuale sulla struttura e sulla conduzione della ricerca scientifica. Questo saggio parte dalla prospettiva della letteratura degli studi della scienza e suggerisce che i primi semplicistici appelli all’analisi economica e la sacralità delle intenzioni autorevoli sono ampiamente difettosi sia nelle dimensioni teoriche, sia in quelle empiriche. Noi proponiamo un’alternativa basata su una tassonomia dei tipi di autori presi in considerazione in diversi regimi di proprietà intellettuale. Da questa prospettiva, due tendenze recenti e semi-indipendenti — precisamente, la revisione profonda del copyrigth e del brevetto nella direzione contraria alle prime costruzioni dell’autore e verso un controllo di maggiore downstream, e la spinta alla ri-progettazione delle università verso una direzione maggiormente commerciale — stanno conducendo ad una contraddizione fondamentale del ruolo dei modelli disponibili per gli scienziati contemporanei. Bruscamente, più la scienza viene commercializzata sotto il nuovo regime, più le pratiche di ricerca ed i protocolli precedenti vengono minacciati. Il saggio si chiude con tre tipi di esempi per illustrare questa affermazione: i legali chiedono di sopprimere la critica il dibattito, le restrizioni sull’accesso al dibattito e la trasformazione dei giornali scientifici in pubblicazioni infocommerciali.

INTRODUZIONE

Perché così numerosi e seri pensatori sembrano sperimentare tale arrivo problematico ai controlli con i processi sociali e le loro relazioni instabili alle strutture economiche dedicate al loro mantenimento ed incoraggiamento? Esther-Mirjam Sent ed io abbiamo appena terminato di pubblicare una ricerca storica dei vari approcci all’analisi di ciò che si può chiamare "l’economia della scienza" (Mirowski e Sent, 2001). La lezione più importante delineata dall’esercizio, almeno per me, è il ventaglio di teorie sociali che gli analisti della politica scientifica hanno sviluppato nel passato e che sono servite principalmente per sviare la loro attenzione dai problemi pressanti e dalla grandi trasformazioni nella scienza contemporanea. Se dovessi riassumere l’esperienza dell’ultimo secolo, sembra che sia consistita in una o due elementi di base: una afferma che la scienza opera proprio come un mercato, quindi non ti preoccupare e sii felice; mentre l’altra insiste sul fatto che la scienza è proprio l’antitesi del mercato e deve essere trattata con la reverenza appropriata ad un mistero, negando del tutto gli sporchi dettagli del finanziamento. Ciò che è persino strano di questa situazione è il modo in cui quelli che si ritengono degli strenui sostenitori della metafora di un "mercato delle idee", da Michael Polany a Paul David a John Ziman alla scuola di "attore della rete" di Parigi (tutti ristampati da Mirowski e Sent, 2001) tendono a far cadere la loro analisi indietro nel linguaggio e nelle modalità dell’analisi di mercato verso un’estensione più o meno grande [ ], compiendo così le loro crociate per proteggere la scienza dagli idoli del mercato più che un piccolo sospetto.

Ci sono forse due cattive abitudini in cui questa letteratura tende a scivolare, che servono per evitare qualsiasi ricerca incisiva nella relazione complessa della ricerca scientifica verso strutture e istituzioni economiche. La prima propone una caratterizzazione di ampia portata della lettera maiuscola S della scienza come se mantenesse il dominio come un invariante attraverso tre secoli o più di ricerca. Niente è più dannoso all’esame delle strutture sociali ed alle procedure quotidiane della scienza della tendenza a trattarla come un Ideale Platonico, qualcosa che l’ambito degli studi della scienza mette in guardia nella filosofia della scienza e nella sociologia di stile Mertoniano della scienza. Anche peggio è l’impressione dilagante che la Scienza produca come risultato una "cosa" generica che perdura nel tempo, che viene chiamata "conoscenza" o "informazione" o virtù epistemica. La seconda insidia consiste nel fondere l’operazione dei mercati con i modelli della teoria economica neoclassica. Alcuni dei più importanti aspetti sociali dei mercati, come il trattamento dei diritti di proprietà e l’attribuzione delle valutazioni, sono riservati a tali resoconti confusi nella teoria neoclassica, che molto dell’aspetto economico della scienza degenera in argomenti circa i minimi particolari tecnici dei modelli piuttosto che il fenomeno di interesse [ ]. In passato, le strutture sociali della scienza sono dipese in modi decisivi dalle operazioni di mercato, ma questa dipendenza ha cambiato la sua caratteristica nel tempo. L’intersezione recente delle tecnologie dell’informazione, delle definizioni della proprietà intellettuale e la ristrutturazione delle finanze dell’università è semplicemente l’ultima in una sequenza di interazioni tra scienza e mercato. Argomenti noiosi sull’ineffabile "ordine spontaneo" e l’impervietà della verità della corruzione monetaria e le descrizioni delle misure del benessere utilitaristico inaccessibile, equamente forniscono proprio delle deviazioni dalla questione reale, che è comprendere come le strutture sociali delle discipline scientifiche e le strutture sociali dei mercati interagiscono.

In questo saggio ci chiederemo: cosa è accaduto recentemente ad alcuni tracciati assai logori per avere successo nella scienza contemporanea? Dal momento che noi possiamo rilevare l’indice del successo nell’economia di mercato — precisamente, diventare ricchi — come dato e non problematico, l’inchiesta esplorerà prevalentemente la questione di ciò che ora significa per uno scienziato indossare il mantello di autore al volgere del millennio e chiedere come egli o ella esercita il controllo della paternità, in modo tale da raccogliere il riconoscimento sociale e sostenere ciò che può essere sfruttato in qualche modesto successo economico? Questo implicherà l’analisi dello stato perennemente non facile dell’autore nel processo della diffusione delle scoperte scientifiche, così come le nozioni equamente imprecise del "possesso" delle scoperte scientifiche e la loro relazione a forme di proprietà intellettuale. Il credito scientifico è sempre esistito immerso in un ambiente di diritti di proprietà; la direzione viene dall’esplorare come la paternità è stata costruita, non nata. In questo modo, forse noi possiamo cominciare a fare qualche progresso verso la vexata questione della relazione dalla scienza al mercato. Inoltre, ponendo la questione in questo modo, possiamo in realtà incominciare ad analizzare i cambiamenti recenti nella struttura sociale della scienza, che possono essere il risultato dei cambiamenti nella struttura dell’economia, rivelando i modi in cui essi sono reciprocamente costituiti.

 

 

PATERNITA’ E NATURA DELL’AGENTE SCIENTIFICO

Lo stratagemma per diventare un autore sembra essere una della cose più semplici del mondo: scrivere qualcosa, sottoporlo ad una pubblicazione rispettabile, ottenere che venga accettata e assicurarsi che il proprio nome venga pubblicato con essa. Che sia poesia o scienza, la semplice equazione della persona con il prodotto sembrerebbe costituire la peternità. Ma le apparenze stanno venendo meno e la situazione nella scienza è piena di complessità, come è stato mostrato in alcuni recenti lavori di Mario Biagioli (1999; 2000) e nell’opera dello studioso legale James Boyle nel suo Software, Shamans and Spleens (1996). Sarà la nostra rivalità che essi hanno identificato ciò che potrebbe essere considerata una delle alterazioni più salienti della struttura sociale della scienza nell’esperienza recente, vale a dire, che ha a che fare con quanto la conquista scientifica sia soggetta all’identificazione, alla spiegazione ed alle convalide.

Uno degli ostacoli più persistenti per un’utile economia della scienza è stato la convinzione, ampiamente condivisa, che ci sia qualcosa, chiamata frequentemente "credito" o "creatività dimostrata" o (in modo più crudo) "fama", che agisce più o meno in modo analogo al denaro nel sistema sociale della scienza, che serve per canalizzare e razionalizzare la ripartizione delle risorse per la ricerca scientifica. Si pensa che questa entità si collochi come incentivo futuro, sia come indice di valore dimostrato, sebbene nel caso della scienza è stata pratica comune lamentarsi del fatto che sia anche penosamente intangibile, qualche volta, che langue timidamente non riconosciuto, e spesso alloggiato presumibilmente nei recessi cognitivi oscuri di ciò che viene considerato in qualche mondo ideale come la comunità scientifica "rilevante". E’ presumibilmente durevole e inalienabile una volta "guadagnato" e, pertanto, non deriva la sua valutazione dal mercato, sebbene esso possa essere preso a prestito in varie forme di sostegno economico esplicito. Questa, certamente, è una vecchia idea, in un certo senso, ma una che è stata elevata ad una posizione più centrale nella politica della scienza nelle discussioni degli anni ’30 e ’40 sulla organizzazione sociale della scienza e rappresentata dal famoso saggio di Michael Polany, "The Republic of Science". Esso sostiene i resoconti post Kuhniani dei filosofi della scienza come David Hull (1988) e Philip Kitcher [ ]. Per un po’, ha costituito il punto di attacco della scuola Mertoniana della sociologia della scienza. Può essere considerato anche un principio aggiuntivo in molti testi teorici ristampati (Mirowski e Sent, 2001) e echeggia facilmente con la "forma cognitiva" presa da molte delle microeconomie moderne, che ricorrono specialmente alle nozioni di "reputazione" e di credibilità nella teoria del gioco.

Sembra che numerosi cambiamenti strutturali nell’organizzazione della scienza alla svolta del millennio abbiano spinto almeno alcuni osservatori a riconsiderare la coerenza di questo luogo comune (Cohen, 1995; Koertge, 1990; Biagioli, 1999; 2000). Dopo tutto, qualsiasi cosa che può "attribuire il merito" significa quando ci sono più di duecento nomi (in ordine alfabetico) su un articolo di quattro pagine in Physical Review Letters [ ]. Ma il problema non è solamente o semplicemente la crescita pervasiva di multi-paternità in tutte le scienze, non meramente alcuni artefatti tecnologici o la crescita inesorabile di progetti di Grande Scienza. D’altra parte, il problema si estende ben oltre ciò che è stato denominato "Matthew effect" nella sociologia della scienza o la disonestà fondamentale che discende dal fatto che alcune persone sono più dotate proprio dal processo di auto-promozione accademica e frequentemente altri fraintendono la fama per responsabilità. Da dove derivano le idee, in ultima analisi? Chi, in realtà, si dà da fare per catturare il "merito" per un risultato pubblicato che deriva da un laboratorio organizzato gerarchicamente con letteralmente centinaia di lavoratori in ruoli subordinati e vulnerabili, agli inizi delle loro carriere e chi veramente lo merita? Quanto è buono il "merito" di pochi membri, quando alcuni terzi escono e brevettano la sequenza genetica — o, più vicino al vero per gli economisti, il vostro ingegnoso computer che scambia l’algoritmo incarna le ultime aspettative razionali o di modello o di prezzi derivati — che voi crediate di essere i primi a decifrare e codificare? Cosa accade al "merito" quando gli sponsors delle aziende costringono gli scienziati delle università a firmare accordi di non-rivelazione o clausole precedenti di restrizione come condizione per il finanziamento? Il "merito" è qualcosa che cade semplicemente nel regno della "etica" o occupa qualche confusa terza categoria oltre sia il mercato, sia i canoni della virtù? Come è consuetudine, in America, alcuni corpi giuridici hanno iniziato a fare delle affermazioni sul "merito" per riempire il vuoto: per esempio, l’Office of Research Integrity of the U.S. Department of Health and Humans Services ha stabilito che le dispute sul merito tra i collaboratori su un progetto comune non dovrebbero essere trattate come questioni di "cattiva condotta scientifica". Le cose sono andate chiaramente ben oltre gli aspetti cerimoniali per "dare fiducia" alla prudenza giudiziosa della disciplina dei vecchi saggi per diluire le amare iniquità dell’ambizione umana con il latte della gentilezza umana. Biagioli (1999) cattura bene lo stallo con il suo resoconto del dibattito sulla vera natura della paternità tra l’International Committee of Medical Journal Editors.

Il problema centrale, come appare sia a Boyle, sia a Biagioli, è che ci sono stati almeno tre concezioni conflittuali della paternità, in generale, nella cultura e queste hanno da poco una tendenza a creare conflitti nelle sfere legali ed economiche e questo, a loro volta, ha avuto gravi conseguenze per la politica scientifica, specialmente nell’ambito di ciò che abbiamo chiamato (Mirowski e Sent, 2001) il ‘regime di privatizzazione globalizzato’. Con quest’ultimo intendiamo varie iniziative verso la privatizzazione e la riorganizzazione dell’università basata sulla scienza negli ultimi due decenni, principalmente in America, ma spesso nei contesti trans-nazionali che rispecchiano il raggiungimento delle aziende trans-nazionali. La domanda in questo contesto pertanto diventa: Quale è la relazione della proprietà intellettuale definita nella sfera del mercato per la paternità realizzata nella sfera della pubblicazione scientifica e, pertanto, per il fenomeno del ‘merito scientifico, specialmente nel contesto del finanziamento e della politica della scienza? Consentiteci di discutere queste varie alternative nella persona dell’autore, nella preparazione di fare una diagnosi della situazione del merito in un’economia della scienza che non è collocata nel Paese della Cuccagna.

 

 

TRE PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE

1. Il Genio romantico

Una versione comune della paternità si svolge intorno all’idea dell’originalità personale, che Boyle suggerisce di datare alla persona dell’autore Romantico [ ]. Qui l’Autore non viene definito dalla conoscenza di uno schema di regole, ma invece dalla trasformazione Prometeana del genere e dall’abile trasgressione (e talvolta scioccante) di molto di ciò che viene preso per accordato nella cultura. Per timore che il lettore rifiutasse la rilevanza di questo personaggio Romantico per lo scienziato moderno, senza preavviso, lasciatela fermare a contemplare il trattamento standard di fisici come Richard Feynman o Stephen Hawking, o i biologi come Kary Mullis o Barbara McClintock [ ]. Lo scienziato Romantico è l’argomento principale dell’immagine culturale daEnemy of the People di Ibsen alle ultime puntate di Nova, il programma della PBS. Quello che è poco chiaro dell’autore Romantico per cui lo scienziato è o l’ultimo oggetto della loro ricerca personale, è una verità consensuale, o una prospettiva libera (e verosimilmente anti-Romantica) di consenso sociale. Fin da Thomas Kuhn, viene fatta frequentemente una distinzione tra la scienza mondana che risolve i puzzle e non perturba mai i credo principali o le aspettative degli altri scienziati e qualcosa d’altro, a quanto si dice più ‘rivoluzionario’, che ci induce a rivedere le nostre conoscenze fondamentali di un intero programma di ricerca. A meno che l’innovazione sia immediatamente ed universalmente accolta, la scienza ‘rivoluzionaria’, di necessità, farà appello ai difensori ed ai portavoce che assomigliano all’autore Romantico per sostenere la sua causa, almeno nel periodo in cui gli è stata fatta resistenza dalla maggioranza più conservativa.

Esiste uno schema legale consolidato per la validazione di una specie di ‘merito’ nell’immagine dell’autore Romantico: è chiamato ‘copywright’. Il copywright era inizialmente inteso per promuovere l’originalità nell’espressione; è centrato sulla protezione della forma; non è un tentativo di fare alcuna sorta di dichiarazione solenne sul contenuto o la legittimità delle affermazioni fatte nel testo in questione. Come spiega Boyle [ ], la distinzione forma/contenuto era un approccio per tentare di riconciliare la contraddizione che l’autore poteva mantenere alcuni diritti sulla sua opera, anche se proprio l’atto di comunicazione implicava necessariamente di offrire l’utilizzo delle idee agli altri. Può sembrare perverso tentare di monopolizzare e controllare la saggezza collettiva della razza umana, ma sin da Locke, ha dato l’impressione a molti come di buon senso che noi dovevamo essere in grado di possedere noi stessi. Ma anche qui c’è spazio per scivolare: il copywright non ha bisogno di essere invocato dalle persone che hanno scritto il testo e viene generalmente garantito solo per un periodo di tempo prefissato. La ragione di questa curiosa serie di proibizioni, datata 1709 in Gran Bretagna e 1970 negli Stati Uniti d’America e regolarizzata nel 1887 nell’ambito internazionale della convenzione di Berne [ ], è un programma per assistere nella protezione della ‘personalità’ la cui identità è intimamente riferita alla sua originalità; questo deriva frequentemente da una tradizione Kantiana che tratta l’individuo come auto-costruito. Ancora di recente, c’è stata non solo una forma generica di violazione del copywright, chiamata ‘plagio’. Essa comprende la dannosa sostituzione di persona di un altro autore legittimato legalmente.

La costruzione iniziale del copywright centrata sull’atto di fare una copia, perché aspira a separare il controllo sugli utilizzi di un testo, dovrebbe essere posta da una domanda più semplice della vendita iniziale di riproduzioni dell’unica originalità ineffabile del testo dell’autore per un tempo delimitato. Giustificazioni per il copywright differiscono nei contesti nazionali, ma negli Stati Uniti l’articolo 1 sezione 8 della Costituzione, l’oggetto della protezione è stabilito esplicitamente essere il "promuovere il Progresso della Scienza e delle Arti utili". Questa distinzione è stata scalfita di recente, specialmente in riferimento alla prima vendita e all’uso corretto, come scopriremo sotto (Halbert, 1999; Cohen, 1998; Mann, 1998; Litman, 2001).

 

2. Il tinkerer Applicato

Un seconda forma di paternità reca una sorta differente di riconciliazione del mantenimento della continuità della tradizione e l’incoraggiamento dell’innovazione. Questa incarnazione dell’autore, che qui è ben riconosciuto come il "tinkerer", inizia con una certa entità del processo che già esiste e descrive un modo per farlo meglio o ancora più utile per uno scopo precedentemente trascurato. La chiave di distinzione qui è che il tinkerer non fa apparire la conoscenza come un’espressione originale della sua personalità; piuttosto egli trova qualcosa che presumibilmente è esterno al suo essere percettivo personale, accessibile pubblicamente a tutti ed esercita i suoi talenti migliorando. Dal momento che è coinvolto un elemento artefatto, è importante notare che ciò che viene promosso è l’utilizzo di un romanzo e non semplicemente la ‘scoperta’ di alcuni fenomeni naturali preesistenti. La logica del ‘merito entra qui con la costruzione di uno schema in cui il tinkerer può recuperare una parte dei benefici della realizzazione del miglioramento, quando posto in uso da altri. Sebbene la natura del miglioramento può essere stata formalmente stabilita come un’idea o un testo, la responsabilità della paternità viene qui attribuita ad una realizzazione di un espediente o processo, una di una lunga sequenza di stratagemmi o processi riconosciuti.

E’ esistito un tracciato legale per la validazione di queste varietà di ‘meriti’ e viene chiamato brevetto. Qui, il precedente legale è un po’ complicato, ma una interpretazione dominante della legge recentemente è che i brevetti dovrebbero essere limitati alle applicazioni e non dovrebbero essere concessi per le idee. Ancora, viene promulgata una sottile distinzione tra la cosa e il processo in se stesso, che in un certo senso ha reso accessibile a tutti semplicemente tramite il merito della sua vera esistenza ed il concetto di utilizzo della cosa o del processo, per il quale il ‘merito’ può essere invocato e protetto. I brevetti hanno una storia lunga, ma nel contesto moderno sono iniziati come mezzi di incoraggiamento per le realizzazioni di mercato della nuove invenzioni. Tuttavia, nel corso della loro carriera variegata sembra che potessero essere facilmente rivolti ad altre specie di obiettivi involontari, come uno strumento per controllare gli schemi esistenti della concentrazione industriale e la struttura del mercato. La realtà legale del brevetto, tuttavia, ha subito alcune revisioni radicali negli ultimi decenni [ ], un punto su cui ritorneremo sotto; e questo avrà anche implicazioni per la teoria dell’autore scientifico. Nonostante ciò, la forma generica di violazione del brevetto è la contraffazione e comprende l’utilizzo non autorizzato del processo o della cosa.

Questa seconda immagine dell’autore scientifico come tinkerer deride la dicotomia più acuta del regime della politica della scienza della Guerra Fredda, precisamente la ‘scienza di base’ versus la ‘scienza applicata’. Essa ha posto una separazione netta di ruoli tra la creazione di un idea e la sua applicazione, o, alternativamente, la scoperta di un fatto e l’utilizzo d’esso e ha favorito l’impressione che c’erano due differenti tipi di ‘merito all’opera. Essa era fondata su uno schema di organizzazione della scienza molto particolare, che era caratterizzato da una protezione relativamente debole della proprietà intellettuale per lo scienziato puro nell’università, combinata con gli ostacoli strutturali imposti all’atto del brevettare ai livelli militare ed universitario. Nel più vecchio modello della Guerra Fredda, presumibilmente, la scienza pura terminava con la pubblicazione nella letteratura delle riviste. Tuttavia, la separazione non era mai così chiara, o concettualmente o nella pratica effettiva della scienza, come ampiamente descritto allora. Nella Grande Scienza, il virtuosismo della strumentazione e della tecnologia non può essere completamente messo in quarantena dalla teoria e dal test di realtà (Galison, 1997); e il fatto che la scienza coinvolgerebbe la scoperta di qualche fenomeno precedentemente esistente, non un’espressione in sé della personalità o dell’originalità dello scopritore, predicato da sé su una sequenza precedente di fenomeni costruiti o orchestrati trasmessi da altri scienziati, esprimeva tutto, tranne gli esercizi più astratti di carta e penna, esibendo almeno un po’ di rassomiglianza con le attività del tinkerer [ ].

Nel ventesimo secolo, le tensioni tra ‘trovare’ e ‘fare’ la verità tendevano ad essere sommerse dalla divisione dei ruoli sociali o dello ‘scienziato puro’ o dell’ingegnere. In breve, lo scienziato sotto il modello più vecchio della metà del ventesimo secolo veniva esortato ad abiurare il brevetto del merito, in proporzione al grado in cui desiderava preservare la sua integrità come fonte personale di novità intellettuale.

 

3. L’impiegato

E quindi, esiste una terza specie di autore, o, piuttosto, c’è una categoria residua di modello del ruolo che si supponeva tenesse conto di tutti quelli esclusi dalle prime due categorie. Queste sono persone che scoprono razionalmente le leggi naturali anticipate e le regolarità seguendo le procedure routinarie non controverse e costruite in modo incrementale su dottrine ampiamente accettate. Ci sono persone che lavorano spesso in ampi gruppi strutturati, che vanno incontro alle aspettative dei loro superiori su basi sicure e seguono percorsi di carriera in strutture burocratiche. Può sembrare incongruo fare riferimento a queste persone come ‘autori’, dal momento che essi né esprimono la loro individualità, né migliorano necessariamente processi fungibili, ma, tuttavia, rendono conto della mole di tutta la scienza pubblicata. Essi creano saggi, ubbidiscono a protocolli di laboratorio, controllano gli errori di attribuzione, conducono ricerche di letteratura, negoziano con altri ricercatori l’accesso ai materiali, redigono documenti, sottopongono richieste di sovvenzione, correggono, dove incaricati, e cooperano per fare sì che il lavoro della loro squadra venga pubblicato. Questi sono gli ‘scienziati normali’ disprezzati da Kuhn, i dottorandi ed i tecnici di laboratorio e gli studenti laureati i factotum del mondo.

Il problema di questa terza forma di paternità è che non si conforma molto bene ad alcuna immagine precedente dell’autore prevalente nella cultura occidentale. L’effetto cumulativo dei ruoli distribuiti a tali persone è, per lo più, di cancellare la loro individualità e sommergere il loro contributo nel complesso della comunità più ampia. Il loro lavoro è di scoprire le verità transpersonali che dovrebbero essere accessibili a qualsiasi persona preparata adeguatamente, di intelligenza normale. Il loro compito è più empaticamente noninfondere le loro scoperte con l’atmosfera o personalità locali. Il fenomeno di interesse dovrebbe ‘parlare per se stesso’. Anche se l’esperienza personale parla loro in modo diverso, niente della specificità delle loro procedure e scoperte dovrebbe apparire nei loro resoconti pubblici. Essi devono subordinare i loro progetti ed aspirazioni alla volontà del gruppo, i testi devono essere scritti in modo tale da rendere il personale del gruppo trasparente, di vicina irrilevanza. Nel mercato, c’è un modello stabile di ruolo legale per questo tipo di persona: essi sono chiamati impiegati. Ma gli impiegati, per definizione legale, non hanno pretesa legale sui frutti del loro lavoro.

C’è una sorta di ‘merito’ scientifico che deriva da questa forma non facile di paternità? C’è una difficoltà: sì e no. Sì, c’è la presenza del nome di un individuo sui documenti pubblicati e sulle presentazioni formali al pubblico scientifico; c’è il fenomeno conseguente del curriculum vitae; ci sono le citazioni al cognome e l’appartenenza ai comitati professionale e scientifico; c’è l’inclusione nei vari collegi invisibili e comunità chiuse e tutto il resto. Questi giornali, questi consigli, comitati sono incaricati nominalmente, con l’allocazione e la validazione di queste specie di meriti. Se è consentito, possono essere inclusi in uno dei titoli delle pagine di più autori citati sopra, sebbene gli schemi di assegnazione del merito varino drammaticamente tra le singole scienze (Kling e McKim, 2000). Ma, allo stesso tempo, no: non esiste alcun indice sanzionato legalmente per ciò che può stare da solo, come richiesta eterogenea e poco attraente, che può essere solo imperfettamente aggiunta al nome di una persona, un festone di legittimità, validità e commensurabilità ampiamente variabili; i componenti del curriculum vitae tutti legati in modo insignificante ad un contesto in cui l’identità della persona era sommersa e cancellata simbolicamente [ ]. Sembrerebbe diventare evidente che la ‘paternità’ in tali circostanze è sempre stata un fenomeno altamente negoziato; da qui, la convinzione ingenua che la responsabilità in sé deve conseguentemente essere rivista e riconsiderata. Per esempio, i giornali scientifici ed i comitati non vogliono essere costretti ad aggiudicare meriti, molto meno responsabilità per un testo scritto (Davidoff, 2001); e in molti casi non lo fanno. Stiamo parlando di un mondo in cui qualcuno può essere trattato come una specie di santo secolare perché "Ha chiarito che voleva solo il suo nome sui manoscritti a cui ha realmente contribuito" [ ]. Un’impronta che sta in piedi da sola di questo tipo elusivo di ‘merito’ potrebbe raramente sopportare il peso di tutte le funzioni sociali che si è spesso sostenuto funzionare; in modo più pertinente e in contrasto alle forme dei due autori precedenti non può e non è stato sostenuto con qualsiasi forte relazione funzionale con indici economici di valutazione. Il solo sostegno legale è il contratto di impiego.

Curiosamente, le tensioni costanti tra ‘fare’ e ‘trovare’ la verità nelle nozioni convenzionali della scienza che circondano le due forme recedenti di paternità del copywright e dei brevetti sono qui assenti. Non c’è alcun esercizio del genio personale e non c’è tinkerer non focalizzato in questo ruolo sociale; c’è semplicemente solo il susseguirsi degli ordini e l’aumento delle routines. Questo è il significato ultimo della affermazione di Biagioli che "secondo le definizioni della proprietà intellettuale, uno scienziato, dal momento che è uno scienziato, letteralmente è un non autore" [ ].

 

 

MORTE D’AUTORE: UNA INCHIESTA

Quindi, quale versione dell’’autore’ è più adatta per capire la condizione dello scienziato moderno? Quale specie di merito risuona vero nel 21° secolo? Storicamente, versioni divergenti dell’autore sono state favorite, relativamente alle alternative disponibili sotto vari schemi differenti di organizzazione della scienza; persino ora in qualsiasi disciplina data, si troveranno persone che si riconoscono inseriti più agevolmente in uno dei tre paragrafi sopra citati. La fenomenologia dell’autore-persona multipli non solo riconosce una divisione reale del lavoro in laboratorio: esistono buone ragioni per modelli alternativi di paternità da co-esistere nella storia della scienza, dal momento che essi riflettono una tensione persistente nel pensiero occidentale tra immagini di ‘paternità’ e ‘scoperta’. Ciò che non può essere stabilito in linea di principio, verrà stabilito temporaneamente in realtà da varie scelte politiche compiute circa la natura e lo status della proprietà intellettuale.

Qui seguiamo Biagioli e Boyle nell’affrontare il problema dell’organizzazione storica della scienza come costruzione di ripiego di alcuni ruoli per un autore che si adatta per sottomissione verso la ripartizione sistematica ed il finanziamento della scienza. Come Biagioli (1999) scrive:




"Dal sorgere della filosofia sperimentale nel 17° secolo, il concetto dell’autore singolo veniva costruito spesso attraverso la cancellazione dei creatori dello strumento e dei tecnici di laboratorio che, a causa dei loro status e credibilità inferiori, non venivano percepiti come creatori di vera conoscenza …Storicamente, quindi, l’autore è stato sempre più uno strumento efficiente di spiegazione della proprietà intellettuale o del merito scientifico, che uno strumento descrittivo accurato del sapere" [ ].

Una delle lezioni più significative degli studi della scienza moderna è che la storia dell’organizzazione della scienza è contemporaneamente una storia di adattamenti di ripiego al problema della spiegazione del sapere e, allo stesso tempo, una sequenza di modelli di ruolo, bloccata per l’autore scientifico. Essi includono: chiostri monastici, nascita in un’aristocrazia, cortigiano di corte, brevetto delle prime lettere moderne, corpi militari di ingegneri, Accademie e Società nazionali con le loro gare a premio formali; un po’ più tardi sistemi di brevetto di innovazioni portate a termine, congressi sul copywright, il sistema tedesco di ricerca universitario sponsorizzato dallo stato e i laboratori di ricerca delle aziende moderne. Non ci possiamo imbarcare in un resoconto della storia economica della scienza in questa sede [ ], ma solo tentare di insistere che la paternità scientifica ed il merito scientifico sono stati continuamente rivisti e rimodellati in parallelo con l’evoluzione della storia economica stessa. L’economia non è semplicemente un’agenzia esterna che finanzia (o no) una scienza che sta in piedi da sola, immortale, costituita in modo indipendente; esse si formano e correggono reciprocamente una con l’altra.

Il nostro interesse immediato qui è di definire la situazione moderna con riferimento all’autore scientifico ed il problema dell’attribuzione del merito. Durante il regime della Guerra Fredda, che si estende dagli anni ’50 agli anni ’80, come un affare economico, veniva dato per scontato che il modello dello scienziato naturale fosse un autore di tipo 3 [ ], sebbene potesse acquisire il copywright in modo discontinuo e, meno frequentemente, i brevetti, in funzioni sussidiarie subordinate alle sue attività principali come scienziato e facoltà universitarie. Nel processo di socializzazione, gli apprendisti erano indotti a credere che le loro identità come scienziati stimati imponesse che essi rinunciassero pubblicamente all’originalità Romantica e alle applicazioni commerciali, almeno in linea di principio, se non nella pratica. Gli scienziati furono prima di tutto e principalmente sostenuti e socializzati come impiegati delle loro università. Tuttavia, si dovrebbe riconoscere che le nozioni vaghe ed intangibili di merito di tipo 3 in sé furono solo vagamente accoppiati alle strutture attuali di sostegno economico delle attività di ricerca di molti di questi scienziati, che erano ancorati in modo molto più sicuro tramite il legame universitario nel sistema corrente militare/universitario di finanziamento della ricerca e di finanziamento di stato del training post secondario; i tipi 1 e 2 di merito venivano considerati irrilevanti nei limiti di questo sistema. La celebrazione della strana stella del media scientifico o la compiacente mediazione del tecnocrate serviva semplicemente a distogliere l’attenzione dalle modalità standard del sistema di rifornimento. Biagioli sintetizza questa situazione come una in cui l’economia del merito scientifico e quella di mercato stavano per essere costituite in opposizione diretta una all’altra [ ]; ma dovremmo correggere questo leggendo, invece: l’economia del finanziamento della scienza in America ed il merito scientifico di tipo 3 furono ampiamente decuplicati dalla costruzione, dovuta alle esigenze della subordinazione della scienza agli imperativi nazionali-con-militari della Guerra Fredda (Mirowski, 1999; 2001).

Pertanto, in qualunque modo venga definito, noi siamo d’accordo con Biagioli che il merito scientifico di tipo 3 non potrebbe mai essere quantificato praticamente (passo ‘scientometrico’) o soggetto alla manipolazione algoritmica in questa epoca; pertanto, non c’era alcuna istituzione formale/legale disponibile per allocare, giudicare e validarlo, in contrasto diretto con i tipi 1 e 2 e, di conseguenza, questi tipi di ‘merito’ non potevano mai esercitare alcuna delle funzioni analitiche che si presumeva fossero nell’economia dei modelli della scienza, per esempio, di Philip Kitcher, David Hull e Paul David. Non è mai esistito sulla terra un sistema reale globale tacito di sovrapposizione di valutazioni cognitive come postulato da Michael Polanyi. Queste evocazioni dei sistemi di merito scientifico virtuale non erano che una metafora ispirata dall’esperienza di mercato — ma noi non metteremmo mai sullo stesso piano che con esso perdesse di importanza. Questo implica che il curriculum vitae, in realtà, non ha mai funzionato come un indice di valutazione non di mercato in ogni senso di decisione teorica, precisamente perché non c’era alcuna istituzione sociale per rendere operativa la sua attribuzione e aggiudicazione, in diretto contrasto con i tipi 1 e 2 di merito. Qualcuno (l’esercito, il governo, la fondazione, l’università) stava, invece, pagando il conto per lo scienziato, ma non rimaneva alcuna struttura sociale specializzata oltre la relazione impiegatizia in sé per convalidare un sistema di attribuzione del merito di tipo 3.

Compianto o no, il sistema della Guerra Fredda è ampiamente scomparso nel frattempo e alla fine del secolo noi ci imbarchiamo in un nuovo regime di organizzazione della scienza. (Questa sequenza di eventi è riportata dettagliatamente in Mirowski e Sent, 2001). Una conseguenza faticosa da raggiungere di questi cambiamenti politici ed economici è che, non solo il merito di tipo 3, ma tutte le varie scelte di merito con i loro tipi di autore connessi sono stati sottoposti ad una revisione profonda, dovuta ad una ri-progettazione organizzata contemporaneamente di tutte le forme esistenti di proprietà intellettuale. La paternità scientifica non è ciò che era solita essere, lasciando molti con serie crisi di identità. Gli scienziati, in linea di massima, non proponevano o iniziavano questo pezzetto di progettazione sociale, ma stanno certamente sia divertendosi, sia soffrendo per le sue conseguenze. I "fatti", una volta semplicemente un componente dell’eredità di una particolare comunità accademica, ora si trovano soggetti alla proprietà e la proprietà è, al momento, pronta per essere afferrata. Molto di questo sta accadendo senza alcun rapporto espresso con il suo impatto sulle strutture della ricerca scientifica; in questo, come in molti altri esempi, lungi dall’esistere in glorioso isolamento, proprio la struttura della scienza è sistemata in ordine sovrapposto con quella della società di cui è una parte.

 

 

RI-PROGETTAZIONE DELLA PROPRIETA’ INTELLETTUALE

Molto del fascino della società dell’informazione del dopo Guerra Fredda tratta della contemporanea "chiusura dei cybercomuni", come se fosse il prodotto puro del determinismo tecnologico: primo, il computer, poi, forse, la memoria magnetica, poi Internet e, infine, il World Wide Web. Questo, a sua volta, si è detto che ci ha trasmesso e-mail, poi Napster e ora un’economia basata apparentemente sulla ‘informazione’, piuttosto che su mattoni e mortaio. Naturalmente, questi racconti morali lineari sono maturi per riportare alle giuste proporzioni gli studi della scienza, come Donald MacKenzie e Trevor Pinch hanno spesso assunto il comando nello indebolire le semplici parabole del progresso inesorabile della tecnologia. Tuttavia, in questo esempio particolare, diventa molto importante capire come una serie di tendenze apparentemente non correlate, attribuite spesso al determinismo tecnologico, si sono unite negli ultimi due decenni per portare avanti l’indebolimento, se non, in realtà, alla morte dell’autore scientifico. Molte di queste tendenze sono state addossate al "computer" come una cosa che si muove, ma che è immobile, in realtà può essere fatta risalire a dei tipi più noiosi di attori e alle loro congiure.

Esiste un’ampia letteratura che sostiene che approssimativamente dal 1980 in poi, proprio la nozione dell’autore è stata deformata oltre il riconoscibile, per delle riforme profonde delle strutture legali e sociali del copywright e dei brevetti (Boyle, 1996; Lessig, 1999; Wulff, 2001). Certamente, questo sviluppo è stato raggiunto a differenti gradi in diversi contesti nazionali, ma l’effetto della globalizzazione è stato diffondere la trasformazione con rapidità senza precedenti oltre i confini nazionali. Un seconda tendenza, che accordava in qualche modo maggiore attenzione agli studi della scienza, è stata la ri-progettazione dell’università moderna nell’era post Guerra Fredda [ ]. Entrambe le tendenze sono dipese allo stesso modo da un’aumentata attrattiva con il ruolo di "proprietà intellettuale", nella forma di governo e dell’economia in generale. Quando queste due tendenze sono aumentate con l’impatto più recente di Internet, sembra che il merito scientifico, mai basato solidamente nelle strutture sociali ed economiche (come suggerito sopra), corra il rischio di diventare disormeggiato e chiarito nello stesso tempo. O, per porla in modo diverso, quando l’economia dell’informazione subisce profonde deformazioni a causa dei grandi riallineamenti degli interessi dei giocatori potenti, allora l’organizzazione della ricerca scientifica rimane intrappolata nella risacca.

 

 

IL RECINTO DEI CYBERCOMUNI

La storia comincia con la separazione del software del computer dall’hardware come affare commerciale. Molti storici datano questa divisione dalla fine degli anni ’60 (Mahoney, 1988; Campbell-Kelley, 1995). Il problema da affrontare immediatamente fu che il software era stato trattato come un accessorio minore della macchina, aperto al miglioramento e spesso scambiato liberamente tra gli utilizzatori. Se ci doveva essere un’industria commerciale del software invece dei semplici consulenti programmatori, ci doveva essere qualche modo legale di rivendicare varie forme di diritti di proprietà sul codice del software [ ]. Negli Stati Uniti d’America, dove gran parte di questa industria ha avuto le sue origini, il problema fu esacerbato da alcuni governanti di corte nei primi anni ’70, che sembravano suggerire che i programmi del computer non erano qualificati per i brevetti [ ]. Con un po’ di pressione da parte della industria di software alle prime armi, questa proibizione fu ribaltata dalla legge nel 1980; ma, nonostante ciò, i brevetti erano ancora trattati come particolarmente inadatti per la protezione del software dagli avvocati e dagli insiders dell’industria. Le richieste di brevetto erano troppo lente relativamente al grado di innovazione nella progettazione del software; l’Ufficio Brevetto degli Stati Uniti d’America era impreparato e riluttante ad assoggettare il programma del computer ad un esame critico dettagliato; i brevetti avevano una vita effettiva molto più breve (20 anni, in generale) di quanto era stato anticipato per l’eredità del software ed i brevetti stavano fornendo un’arma poco maneggevole per controllare le copie del software e l’uso a valle del programma. Il risultato fu che circa dal 1980 in poi ci fu una spinta concorde a piegare l’istituzione del copywright ai bisogni e ai desideri dell’industria del software. Come un commentatore ha sostenuto: "la corte ha torturato la legge del copywright in una forma sui generis non riconoscibile di protezione del software" [ ].

Le riforme del copywright erano indefinibili e apparentemente limitate negli anni ’80, ma aumentarono di velocità negli anni ’90, in modo particolare con il ‘National Information Infrastructure Report’ del 1995 e il Digital Millennium Copywright Act del 1998. La prima spinta fu di distruggere proprio il concetto di ‘dominio pubblico’ come il termine finale del copywright, con l’estensione del 1976 del copywright a più di 50 anni di vita per gli autori e 75 anni per le aziende, e il Sonny Bono Term Extension Act del 1998, rivedeva il termine a 95 anni per le aziende e di più di 70 anni per gli autori. Non volendo fermarsi là, alcune aziende come la Corbis Corporation di Bill Gates sostenevano che quando un’immagine o un documento viene digitalizzato, viene creato un nuovo copywright, non importa se il documento era precedentemente di pubblico dominio o no. Lo scopo di queste estensioni non poteva essere interpretato come un incoraggiamento per autori viventi, ma erano chiaramente tentativi da parte delle aziende proprietarie del copywright di negare l’importanza del ‘dominio pubblico’ come uno spazio in cui il testo non era soggetto alla commodificazione.

C’erano altri modi più importanti in cui il copywright, una volta applicato al software, subiva ulteriori revisioni. Dal momento che i fornitori di software volevano impedire non solo il riutilizzo delle copie, una volta che il software veniva venduto, ma anche la progettazione inversa del programma per produrre piccole differenze in software molto simili, sia i casi legali, sia la legge, iniziarono ad attaccare le dottrine dell’’uso onesto’ — cioè l’abilità di copiare i passi per l’uso personale sanzionato dal governo — e la dottrina della ‘prima vendita’ — precisamente, il principio che il detentore del copywright non aveva il controllo su ciò che l’acquirente faceva con il testo una volta acquistato. Tutti i tipi di argomentazioni accademiche erano sollevate a riguardo di ciò che una "copia" realmente fosse, al punto da suggerire che il semplice fatto di avere un documento nella memoria fissa di un computer fosse sufficiente per violare il copywright. L’industria del software, alleata con i suoi nuovi partner nelle telecomunicazioni ed i ‘content providers’, ha spinto in modo aggressivo per estendere il controllo del software e del contenuto digitale a lungo dopo la vendita e per eliminare qualsiasi possibile ‘uso onesto’ dell’informazione una volta acquistata. Qualsiasi cosa che potesse essere interpretata come proprietà intellettuale ‘concessa’ è stata progressivamente criminalizzata; una sequenza di eventi che iniziò a intaccare proprio l’ideale di una "biblioteca". Il Copywright Office degli Stati Uniti d’America fu persuaso a compiere un accordo senza precedenti con desideri dei produttori di software, per esempio consentendo di impedire la diffusione dei ‘segreti del mercato’ nella fonte del programma sottoposta alla protezione del copywright. Questo fornì un esempio efficace di come il pregiudizio precedente del copywright come protezione dell’espressione, piuttosto che delle idee stesse iniziò a soffrire sotto queste varie riforme. Infatti, in una serie di casi famosi in cui ai produttori di software era consentito di proteggere con i diritti d’autore l’’aspetto ed il sentimento’ di un’interfaccia e non solo la fonte del programma, l’idea stessa di un testo legale divenne sempre più inconsistente ed il copywright iniziò ad assomigliare sempre più alla semplice protezione aziendale delle pratiche commerciali. Lo Uniform Computer Information Transactions Act (o UCITA) fu esercitato per rendere l’informazione digitale un bene simile agli altri, legittimando le licenze di clickwrap senza richiedere ai consumatori di conoscere tutti i termini della licenza prima di essere d’accordo con essi [ ]. Il Digital Millennium Copywrigth Act, caso mai, ha solo esacerbato la perversione del copywrigth. I provvedimenti a questo riguardo erano finalizzati a restringere l’accesso al decriptaggio e al rovesciamento della progettazione del programma è stato volto dalle aziende come Microsoft e Secure Digital Music Iniziative in strumenti per censurare le pubblicazioni che essi disapprovavano (Cohen, 200; Samuelson, 2001). L’effetto cumulativo di questi tentativi di ‘rafforzare’ la protezione della proprietà intellettuale fu di insidiare la distinzione originaria tra la forma ed il contenuto e, significativamente, il ruolo Romantico dell’autore come l’originale basilare razionale per l’esistenza del copywright, in primo luogo. Fu questo modello nuovo di protezione del copywrigth, che sotto la protezione della standardizzazione e della regolazione delle relazioni commerciali, che cominciò ad essere imposto su altri paesi tramite il World Intellectual Property Organization, TRIPS [ ] (il Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights of the World Trade Organization) ed altre organizzazioni trans-nazionali.

Mentre l’autore Romantico era stato effettivamente strangolato dai viticci dell’estensione del copywrigth, l’industria del software ed i suoi alleati nella biotecnologia tentarono anche di ampliare lo scopo e l’ambito del sistema del brevetto, con tale successo che alcuni ora dichiarano che il sistema del brevetto si trova nel pieno di una seria crisi (Kahin, 2001). E’ interessante che la modifica nella definizione di ciò che poteva essere brevettato è avvenuta quasi interamente nei tribunali, dal momento che chi poteva brevettare qualcosa, era molto per lo più definito dal Congressional action degli Stati Uniti d’America. Il primo tende a sostenere più direttamente l’espansione di ciò che potrebbe essere definito più legittimamente proprietà intellettuale, mentre l’ultimo estende il concetto di chi o cosa potrebbe servire come autore e, pertanto, incrocia gli interrogativi della ri-progettazione dell’università americana.

Fin dal 1880 il commissario americano dei brevetti aveva aderito a ciò che venne chiamata dottrina dei "prodotti della natura", che stabiliva che gli oggetti scoperti ‘in natura’ non erano soggetti al brevetto. Questa era solo una manifestazione dell’importante distinzione tra la protezione legale di un miglioramento ed il monopolio di qualcosa disponibile per tutti da trovare, come discusso nella sezione precedente. Questa dottrina venne ripudiata con riferimento agli organismi viventi non umani in Diamond v. Chakrabarty (1980) eEx parte Allen (1987) (Kevles, 1998). Invece, la comunità biotecnologica ha ricevuto il più grande esame critico per quanto riguarda il fiorire della sua dipendenza dal brevetto, che spaziava dal brevettare l’organismo intero a sezioni del genoma, almeno in parte per aggirare il divieto di brevettare gli esseri umani. Più di 25.000 brevetti basati sul DNA furono rilasciati con la fine del 2000; recentemente, sono stati sollevati degli avvertimenti sulla qualità e la rilevanza dei dati presenti in tali brevetti (Cook-Deegan e McCormack, 2001). Nonostante ciò, è stato l’intervento dei produttori di software in questa area di proprietà intellettuale che ha destabilizzato ulteriormente l’intenzione originaria della legge sul brevetto. Nel corso degli anni ’90 varie aziende di software hanno sperimentato i primi limiti di ciò che è stato considerato brevettabile. Negli anni ’80, le cause legali sul brevetto hanno suggerito che mentre un discreto testo di programma del computer era brevettabile, l’algoritmo matematico sottostante non lo era, uniformandosi alla distinzione forma/contenuto. Questa distinzione particolare fu erosa nel corso degli anni ’90 in tali decisioni come Arrhythmia Research v. Corazonix Corp. (1992). Ma il piccolo cambiamento venne attuato nella nota decisione State Street Bank and Trust Co. v. Segnature Financial Group (1998) [ ]. Questa decisione considerava che solo il software creato per fare calcoli finanziari fosse un soggetto brevettabile, ribaltando sia la proibizione di brevettare gli algoritmi matematici, ma anche la regola di vecchia data contro i brevetti sui metodi e le pratiche d’affari. Non è nostra intenzione qui speculare se l’Ufficio Brevetti americano sia stato, in effetti, ‘catturato’ dagli elettori che supponeva di regolare (Kahin, 2001), ma piuttosto, semplicemente, puntualizzare, ancora una volta, il grado a cui un sistema che è stato costruito per incoraggiare un tipo particolare di autore (il tinkerer) è stato trasformato ancora in un altro espediente per l’esclusione degli utilizzatori di entità come gli algoritmi, che precedentemente erano stati concessi per essere di dominio pubblico. Da qui l’affermazione dagli esperti legali, come James Boyle, Jessica Litman, Julie Cohen e Lawrence Lessig che stiamo vivendo nel mezzo di un altro grandioso tentativo di afferrare la proprietà su una scala con il grande movimento di chiusura inglese del 17° secolo.

Mentre questa storia legale è affascinante in sé stessa, può assumere maggiore significato solo nel contesto presente, quando giustapposta all’altra maggiore tendenza degli ultimi due decenni, precisamente il piano di ri-progettazione dell’università del dopo Guerra Fredda lontano dall’ethos della torre di avorio precedente e promovendo il suo rinnovamento come polo di crescita economica e luogo di specializzazione flessibile privatizzata [ ]. I tagli e la riduzione perseguiti alla fine della Guerra Fredda hanno spinto molti governi a ritrattare le loro politiche precedenti di finanziamento generoso dell’educazione superiore ed il modello combinato insegnamento-e-ricerca sostenuto dalle innovazioni della Guerra Fredda, come il contratto di ricerca, la spesa globale di sovvenzione, l’assistenza di ricerca ed il finanziamento militare della ricerca di base. Invece, specialmente negli Stati Uniti, le università furono esortate a contribuire con maggiore urgenza alla ‘competitività’ della nazione, tramite un volume più elevato di passaggi dai ritrovati della ricerca allo sviluppo commerciale e, seguendo il successo delle aree come la Silicon Valley della California e Route 128 del Massachussett, le università avrebbero dovuto agire da incubatrici nello sviluppo economico regionale. Le Facoltà vennero esortate a diventare più imprenditoriali, anche solo per alleggerire un po’ della scarsità finanziaria della maggior parte delle università. Al fine di incoraggiare i legami di sostegno università-azienda, varie parti della legislazione degli Stati Uniti d’America come il Bayh-Dole Act ed il Technology Transfer Commercialization Act furono approvati. In questa legge, alle università è stata offerta la prospettiva di mantenere i diritti di brevetto sulla ricerca, in origine effettuata con il finanziamento pubblico, una scelta che era stata già portata avanti dal National Institutes of Health, che seleziona le università impegnate nella ricerca sulla biotecnologia ed l’Information Processing Technologies Office del DARPA. Molte università di ricerca hanno aperto gli Offices of Technology Transfer, con adulazioni che ipnotizzano i sogni dei rettori e dei borsisti.

L’ironia di questo tentativo di far crescere la scienza e le università lontano dai loro protettori della Guerra Fredda fu che, proprio quando gli scienziati vennero incoraggiati a porre fine alla fiducia nell’essere autori scientifici di tipo 3 — cioè, di lasciare la loro dipendenza opprimente sulle formule relativamente non strutturate e non economiche del ‘merito’ accademico, in favore di strutture più ‘solidamente’ basate del merito, come i brevetti (autore di tipo 2), e verso una estensione minore del copywright (autore del tipo 1) — proprio i tipi di merito che erano stati raccomandati di abbracciare erano stati severamente scalzati dagli interessi dell’azienda con cui si supponeva formassero le loro nuove alleanze di ricerca. Come abbiamo visto, sotto il vessillo della proprietà intellettuale rafforzante, le definizioni della paternità personalizzata, in origine rappresentate dal copywright e dal brevetto, stavano prendendo rapidamente la strada della frusta del cocchiere pazzo e del suonatore di dischi. In altre parole, il tipo di paternità che gli scienziati stavano per essere esortati ad emulare nella loro questua, per rendere la ricerca più produttiva e rilevante, stava per essere simultaneamente asfissiata dai loro protettori appena trovati. L’ironia è raddoppiata dal fatto che i settori commerciali più ricettivi alla creazione di ibridi università/industria — biotecnologie e tecnologie dell’informazione — erano precisamente i settori più responsabili per la ricostruzione del copywright e del brevetto. Lungi dal rinnovare ciò che certamente prima è stato un sistema di attribuzione di merito per la ricerca scientifica, molto impreciso ed inaccurato, il nuovo movimento verso la privatizzazione e la ri-progettazione della scienza universitaria aveva al suo centro una contraddizione fondamentale: la proprietà intellettuale nella società allargata non era più strutturata principalmente per favorire il processo di miglioramento innovativo personale e/o intellettuale. Il Genio Romantico ed il Tinkerer Itinerante non sono più le prime ispirazioni o personaggi motivanti dietro il copywrigth ed i brevetti. Come modelli di autore, i loro giorni sono contati. Il sistema formale della proprietà intellettuale è sempre più indifferente alle questioni di responsabilità e di giustizia; nel frattempo, l’attribuzione del merito è diventata una considerazione minore. I cambiamenti nella proprietà intellettuale negli ultimi due decenni sono stati piuttosto mirati alla creazione ed all’aumento della proprietà intellettuale, dove non era stata dominante in precedenza, e, di conseguenza, controllata e sequestrata per gli scopi strategici aziendali in una economia globalizzata. Nessuno stava pensando alle implicazioni per la scienza quando stabilirono di proteggere Mickey Mouse o Microsoft Windows nell’arena globale, pertanto, ora noi raccogliamo la tempesta.

Questa è la tesi principale di questo saggio. Il movimento di ri-progettazione della scienza dell’università intorno a scopi più commerciali attraverso (tra le altre iniziative) il re-indirizzamento del processo di attribuzione del merito scientifico verso definizioni legali più formali della proprietà intellettuale, un movimento portato avanti negli Stati Uniti, ma che ora si sta verificando nella maggior parte dei paesi, con i settori di ricerca accademica ben sviluppati, è basato su una premessa egregiamente incoerente, precisamente, che, come il mercato, ogni struttura sociale vitale si prenderà cura di tutti i problemi di attribuzione e così faciliterà con naturalezza qualsiasi forma di ricerca scientifica. La risposta appropriata a questo errore logico non è screditare tutti i mercati, come antitetici alla scienza, ma piuttosto di rendersi conto che alcune forme di finanziamento e di organizzazione del merito promuovono certi tipi di attività creativa o innovativa, mentre altre forme le scoraggiano attivamente. Esistono alcune forme di proprietà per spianare il processo di diffusione e di revisione dei risultati di ricerca, mentre altre forme di proprietà servono per restringere e controllare la loro diffusione e l’uso conseguente. La confusione sulle conseguenze dell’interazione dei fenomeni paralleli del merito scientifico e della proprietà intellettuale tendono a derivare da una classe di commentatori che mettono insieme tutta l’attività scientifica con modelli semplicistici di processi economici generici, essendo essi economisti o filosofi moderni [ ]. Dovremmo, invece, spostare la nostra attenzione ai tipi di modelli del ruolo dell’autore e alle strutture di impiego che noi ci aspettiamo che sussistano sotto regimi specifici di attribuzione del merito e non sotto il dominio di qualche collegio immaginario, intangibile, invisibile.

Più di un decennio di esperienza con il nuovo regime di proprietà intellettuale ha iniziato a rivelare alcune delle patologie di avere i sostenitori per la nouvelle vague, nella codifica dei prodotti intellettuali, detta legge per lo scienziato accademico nella ri-progettazione dell’università imprenditoriale. Nella sezione successiva indaghiamo alcuni di questi casi, così da illustrare la nostra prima tesi che i cambiamenti nelle definizioni della proprietà intellettuale stanno già trasformando il modo in cui la scienza viene correntemente fatta e non sempre per il meglio.

 

 

IL MERITO PERDENTE NELLA SCIENZA

Molte conseguenze involontarie derivarono dalla grande trasformazione del copywright e dei brevetti negli ultimi due decenni; esse spaziano dalla copertura totale al ristretto, preciso e specifico. Al livello più astratto, si dovrebbero caratterizzare le situazioni riguardanti il copywright ed il brevetto come segue. Il copywright non esiste più per proteggere un modo di espressione di una personalità particolare per un intervallo limitato di tempo negli Stati Uniti ed il processo globale di ‘armonizzazione’ sta diffondendo la pratica ad altri paesi. Questa erosione di interesse in forme di espressione può inizialmente sembrare relativamente inoffensivo dal punto di vista di interesse nella scienza, dato che lo scienziato medio si suppone che sia relativamente altruista e non interessato alle bellezze stilistiche espressive. Ma sono i nuovi usi a cui il copywright è stato alterato che sopportano le conseguenze più disturbanti per il futuro della ricerca scientifica. In breve, il copywright esiste ora, in primo luogo, per controllare gli utilizzi a valle di un testo e non per attribuire la responsabilità o per assegnare il merito per la creazione del testo. Da qui, il copywright moderno tollera solo la relazione più insignificante all’incoraggiamento economico della paternità e, pertanto, l’assegnazione legale del merito scientifico. Invece, se la struttura sociale della ricerca scientifica si impernia davvero sulla diffusione e l’utilizzo delle scoperte di altri scienziati, allora, la legge moderna del copywright tenta indirettamente di riorganizzare l’intera struttura sociale della scienza. Dopo il 1998, proprio la definizione di "copia" fu modificata per riferirsi a qualsiasi cosa che poteva apparire su un computer ed il copywrigth sintonizzato per essere aggressivamente schierato per regolamentare il ‘consumo’ di dette copie [ ].

Viceversa, il crollo della dottrina dei ‘prodotti della natura’, insieme alla completa dissoluzione della distinzione idea/applicazione nella legge del brevetto, hanno aperto i cancelli ad una corsa precipitosa di chi decide per rivendicare il controllo sulla proprietà intellettuale, in ogni caso il richiedente si possa dire di avere ‘scoperto’ o ‘migliorato’ l’entità in questione. Come ha mostrato il caso State Street Bank v. Segnature Financial, non devi essere il progenitore del calcolo/algoritmo per rivendicare i diritti di proprietà sul suo utilizzo. L’implicazione maggiore di questo sviluppo per la ricerca scientifica è che la proprietà intellettuale è diventata disormeggiata da qualsiasi nozione originale di "merito" e, inoltre, la distinzione tra gli ‘strumenti’ di ricerca ed i risultati di ricerca sono diventati profondamente confusi. Questo diventa significativo una volta che si considera che i brevetti sono i primi e principali strumenti strategici in un contesto economico, e, solo secondariamente, trattati come fonti sostanziali di rivendicazione. E’ ben noto nella storia economica americana che grandi aziende all’inizio del 20° secolo svilupparono la loro abilità a brevettare diffusamente per allontanare i tentativi dei concorrenti di abusare dei loro mercati esistenti e non in larga misura per finanziare la ricerca di nuovi prodotti. La stessa cosa minaccia di diventare una pratica di lavoro standard nella scienza in sé, con brevetti che servono per bloccare i gruppi di ricerca rivali dall’esplorare gli stessi sentieri di ricerca, specialmente tramite tentativi elaborati di preservare la segretezza e di rivendicare il controllo tramite accordi inerenti al sistema della concessione delle licenze.

Proprio il livello di astrazione di queste generalizzazioni riguardanti le tendenze nascenti nella proprietà intellettuale rende difficile la prova empirica o la non conferma. Dopo tutto, qualsiasi controversia particolare o conflitto all’interno della scienza può essere facilmente considerata un fallimento e non un capo branco di insuccessi strutturali futuri [ ]. Ciò nonostante, è importante riconoscere che un numero di controversie recenti ‘locali’, parrocchiali’ o ‘tecniche’ nell’organizzazione della scienza dell’ultimo periodo assumono una forma più terribile quando collocate nel contesto più ampio della trasformazione della proprietà intellettuale nell’era della privatizzazione globalizzata. Metteremo insieme una selezione di questi contrattempi sotto tre ampie categorie: la soppressione del dibattito, il controllo dell’accesso al database e lo sconvolgimento radicale del giornale scientifico.

 

 

SOPPRESSIONI RECENTI DELLA CRITICA E DEL DIBATTITO

Senza tentare alcuna caratterizzazione generica della scienza (come, si dice, il Popperiano o Lakatosiano), sembrerebbe che una delle funzioni più significative delle strutture sociali di una disciplina scientifica sia il mantenimento di uno spazio ben definito per la critica ed il dibattito su alcuni sottoinsiemi designati di ciò che la professione considera idee nuove o controverse o inadeguatamente elaborate. La frase precedente è costellata da parole ambigue, perché tutta la controversia è ristretta ed incanalata in qualsiasi scienza ben sviluppata; non si deve reificare una situazione immaginaria non-ritenuta-proibita come un ideale efficace, ogni volta che si parte con l’idea di considerare gli effetti della proprietà intellettuale sulla scienza. L’istituzione della ‘rivista alla pari’ è in sé una forma di controllo della critica, in alcuni casi rasentando la censura (Chubin e Hackett, 1990; Cicchetti, 1991). Nonostante ciò, rimane il caso che è difficile contare di nuovo la narrativa di ciascuna scoperta scientifica reale, senza almeno un po’ di conoscenza delle forme in cui la critica ed il dibattito vengono a forgiare il consenso scientifico ultimo sul significato e l’interpretazione delle dottrine che sono state il risultato del procedimento. La critica ed il dibattito possono, certamente, avere luogo in molti ambienti e assumere molte forme; ma, ancora, uno dei luoghi di discussione più importate per il dibattito è l’archivio dei documenti scritti associati ad una disciplina particolare.

Il semplice fatto che sia il brevetto, sia il copywright siano stati riconfigurati per esercitare maggiore controllo del testo a valle, suggerisce il potenziale per la maggiore repressione e attiva e per la manipolazione del dibattito nella sfera scientifica. Da qualche tempo, questo si è manifestato attraverso una strada molto indiretta. Molta della innovazione recente da parte dei ‘fornitori di contenuto’ digitale si è verificata nel campo delle restrizioni tecnologiche collocate sugli utilizzatori dell’informazione digitale, come il clickwrap dei fruitori finali di licenze, per prevenire la copia degli algoritmi, delle filigrane digitali e simili. Venne realizzato presto che tali espedienti potevano estendere il controllo dell’approvvigionatore ben oltre le più antiche definizioni tradizionali della ‘copia’. Timoroso che molti di questi guardiani tecnologici potevano essere facilmente circuiti da programmatori sofisticati, le industrie del software e del contenuto si diedero da fare per avere un provvedimento scritto nel Digital Millennium Copywrigth Act (DMCA) americano del 1998 che mise fuori legge qualsiasi fornitura di software circuito per rendere inutilizzabile questi dispositivi, persino per circostanze in cui fare copie ricadeva dentro i limiti di ciò che era permesso sotto la legge esistente del copywrigth [ ]. Qui è importante distinguere tra (a) illegale la circonvenzione che ha violato il copywrigth; (b) illegale tutta la circonvenzione tout court; e (c) illegale la produzione e l’utilizzo di qualsiasi dispositivo per lo scopo della circonvenzione. Lo WIPO World Copywrigth Treaty ha suggerito solo (a); ma il DCMA è andato molto oltre il proibire tutti e tre [ ]. Cedendo dominio gratuito per criminalizzare la circonvenzione delle licenze del clickwrap ai fornitori di contenuto che hanno fatto ricorso alla protezione tecnologica della copia, persino negli stati in cui l’UCITA non era ancora stato ratificato, il DCMA consentì una estensione sottobanco del controllo degli utilizzatori finali dei documenti digitali.

La possibilità per questo tipo di esercizio di potere, attraverso il DCMA, non rimase a lungo ipotetico. Microsoft, in risposta alla critica del suo software Kerebos, pubblicata sulla rivista Web Slashdot, ha pubblicato la specificazione del suo Kerebos sul Web con un clickwrap l’‘accordo di licenza con l’utilizzatore finale’, che specificava che non poteva essere divulgato senza il permesso di Microsoft. Questo genere curioso di non pubblicazione ha indotto numerosi programmatori a pubblicare delle istruzioni su Slashdot riguardanti come eludere ilclickwrap. Microsoft si oppose con una richiesta di rimuovere tutte queste pubblicazioni da Slashdotsotto la pena della violazione del DCMA (Cohen, 2000). Per decifrare qualsiasi elusione di qualsiasi accordo arbitrario al clickwrap, come equivalente alla violazione di una legge di protezione del copywrigth, tramite l’aiuto di un divieto sulla circonvenzione degli algoritmi, rivela una espansione piuttosto sbalorditiva dell’abilità delle aziende di sopprimere il dibattito pubblico in nome della protezione della proprietà intellettuale, estendendolo persino alle limitazioni antecedenti sul ragionamento riguardante tali circonvenzioni. Mentre questo episodio iniziale coinvolse gli ingegneri professionali del software che scrissero le loro opinioni su un forum pubblico sul Web, la stessa prelazione di utilizzo del DCMA venne presto estesa anche a certi tipi di saggi accademici (Samuelson, 2001) [ ]. Sebbene molte di queste prime schermaglie si verificarono intorno a questioni implicite di divulgazione delle strutture del software e decompilazione del codice sorgente, è facile capire come questo metodo potesse essere esteso senza sforzo alla diffusione di dati sperimentali archiviati, alla condivisione degli algoritmi, che codificano i protocolli di laboratorio o le pratiche commerciali, o, in casi estremi, allo stretto controllo su chi dovrebbe qualificarsi come ‘lettore autorizzato’ di saggi accademici, condizionati ad su un giudizio precedente sulle intenzioni del candidato di fare solo un uso ‘costruttivo’ dell’informazione opposta alla critica ‘distruttiva’.

Molti autori hanno sognato un mondo di controllo coercitivo sulle reazioni dei loro lettori, ma l’ampia estensione del significato di protezione del copywright rafforza quei sogni con vera forza legale. Per esempio, molti personaggi storicamente noti hanno tentato di controllare l’utilizzo scolastico dei loro saggi personali e degli archivi, tramite la negazione dei diritti di riproduzione, appoggiandosi ad una interpretazione del copywright che sembrerebbe non avere una relazione evidente con l’intento originario della Costituzione americana "di promuovere le scienze e le arti utili". Questi personaggi possono avere tenuto gli aspetti avversi delle loro attività passate segrete bruciando, o, altrimenti, raccogliendo selettivamente i saggi sotto il loro controllo; ma, invece, essi hanno tentato di mettere a punto l’interpretazione degli eventi controversi tramite un incoraggiamento selettivo di quelli le cui opinioni essi sostengono. Questo è stato il metodo sempre maggiormente preferito di lucidare un reputazione vacillante. Inoltre, questi progenitori possono godere immeritatamente una reputazione per l’apertura ed il candore che deriva dall’avere depositato i loro materiali in un archivio pubblico, tutti nel frattempo stanno esercitando il controllo sulla proprietà intellettuale stretta come qualsiasi azienda. Questo travisa il carattere particolare della definizione di sé dell’autore Romantico in direzioni che, probabilmente, non sono state anticipate dagli inventori del copywright. Pertanto, l’inconveniente maggiore che caratterizza questa modalità di soppressione della critica nella verifica fino ad oggi è stato principalmente la mancanza di abilità di giudicare accuratamente prima del fatto se il ricercatore in questione riferirà l’evidenza, in modo tale che l’oggetto di questa attenzione si consideri ‘costruttivo’ [ ]. Questo problema sociale di esaminare i ricercatori come candidati per i programmi di ricerca è endemico a tutte le scienze.

Il desiderio di rafforzare il controllo precedente sulla critica ha trovato ora una soluzione in una combinazione di espansione del copywright, unita al ricorso all’articolo Protection of Human Subjects (parte 46) del Titolo 45 del Code of Federal Regulations americano. Questa è la norma che affida ad un mandatario che ogni istituzione di ricerca che accetta il finanziamento federale dovrebbe assicurare il consenso informato sul tema della ricerca sull’uomo, con la conformità controllata dai comitati di revisione istituzionali. Queste leggi vennero promulgate nel 1981, come reazione alle violazioni dei diritti umani in certi esperimenti medici di alto profilo, come il Tuskegee Syphilis Study e gli studi sull’effetto della radiazione. Tuttavia, la maggior parte delle università hanno esteso le protezioni della parte 46 a tutta la ricerca condotta presso le loro istituzioni, senza riguardo alla fonte del finanziamento e senza rispetto se l’argomento della ricerca fosse strettamente biomedico. Inoltre, in una estensione specialmente immaginaria della definizione di "soggetto umano", il suo ambito è stato ampliato di recente ad ogni ricercatore che può diventare l’oggetto di indagine di un altro ricercatore; perciò, portando il problema logico del riferimento a sé ad un intero nuovo livello. In particolare, ad alcuni ricercatori storici è stato detto di sottoporre dei questionari dettagliati per analisi da parte delle commissioni e il loro colloquio potenziale prima dell’autorizzazione, se garantivano di condurre le interviste (Shopes, 2001).

Mentre alcuni analisti si sono preoccupati dell’effetto agghiacciante che questo potrebbe avere sulla conduzione delle storie orali — una possibilità molto seria — si è finora evitato di notare quanto prontamente questo sviluppo possa essere combinato con le modifiche nel copywrigth identificato sopra per produrre qualcosa che si avvicina al Panopticon di Michel Focault con scienziati/imprenditori potenti situati al centro. Primo, appellandosi al Titolo 45, chiunque desideri sapere sul programma di ricerca di alcuni scienziati affermati (siano essi un altro membro della disciplina o estranei) possono essere costretti dal loro obiettivo sel ‘soggetto umano’ a sottoporsi ad interrogazione a distanza sulle loro motivazioni, formazione, intenzioni e convinzioni. Lo scienziato può allora esercitare un preciso controllo precedente all’accesso delle scoperte nel suo laboratorio di ricerca, individuando solo quelli che superano l’interrogazione come candidati adatti per gli usi controllati dei loro documenti (inclusi database, protocolli algoritmici di laboratorio, sistemi di comunicazione interni), come definito da una combinazione di licenza clickwrap e copywright. Lasciamo pensare al lettore che questo è uno scenario paranoico, in modo assurdo, che nessuno scienziato sano di mente prenderebbe in considerazione, lasciamoli prendere qualsiasi edizione recente di Science ed esaminare le storie nuove dei problemi che il laboratorio Principal Investigators ha avuto con il personale, che spaziano dalle dispute sulla paternità intellettuale agli informatori su accuse di frode o di cattiva condotta. Definendo la mole di iscrizioni computerizzate generate da qualsiasi laboratorio come documenti soggetti ai controlli a valle del copywright, il risultato logico di due decenni di ri-costruzione della proprietà intellettuale, può proprio sembrare il modo tecnologico senza sangue ‘corretto’ e ‘imparziale’ di trattare tutti i tipi di situazioni di conflitto umano immanente.

 

 

ACCESSO AL DATABASE

L’interrogativo del trattamento legale del database scientifico come proprietà intellettuale è sorto relativamente presto nell’epoca del ri-modernamento della proprietà intellettuale, almeno in parte dovuta ad una controversia tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America su come ‘armonizzare’ il trattamento legale dei databases attraverso i confini internazionali. In particolare, gli approcci europeo e americano al copywright divergono in qualche modo per le loro storie differenti, per esempio, in completo contrasto con la situazione americana, gli impiegati europei vengono trattati come ‘autori’ legittimi e, pertanto, i possessori iniziali dei diritti nel lavoro che essi producono contrapposti ai loro principali, ai dipendenti da una forte dottrina dei ‘diritti morali’. Al contrario, la dottrina americana delle esenzioni dell’’uso onesto’ del copywright è ampiamente estranea alla tradizione della proprietà intellettuale europea. Tuttavia, tali divergenze sembravano provocare poco conflitto nella sfera internazionale finché l’Unione europea ha pubblicato il suo la Direttivo di Database agli stati membri nel Marzo 1996 [ ]. Esiste una buona dose di speculazione in relazione a ciò che la ispirava. Alcuni evidenziano la decisione precedente della Corte Suprema Feist Publishing v. Rural Telephone Service nel 1991, una decisione che colpì la protezione del copywright sugli elenchi delle pagine bianche di un elenco telefonico. Questo suggerì che le corti americane avevano deciso che il copywright non proteggeva i dati stessi in vari tipi di databases. Altri evidenziano i timori dei fornitori europei di contenuto (che includono alcuni dei conglomerati maggiori dei media nel mondo) che le innovazioni della proprietà intellettuale americana avrebbe consentito ai fornitori di databases americani di dominare il mondo tramite Internet. Qualunque fosse la motivazione, la Direttiva europea consigliò agli stati membri di estendere nuovi livelli di protezione specificamente ai databases digitali.

La direttiva era notevole non solo per il suo offuscamento ostinato della dicotomia tradizionale fatto/espressione nella legge del copywright, ma per la creazione di nuovi diritti che erano stati più o meno assenti in precedenza [ ]. Essa ha rafforzato la dipendenza sulla licenza, che, essenzialmente, faceva a meno sia un uso onesto, sia delle prime dottrine di vendita. Essa ha sanzionato le protezioni legali per dati che sono stati precedentemente di dominio pubblico o non coperti da provvedimenti di copywright; inoltre, ha creato una struttura in cui la finestra di protezione di 15 anni poteva essere estesa a tempo indeterminato, a patto che il proprietario incrementasse periodicamente il database con ‘contenuto nuovo’. Forse, in modo più significativo, ha anche stabilito che la protezione legale europea non sarebbe stata estesa ai venditori di databases situati all’estero, a meno che il loro paesi nativi avessero decretato sostanzialmente lo stesso livello di protezione nelle loro giurisdizioni. Dato che l’industria era protetta, essendo i venditori di database su Internet, questo era ampiamente interpretato come una minaccia agli altri paesi, dati che gli Stati Uniti fanno o ‘armonizzare’ o perdere il controllo sui loro databases. Infatti, inizialmente l’amministrazione di Clinton è stata d’accordo e le varie iniziative furono proposte per legiferare protezioni simili in America (Reichman e Uhlir, 1999).

In modo abbastanza interessante, in netto contrasto con gli sviluppi esposti sopra, la comunità scientifica americana nella struttura della American Association for the Advancemente of Science and the National Academy of Sciences si mobilitò rapidamente per opporsi a questa iniziativa [ ]. Forse, era semplicemente più ovvio che alcuni dei progetti maggiori di ricerca esistenti finanziati dal governo, come GenBank of Human Genome Project, l’American Chemical Society’s Chemical Abstracts e il National Weather Service’s Climatic Data Center, fossero stati trasformati immediatamente in venditori di database for-profit. Mentre è il caso che il Congresso americano non ha ancora passato, fino al momento della fine di questo scritto, nessuna di queste protezioni parallele del database [ ], è forse carente nelle prospettiva di scrivere che "Fino a questo punto (le società scientifiche) hanno avuto successo, ma i conti del database ritorneranno al loro posto e la vittoria nei giri futuri dipenderà sulla vigilanza continua" [ ]. Il movimento di protezione del database non è un qualche attacco politico simulato isolato da parte di una banda piccola, ma astuta di imprenditori di database. E’ proprio un risultato più logico dell’iniziativa politica originale di una ricerca accademica privatizzata sotto il manifesto della proprietà intellettuale e, come tale, non può persistere a lungo nell’essere ostacolata di fronte alla ampia trasformazione del copywright e del brevetto descritto sopra.

La premessa originaria della maggior parte della legge della proprietà intellettuale negli Stati Uniti dal Bayh-Dole Act in poi è stata che la ricerca finanziata dal governo non ha bisogno di essere destinata al il benessere pubblico, ma invece dovrebbe essere commercializzata il più rapidamente possibile. La tendenza della legge della proprietà intellettuale sotto l’influenza della rivoluzione digitale è stata di trattare i risultati della ricerca accademica in primo luogo come cose e non come ragionamenti liberi; non porterebbe a nulla questa concezione che sembrerebbe più appropriata nel caso di grandi database comuni, come quello di GenBank o i database delle proprietà fisiche e chimiche del National Institute of Standards and Technology. Sono state espresse certamente delle riserve su come il brevetto del genoma sia servito ad abbassare la qualità dei dati resi disponibili (Cook-Deegan eMcCormack, 2001); ma la logica del movimento della proprietà intellettuale va ben oltre tali preoccupazioni sugli effetti a breve termine del segreto. L’implicazione del rinnovamento sia del copywright, sia della legge del brevetto è che la ricerca scientifica non può persistere a lungo come una sfera separata protetta al di fuori della fornitura commerciale normale della informazione digitale, perché la politica del governo ha stabilito tempo fa che i due devono essere integrati; ed il problema della protezione speciale dei databases è semplicemente il luogo più significativo dove questa inconsistenza deve essere rivista. La protezione del database sarà rafforzata o dalla legge diretta o da mezzi indiretti e gli scienziati si troveranno semplicemente ad adattarsi al nuovo regime di fornitura dei dati.

Infatti, l’industria della biotecnologia è andata già molto oltre in questa direzione di quello che la maggior parte delle persone si rende conto. Timori circa l’uso involontario non autorizzato dei databases esistenti sono risultati nelle misure preventive per esercitare il controllo su dati scientifici nel formato dei diritti di "passthrough", che pongono numerose restrizioni sull’utilizzo dei dati anche dopo essere stati incorporati in altri databases più di vasta portata. Una variante particolarmente innovativa di questo tentativo di esercitare il controllo a valle è il ‘Material Transfer Agreement’ o MTA, una fornitura legale di richiamo per concedere un’opzione per autorizzare qualsiasi diritto di brevetto a scoperte successive fatte con l’aiuto di strumenti o dati forniti come parte dell’accordo (Eisenberg e Rai, 2001). Ciò che cominciò come metodo di esercitare un controllo a valle sui laboratori accademici da entità corporative viene ora utilizzato da gruppi di ricerca accademici per affermare i diritti sulle scoperte di altri gruppi di ricerca. Una volta che la proprietà intellettuale ha aperto la possibilità di controllo a valle, gli inputs alla ricerca scientifica si sono intrappolati in un groviglio di affermazioni di merito e ricompensa.

Ricorda che sia il copywrigth, sia il brevetto erano risposte improvvisate al problema che la ‘conoscenza’ vale la pena solo se viene resa disponibile agli altri per essere presa in considerazione ed essere utilizzata, ma qualche forma di merito e di controllo dovrebbe essere ceduta all’’autore’ al fine di incoraggiare l’ulteriore impiego e l’avanzamento della conoscenza. Inoltre, la scienza dovrebbe essere ‘aperta’ all’estensione cioè dare il benvenuto alla critica, ma anche, ugualmente, allo stesso tempo, alla competenza di una comunità chiusa che fa i suoi affari per specializzarsi nei problemi di interpretazione ed elaborazione di quella classe di domande. Certamente, non c’è alcuna soluzione universale ottimale a questi obbiettivi conflittuali, così strutture specializzate nel merito sono state costruite per scopi relativamente circoscritti e comunità relativamente divise, specialmente riguardanti il trattamento della proprietà intellettuale. Tuttavia, la privatizzazione del processo di ricerca opera in modi curiosi e imprevedibili e avrà, di conseguenza, ripercussioni sul contesto politico in cui la scienza è costretta a spingere per preservare certe prerogative. Schiettamente, lo stato può arrivare a credere che può monopolizzare qualcosa che assomiglia ai diritti di proprietà che sono stati considerati ceduti agli sponsors aziendali nella scalata per i diritti della proprietà intellettuale. E, in una sottile tendenza, può essere negli interessi del settore aziendale agire come partners silenziosi in tali movimenti.

Le contraddizioni della proprietà intellettuale emersero in una riforma del 1998 per un imponente progetto di legge per lo stanziamento da parte del Congresso americano presentato dal Senatore Richard Shelby dell’Alabama (Hilts, 1999). Questa riforma stabiliva che chiunque poteva sottoporre una richiesta al governo americano sotto il Freedom of Information Act per ottenere tutti i dati prodotti conformi a qualsiasi studio accademico pubblicato e finanziato con il sostegno Federale. La riforma combinava un appello alla trasparenza nel governo, una acquiescenza tacita al più vecchio ‘bene pubblico’ razionale per il sostegno pubblico alla scienza ed una convinzione più che aggiornata che se paghi per essa nel mercato delle idee, allora saresti in grado di esercitare dei diritti di proprietà. Certamente, non c’era alcuna particolare circoscrizione elettorale di Cittadini interessati per la Scienza per la Gente dietro questo stanziamento; piuttosto, era promossa da vari interessi aziendali, corporativi e lobbisti che cercavano l’accesso ai taccuini di laboratorio, alle e-mail, ai dati grezzi, e persino elenchi di soggetti sperimentali di ricercatori accademici che avevano pubblicato studi percepiti come ‘ostili’ dalle industrie coinvolte. Per esempio, R.J. Reynolds volle esaminare i dati sulla conoscenza di Joe Camel vecchi di sei anni; le aziende potenti volevano i dati da uno studio della Harvard School of Public Health sugli effetti a lungo termine dell’inquinamento; i Proprietari di Armi d’America vollero accedere ai dati riguardanti gli omicidi accidentali in casa. I ricercatori delle aziende poterono allora facilmente sottoporre i dati grezzi a re-interpretazione e gli avvocati aziendali poterono più prontamente vessare i ricercatori giudicati inaffidabili, specialmente in situazioni che coinvolgevano testimoni esperti. Da un punto di vista, questo è solo un altro esempio dell’estensione dei diritti di proprietà intellettuale ai databases che era già stato avviato dall’industria di software; ma, da un'altra posizione in un certo modo prevenuta, questa fu solo un’altra espressione dell’assalto ai protocolli di ricerca universitari dagli interessi corporativi (le imprese che hanno accettato le sovvenzioni federali per la ricerca di proprietà non furono toccate dalla riforma).

Se il sistema economico della scienza non poteva mai capire come costruire una moratoria sugli appelli al mercato virtuale panglossiano delle idee, allora, in realtà, potrebbe aiutare a chiarire ciò che, d’altra parte, minaccia di essere una controversia estremamente confusa. Il National Institute of Health americano, per esempio, ha scelto di opporsi alla norma per semplici motivi di costo: essi affermano che sarebbe troppo gravoso raccogliere e immagazzinare dati grezzi. Tuttavia, questa non è principalmente una questione di costo, né può essere ridotta ai ‘costi di transazione’: piuttosto, è una discussione più ampia su come la scienza deve essere portata avanti e a quali partiti i diritti di controllo sul processo di ricerca saranno conferiti. Un versione precedente del sistema economico della scienza sosterrebbe l’interpretazione della riforma di Shelby che la scienza era impegnata nella produzione di una cosa: ma questo avrebbe esageratemente fatto interpretare male ciò che c’era in gioco. Diversi pacchetti di proposte istituzionali sulla procedure di ripartizione dei diritti e dei meriti risultano in diversi tipi di ricerca. Sotto questo regime proposto, il ruolo dello status dello scienziato sarebbe ridotto a quello di fornitore di dati e di numeri, mentre le funzioni di analisi e sintesi verrebbero trasferite agli specialisti a salario; con tutte le distorsioni contro l’accettazione del finanziamento federale, i ricercatori ambiziosi saranno spinti rapidamente nel settore del contratto di ricerca aziendale. Se questo ruolo deve essere sostenuto, allora nel nome dell’’interesse pubblico’ andrebbe lungo una lunga strada che conduce alla distruzione finale di un settore universitario indipendente delle capacità di ricerca finanziato dal denaro pubblico: una prospettiva che molti considererebbero come qualcosa di più simile all’allegria che alla disperazione.

 

 

CHE COS'E' UNA "RIVISTA" NELL'ERA DELLA PRIVATIZZAZIONE GLOBALIZZATA

Una terza serie di esempi del nuovo regime delle proprietà intellettuale coinvolge gli effetti del segreto commerciale e la tutela della ricerca proprio sulla struttura e sul contenuto delle riviste accademiche. Uno dei pochi studi che esaminano empiricamente questo problema (Blumenthal et al., 1996) riferisce che l’82% delle aziende di scienze naturali che sponsorizza la ricerca accademica nella loro indagine hanno imposto richieste di confidenzialità per la valutazione e l’archiviazione delle richieste di brevetto ed il 47% ha ammesso di imporre regole per far tacere oltre il tempo necessario per registrare un brevetto. La lamentela più comune da parte delle aziende è stata che le amministrazioni delle università spesso hanno ostacolato il loro desiderio di concludere accordi con ricercatori singoli e nel 34% dei casi le aziende hanno ammesso di avere discussioni con i loro contraenti accademici sulla proprietà intellettuale [ ].

Come niente, l’identità dell’’autore’ nella scienza biomedica è stata erosa ulteriormente nel frattempo. L’industria farmaceutica ha scoperto che le loro prove cliniche possono essere condotte più a buon mercato e più velocemente con le "contract research organizations" o CROs, o aziende private che producono studi su richiesta. Nel 2000, le CROs hanno catturato il 60% di tutte le sovvenzioni di ricerca dalle aziende farmaceutiche, confrontato con il 40% che è andato alle unità accademiche [ ]. Parte dei risparmi veniva dalla redistribuzione della paternità e dal controllo sul progetto di ricerca e l’accesso dei dati tra il CRO e l’azienda incaricata; chi fossero gli autori nominali e la natura delle loro affiliazioni sono stati essi stessi questioni di discussione che l’International Committee of Medical Journal Editors ha recentemente tentato di imporre richieste di rivelazione sugli autori degli articoli sottoposti (Guterman, 2001). Quando il merito e la responsabilità sono in discussione, i guardiani difendono e ricorrono a personaggi in apprenza più esperti ed equilibrati dell’’autore’ per ristabilire un po’ di decoro.

Ora, quale dovrebbe essere l’atteggiamento dei ricercatori che conoscono questi vincoli e pratiche verso il valore della letteratura pubblicata nella loro specialità? Essi dovrebbero concludere che l’informazione scritta nella loro riviste accademiche è stata inevitabilmente ostacolata, eccessivamente controllata e censurata, spedita con ordini del giorno nascosti e scritta con un occhio verso l’effetto che potrebbe avere sui concorrenti commerciali. In altre parole, i ricercatori potrebbero arrivare a vedere l’informazione in questi canali comedegradata, sebbene in un modo in cui essi potrebbero sentirsi competenti di compensare per un certo livello. Certamente, è consapevolezza comune negli studi scientifici che quasi nessun articolo di rivista nella storia della scienza ha mai fornito documentazione abbastanza ampia per replicare, in realtà, un esperimento o spiegare ciascun passo con una prova matematica (circondato dai costi di documentazione); ma noi siamo qui interessati alle conseguenze non intenzionali di una serie particolare di vincoli i cui pregiudizi sono conoscenza comune tra i lettori. Non sarebbe il caso che la conoscenza, anche non causando disprezzo, giustamente, potrebbe far sorgere una tendenza verso un certo atteggiamento indifferente in merito al risultato? Una volta diffuso, questo scetticismo (alcuni direbbero cinismo) riguardante il ruolo e lo status dei CROs consentirebbe alle aziende la possibilità in realtà di ingaggiare scrittori fantasma assunti con contratto da aziende per produrre manoscritti su commissione per lo sbocco commerciale, sui quali i beneficiari favoriti dei contratti con chiare reputazioni potrebbero apporre i loro nomi? Dopo tutto, che cosa è un autore scientifico più di un impiegato di uno o un altro tipo di ricerca collettiva organizzata, che opta di sceglierla come ‘rappresentativa proprio dell’autore’? Si può apprezzare che potremmo trovarci irretiti in una sorta di Legge di Gresham della ricerca privatizzata, che potrebbe trasformare riviste accademiche serie e monotone in approvvigionatori di brillanti informatori commerciali, in cui tutto l’esercizio consiste nel fatto che il lettore non sarebbe in grado di dire dove gli articoli finiscono e la pubblicità comincia.

 

 

CONCLUSIONE

Come James Boyle [ ] ha scritto,




"La politica della proprietà intellettuale ha sottovalutato in modo consistente il dominio pubblico, ha sovra-enfatizzato le minacce e sotto-enfatizzato le opportunità rappresentate dalle nuove tecnologie, ignorato l’estensione a cui i beni dell’informazione sono in realtà legati con fenomeni non più escludibili, ha esagerato il ruolo che gli incentivi hanno nel produrre innovazione, mentre ha minimizzato i loro effetti negativi".

Una volta gli scienziati accademici erano esortati a scendere dalle loro torri d’avorio e ad unirsi alla commercializzazione dei loro sforzi, anch’essi sono stati anche coinvolti in questa tendenza sistematica; ora le strutture sociali della scienza raccoglieranno le conseguenze, se nulla viene fatto per insistere su distinzioni serie tra la scienza ed il mercato.

 

NOTE

1. Hands, 2001, capitolo 8.

2. Come James Boyle (1996, p. 225) ha detto: "Gli economisti parlano spesso come se ci fosse un insieme naturale di diritti di proprietà che hanno accompagnato automaticamente un libero mercato". La legge esplicita ed il movimento economico non hanno migliorato molto questa situazione. Inoltre, i dibattiti infiniti sulla natura del ‘bene pubblico’ della scienza sono essi stessi sintomatici della tendenza ad ignorare il carattere evasivo della paternità in favore delle elucubrazioni sul carattere del ‘risultato’ della scienza e la sua difficoltà di appropriazione.

3. "Una volta che la scienza viene compresa correttamente, si verifica che ciò che è bene per i singoli scienziati è, in linea di massima, bene per la scienza" (Hull, 1988, p. 304).

4. Prendendo un esempio non completamente a caso, prendi in considerazione F. Abe et al., 1992. Questa è la collaborazione Collider Detector at Fermilab (CDF), uno dei due più grandi gruppi sperimentali di fisica della particella nel mondo. Esaminando l’intera distribuzione della multi-paternità, Rob Kling mi informa che il numero medio di autori nelle attuali Physical Reviews Letters è 4-6. Il numero di autori a tre cifre, una volta che il risparmio della fisica della particella ad alta energia sussiste, si sta ora diffondendo alle scienze (Regaldo, 1995). Tu sai che le cose ti stanno sfuggendo di mano quando ci sono 12 autori su un saggio sul problema della paternità scientifica, come detto in Bachrach et al., 1998.

5. L’emergere nel 18° secolo dell’Autore Romantico è stato sottolineato per la prima volta da Martha Woodmansee. Per ulteriori spiegazioni, vedi Woodmansee (1994) e Jaszi (1991).

6. Vedi Fox Keller (1983) su McClintock; Gleick (1992) su Feynman; Mullis (1998) su Mullis; chiunque su Hawking …

7. Boyle, 1996, capitolo 6.

8. Ma non adottato dagli Stati Uniti fino al 1989: vedi Halbert, 1999, p. 14

9. Boyle, 1996, p. 134; Kahin, 2001; Lessig, 1999.

10. Un modo per comprendere il fascino della filosofia della scienza all’epoca della guerra fredda con una ricerca per una serie di regole meccaniche per il ‘metodo scientifico’ era di reificare la distinzione tra il processo non sistematico di ricerca del tinkerer e le pratiche sistematiche superiori dello scienziato. Il fallimento del ‘Punto di vista ricevuto’ nella filosofia ha aperto le chiuse all’erosione della distinzione tra il puro e l’applicato.

11. E’ interessante osservare che un altro tentativo creativo, sebbene inevitabilmente collaborativo, il fare films, ha innovato la pratica dei ‘meriti’ dei films’ individuali per iniziare ad ammettere questo problema e distinguere forme differenti di contributi; essi hanno persino inventato un Merito onorifico chiamato ‘produttore associato’ che chiunque capisce che può essere concesso come un dono, tale è il modo in cui la paternità scientifica è, qualche volta, accordata come scambio di dono in tempi recenti.

12. In Cohen, 1995, p. 1710

13. Biagioli, 2000, p. 97

14. Biagioli, 1999, p. 510.

15. E’ degno di nota che, mentre c’è un sottoinsieme ben sviluppato di storia economica dedicata alla storia strettamente costruita sul cambiamento tecnologico, il luogo maggiore della storia economica della scienza deve essere trovata nella letteratura degli studi scientifici. Vedi Shapin (1994), Biagioli (1993), Alder (1997), Kay (1993), Kohler (1991); Smith e Wise (1989). Noi consideriamo questo come un sintomo del sottosviluppo di una vibrante economia della scienza.

16. Questo potrebbe essere un modo per capire le ‘norme ‘ Mertoniane infami della scienza, che sono servite per descrivere la condizione degli scienziati della Guerra Fredda, senza confrontare, in realtà, nessuna delle attuali strutture sociali di relazione e convalida.

17. "il merito [scientifico] … opera e (ha bisogno di operare) in un’economia che è distinta dall’economia capitalista" (Biagioli, 2000, p. 85). "Il merito scientifico non riguarda i diritti di proprietà, almeno al presente" (p. 87).

18. Vedi, per esempio, Slaughter e Rhodes, 1996; Gribbons et al., 1994, 1999; Kneller, 1999; Mirowski e Sent, 2001

19. Nell’interesse di attenerci al nostro tema, dobbiamo ignorare la quantità ingente di dettagli sulle distinzioni tra coloro che assemblano, compilano e le applicazioni; per non menzionare l’importanza estrema del sorgere del PC e del mercato dell’utente del software.

20. Questo si riferisce a Gottschalk v. Benson 409 US 63 (1973). La riforma successiva al Copywright Act per permettere il copywright del software è stata 17 U.S.C. § 101 (1980). Interessante per gli sviluppi successivi, il caso Diamond v. Chakrabarty 447 US 303 (1980) che sosteneva che gli organismi viventi erano brevettabili. Vedi Kevles, 1998.

21 In Branscomb, 1994, p. 150.

22. The Officinal Draft di UCITA che intende ratificare le leggi dello stato può essere trovato presso www.law.upenn.edu/bll/ulc/ucita/ucita200.html, e in discussioni come www.ucitaonline.com.

23. Vedi l’Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights, Annex 1C del Marrakech Agreement presso www.wto.org/english/tratop_e/trips_e/t_agm0_e.html . Per decisioni recenti del WIPO vedi www.ipo.int/eng/meetings.

24. 149 F.3rd 1368 (1998). Vedi www.law.emory.edu/fedcircuit/july98/96-1327.wpd.html.

25. Questa tendenza viene descritta in un numero di articoli inclusi in Mirowski e Sent, 2001. Mentre questo cambiamento è stato concettualizzato da alcuni nella comunità di studi scientifici come un cambiamento tra ciò che è stato chiamato "Modo1/Modo 2" (Gibbons et al., 1994), il lettore osserverà dalla citazione precedente che l’autore attuale sente che il titolo tralascia molte delle caratteristiche maggiori del passaggio.

26. Gli economisti che hanno discusso la scienza come un processo di mercato sono Kenneth Arrow in Mirowski e Sent, 2001; Ordover and Willig, 1978; e James Wible, 1998. I filosofi che hanno utilizzato le analogie del mercato sono Philip Kitcher (1993), David Hull, Alvin Goldman, John Ziman e altri. Molti dei loro lavori sono citati e discussi in Mirowski e Sent, 2001; Hands, 2001 (capitolo 8), in cui vengono criticate semplici fusioni della scienza e del mercato.

27. Litman, 2001, p. 28.

28. Questo viene anche ammesso essere il caso nei tempi moderni nella stampa commerciale. Vedi, per esempio, "Patent Wars", The Economist, 8 Aprile 2000: "Le aziende si rendono conto sempre più che tra le poche barriere restanti per l’ingresso ci sono quelle che il governo fa circolare in forma di monopoli da 20 anni".

29. Questo tende ad essere un atteggiamento adottato il molti dei resoconti che appaiono sotto il titolo di "proprietà intellettuale" nel giornale Science.

30. Litman, 2001, p. 131.

31. Vedi Waedle, 2001, per questa distinzione importante. Appare anche che l’EC Directive on Legal Protection of Conditional Access Services sta seguendo, a questo riguardo, la direzione del DMCA.

32. Il caso di Edward Felten, un professore di Princeton che dovette ritirare la presentazione di un saggio da una conferenza dopo aver ricevuto una lettera di minaccia dalla Record Industry Association of America, è stato documentato nella sezione "New Developments" del sito Web di Jessica Litman presso www.law.wayne.edu/litman/ classes/cyber/newdev01s.html. Vedi anche Foster, 2001b.

33. Per un saggio che presenta un modello di gioco teorico di questo enigma nel contesto di uno scienziato naturale che sta tentando di decidere se incoraggiare o scoraggiare la riproduzione delle scoperte scientifiche, che è solo un caso speciale del problema di identificare seguaci di ricerca affidabili, vedi Mirowski e Sklivas, 1991.

34. Il testo del Database Directive può essere trovato come Appendice al National Research Council, 1999.

35. Un riassunto schematico di queste differenze viene fornito nel National Research Council, 1999, p. 9, Table S.2.

36. Vedi, per esempio, i resoconti nel National Research Council, 1999; David, 2000; e Samuelson, 2001.

37. Ma un nuovo tentativo si materializzò nel Marzo 2001. Vedi Maurer et al., 2001.

38. Samuelson, 2001, p. 2030.

39. Blumenthal et al., 1996, p. 370.

40. Davidoff, 2001, p. 1232.

41. Boyle, 2000, p. 2037.

 

 

 

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