Editoriale
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di Francesco Bollorino

Sui preti pedofili

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11 febbraio, 2013 - 12:28
di Francesco Bollorino

NDR: In occasione della conferenza della Federazione Europea di Psicoanalisi tenutasi a Londra alla fine di marzo, è uscita la traduzione in inglese del libro "Pedofilia Pedofilie" di Cosimo Schinaia, psicoanalista, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e primario presso il Dipartimento di Salute Mentale di Genova. Il volume dal titolo "On Paedophilia" edito da Karnac Books sia avvale di una nuova presentazione dell'autore e della prefazione di Donald Campbell, già presidente della British Psychoanalytic Society e direttore della prestigiosa Portman's Clinic di Londra. Donald Campbell si sofferma sulla valorizzazione del dubbio nella relazione analitica con il paziente pedofilo e sulla possibilità che emerga il dolore e lo splitting.
L'introduzione all'edizione inglese di Cosimo Schinaia affronta sostanzialmente tre temi: la paura della pedofilia, la violenza in televisione e la specificità della pedofilia dei sacerdoti cattolici. Qui di seguito viene riportato il paragrafo che affronta l'ultimo tema.

di Cosimo Schinaia

Dopo anni di occultamento a livello ufficiale del fenomeno pedofilia all'interno dell'istituzione ecclesiastica, nonostante vi siano state diverse denunce penali e qualche condanna come risulta da documenti storici e dalla lettura dei fatti di cronaca, si è assistito al fenomeno inverso, quello della demonizzazione con relativo scandalismo giornalistico, come è apparso evidente dal modo in cui le notizie sui preti pedofili americani sono state divulgate dalla stampa. Negli ultimi tempi, però, man mano che sono stati accertati gravi e reiterati comportamenti pedofili all'interno di istituzioni cattoliche negli Stati Uniti, in Brasile, Australia in Irlanda, Olanda, Austria, Svizzera e Germania sono andate aumentando le inchieste giornalistiche di serio approfondimento del fenomeno e delle sue radici. Il libro collettaneo Atti Impuri. La Piaga dell'Abuso Sessuale nella Chiesa Cattolica del 2007, curato Mary Gail Frawley-O' Dea e Virginia Goldner esplora la realtà degli abusi in tutta la sua sconvolgente complessità, in quanto i diversi contributi di psicoanalisti, membri del clero, storici, studiosi di Sacre Scritture, vanno a scavare nelle vite delle vittime, dei perpretatori, dei "testimoni silenziosi" (familiari, preti, la comunità nel suo insieme). 

In una lettera ai sacerdoti cattolici nel mondo il Papa Giovanni Paolo II aveva bollato con parole di fuoco il reato di pedofilia, per rispondere alle pressanti accuse che rischiavano di minare profondamente l'istituzione ecclesiale soprattutto negli Stati Uniti. Benedetto XVI nel suo viaggio negli Stati Uniti del 2008 è stato altrettanto deciso nella condanna della pedofilia che coinvolga il clero cattolico, ma anch'egli non ha proposto alcuna riflessione su quali possano essere le ragioni di tale fenomeno, né un tentativo di comprensione della sua specificità all'interno delle istituzioni religiose, rispetto ad altre istituzioni educative e sportive che mettono quotidianamente a stretto contatto adulti e bambini. Intervistato dal quotidiano La Repubblica sul perché persone consacrate si macchino di delitti tanto esecrabili, il cardinale tedesco Walter Kasper risponde genericamente: "Si, si tratta di delitti esecrabili, imperdonabili, che vanno perseguiti con fermezza assoluta. E' un male che si è incuneato nella società, ma anche nella Chiesa che, come ben sappiamo, non è immune da peccati" (2010, p. 17). Un'inchiesta ordinata dal governo irlandese, durata dieci anni, si è conclusa nel maggio 2009 con un voluminoso rapporto in cui vi sono testimonianze e indagini su 216 istituti religiosi dai quali tra il 1914 e il 2000 sono passati 35 mila minorenni. Il 90% dei testimoni hanno riportato di avere subito violenze fisiche. La metà hanno raccontato di avere sofferto di abusi sessuali. (Franceschini, 2010).  Nonostante la drammaticità della realtà emersa, Kathleen O'Malley (2005), una delle vittime, nel suo libro Childhood Interrupted (Infanzia Interrotta) afferma che si tratta solo della punta dell'iceberg. In Italia ci sono state diverse denunce isolate di abusi sessuali su minori perpretati da ecclesiastici, ma il fenomeno non ha assunto le dimensioni di un vero e proprio problema sociale come in altri Paesi.

   Si levano voci all'interno del mondo cattolico secondo cui il celibato dei preti debba essere una scelta e non una necessità, essendo tale regola imposta dalla Chiesa soltanto alla sua componente latina e non a quella orientale. Scrive il teologo dissidente Hans Küng (2010, p. 45-47): "E' indiscutibile che gli abusi sessuali si verifichino anche in seno alle famiglie, nelle scuole, nelle associazioni e anche nelle chiese in cui non vige la regola del celibato. Ma come mai si registrano in massa proprio nella Chiesa Cattolica, guidata da celibatari?" Il Nuovo Testamento non mette in una relazione di obbligatorietà il ministero sacerdotale e il celibato. Il celibato dei preti, e in particolare la socializzaziopne che lo prepara (il puiù delle volte nei convitti e successivamente nei seminari) favorirebbe la clandestinità dell'appagamento sessuale e, quindi, seppure indirettamente, anche la diffusione di atteggiamenti e condotte pedofile. Lo psicoterapeuta americano A.W.R. Sipe (1990; 2004; 2007;) ha individuato specifiche forme di inibizione dello sviluppo psicosessuale nella vita celibataria nelle istituzioni formative cattoliche che trovano modalità di espressione pedofila spesso dopo l'ordinazione al sacerdozio.

   Effettivamente è stata evidenziata una relazione fra maggiore libertà sessuale nelle relazioni adulte e riduzione dei comportamenti pedofili, anche se tale tendenza non può essere letta univocamente, in quanto il fenomeno pedofilia ha a che vedere anche con la degradazione consumistica a cui la libertà sessuale è andata incontro negli ultimi tempi.

   Credo, però, che la presenza di atteggiamenti pedofili, di diversa natura ed entità, in una parte del clero abbia una sua peculiarità e vada ad inserirsi nella specifica funzione genitoriale vicaria svolta dai preti e da una tendenza all'assolutizzazione insita nella stessa religione cattolica.

   Henry de Montherlant ha scritto nel 1967 il dramma La Ville dont le Prince est un Enfant (La città di cui è principe un bambino). Il tema delle "amicizie particolari" nei collegi religiosi era stato trattato più volte, talvolta con compiacenza, talaltra con ironia o all'opposto con furia moralizzatrice. Montherlant ha scelto di scrivere la storia di un innamoramento tra un adolescente di sedici anni e un ragazzo di quattordici e l' ha intrecciata con le attenzioni appassionate di un sacerdote verso il ragazzo più piccolo, con la relativa competizione con l'adolescente e con l'intervento del Superiore che d'autorità interrompe il triangolo impossibile. Il titolo del dramma è tratto da un versetto dell'Ecclesiaste: "Maledetta la città di cui il principe è un bambino". In questo versetto vi è da un lato la svalorizzazione del mondo emozionale infantile e il rinvenimento di una viziosità intrinseca alla natura umana e, in opposizione, un'ipervalutazione del controllo razionale adulto, quale si ritroverà nel pensiero di molti teologi cattolici; da un altro lato viene con veemenza indicato il rischio dell'infantolatria, dell'idolatria del bambino in un mondo in cui l'adulto è un eterno bambino.

   Quando la cura del bambino viene trasformata perversamente in idoleggiamento passionale in nome della purezza delle attenzioni e dell'assolutezza dell'intento educativo il rischio del passaggio all'atto pedofilo è elevato.

   Dice il sacerdote educatore a Sevrais, l'adolescente: "Quando pensavo a voi mi dicevo che vi capivo come se foste mio figlio, o piuttosto, a giudicare dalla mia esperienza di relazione tra padre e figlio, molto meglio senza dubbio che se voi foste un figlio."[1] (p. 29)

       Kochansky and Cohen (2007) mettono in relazione il narcisismo, di cui spesso i preti sono portatori, con una sorta di auto-selezione di uomini che si scelgono il sacerdozio per neutralizzare sentimenti di inadeguatezza, impotenza e inferiorità attraverso un ruolo sociale che li spinge a sentirsi superiori, speciali, ammirati e potenti. Essi chiariscono "il ruolo svolto nelle biografie di questi uomini da relazioni con la madre sproporzionatamente intense e non raramente erotizzate, accanto a dolorose privazioni da parte del padre, come il rifiuto affettivo manifestato attraverso la distanza o la svalutazione. Si può ipotizzare che questo tipo di di relazioni tra un ragazzo e i suoi genitori conduca spesso a una vulnerabilità e a difese di tipo narcisistico che comportano rappresentazioni irrealistiche di sé e instabilità dell'autostima, con sentimenti sotterranei di inferiorità, deprivazione e vergogna e con il desiderio di raggiungere e mantenere un senso di unicità e superiorità" (p. 63). 

  I padri reali e la loro funzione sono svalutati in nome di una capacità educativa idealizzata narcisisticamente, come si evince anche dalle righe seguenti: "Ma Dio ha creato degli uomini più sensibili dei padri, per occuparsi dei figli che non sono loro, che sono amati male ed è capitato che voi abbiate incontrato uno di questi uomini." (p. 29) 

   L'universo familiare e la sua finitezza terrena presentano come contraltare una passione educativa con una coloritura assoluta che la distingue dalle altre relazioni maestro-allievo, che pure hanno in sé il rischio della concretizzazione sessuale.

   Non vi è posto per i padri e neanche per le madri, in ogni caso per un terzo che triangolarizzi la relazione educativa idealizzata: "E' meglio che non parliate di queste storie di collegio a vostra madre: i genitori e il collegio sono due mondi ben distinti e non c'è interesse a mischiarli." (p. 44). Il mondo delle relazioni pedofile al massimo può scorrere parallelo a quello della quotidianità, ma non può essere intaccato nella sua totale purezza dalla mondanità familiare.

   L'incontro tra il sacerdote e il ragazzo si nutre anche dell'autorità adulta, anch'essa al servizio della passione pedofila e pronta a spazzare via la concorrenza di un adolescente nel possesso dell'affetto del ragazzo: "Come può chi non è ancora formato formare qualcun altro? Nox nocti indicat scientiam: è la notte che insegna alla notte. L'errore non è in voi, ma nei vostri anni, nel vostro temperamento, nelle vostre qualità tanto quanto nei vostri difetti." (p. 121)

  La costruzione dell'ideologia pedofila avviene attraverso l'accostamento della passionalità infantile, sfrenata e senza limiti all'autorità data dall'età adulta e nutrita da una competenza esperienziale, con cui il ragazzo non può competere in quanto a lui cronologicamente inaccessibile. Un cuore di bambino insomma nel corpo e nella mente di un adulto con tutte le sue prerogative di potere. Questo è proprio il modo in cui i pedofili tendono a descriversi anche quando sottolineano con forza l'amore per il bambino e sottovalutano fino a negare contro ogni evidenza il divario di potere.

   L'attrazione morbosa del sacerdote nei riguardi del ragazzino ["Mi diverto a seguire i vostri sguardi, a vedere se si fermeranno su di me. E non si fermano mai su di me. Su di me mai." (p. 33)] viene interrotta d'autorità dal Superiore, ma le ragioni profonde non vengono analizzate e comprese. Anche l'ultima operazione autoritaria e repressiva si svolge claustrofilicamente all'interno dell'universo concentrazionario del collegio, senza alcuna comunicazione con il mondo esterno.

   "Le mura del riserbo - scrive Galimberti (2001) - sono quelle dell'istituzione che non si vogliono profanate, ma anche quelle dell'interiorità individuale, del rifiuto di vedere chiaro tra le proprie fantasie sessuali, i propri impulsi, le proprie tendenze sconnesse e al tempo stesso forzate a fornire agli altri, e magari anche a se stessi, un'immagine accettabile di sé."

   Sarebbe opportuno un dibattito più aperto su questi temi, sul rischio seduttivo insito nell'attitudine educativa e nel contatto continuo con i bambini o gli adolescenti e sulla sua specificità all'interno del discorso religioso (cattolico in particolare), evitando il gioco dei rimandi tra occultamento e demonizzazione, che non favorisce la comprensione. Una maggiore attenzione all'educazione sentimentale degli educatori, all'individuazione e al riconoscimento dei propri e, quindi, degli altrui sentimenti, alla conoscenza delle differenze fra la sessualità infantile e quella adulta potrebbe costituirsi come una prima opportunità per contrastare quell'ignoranza relazionale, di cui spesso si nutrono i rapporti didattici e che può alimentare quel surrogato di emozioni ed affetti che caratterizza le relazioni perverse pedofile.

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