Editoriale
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di Francesco Bollorino

Tsunami: fine del sogno...

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11 febbraio, 2013 - 12:49
di Francesco Bollorino

di Andrea Rubini

 

Nove giorni sette notti, all inclusive…….

Una settimana al caldo, di fronte ad un mare accogliente, tranquillo e lontani dai ritmi implacabili della nostra società, il semaforo rosso, il treno in ritardo, il cielo grigio, l’inesorabile posta elettronica…..

Sette giorni o più immersi in fondali tranquilli, ristoranti sulla spiaggia, intrigante atmosfera dei mari del sud, dove gli aromi delle tradizioni locali si insinuano nei resort super attrezzati con giardini tropicali troppo belli per essere veri, dove il personale è sempre sorridente, dove la bellezza del bungalow sarà oggetto di racconti al ritorno……..poi magari era un pezzo di cemento sulla spiaggia di Pukhet. Ma non importa, la prossima volta la vacanza si farà alle Maldive dove non c’è cemento, ma per chi si sente stanco di guardare i pesci c’è sempre lo svago del golf o del tennis…..

Chi non ha mai perlomeno pensato di regalarsi una vacanza lontano, nei mari lontani, dove le barriera corallina mitiga l’impatto violento della natura oceanica?

Tsunami: fine del sogno. Tsunami: braccia, gambe e corpi martoriati che non hanno più nazionalità, identità, differenze di rango e classe. Fine del paradiso trasformato in una kermesse infernale di detriti e fango, globalizzazione della miseria e della fragilità umana.

Tra le migliaia di turisti che il giorno di Santo Stefano hanno provato il furore della natura nel Sud Est Asiatico, solo chi ha perso la vita non ha avuto modo di svegliarsi dal sogno nel quale era immerso. Chi è sopravissuto ha avuto l’occasione per guardare di traverso il mondo o meglio, di guardarlo in faccia per quello che è davvero, di accorgersi che lo splendente resort era un angolo artificiale di mondo, un velo sulla disperazione degli altri, uno strumento della sperequazione globale.

Lo tsunami: la realtà che ti sbatte in faccia che sei uno dei tanti alla ricerca di un congiunto, di un bicchiere d’acqua non inquinata, di un medicinale per curare una ferita e la carta di credito non funziona, quindi è come non averla, quindi sei come un "locale". La differenza è una questione di tempo, se sei un occidentale il tuo governo potrebbe cercare di rintracciarti e riportarti a casa.

Ma nei primi giorni dopo il disastro e, in modo particolare in quelle zone dall’accessibilità difficile o impossibile, tutti vagavano allo stesso modo, tutti uguali, pari grado e dignità nella disperazione e sbigottimento. Ma anche in questo caso la differenza è rappresentata un fattore tempo e capacità di adattamento e reazione: un locale è abituato a fare con molto meno di quanto un occidentale richiede per vivere decentemente, resiste meglio alle malattie, conosce il suo territorio per quanto stravolto e deturpato dalla furia delle acque. Può cavarsela meglio rispetto a chi poche ore prima si lamentava perché il condizionatore del bungalow non funzionava a dovere. Il resort, gabbia dorata di illusioni ha ceduto come la baracca dello sfortunato abitante del villaggio dietro il resort, nascosta dalle palme lucenti.

Non è cinismo, non è dietrologia sulle disuguaglianze planetarie, sono solo considerazioni fatte a valle di una tragedia. Considerazioni che non serviranno a far rivivere i morti, che non vogliono esprimere reprimende per le grandi nazioni e i governi locali che, pur consapevoli del pericolo, non hanno realizzato sistemi di monitoraggio e allarme.

Mi permetto di esprimere solo dei pensieri sull’industria mondiale delle "vacanze al caldo" che ha camuffato luoghi dove la gente vive male in paradisi cosiddetti esclusivi, diffondendo un’immagine falsa e distorta della realtà, consentendo che lo sfruttamento turistico di alcune aree del "mondo povero" si trasformasse poi in uno strumento di ulteriore sperequazione locale e profitto globale incontrollato.

I popoli o meglio, la stragrande maggioranza della popolazione di questi Paesi, quella famosa fetta di mondo "che vive con meno di un dollaro al giorno", è soffocata dal debito della sua nazione verso l’estero e dalla corruzione selvaggia delle sue istituzioni, avvilita dalla colpevole cattiva gestione delle risorse da parte di chi li governa, tormentata da interminabili quanto feroci conflitti religiosi e politici, ingannata o resa dipendente dal mito degli aiuti allo sviluppo.

Questi Paesi, dove l’essere umano diventa facilmente oggetto di scambio e mercato, dove si persegue lo sfruttamento spietato dell’ambiente per il baratto con l’economia del turismo di massa e globale, diventano paradisi per i ricchi portafogli occidentali, paradisi appunto tutt’altro che artificiali perchè tanto artefatti da apparire come veri.

Il personale del resort è gente fortunata. In fin dei conti ha un lavoro quasi stabile (un bene di lusso nei paesi poveri), riceve delle mance, dei regali, mangia più spesso e meglio di chi lavora altrove o non lavora affatto. Ma se torna a casa torna comunque in un posto molto meno sfavillante e accogliente dei bungalow dei resort, rimane a far parte comunque di una casta di pseudo-schiavi, di servitori non del turista ma del padrone del resort che può essere feroce ed avaro oltre ogni immaginazione.

Nuove classi di padroni e di schiavi creati dal turismo di massa. Schiere di schiavi a basso costo che sono necessari a rendere la vacanza a portata di tutti o quasi in occidente, garantendo ampi profitti a chi le organizza e a chi rende i servizi sul posto.

Cosa rimane al di là dei racconti della vacanza al ritorno a casa? Stereotipi di massa che fanno pensare che la miseria non poteva esistere fuori del resort, che tutte quelle immagini di dolore e povertà vengono da altri posti……

Il 26 dicembre 2004 ha lasciato la residuale immagine di terre ferite, dove ora, almeno ora tutti possono vedere quel dolore e quella povertà, che purtroppo per chi si illudeva diversamente esisteva anche prima dello tsunami.

Allora mobilitiamoci tutti per l’emergenza, è giusto, è necessario, è un dovere assoluto. Senza pensare che donando un Euro ci tolga dalla coscienza la responsabilità della povertà che affligge la metà di questo sofferente pianeta.

Impegniamo le risorse economiche ed intellettuali per aiutare chi ha bisogno, ma per favore con un sguardo diverso, con la consapevolezza che aiutare significa assumersi individualmente la responsabilità intellettuale di favorire miglioramenti e trasformazioni sostenibili, che non siano comandati solo dal profitto o dalla politica del colonialismo economico.

Ora, già nelle prime fasi dell’emergenza, quando ancora nessuno sa o vuole sapere quanto è stato distrutto, la cosiddetta gara di solidarietà è già diventata una caotica corsa competitiva fatta di dichiarazioni di impegno e cifre con tanti zeri, e dietro i sipari si avverte come le strategie dei dividendi politici della futura ricostruzione animano facce note e potenti dello scenario internazionale.

 

In questo momento il caos è fisiologico, ma mi auguro e auguro a tutti che si trasformi rapidamente in una azione coordinata ed efficace per ridare vita e speranza a chi ne è rimasta molto poca, a chi ha davvero bisogno di vero aiuto.

Si spera, ma occorre anche lottare affinché ciò si concretizzi.

Lo tsunami, questa tragedia epocale potrebbe, se tutti davvero lo vogliamo, diventare una piattaforma per ridisegnare il mondo e i suoi equilibri con quel senso di equità e giustizia sociale che l’uomo, in nome della superficialità e dei privilegi, ha dimenticato da troppo tempo.

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