Editoriale
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di Francesco Bollorino

I pazienti sono gentaglia?

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11 febbraio, 2013 - 11:56
di Francesco Bollorino

di Mario Perini

 

Nel suo "Diario Clinico" Ferenczi rivela un aspetto di Freud poco conosciuto e scarsamente edificante:

"... devo ricordarmi di certe osservazioni a cui Freud si è lasciato andare in mia presenza, contando chiaramente sulla mia discrezione: 'I pazienti sono gentaglia'. I pazienti servono soltanto per darci da vivere e sono materiale di studio. In ogni caso non possiamo aiutarli."
(Ferenczi, 1932 "Diario Clinico", Raffaello Cortina, Milano: pag. 164)

Sarà vero?
A quanto sembra la notizia non compare in nessun altro luogo e i detrattori di Freud si sono lanciati avidamente su questo commento inquietante per attaccarlo.
Certo, a quell'epoca il conflitto tra Freud e Ferenczi sulla tecnica attiva era molto aspro, e non è impossibile che Ferenczi abbia restituito a Freud qualcuno dei colpi che questi gli aveva inflitto. La vicenda del resto si iscrive nel tormentato e ambivalente rapporto analitico che ha legato per anni il fondatore della psicoanalisi ad uno dei suoi allievi più geniali, e i cui risvolti transferali – controtransferali si sono intrecciati con le vicissitudini politico-istituzionali dell'Internazionale Psicoanalitica. Da tempo Ferenczi mordeva il freno per scrollarsi di dosso opprimenti sentimenti di dipendenza dal patriarca idealizzato e dal canto suo Freud, che aveva riposto in lui grandi speranze, ne temeva una deriva pericolosamente eterodossa e forse in fondo soprattutto l'autonomia di pensiero, il distacco, l'abbandono.
E tuttavia ci dev'essere - come sempre anche nelle posizioni più faziose - anche qualche elemento di verità.
Ferenczi presume che Freud abbia perso l'originario entusiasmo per la "cura" analitica e che debba

"essere stato prima scosso, poi deluso da certe esperienze, pressappoco come è avvenuto per Breuer... In Freud ciò corrisponde all'incirca alla scoperta che gli isterici mentono insistentemente. Dopo questa scoperta Freud non
vuole più bene ai malati e ritorna all'amore del suo Super-Io ordinato, colto (un'altra conferma è la sua antipatia e le sue espressioni oltraggiose verso gli psicotici, i perversi e, in genere, verso tutto ciò che è "troppo anormale"...).
Dopo questo shock, questa delusione, parla molto meno di trauma, la costituzione comincia ad assumere il ruolo principale... Freud è dunque di nuovo approdato in primo luogo al materialismo dello studioso dei fenomeni della natura... In secondo luogo, rimane ancora aggrappato all'analisi intellettualmente ma non emotivamente. In terzo luogo, il suo metodo terapeutico... diventa pedagogico [e]... sempre più impersonale"

(ibid., pp. 164-165)

E' certo che in quell'epoca Freud era molto scoraggiato, come egli stesso ammetteva, dalla scoperta che le isteriche mentono, e che confessava di non credere più ai suoi nevrotici. Come ha supposto un collega nelle nostre liste di discussione forse la parola "gentaglia" riferita ai pazienti era un grido di dolore, più che un'invettiva.

E' anche nota la sua esplicita ammissione di non sopportare i malati di mente, che gli provocavano un peculiare senso di ripugnanza, da cui la progressiva tendenza ad abbandonare sempre più l'interesse per la cura a favore di quello per la ricerca.

Alzi la mano chi non conosce questa tendenza…

Non essendo in grado di formulare ipotesi ispirate sull'intera questione mi accontenterò di lasciare emergere qualche pensiero "brado" seguendone la sequenza libero-associativa

1. Mi viene in mente la speciale ripugnanza che non riesco a non provare per un mio paziente perverso e borderline, il che mi porta al pensiero che il controtransfert negativo non è un opinione: è vero, come dice A.A.Rizzoli, che spesso l'umanità sofferente è anche un'umanità cattiva, ma i pazienti sgradevoli (the "ugly" patient) sono persone che portano nella relazione aspetti indigeriti e tossici (elementi gamma?) della loro vita mentale forse sperando che l'interlocutore non li respinga spaventato o disgustato. Masud Khan affermava che non avrebbe mai accettato in analisi una persona con cui non avrebbe voluto prendere il tè. Quanti colleghi oppongono ai pazienti un rifiuto analogo, forse meno aristocratico ma molto più indiretto, mascherato o pretestuoso?

2. Ricordo la ritirata prudenziale dal fronte della follìa operata a suo tempo da un pioniere temerario del controtransfert psicotico come Harold Searles, che nelle ultime pagine del suo volume dedicato appunto al controtransfert dichiarava esplicitamente di temere per la sua salute mentale se avesse continuato a curare schizofrenici.

Quanti pazienti diventano "gentaglia" perché si ostinano a non guarire e intanto scuotono dalle fondamenta il nostro equilibrio psichico?

3. Infine mi percuote la visione della traiettoria depressiva imboccata ormai dalla psicoanalisi, pensiero già egemone e da qualche tempo sempre più debole e sempre meno trionfale, disertata da pazienti e palcoscenici, intimidita di fronte alla psichiatria d'assalto chemio-cognitivista e alla medicina basata sull'evidenza e sul budget (o sull'evidenza del budget?), una traiettoria forse inaugurata dal lutto originario della scoprire che l'interpretazione non è sempre mutativa, che conoscere la realtà spesso non basta a cambiarla.

L'esperienza della "delusione" (o forse sarebbe meglio dire della "disillusione") segna del resto tutto lo sviluppo del lavoro di Freud e per estensione la storia del Movimento psicoanalitico, dalla prima "traumatica" scoperta della seduzione come fantasia (?) all'incontro con la pulsione di morte e con il suo primato distruttivo nella vita mentale (il sadismo) e nella cura analitica (la reazione terapeutica negativa) e nelle società umane (la guerra), dal doloroso ridimensionamento delle prospettive nella cura analitica delle psicosi e dei disturbi di personalità alla difficoltà di accreditarsi come scienza e persino al sospetto di avere istituzionalizzato un training che genera o seleziona persone conformiste (cfr. l'articolo al vetriolo di Kernberg "Trenta modi per distruggere la creatività dei candidati psicoanalisti" in Le Relazioni nei Gruppi, R. Cortina, Milano 1999).

Ferenczi aveva deluso amaramente Freud – che pure ne aveva intuito la genialità – forse anche perché le sue concezioni trasgressive avevano evidenziato gli aspetti "deludenti" della dottrina psicoanalitica che Freud invece cercava difensivamente di blindare nell'ortodossia insieme a Jones e alla sua "compagnia degli Anelli".

Negli ultimi anni Ferenczi è stato ampiamente riabilitato, e più per la straordinaria sensibilità e libertà di pensiero che per la sua discutibile tecnica attiva. Forse è tempo di riconoscere che i figli e la storia insieme hanno superato il padre, e che hanno pieno titolo a usare la sua eredità come credono meglio. Al limite anche spendendola con delle ballerine o flirtando con l'economia politica e le neuroscienze. 
Forse è il caso di riconoscere che disidealizzare il padre non vuol dire necessariamente ucciderlo e ancor meno disconoscerlo o disprezzarlo.

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