MARCO BELLOCCHIO: Brevi note su vita e opere

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3 ottobre, 2012 - 16:58

 

1-Gli anni della formazione

Scarse sono le notizie che riguardano l'infanzia.

Nasce a Piacenza nel 1939, dove studia dai Fratelli delle Scuole Cristiane, e in seguito al Liceo di Lodi retto dai Padri Barnabiti. Si iscrive poi alla facoltà di Filosofia e frequenta l'Accademia dei Filodrammatici. Nel 1959 entra al Centro Sperimentale di Cinematografia dove frequenta un anno direcitazione e due di regia. Vince una borsa di studio alla Slade School of Fine Arts di Londra, dove si congeda con una ricerca sui metodi di Antonioni e Bresson nel lavoro con gli attori. In questi anni le prime tracce della produttività di Bellocchio sono tentativi sparsi, ma già consistenti: i due cortometraggi realizzati al CSC (nel 1961 “La colpa e la pena” e nel 1962 “Ginepro fatto uomo”), un documentario sui cimiteri (“Abbasso il zio”) nel 1961, alcune poesie ed interventi critici sui “Quaderni Piacentini”.

La molla che spinge Bellocchio a realizzare il suo primo lungometraggio, ponendo termine alle esperienze propedeutiche, è la necessità di definirsi in qualche modo con la realtà del cinema, di uscire dalle aspirazioni indifferenziate dell'età formativa, del mondo delle possibilità aperte e non ancora realizzate. “I pugni in tasca” (1965), film a basso costo(finanziato in parte dai familiari), si ispira ai problemi generali dell'adolescenza (“...l'ambizione veramente sfrenata, l'egocentrismo assoluto, l'ingenerosità e nello stesso tempo la sua totale impotenza, la sua totale incapacità di adeguamento...” e mette in scena un caso volutamente estremo(tare ereditarie, incesti, delitti) che però non sminuisce il valore emblematico della vicenda e non attenua la denuncia della crisi dei valori borghesi: la dissoluzione dell'istituzionef amiliare viene attuata dall'epilettico e paranoico Alessandro che decide di sollevare l'unico fratello sano dal peso dei familiari malati e compie una serie di drammatici omicidi. Il titolo trae ispirazione dal verso di Rimbaud “J'allais les poings dans mes poches crévées/ Mon paletot aussi était idéal”.

Il successo de “I pugni in tasca” procura a Bellocchio un contratto con la VIDES, che produce il suo successivo “La Cina è vicina” (1967), nel quale il regista (con la collaborazione artistica di E. Tattoli) allarga il campo della sua analisi: dopo la borghesia del film precedente, ecco l'incontro tra individui appartenenti a classi diverse (un professore nobile, unra gioniere socialista, un leader marxista-leninista), per passare dall'analisi comportamentale dei personaggi alla descrizione di una situazione politica, accentuata dall'uso del grottesco e dei toni caricaturali.

 

2-L'impegno politico

Alla fine del 1968, spinto dal bisogno di inserirsi in manieradiretta nella realtà politica e sociale, gira “Discutiamo,discutiamo”, un mediometraggio inserito in “Amore erabbia” (film a episodi che propone una dissacrante riletturadelle parabole evangeliche) che costituisce un tentativo dicollaborazione nel soggetto, nella regia e nella sceneggiatura con iragazzi del movimento studentesco dell'Università diRoma, superando così il ruolo tradizionale di regista o diautore responsabile del testo.

Sono gli anni dell'impegno, dove si apre il lungo dibattito sulcinema politico e si abbozzano le prime posizioni teoriche: ilregista aderisce all'Unione dei Comunisti Italiani, dove lavoranella sezione stampa e propaganda realizzando due film didocumentazione, “Paola”, storia di occupazione dicase organizzata dai militanti del partito nell'omonima cittàe “Viva il primo maggio rosso”, sulle manifestazioniche l'Unione aveva organizzato nel 1969 in varie cittàitaliane.

Sempre nel 1969 Bellocchio, già consacrato da una certa fama,dirige la regia del “Timone d'Atene”, di W.Shakespeare, al Piccolo di Milano.

Nel 1971 gira “Nel nome del padre”, grottescoritratto dell'universo chiuso di un collegio gestito dai pretinegli anni ‘50, metafora dell'altro mondo che èfuori, che vuole rappresentare il volto sclerotico e incapace dirinnovarsi della società. Utilizzando i propri ricordipersonali il regista tratteggia un ritratto fortemente caricaturaledei rituali della vita ecclesiastica e collegiale, riproducendo ledinamiche che allora agitavano la realtà sociale: lo scontrotra vecchio e nuovo, decadenza e reazione, repressione e fantasia,sfruttamento e ribellione, e, più in generale, desiderio epotere, follia e ragione.

Presentato contemporaneamente a “Nel nome del padre” esce“Sbatti il mostro in prima pagina” (1972), tentativodi inserire il cinema politico nel filone del giallo tradizionale: ilredattore capo di un grande quotidiano milanese strumentalizza uncaso di stupro con omicidio montando una campagna diffamatoria controun extraparlamentare di sinistra. Il film affronta il complesso temadel quarto potere nella strategia della tensione rappresentandol'istituzione giornalistica, le sue servitù, leconnivenze con i settori più reazionari, le tecniche dimanipolazione delle notizie.

E' del 1974 “Nessuno o tutti-Matti da slegare”(“Tre storie-Matti da slegare” nella versione 16 mm),documentario sulla dimissione dei ricoverati dall'OspedalePsichiatrico di Colorno e dai manicomi minori della provincia diParma. Quattro i realizzatori: oltre a Bellocchio Silvano Agosti,Stefano Rulli e Sandro Petraglia. Il film, costruito alla moviola inuna lunga fase (nove mesi) di montaggio, si differenzia da altromateriale sulle esperienze psichiatriche in quanto non evidenzia illavoro svolto da medici, assistenti sociali, tecnici o politici, maprivilegia la testimonianza di tre ragazzi passati attraverso le casedi correzione e giudicati irrecuperabili, scoprendone il loropassato, lo sfruttamento della loro infanzia nei ricoveri, le miseriefamiliari, l'arretratezza dei paesi dell'AppenninoEmiliano. Un esempio di cinema che tenta di superare l'isolamentodella follia, sciogliendola nella sua socializzazione e lasciandolela parola.

In “Marcia trionfale” (1976) Bellocchio rappresentauna fedele e naturalistica descrizione della vita militare perindagare i vincoli psicologici del rapporto padrone-servo(l'istituzione militare appare come terreno privilegiato) eosservare e analizzare i meccanismi di controllo del potere: ungiovane appena laureato presta servizio di leva, il suo superiore fadi lui prima una vittima, poi un confidente, senza accorgersi che ilragazzo è diventato l'amante della moglie.

 

3-Un nuovo tipo di cinema

Con “Il gabbiano” (1977), trasposizionepersonalissima dell'omonimo testo di Cechov, si apre un periododedicato alla riflessione sull'arte, sulla funzione dellascrittura (il proprio ruolo di autore), sul teatro, sul cinema, dopola presa di coscienza della fine degli anni sessanta. In questomomento di intimo scrutarsi si inserisce il successivo “Lamacchina cinema” (1978), documentario realizzato dallostesso collettivo di “Matti da slegare” e inteso come filmsul cinema che, evitando la retorica, si propone di osservare ilcinema stesso nelle vite di coloro che ne erano rimasti esclusi, nonavendo voluto cedere alle condizioni dell'industria o non avendopotuto farsi accettare. “...Il cinema è una macchina cheproduce merce. In questo processo elimina una grande quantitàdi scorie, che nel caso specifico sono uomini e donne in carne eossa. Chi non accetta questo meccanismo come unico possibile rimettein discussione il funzionamento della macchina cinema, costituita amisura del profitto.”(Radio e TV, anno XX,223,1978).

Salto nel vuoto” (1980), film a soggetto intriso dielementi autobiografici, è una sorta di giallo psicologicoche, con la consueta attenzione per le dinamiche familiari e le turbepsichiche, rispecchia la crisi dei rapporti di coppia fondatisull'esercizio maschile del dominio e su quello femminile dellasottomissione. Due fratelli di mezza età, Mauro e Marta,vivono soli nella casa della propria infanzia. Marta, sacrificatasiper anni ad accudire il fratello, attraversa una profonda crisidepressiva. Per sbarazzarsi della sorella, che teme stia diventandopazza, il fratello le presenta una persona priva di scrupoli che,inaspettatamente, la guarirà. Sarà lui alla fine amorire.

Prima di girare “Salto nel vuoto” Bellocchio aveva fattoalcune riprese cinematografiche delle sue vacanze nel paesino diBobbio, il paese de “I pugni in tasca”, dove aveva una casaed era solito trascorrere l'estate con la moglie e il figlio.Dopo “Salto nel vuoto”, rimettendo le mani su quelmateriale, aveva pensato di riadattarlo e montarlo in un discorso cheandasse al di là del semplice diario. Nasce così“Vacanze in Valtrebbia” (presentato a Venezia nel1980), film sperimentale a metà strada tra il documentario ela fiction che mescola vita privata e finzione, cronaca e metafora,in un personale ritratto di famiglia che si amplia fino a diventareradiografia di un epoca e di una generazione.

Spingendosi sempre più avanti in questa sua ricerca di unnuovo tipo di cinema, equidistante dal pubblico e dal privato, dalsingolare e dall'universale, dal diario e dalla metafora, tra ilcinema commerciale e quello d'autore, e rovesciando l'esperienzadi “Vacanze in Valtrebbia” (che partiva dalla cronaca perdivenire fiction), Bellocchio nel 1982 dirige “Gli occhi, labocca”: si tratta di un film a soggetto dove peròtutto è autobiografico, tanto da fagocitare i personaggi e lastoria, che diventano immagini speculari dell'autore edell'attore (Lou Castel, già protagonista de “Ipugni in tasca”, interpreta un attore dallo spirito ribelle chetorna a casa per la morte del fratello gemello e si innamora dellafidanzata del defunto, che volendo rompere la relazione aveva causatoil suicidio), i quali si interrogano, alla fine di un epoca, sullatrasformazione di un identità e di un ruolo sentiticostrittivi e riduttivi (ci riferiamo a quella “mascheraantisociale”, di contestatore irriducibile e marginale che inqualche modo ha caratterizzato il “personaggio” Bellocchiofin dal suo esordio): per meglio dire la necessità delregista, costretto nel paradigma dei suoi temi, (famiglia, potere,follia), di cambiare e rinnovarsi.

 

4-La follia come sovversione

Nel 1984 esce “Enrico IV”, rivisitazione originaledell'opera pirandelliana, dove il folle che si credel'imperatore di Germania scomunicato da Gregorio VII simboleggial'impossibile liberazione da una società borghese chiusae definita dai ruoli e dalle maschere che ognuno indossa (“...dellanecessità della maschera per difendersi, sopravvivere evivere.” M.B.) e nelle quali ognuno chiude la sua vita, mentrela sua pazzia è un'apertura di orizzonti al sogno, algioco, alla risata, alla differenza, che contrasta con la miseriadegli altri personaggi.

Dopo un breve documentario sui toreri (“Un romain dansl'arene”-1984), realizzato su commissione dellatelevisione francese, che ha come fulcro il rapporto uomo-natura e ilrito sacrificale, Bellocchio realizza il film “Diavolo incorpo” (1986), che si presenta nel titolo come un remake delfilm di Autant-Lara, ma in realtà tratta di una vicendadifferente, la storia d'amore fra due giovani e il contrasto traquesto amore e la società, rielaborando in veste contemporaneatemi molto cari al regista: la famiglia, la legge, la scuola, lapsichiatria (intese come deboli leggi umane dell'ordine e dellaragione) in rapporto e contrapposizione con la follia (ridotta oggi apura malattia, ma che rappresenta, nell'immaginario dell'autore,grido d'amore arcaico, messaggio disperato e onnipotente,pulsione primitiva ed eterna).

Se in “Diavolo in corpo” la follia è natura,desiderio, sovversione, nel film successivo, “La visione delsabba” (1988, in cui Bellocchio raccoglie e rielabora, comegià nella precedente opera, le teorie e le suggestioniintellettuali dello psicoanalista M. Fagioli), il regista continua lasua riflessione rielaborando il tema classico della strega emostrando non più la follia della normalità (“EnricoIV”), ma, al rovescio, la semplicità e la bellezza di unafollia intesa come adesione piena alla propria natura, perfettaintesa dell'Io con il corpo desiderante e con l'inconscio,e che appare alla società dei “normali” come perditadi identità, mentre è semplicemente perdita di unamaschera.

Nel 1991 esce “La condanna”, film di generepamphlettistico ( già visitato da Bellocchio con “Sbattiil mostro in prima pagina”) costruito a partire da un caso dicronaca, quello del professor Popi-Saracino, accusato di violenzasessuale da parte di una sua studentessa. Il regista prova adaffrontare un problema sociale ampio ed attuale (lo stupro)attraverso le teorie psicoanalitiche provenienti da seminari e gruppidi studio organizzati da Fagioli, presentando una visione del grande,ambiguo, misterioso universo del rapporto uomo-donna, in cuiattrazione e repulsione realizzazione ed autodistruzione,soddisfazione e frustrazione sono coesistenti ed indispensabili.

 

5-Due eroi romantici

Il sogno della farfalla”, realizzato nel 1994sempre con la collaborazione di Fagioli (autore del soggetto e dellasceneggiatura), è una sorta di poema visivo che annulla ognilogica narrativa (lo sviluppo di una storia, la costruzione delpersonaggio, dello spazio e del tempo filmico, l'eliminazione diogni suono realistico), per affidarsi ad immagini bellissime esuggestive che racchiudono il percorso della poetica bellocchianaultima: un cinema in cui coscienza ed inconscio si avvicinano semprepiù, fino a lambirsi pericolosamente, comunicando l'incertezzasull'esistenza di una realtà contrapposta ad unaallucinazione. Il film, dove non accade nulla e dove tutto ègià dato dall'inizio (un ragazzo ha deciso di non parlarese non recitando sul palcoscenico brani di opere teatrali di Sofocle,Shakespeare, Kleist, mentre qualcuno accetta il suo silenzio,qualcuno lo rifiuta, qualcuno cerca di comprendere), propone unariflessione sulla resistenza al conformismo e alla normalizzazione(che non si esprime più attraverso la lotta politica, ma nellaricerca e salvaguardia di sé), sulla parola che non dice nullae sul silenzio che parla nel profondo, sulla debolezza e sulla forza,sulla dolcezza e sulla violenza, sulla sapienza e sulla stupidità.

Nel 1995 Bellocchio va ad intervistare gli ex contestatori del 68 egli ex brigatisti rossi e ne trae una coraggioso documentario (“Sogniinfranti, ragionamenti e deliri”), da cui emerge un panoramadello sconfortante presente e del terribile passato: allora, unacertezza che conduceva al delirio, ora, un vuoto che conduce allosgomento.

Il principe di Homburg di Heinrich von Kleist”(1997- che porta nel titolo il nome dell'autore per distinguersidalla versione cinematografica di G. Lavia del 1983) è ildramma di un giovane principe che per aver lanciato la sua cavalleriaall'attacco senza attendere l'ordine viene condannato amorte e, quando gli viene offerta una grazia disonorevole, decide diaffrontare la sua sorte. La figura dell'eroe romantico che siribella alle regole ferree della disciplina militare incarna ilconflitto tra autorità e libertà, obbedienza eribellione, razionalità e impulsività, esigenzadell'ordine e confusione, incertezza, irruenza. E la sconfittacon cui si chiude il film (il principe sopravvive ma solo dopoessersi assoggettato all'autorità del sovrano, cioèalla legge del padre) lascia intravedere una nuova convinzione: chesi possa essere ribelli e anticonformisti nella dimensione interiore,più radicale e profonda.

 

BernardiS., “Marco Bellocchio”, Il Castoro Cinema, Milano, 1998

DiGiammatteo F., “Nuovo dizionario universale del cinema”,Editori Riuniti, Roma, 1994

MereghettiP., “Dizionario dei film 1998”, Baldini & Castoldi,Milano, 1997

TornabuoniL., “Homburg, un ribelle al chiaro di luna”, su LA STAMPAdel 09/05/97

TornabuoniL., “Bellocchio: il ribelle sceglie il silenzio”, su LASTAMPA del 11/05/94

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